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Il fumetto si è imborghesito, proprio come i quartieri colonizzati dagli hipster? È un vecchio dibattito che riemerge periodicamente. Mentre autori, lettori e critici sgomitano per reclamare la loro piccola fetta di legittimità culturale, è tempo di chiedersi se non sia giunto il tempo di traslocare alla ricerca di nuovi brividi.

Se la cultura fosse una città, avrebbe i suoi bei quartieri — quello Letterario, quello Teatrale, Musicale, Museale — e naturalmente la sua periferia malfamata, con altissime ciminiere che sputano fuori… Fumetti. Ma diciamoci la verità: a noi le periferie malfamate un po’ eccitano. Ci piace frequentarle, ci piace andarci a mangiare un kebab il venerdì sera, e soprattutto ci piace lamentarci quando cominciano a spuntare troppi bar alla moda. È la famigerata gentrificazione, baby, e la città della cultura non è certo al riparo. Si sa come funziona: i primi a trasferirsi sono gli artisti, che però aprono la strada alla borghesia, che infine scaccia gli antichi abitanti. Gli affitti salgono, gli immobiliaristi gongolano, e dopo qualche anno è tutto un fiorire di flagship stores dei grandi marchi. Sarà questo il destino del fumetto? Addio Topolino, addio Tex, addio anche a Charlie Brown? Quel che è sicuro è che da tempo la Nona Arte, com’è stata rinominata negli anni Sessanta, richiama l’attenzione degli speculatori. Proprio come Hell’s Kitchen a New York, Kreuzberg a Berlino, San Salvario a Torino o il Pigneto a Roma.

Qualcuno ha la fortuna di avere un supereroe di quartiere che lo protegge da questa minaccia invisibile, come accade appunto a Hell’s Kitchen — perlomeno all’interno dell’universo Marvel. Se crediamo all’interpretazione fornita dal critico Jeet Heer, segnalataci da Andrea Fiamma su Fumettologica, nella serie televisiva di Netflix ispirata al fumetto Daredevil il cattivo è appunto uno spietato gentrificatore, il boss Wilson Fisk. Ma in fondo anche il suo è un grande sogno: “Voglio far fiorire qualcosa di bellissimo da queste brutture, realizzare il suo potenziale”. È questo in fondo il paradosso della gentrificazione, nelle città come nel fumetto: che mette in valore e contemporaneamente snatura ciò sui cui agisce. Ripulisce fino a corrodere. Salvaguarda ma neutralizza. E finisce per sostituire la realtà con una sua versione addomesticata.

Benvenuti a Comicsberg
Ma chiediamoci piuttosto perché ultimamente abbiamo preso l’abitudine di analizzare i supereroi con tanta serietà, come se fossero testi filosofici. Ormai “ogni fumetto è l’Iliade”, come scrisse Umberto Eco per sfottere “i fans che si sono identificati coi critici”. Semplice, perché anche i supereroi sono stati gentrificati. Forse quella della “gentrificazione culturale” è una legge storica inesorabile. Hanno cominciato i poeti del Medioevo con l’idea balzana di scrivere in volgare, la lingua del popolo, invece che in latino. E per i teologi la poesia di Dante doveva suonare davvero volgare, come una specie di Bukowski. Ma poi sappiamo com’è andata: la Commedia è diventata il centro storico della nostra bella città. Nel corso dei secoli sono stati gentrificati sempre nuovi quartieri culturali. Nella prima metà del Novecento il jazz era soltanto “musica da negri” se crediamo al giudizio di Theodor W. Adorno (che pure era un intellettuale progressista e sensibile alle avanguardie) mentre oggi viene considerato uno dei generi più sofisticati, da ascoltare in religioso silenzio seduti al tavolo del Blue Note, sorseggiando cocktail a sedici euro. Poteva piacere giusto a qualche bizzarro critico tipo Gilbert Seldes: il quale, guarda caso, nel 1924 sdoganò contemporaneamente sia il jazz che il fumetto (ovvero Krazy Kat) in un libro che fece epoca, The Seven Lively Arts.

