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Il caso Trump insegna: pur di guadagnare un reddito che altrove non c'è, i nuovi precari dell'era hi-tech sono diventati strumento per notizie false e opportunismi digitali.

Hrithie Menon ha 15 anni e lavora come freelance. Frequenta la East View Secondary School di Singapore. La sua famiglia è di ceto medio. Haridas, suo padre, ha fondato la Singapore Internet Marketing Academy. Sua madre, Shenthil, lavora nell’industria dei media locali. In futuro, Hrithie spera di sviluppare la sua passione per il software: vorrebbe aiutare gli uomini di affari a rafforzare la loro cyber-sicurezza su wordpress. Al politecnico vuole studiare ingegneria informatica. Orgoglioso di lei, il padre dice: “Ha un incredibile talento nel sentire le tendenze online, ha orecchio, le sente”. È uno dei talenti che si acquistano in rete. Da nativa digitale, Hrithie dice: “ho imparato da YouTube. Tutto è su Internet”.

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Hrithie all'opera... per Donald Trump.

Hrithie deve il suo incontro con Donald Trump al mercato online per servizi digitali, e in particolar modo a Fiverr. Durante la campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti, è stata reclutata su questa piattaforma dallo staff del candidato repubblicano per realizzare un presentazione online del programma destinato agli studenti. “È stato uno dei progetti più facili che ho realizzato” ha raccontato Hrithie, “ci ho messo due ore”. Per ogni task – o commessa – realizzata via Fiverr, Hrithie incassa  più o meno 100 dollari e, fino a oggi, ha guadagnato circa duemila dollari. Soldi che intende usare per un apparecchio dentale.

Quando ha risposto all’annuncio su Fiverr, Hrithie non conosceva Trump. “Ho pensato che non fosse chissà quale affare”, racconta. Quando poi ha appreso dalla Tv che quel tizio con i capelli arancioni è diventato il 45esimo presidente degli Stati Uniti, Hrithie ha capito di aver preso parte a un evento storico a cui, nel suo piccolo, ha contribuito. Le sue slide sono state condivise dai coetanei americani e nei campus. Il suo portfolio di freelance ora è più ricco. Arriveranno altre commesse. E la vita continua.

“Singapore ci ruba il lavoro”
In un comizio a Tampa in Florida il razzista e xenofobo Donald Trump ha denunciato Singapore come uno dei governi che “rubano” più posti di lavoro agli americani. In quello stesso momento il suo staff trovava una ragazza come Hrithie, proprio a Singapore, per realizzare un lavoro che molti studenti della sua età sono in grado di realizzare.

Il candidato populista tuona contro l’outsourcing delle altre imprese, ma lo pratica per andare alla Casa Bianca, così come ha fatto per esternalizzare il lavoro per la linea di abbigliamento Trump Collection. Senza contare che se Trump realizzasse uno dei suoi annunci elettorali – espellere 3 milioni di clandestini dagli Stati Uniti – è probabile che anche coetanei di Hrithie, e i loro genitori, potrebbero finire nella sua lista.

Il limite di questa mentalità 'va bene tutto, basta che paghi' è evidente. Trump, come imprenditore politico, l’ha usato per attrarre persone molto diverse che hanno visto nella sua campagna l’occasione per guadagnare un reddito.

In questa vicenda non c’è un rapporto di causa ed effetto, né alcuna condivisione di obiettivi ideali. Hrithie sostiene di non seguire la politica americana e va creduta: difficile credere che un’adolescente di Singapore tifi un tipo come Trump. Lei ha semplicemente risposto a un annuncio, come fanno milioni di click-workers in tutto il mondo. Ha eseguito il lavoro, senza conoscere l’uso che ne sarebbe stato fatto. Non è difficile capirlo, ma il modo in cui è stata percepita questa attività è impolitico. Shenthil, la madre di Hrithie, ha detto: “È stato un grande momento per noi: pensare che il lavoro da freelance di mia figlia potesse produrre un simile spettacolo”.

Nella traduzione inglese la donna parla di gig, che significa sia “spettacolo” che “prestazione” o “lavoretto”, proprio come uno di quelli offerti su piattaforme tipo Fiverr. Un cliente vale come l’altro. Conta l’esecuzione del task, portare a termine la commessa, avere un successo spettacolare per arricchire il curriculum. Il limite di questa mentalità “va bene tutto, basta che paghi” è evidente. Trump, come imprenditore politico, l’ha usato per attrarre persone molto diverse che hanno visto nella sua campagna l’occasione per guadagnare un reddito.

