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Continua la rubrica di Cristiano De Majo, in esclusiva per Prismo. Bisogna sempre lasciar trascorrere la notte sulle ingiurie del giorno innanzi.

“Sottolineare tutto equivale a non sottolineare niente”, leggo su un sito di consigli sul metodo per studiare all’università.

Sottolineare significa scegliere e non si può scegliere tutto. Da giornalista culturale e recensore di libri, non sono mai stato un grande sottolineatore e di rado ho trascritto passaggi, frasi, espressioni di un libro sul mio taccuino. Una forma di pigrizia o di fiducia eccessiva nella memoria? Sebald, per esempio, ha dichiarato di non aver mai preso appunti perché in fondo solo quello che resta impigliato nella nostra memoria merita di essere ricordato.

Mi piacerebbe sapere come funziona il neurochimico evidenziatore giallo che attribuisce quella brillantezza fosforescente ai fatti della nostra vita.

Mettiamo che fosse il 23 maggio e che quello fosse stato un giorno che avrei definito positivo e non perché avessi avuto notizie da cambiarmi la vita, ma perché ultimamente mi ero incanalato in una tranquillizzante routine lavorativa. Mi sembra che in fondo cerchiamo nella routine, nella tranquillità uno strumento per ridurre i picchi del tracciato. Aspiriamo a una linea retta, salvo poi renderci conto di quanto l’assenza di variazione possa essere mortale.

Tre vite a confronto

È stata una giornata retta, sarebbe potuto essere il giudizio, quella sera di primavera quando sono andato a buttare la spazzatura giù ai garage. E forse l’ho pensato senza sottolineare, mentre tornavo dai garage e, prima di risalire a casa, ho fumato una sigaretta, come faccio spesso, camminando in cerchio per il cortile, racchiuso da due palazzi alti otto piani, il mio e quello di fronte, che da sotto sembrano due muraglie. Era una delle sere più calde di maggio. Per questo le finestre erano quasi tutte aperte e si sentivano le voci uscire dalle cucine e dai salotti. Una traccia sonora si sovrapponeva all’altra, ma senza mescolarsi. Bisognava scegliere soltanto su quale traccia concentrarsi, quali voci di quali stanze, per poi isolare tutto il resto.

Mettiamo che fosse il 23 maggio.

Venti minuti prima, ho addormentato i bambini cantando Azzurro. Non rientra nelle nostre abitudini serali; mi ero soltanto stufato di cantare un’altra sigla di supereroi. Parla d’estate e di giovinezza, mi sembra. E c’è dentro una forma di compiaciuta rassegnazione, di scazzo tipicamente estivo. Il senso di una promessa mancata, ma anche il peculiare autocompiacimento dell’essere annoiati: l’estate come delusione, il cielo azzurro come orizzonte senza meta. Più che una canzone d’amore, un vero Bildungsroman: roba da giovani. Forse per questo provo sempre nostalgia quando canto Azzurro. Non tutte le canzoni hanno la capacità di produrre immagini, ma Azzurro per me ha un vero e proprio storyboard mentale di scene, quasi tutte avvolte in un caldo opprimente, con solo qualche sprazzo di frescura.

Continuavano a girarmi in testa quelle immagini, mentre camminavo in cerchio nel cortile, fumando, prima di risalire. Sceglievo delle tracce, ma non avevo la costanza di seguirle molto a lungo. Risate e discorsi sulle vacanze e rumori di stoviglie e urla di bambini e la voce di un telegiornale e amici che parlavano di altri amici. Sotto quel cielo nero-viola, per niente azzurro, sentivo incombere la promessa dell’estate, che sarebbe stata puntualmente delusa di lì a poco per la logica della natura, pensavo. Ed era l’atmosfera generale che m’interessava più delle singole vicende.

Mi sono ricordato che la nostra felicità si fonda sull'infelicità altrui. Ma per alcuni spiriti particolarmente narcisisti vale anche il contrario: sono felici quando riescono a rendere felici gli altri.

La sigaretta era quasi finita quando ho raggiunto un’estremità del cortile e ho sentito un suono sottile ma in grado risucchiare tutti gli altri come il buco di un lavandino. Mi è sembrato il pianto di un bambino, ma poi ho capito che era il pianto di una ragazza. Ed era un suono così tragico e luttuoso che mi dava i brividi; raramente mi è capitato di sentirne di così cupi. Mi sono chiesto cos’è successo, cosa può essere successo. E ho immaginato il suicidio di un fidanzato o di una migliore amica. Magari, invece, era solo una banalissima delusione d’amore. Ho guardato in su per cercare di capire da dove venisse. Dalla finestra al primo piano, con un spiraglio aperto e una tenda bianca che ondeggiava lievemente.  Oppure da quella del secondo, con le tapparelle chiuse e la luce accesa dietro; la stessa finestra, dentro cui, qualche settimana prima, avevo visto un ragazza togliersi i pantoloni e rimanere in mutande davanti al vetro. Non mi è sembrato potesse nascere da più lontano.

Ritornato al contatto quotidiano con altre persone che non siano la mia famiglia (l’ufficio), mi sono anche ricordato che la nostra felicità si fonda sull’infelicità altrui. (Ma per alcuni spiriti particolarmente narcisisti vale anche il contrario: sono felici quando riescono a rendere felici gli altri). Siamo felici se prendiamo il posto di qualcuno che non sarà felice di averlo perso. Siamo in fondo felici se lasciamo un uomo o una donna con cui siamo stanchi di vivere anche se questo comporterà l’estrema infelicità dell’altro (e magari dei figli che sono nati da quella relazione). Soprattutto abbiamo davvero pochissima consapevolezza di qunato sia nefasta la nostra influenza sugli altri.

Sarei rimasto ore ad ascoltare la ragazza che continuava a piangere in quel modo che sembrava che qualcosa la stesse prosciugando dall’interno. Ma sono andato via.

Mettiamo che fosse il 23 maggio e che io, recensendo quella giornata, l’avrei definita piatta come l’azzurro uniforme di un cielo d’agosto. Eppure, o proprio per questo, confortevole, positiva.

Poi però mi sarei ritrovato a cercare nevroticamente una posizione giusta sul divano senza riuscire a prendere sonno, mentre lei e i bambini sarebbero stati a letto, al sicuro. Avrei sentito un rumore dietro la porta d’ingresso e sarei andato a vedere. Una scena che mi sarebbe piaciuto immortalare nel documentario autobiografico in tempo reale: la luce bianca del display del cellulare che lampeggia negli angoli bui del corridoio illuminando pezzi di casa; fotogrammi di intonaco e di stucco bianco senza significato.

Sarei tornato sul divano e mi sarei sintonizzato sul canale 501. Sarei caduto nell’ipnosi delle riprese senza commento audio dei disastri naturali da vari angoli del mondo. Un’inondazione in Cina. Un’alluvione in Oklahoma. Uomini che scavano nel fango. Un rumore d’acqua scrosciante. Un grosso fiume grigio.

Cristiano De Majo
Scrittore e giornalista, oltre che con PRISMO collabora con Studio, la Repubblica e IL. Il suo ultimo libro è Guarigione (Ponte alle Grazie, 2014).

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