E il punk? Gentrificato anche lui, prestissimo, con collezioni di moda e grandi mostre. Indignato da tanto clamore, il figlio di Malcolm McLaren e Vivienne Westwood ha annunciato recentemente di voler distruggere la sua collezione di reperti dell’epoca. La gentrificazione dovrà passare sul suo corpo. E passerà, anzi è già passata. In Italia sappiamo ciò che ha fatto lo street artist Blu per scampare a un simile destino: si è cancellato le opere da solo, pur di non contribuire alla valorizzazione del parco immobiliare delle periferie bolognesi. Tutt’al contrario Raymond Pettibon, che illustrava le copertine dei dischi dei Black Flag e sembra ben contento oggi di essere venduto all’asta da Christie’s per due milioni di dollari, o Robert Crumb che si ritrova esposto alla Biennale di Venezia nel 2013. Da parte sua Alan Moore, sceneggiatore dei fumetti From Hell, La Lega degli Straordinari Gentlemen, V for Vendetta e Watchmen ha tentato in ogni modo di ostacolare l’adattamento cinematografico delle proprie opere; le quali a partire dal 2006 hanno iniziato a uscire al cinema, ma senza il suo nome. Invece di concedersi un attico a Manhattan, si ostina a vivere a Northampton, UK.

Dopo anni di vessazioni, il fumetto sembra non aspettare altro che di essere finalmente riconosciuto, portato al cinema, accolto nei musei, ricoperto di premi letterari.

Il burbero Moore è un esempio più unico che raro tra gli abitanti di un quartiere, Comicsberg, che da parecchio tempo vede la gentrificazione culturale di buon occhio. Dopo anni di vessazioni, il fumetto sembra non aspettare altro che di essere finalmente riconosciuto, portato al cinema, accolto nei musei, ricoperto di premi letterari. “Legittimato”, come dicono i francesi. Gli abitanti di Comicsberg sono tutti proprietari che sperano prenda valore il loro piccolo monolocale (spesso, una piccola monocultura: marveliana, bonelliana, zerocalcarea…) anche a costo di sacrificare l’anima del quartiere, con le sue bettole scadenti e le facce losche a ogni angolo di strada. La storia del fumetto, fateci caso, viene sempre raccontata come storia della sua gentrificazione. I suoi grandi momenti sono i saggi accademici di Umberto Eco, la creazione di Linus, il premio Pulitzer a Maus di Art Spiegelman e più recentemente la candidatura di Gipi al premio Strega. Proprio in quest’ultima occasione, nel 2014, è sorto un dibattito tra chi vedeva in quella candidatura un meritato successo per il medium-fumetto e chi considerava indegno abbassarsi per ricevere un’investitura da parte della “cultura alta”.

Affittasi graphic novel zona Pigneto
Il problema non è soltanto il rischio di perdere la street credibility, ovvero quel particolare tipo di legittimità dal basso incompatibile con la legittimità data dalle istituzioni. La questione è che a cambiare, con la gentrificazione — anche quella di un quartiere come il fumetto — è tutto quanto: la popolazione che ci abita (i lettori), i luoghi che la caratterizzano (i fumetti), i costruttori (autori, editori) e, in definitiva, il rapporto complessivo fra ciò che è centro e ciò che è periferia all’interno del quartiere stesso. Per non parlare dei piccoli e grandi truffatori che tentano di fare qualche soldo spacciando ai turisti delle imitazioni a buon mercato della attrazioni tipiche della zona, a cominciare dalla più famosa delle specialità, l’inimitabile graphic novel. Di fatto, imitabilissimo. Secondo Jean-Cristophe Menu, autore e fondatore della casa editrice L’Association, simbolo vivente degli un-tempo-malfamati-bassifondi del fumetto alternativo francese, l’editoria di oggi è piena di falsi (o cattivi) romanzi grafici. Esempio eclatante, secondo il severissimo Menu, il pluripremiato Blankets di Craig Thompson. Questione di gusti, forse, ma anche reazione umorale alla sovrabbondanza di presunti “capolavori” in circolazione. E a una definitiva perdita della misura: perché un fumettista come Zerocalcare meriterebbe di essere candidato allo Strega, com’è avvenuto l’anno dopo Gipi, mentre un autore di “romanzi di genere” come Valerio Evangelisti no?