Trump in Macedonia
Veles è una città di 45 mila abitanti in Macedonia. Nell’ultimo anno, qui sono nati molti siti che suonano americani: WorldPoliticus.com, TrumpVision365.com, USConservativeToday.com, DonaldTrumpNews.co, USADailyPolitics.com… Da qui è rimbalzata anche la falsa notizia secondo la quale Hillary Clinton è stata incriminata dall’Fbi per lo scandalo delle email che ha condizionato pesantemente la sua campagna elettorale. Sono state contate almeno 140mila condivisioni e reazioni solo sul post che ha lanciato il fake a migliaia di chilometri negli Stati Uniti.

Da Buzzfeed.

“Ho iniziato a costruire questi siti per fare soldi”, ha detto un liceale di 17 anni che cura il sito Dailynewspoliti.com; “in Macedonia l’economia è molto debole e agli adolescenti è proibito lavorare, quindi abbiamo bisogno di trovare modi creativi per guadagnare qualcosa. Sono un musicista, ma non posso permettermi di comprare l’attrezzatura. In Macedonia i guadagni che puoi ottenere dalla pubblicità su un sito possono essere sufficienti per acquistarla”.

La crescita di questi siti – ne sono stati contati almeno 150 – è avvenuta a ritmo esponenziale. Ad aprile ne erano emersi già sei. La maggior parte ha pagine Facebook, come questa, con centinaia di migliaia di “mi piace” che costituiscono la spinta per ogni tipo di notizia introdotta da locuzioni che in Italia si traducono con “Pazzesco!”. Non è evidentemente un caso che, in una recente e molto discussa inchiesta su Buzzfeed, il “modello macedone” sia stato paragonato al modo in cui in Italia il Movimento 5 Stelle gestirebbe siti, blog e fake news aggregators. A tal proposito, è  interessante notare come in Italia la lezione sia stata appresa anche da non meglio precisati sostenitori del Sì al referendum del 4 dicembre: basti pensare alle pagine Facebook “buongiorniste” passate inopinatamente a fare campagna per Renzi.

In ogni caso, Facebook è stato importante per mettere in contatto i siti macedoni sulla politica americana con il pubblico che in America ci vive per davvero. Stando ai dati quadrimestrali, gli utenti da smartphone della piattaforma di Mark Zuckerberg stanno crescendo, in proporzione, molto di più nei paesi “terzi” – come i Balcani, ad esempio – rispetto a quelli Usa, considerati un paese quasi saturo. Per loro accumulare una frazione di penny per ogni notizia che fa bingo, significa assicurarsi un guadagno superiore rispetto a quello ottenuto in un paese ritenuto centrale. Contano i redditi di partenza, insomma. Ma soprattutto, bisogna arrivare prima di altri nel capire le tendenze dei flussi dell’attenzione.

Nel 2016 l’attenzione è stata ottenuta da Donald Trump. All’inizio i ragazzi macedoni hanno provato a creare siti e notizie sul candidato “socialista” Bernie Sanders, poi sconfitto alle primarie da Hillary Clinton. Ma nulla è paragonabile all’immensa attrazione scatenata dalle notizie false e/o razziste a sostegno di Trump. Lanciati per tempo già durante le primarie dei repubblicani, questi siti hanno totalizzato guadagni fino a 10mila dollari al giorno.

Contano i redditi di partenza, insomma. Ma soprattutto, bisogna arrivare prima di altri nel capire le tendenze dei flussi dell’attenzione.

I ragazzi macedoni sostengono di non essere interessati a Trump. “Se Trump avesse perso”, ha detto uno di loro, “avevo già un piano: riconvertire i miei siti politici in siti sportivi”. Nel frattempo i siti tarati su Trump hanno rilanciato alcune notizie provenienti da quelli di estrema destra, ad esempio quella su Hillary Clinton che nel 2013 avrebbe sostenuto di considerare la “discesa in campo” di Trump una buona scelta. Per Wikileaks, che ha diffuso il materiale sullo scandalo delle email, Clinton lo avrebbe detto in un discorso ai banchieri di Goldman Sachs. In realtà, com’è stato appurato, la candidata democratica non ha mai parlato di Trump, ma solo di generici “uomini di affari”. La scelta di farsi pagare un discorso – e di dire una cosa del genere a banchieri – è certamente discutibile in sé, ma non ha costituito l’oggetto di una critica politica.

