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Dai primi esperimenti di inizi '900 a Wake Up!, l'ultimo album di Papa Francesco, una breve storia del rapporto tra Vaticano e musica pop. Che il Fratello Metallo abbia finalmente conquistato San Pietro?

Immagino che, visto il bombardamento mediatico che va avanti da mesi, lo sappiate: Giubileo straordinario a parte, una delle ultime imprese di Papa Francesco è stato un disco ROCK. In realtà principale responsabile dell’operazione è, pare di capire, Tony Pagliuca, indimenticato leader dei catholic-proggers Le Orme, quelli del capolavoro Felona e Sorona (1973); e in generale, non è mica che Francesco si è messo a suonare una Flying V distorta davanti a un muro di Marshall: piuttosto, il disco in questione (intitolato Wake Up!, e cioè “Sveglia!”, manco fosse una compilation di monologhi di Beppe Grillo) è il solito taglia e cuci di discorsi a caso appiccicati su basi preregistrate. Ma chi se ne importa, quello che conta è che la musica del diavolo è finalmente entrata in Vaticano.

La copertina dell'album.

Che il Santo Padre abbia accolto il messaggio di Frate Metallo, il francescano che per per un periodo ha infiammato i palchi dell’altrimenti ultrapagano Gods of Metal con epici pezzi pseudo-thrash tipo Amore metallico e Dio?. Che Francesco abbia pensato che, vista la quantità di moralizzatori alla Bono di cui è infarcito l’odierno pop, fosse arrivato il momento di ribadire gerarchie e primati?

Macché. Alla fine Wake Up!, spunti prog a parte, è l’ennesimo esempio di papamusic, un genere musicale che arrivati a questo punto può vantare persino una sua storia. Perché sì, Francesco mica è il primo papa a registrare un disco. Facciamo un po’ d’ordine.

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Il primo esemplare di bootleg papale.

Agli inizi fu Papa Leone XIII: nel febbraio del 1903 decise di registrare su cilindro (il disco doveva ancora conquistare il mercato) un Ave Maria e una benedizione, dimodoché la fede potesse entrare nelle case di tutti, anche dei miscredenti accecati dall’ideologia modernista di cui il fonografo era un prodotto palese. Fu forse il primo gesto d’apertura di un ultranovantenne nei confronti dell’allora nascente industria discografica, e ad ascoltarlo ora l’effetto che fa è quello di un disco a metà tra The Caretaker e Earl Sweatshirt: una roba sporca, sgranulata e molesta. Manca solo la base hip hop e avremmo un perfetto spoken word in salsa SGRAKKIO PAPALE, come direbbe il nostro Marco Caizzi.

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La cerimonia.

Qualche decennio dopo, ecco Giovanni XXIII: il papa buono, quello della carezza ai bambini. Nel suo caso esistono numerosissimi dischi tributo, canzoni a lui dedicate, e in generale un ricco sottobosco di fanatici che, strumenti alla mano, provano un po’ a fare le sue veci. Lui in persona però, a parte un disco del 1963 che documenta il suo insediamento e i soliti discorsi spoken word, non mi risulta abbia fatto granché. La sua importanza sta piuttosto nell’essere il papa che, col Concilio Vaticano II, inaugurò involontariamente il fenomeno delle “messe beat” che poi, per ovvie ragioni temporali (Giovanni morì nel 1963) esploderanno solo sotto Paolo VI.

Fu questo l’inizio del vero catholic pop per come oggi lo conosciamo, propiziato da una figura irripetibile come quella di Marcello Giombini, compositore di colonne sonore spaghetti western e ardito sperimentatore elettronico autore tra le altre cose di questo assurdo collage noise-extraterreno chiamato Trans Vita Express, roba che manco i Throbbing Gristle:

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Catholic Industrial: Madonna che buio!

Ma la prima vera star della papamusic resta ovviamente Giovanni Paolo II. A detta del solito Bono, Wojtyla fu il “primo papa rock della storia”, ma noi sappiamo che in realtà i Decibel l’avevano già individuato in Paolo VI, mentre Patti Smith prova tuttora una morbosa passione per Giovanni Paolo I, lo sfortunato Papa Montini che restò in carica per non più di 33 giorni (Patti Smith era una stretta collaboratrice di Lenny Kaye, l’uomo che compilò la raccolta di rarità garage punk Nuggets, e quindi si vede che sotto il suo influsso sviluppò anche lei una passione per le meteore e la mitologia del loser).

La discografia di Giovanni Paolo II è notevole: inizia nel 1977 – in piena era punk – con A Message of Peace, un accattivante picture disc contenente suoi sermoni con accompagnamento classico e il famoso Papal Theme riadattato da Chopin. Nel 1979, al culmine della popolarità, riesce incredibilmente a entrare al numero 126 di Billboard con il disco Sings at the Festival of Sacrosong; come le vere rockstar, decide a quel punto di sfruttare il momento con un album dal vivo in terra straniera, intitolato Live in America e uscito per la sospetta Bethlehem Records (!!!). Per tutti gli anni ’80 e ’90, a suo nome usciranno numerosi dischi per le etichette più disparate, senza che però nessuno di questi riesca a ripetere l’exploit di Sacrosong. Insomma, anche il primo papa rock della storia rischiava di fare la fine dell’ultimo degli one hit wonders.