Se il graphic novel è come un attico doppia-tripla esposizione (rispetto agli albetti-loculi) oggi gli speculatori per soddisfare la domanda sono disposti a reimpacchettare persino cose come box (strisce uscite su blog), scantinati (vecchie fanze underground) o monolocali (saghe pubblicate su giornaletti in ennemila puntate). E se degli albetti o delle fanzine autopubblicate si occupavano una volta solo i pesci piccoli, “intermediari di quartiere” come i critici fumettòfili, oggi a scriverne sono i media più lussuosi e upbeat, dai supplementi domenicali dei grandi quotidiani a Vogue a Wired. Uno scrittore cool come Francesco Pacifico non esita a scrivere su Studio della sua venerazione per Chris Ware, mentre i lettori sembrano vivere la loro personale “rivincita dei nerd”: si hipsterizzano nell’aspetto e vedono tra le loro file una crescente presenza femminile. Superate le antiche resistenze culturali, il romanzo grafico può finalmente rivendicare il ruolo che gli spetta al cuore di una nuova gerarchia delle arti contrassegnata da una peculiare “economia dell’attenzione”, nella quale il piacere della lettura non deve più fare i conti con il senso di colpa legato alla crescente fatica di leggere saggi e romanzi. In certi ambienti, il fumetto riesce a essere contemporaneamente “guilty pleasure” e consumo culturale legittimo.

I Cultural Studies hanno spesso descritto, dalla musica al fashion, l’inevitabile percorso “dai margini al centro”. La gentrificazione di una certa area — ad esempio il fumetto cosiddetto “d’autore” — sposta continuamente la linea di confine tra città e periferia. Non la elimina del tutto, perché l’esistenza della periferia resta comunque necessaria per definire, delimitare e valorizzare ciò da cui viene esclusa. Si celebra Gipi proprio perché “non è come Topolino”, sebbene a Gipi non verrebbe mai in mente di considerarsi superiore a geni disneyani come Floyd Gottfredson o Carl Barks. Ogni riconoscimento è sicuramente un segnale positivo per la Nona Arte, perché ha ricadute culturali ed economiche, e nello stesso tempo consuma una nuova rottura all’interno del medium, quella tra fumetto “alto” e fumetto “basso”, tra il fumetto che può essere candidato ai premi letterari e quello buono per le edicole, tra il fumetto da esporre nelle gallerie d’arte e quello per l’infanzia. La comunità dei lettori sembra spaccata oggi più che mai. Per ogni quartiere gentrificato, continuano a nascere nuove periferie.

Se delle fanzine autopubblicate si occupavano una volta solo “intermediari di quartiere” come i critici fumettòfili, oggi a scriverne sono i media più lussuosi e upbeat, dai supplementi domenicali dei grandi quotidiani a Vogue a Wired.

Una grandissima fumettista popolare, Lina Buffolente, si lamentò di queste contraddizioni in un’intervista alla Stampa nel 1988: “Ora abbiamo un bel fumetto, raffinato e colto (da Pratt a Toppi) con disegni stupendi ma questi prodotti sono riservati, purtroppo, a un’élite: direi che si arriva all’assurdo di mettere soggezione ai lettori, soprattutto i più giovani, con questi albi mentre invece il fumetto dev’essere innanzitutto un fatto popolare, alla portata di tutti”. Con argomenti simili, i grandi editori francesi tuonano per protestare contro la sovrarappresentazione del “bel fumetto” al festival di Angoulême. Vorrebbero che i premi rispecchiassero la realtà del mercato, che va matto per il manga One piece, e non il gusto della critica, che si è entusiasmata per Qui di Richard McGuire. Senza dubbio questo compiacimento (interessato) per ciò che è “popolare” e “autentico” rischia di assomigliare ai discorsi di chi, col pretesto di prevenire ogni rischio di gentrificazione, è disposto a lasciare le periferie all’abbandono. È facile compiacersi della mediocrità quando nei sobborghi malfamati non si vive, semmai ci si esce una volta a settimana a caccia di emozioni a buon mercato. Il rispetto per le forme popolari non ci deve far dimenticare i grandi autori “alti” che, da Lorenzo Mattotti a Manuele Fior, hanno sviluppato le potenzialità del medium e sedotto un nuovo pubblico. “Imborghesendo” un quartiere che, tutto sommato, ne aveva veramente bisogno.