Ma poco importa: la notizia è stata trasformata in una dichiarazione pro-Trump e ha creato un buzz micidiale, con circa 480 mila condivisioni e reazioni (per dare un’idea della potenza raggiunta da questa fake news, l’inchiesta del New York Times sull’evasione fiscale da 916 milioni di dollari, ha ottenuto “solo” 175 mila condivisioni). La disinformazione è stata gestita e rilanciata dallo staff di Trump che, come un mietitore, ha fatto il raccolto.

Giovani, disoccupati, imprenditori del falso
Paris Wade e Ben Goldman sono laureati e disoccupati. Le loro storie itineranti e sbandate sono l’autobiografia dei precari americani di due generazioni. Oggi lavorano per loro un avvocato, una contabile e hanno assunto persone che si occupano a tempo pieno dei loro siti di fake news.

Nel 2012 Wade ha conseguito una laurea in pubblicità. Goldman, nel 2013, una in economia. Da allora sono riusciti a trovare solo stage non pagati o lavoretti in ristoranti messicani. Nei weekend hanno venduto bottiglie d’acqua negli incontri di football dei ragazzi del college. Wade e Goldman vengono da famiglie democratiche, hanno votato due volte Obama. Dopo anni di precarietà però, cominciano a dubitare sul senso del loro voto, della loro educazione e dei valori progressisti con cui sono cresciuti.

La loro agenzia pubblicitaria è fallita, ma non è passata inosservata a un cliente del giro dell’Alt-Right, i neonazisti americani. Hanno quindi iniziato a scrivere post “a tema” e sono stati pagati sulla base dei click. E i click sono diventati tantissimi. “Ci sono stati giorni in cui abbiamo guadagnato fino a 14 dollari ogni mille visioni”, raccontano i due. Tra giugno e agosto, quando la campagna elettorale americana è decollata, hanno superato 150 mila seguaci su Facebook e guadagnato tra i 10 e i 40 mila dollari al mese dalle pubblicità che promettevano la soluzione per i problemi di acne o per le unghie valghe, commerciavano in Viagra e rilanciavano i selfie delle celebrità più sexy. Goldman pensa che se avesse continuato a lavorare gratis con gli stage avrebbe impiegato 20 anni per guadagnare quello che ha messo da parte in sei mesi.

‘In un mondo perfetto’, ha detto Wade, ‘ci sarà modo di trovare l’equilibrio e le sfumature per scrivere lunghi paragrafi e avere più di dieci minuti per scrivere un post’.

E così, per opportunismo, i due precari si sono trovati a scrivere propaganda per Trump: attaccando Obama sul Tpp, partecipando alla campagna contro l’ex presidente Clinton “da mandare in galera”, e diffondendo infondate notizie di infiltrazioni dell’Isis nel governo Usa e altre teorie cospirazioniste.

Wade e Goldman sostengono di non condividere quello che scrivono. “In un mondo perfetto”, ha detto Wade, “ci sarà modo di trovare l’equilibrio e le sfumature per scrivere lunghi paragrafi e avere più di dieci minuti per scrivere un post. Potrebbe aiutare le persone a pensare”. Ma per il momento queste cose lui non le scrive, “perché oggi nessuno cliccherebbe su questi contenuti”.

Reclutati su Amazon
Il mondo degli annunci di chi recluta “scrittori” come Wade o Goldmann va indagato. Uno dei possibili canali per la diffusione del “nazionalismo bianco” è passato per il market-place Amazon Mechanical Turk. In effetti, gli autori delle bufale sono reclutati anche sulla piattaforma di micro-tasks lanciata nel 2006 da Jeff Bezos (la storia di questa piattaforma l’ho raccontata qui). L’offerta è stata denunciata dalla rete di attivisti e ricercatori che ha creato Turkopticon, a sostegno dei diritti dei lavoratori di questa piattaforma. Questo è il tweet dell’avvocatessa per i diritti digitali dei lavoratori, Rochelle LaPlante:

Le regole sono: bisogna scrivere non meno di 350 e non più di 500 parole. Si possono anche creare dal nulla teoria cospirazioniste, se la storia riguarda i democratici. Se invece riguarda Trump, bisogna “scrivere quello che ha detto”. Per LaPlante, gli autori di questi articoli “non sanno per chi stanno lavorando e come sarà usato il loro lavoro”. L’offerta di lavoro è stata segnalata all’azienda, e ora non c’è più. Ma non esiste il modo per dimostrare se Amazon l’ha rimossa o se qualcuno ha risposto e ha eseguito il compito. Nascono così le notizie che creano il “senso comune” e, a volte, sfondano il muro dei media “ufficiali” e diventano l’oggetto del dibattito politico. È tutto alla luce del sole: si vende e si comprano prestazioni su Amazon.