Nuove frontiere
Tuttavia sono proprio le periferie che dobbiamo tenere d’occhio se vogliamo essere i primi a scorgere la nascita di qualcosa di nuovo. L’amico Valerio Mattioli ne è convinto e ne ha scritto il mese scorso su Linus: un personaggio come Ranxerox, ad esempio, nasceva come prodotto spontaneo della cultura delle borgate romane. E per quanto si possa tentare di recuperarlo e imborghesirlo, egli rimarrà per sempre profondamente coatto. Ecco, dunque, la domanda da un milione di dollari, domanda da critici e quindi, lo ammettiamo, domanda da speculatori: se il quartiere della Nona Arte sta per essere interamente assorbito dal centro, dov’è finita la periferia? Per trovarla bisogna procedere oltre: oltre l’edicola, oltre la borgata, forse persino oltre la carta. Sono gli slum il futuro nella nuova geografia urbana dell’industria culturale. Certo fumetto si sta spostando proprio lì. In questi nuovi quartieri iperpopolosi, pieni di lettori dalla minuscola capacità di spesa e scarso accesso a servizi base come le librerie. Abitanti che non devono spendere nulla per inseguire i gag-comics che girano vorticosamente sui social: se un graphic novel costa troppo, un webcomic sullo smartphone è pur sempre qualcosa. Anche quando è solo un rage comic, ovvero quella specie di strisce con faccine mal disegnate che impazzano nel mondo dei memi per social network. È la legge del capitale (culturale): se il fumetto è sempre più un bene di lusso, negli slums non c’è spazio che per una versione estremamente low cost. E quasi nessuno interessato a investirci — creativamente parlando.

Se il quartiere della Nona Arte sta per essere interamente assorbito dal centro, dov’è finita la periferia? Per trovarla bisogna procedere oltre: oltre l’edicola, oltre la borgata, forse persino oltre la carta.

Mentre ci aggiriamo verso le più estreme periferie del mondo conosciuto, esploratori alla ricerca di terre non ancora gentrificate — ammesso che esistano — cominciamo a sentirci osservati, e un brivido freddo ci percorre. Forse il problema non è solo quello dei nuovi slums culturali, creati dall’accelerata speculazione che sta rendendo Comicsberg una zona ambita dagli hipster e dai loro furbi sfruttatori. Il fatto è che il rapporto stesso fra centro e periferia ha sempre meno senso, nella città della cultura. In una recente intervista al Comics Journal, Daniel Clowes — emblema della parabola che ha portato i fumettisti dalle microproduzioni indie alla bestseller list del New York Times, passando per il MoMA — ha definito quella contro il mainstream una “battaglia persa”. “All’epoca c’era l’enorme monolito della cultura mainstream, e poi c’erano queste piccole frange che non avevano impatto su un bel niente” ha detto, aggiungendo: “Al giorno d’oggi, tutti sono in qualche strana nicchia che nessuno di noi può nemmeno comprendere”.

Ma non è questo pensiero la causa del nostro disagio, bensì il timore di esserci avventurati in una zona della città che resta pericolosa. La gentrificazione avanza, ormai da decenni, eppure sembra non concludersi mai: basta guardare il programma del Salone del Libro di Torino che quest’anno celebra l’Ariosto, Guido Gozzano, Natalia Ginzburg e la letteratura araba, relegando il fumetto a eventi marginali. Non bastano un pugno di locali alla moda per rivoluzionare un quartiere. Nella notte nera, ci pare di scorgere un’ombra sinistra. Matteo è sicuro di avere distinto il profilo di Diabolik. Raffaele insinua il sospetto che, a causa della tipica forma a pera, è più probabile che si tratti del suo collega Cattivik. È tempo di tornarcene a casa. Per salvarci dall’aggressione dell’eroe nero, confidiamo in qualche romantico avventuriero. Speriamo che Corto Maltese (e chi se non l’icona del fumetto popolare gentrificato? “Letteratura disegnata” lo definì quel nomade imborghesito di Hugo Pratt) ci ascolti. A meno che, conoscendo i nostri peccati critici, non decida per contrappasso di abbandonarci al nostro infausto destino.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di maggio 2016 della rivista Linus.

Matteo Stefanelli e Raffele Alberto Ventura
Matteo Stefanelli scrive (spesso) di fumetto – per esempio su Fumettologica e Il Post – e ha pubblicato Fumetto! 150 anni di storie italiane (con Gianni Bono, Rizzoli 2012), La bande dessinée: une médiaculture (con Eric Maigret, Armand Colin 2012), Il Secolo del Corriere dei Piccoli (con Fabio Gadducci, Rizzoli 2008). Raffaele Alberto Ventura vive a Parigi dove si occupa di marketing per un grande editore europeo. Editor-at-large di Prismo e fondatore del blog Eschaton, ha scritto per Studio, Internazionale e Minima & Moralia.

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