La giovane freelance di Singapore, i teenager macedoni, i disoccupati e i turchi meccanici americani hanno sfruttato le risorse messe a disposizione dalla Silicon Valley a loro vantaggio, certo, ma anche a svantaggio di coloro che saranno le vittime delle politiche di Trump. È una delle contraddizioni politiche del lavoro digitale, e in generale del lavoro indipendente.

Non solo algoritmi
Dopo avere visto gli effetti della crescita di fake news, Facebook e Google sostengono di avere modificato le regole per le inserzioni pubblicitarie. Ma nulla possono fare contro i siti che sono su piattaforme non di loro proprietà. Davanti allo stesso problema, la settimana scorsa Twitter ha bannato una serie di account neonazisti americani.

Il creatore di Facebook Zuckerberg sostiene che le notizie false non hanno influenzato l’esito delle elezioni: affermarlo significa non rispettare la libera scelta degli elettori. Il problema è quello dell’algoritmo che non “misura” il contenuto, ma il traffico provocato nel newsfeed. La spiegazione non spiega nulla perché, a quanto pare, la massa del traffico e la moltiplicazione dei siti e delle pagine, ha influenzato l’algoritmo, non tanto – o non solo – gli elettori.

Il discorso reazionario di massa, l’opportunismo digitale, la necessità di trovare un reddito nella precarietà permanente e la divisione del lavoro digitale nel mondo, hanno fatto esplodere una contraddizione nella Californian Ideology: quel misto di hippismo, zelo imprenditoriale e tolleranza democratica che tuttora ispirerebbe il capitalismo di piattaforma.

Da Buzzfeed.

Trump e il lavoro digitale
Trump non è solo un palazzinaro, un candidato menzognero, un miliardario che parla del popolo contro le élite di cui lui stesso è l’espressione. È un imprenditore della politica che organizza e sfrutta, direttamente o indirettamente, le folle dei gig-workers nel Sud e nel Nord del pianeta.

A differenza della stagione 2011-2013, quando le rivolte in tutto il mondo passavano da twitter, oggi le piattaforme digitali e i social media sono usati come un sistema di reclutamento, di autopromozione e di guadagno personale. Trump ha mobilitato legioni di “schiavi digitali” dalle Filippine, Messico, Malesia, India, Sud Africa e Vietnam per aumentare il suo gradimento su Facebook.

Fonte: BusinessInsider, giugno 2016.

In una campagna elettorale che ha registrato la metà dei finanziamenti rispetto a quelli raccolti dai democratici (238 milioni di dollari contro 450 milioni), i Repubblicani hanno saputo sfruttare la forza lavoro digitale precaria e sottopagata, la sua permanente ricerca di un reddito per sfuggire alla povertà, per influenzare gli algoritmi in maniera più efficace di quanto abbiano saputo fare i democratici (che si sono affidati a Ada, contessa di Lovelace, l’algoritmo usato nella campagna di Hillary Clinton).

I freelance e i click-workers sono scollegati tra loro, ma legati al capitalismo di piattaforma, reclutati da un vertice politico-imprenditoriale per le mansioni specifiche richieste in un “evento”. Questo meccanismo non segue la logica dell’outsourcing: non esiste un centro che governa un indotto secondo le regole della delocalizzazione all’estero – come ad esempio accade con le multinazionali della manifattura. Chi usa il capitalismo di piattaforma non organizza nulla: incrocia i discorsi, rilancia i post prodotti dall’eco delle notizie, vere o false, per legittimare il proprio discorso.

“L’ho fatto per guadagnare un reddito” sostiene Beqa Latsabidze, studente georgiano in informatica, 22 anni, noto per avere “riadattato” le fake news satiriche inventate in Canada da John Egan su questo sito, e che ha guadagnato fino a 6mila dollari dalle inserzioni Google. Latsabidze ha provato, anche lui, a guadagnare da Clinton o da Sanders, ma Trump è stato una miniera d’oro. L’anno prossimo ci saranno le elezioni in Francia dove il Front National aprirà un nuovo capitolo del “populismo”. “Allora dovrò imparare il francese”, ammette Latsabidze. È il web dove i nuovi bucanieri hanno imparato a usare la propria precarietà in maniera imprenditoriale. Dopotutto, non è questo che vuole il capitalismo digitale?

Roberto Ciccarelli
Filosofo, giornalista. Ha scritto "Immanenza" (Il Mulino), e con Giuseppe Allegri "La furia dei cervelli" (manifestolibri) e "Il Quinto Stato" (Ponte alle Grazie).

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