La svolta arriva in occasione del Grande Giubileo del 2000, stabilendo quindi un precedente a cui come abbiamo visto si atterrà anche Francesco: nel 1999, Giovanni Paolo II pubblica Abbà Pater, che già dal titolo lascia intendere strizzatine d’occhio al pop più mainstream (gli Abba insomma), e che finalmente segna il rientro di Wojtyla nella Top 200 di Billboard (arenandosi però al numero 175).

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Ascoltiamo.

Chiaramente, in Abbà Pater il ruolo del papa è molto marginale. Avendo Giovanni Paolo II di meglio da fare, a concepire il disco ci pensano personaggi come Leonardo De Amicis, meglio conosciuto per essere uno storico collaboratore di Riccardo Cocciante, mentre tra gli ingegneri del suono troviamo Gianluca Vaccaro, quello di The Niro e Max Gazzè (e pure di Ambra). Il risultato è un mischiotto ambient/new age/world in cui i discorsi campionati del papa vengono accompagnati da canti liturgici che fanno molto Enigma. Ma ci sono anche piccole sorprese come il semi-acidone + Inti Illimani di Vieni Spirito Santo, e il quasi-trip hop con influenze dub di Padre della Luce.

I trionfi commerciali di Wojtyla spinsero il suo successore, il celeberrimo e mefistofelico Benedetto XVI, a replicare nel 2009 con Alma Mater, che già dal titolo è la risposta di Ratzinger al successo di Abbà Pater. Dotato di una voce più suadente e maliziosa di Giovanni Paolo II, Benedetto si cimenta in inni e preghiere con cori e musiche a cura della Royal Philarmonic Orchestra e dell’Accademia Filarmonica di Roma, e i risultati sono controversi come la fama del suo autore: a volte, durante il cantato, sembra che per evidenti motivi di cut and paste la voce del nostro sia “stretchata” più del dovuto, cosa che rende il tutto molto artificiale. Ma quando Ratzy recita in tedesco, be’ ragazzi: salgono i brividi krautrock sulla schiena, poco ma sicuro!

Personaggio controverso, poco amato dalle platee alternative ma oggetto di un culto tutto particolare da parte delle frange più borderline dell'underground scoppiato, Ratzy ha infine scelto l'isolamento per lasciare le luci della ribalta al nuovo idolo dell'indie più pulitino e perbenista.

La carriera di Benedetto XVI è stata come sappiamo molto breve, interrotta nel 2013 da un clamoroso ritiro dalle scene. È un peccato che nei suoi anni sotto i riflettori, Ratzy non abbia tentato altre soluzioni in modo da rimediare al poco convincente Alma Mater. Assai più del già citato Frate Metallo, aveva il physique du role del metallaro, come dimostra il suo fan club che negli anni ha inondato il mercato di merchandise in perfetto stile gotico-black. E dire che alle spalle aveva pure l’etichetta giusta! A pubblicare Alma Mater era stata infatti la Geffen, la stessa di Nirvana e Sonic Youth. Personaggio controverso, poco amato dalle platee alternative ma oggetto di un culto tutto particolare da parte delle frange più borderline dell’underground scoppiato, Ratzy ha infine scelto l’isolamento per lasciare le luci della ribalta al nuovo idolo dell’indie più pulitino e perbenista: l’argentino Mario Jose Bergoglio, in arte Papa Francesco.

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Ritorno alla tradizione.

A prima vista, Francesco di rock ha meno che zero: altro che eccessi e vita al limite, lo guardi e ti dà l’idea di essere uno che invece che il vino beve un succo di frutta ACE. E il nuovo album Wake Up! ne è la dimostrazione: a parte la title track, che con i suoi accenni epic rock ricorda un po’ l’ultimo dei Pooh, per il resto è poca roba. La presenza nel team di produzione di Tony Pagliuca non basta, così come non aiuta l’intervento di personaggi minori come Giuseppe Dati, e di musicisti come Lorenzo Piscopo dei fiorentini Anhima, a suo tempo prodotti da Gianni Maroccolo di Litfiba e CSI.

La ricetta, a parte saltuari momenti WTF (fiati alla Zappa, elettronica che fa pensare a una versione edulcorata di Kode 9), è la stessa del wojtyliano Abbà Pater, un titolo che a questo punto vale sul serio come disco-spartiacque di un genere intero: inni cattolici (ma questo lo potevamo immaginare), tappetoni ambient, world music tarocca da mercatino peruviano. Il deus ex machina dell’operazione, Don Giulio Neroni, è lo stesso dei precedenti firmati Giovanni Paolo e Benedetto, e pare proprio ascolti solo musica per ascensori. Certo, la deriva che sta prendendo il pop anni ’10 (comprese le sue declinazioni indie) sembra dargli ragione, ma nella discografia dei papi Wake Up! si segnala subito come un titolo minore, per quanto l’autore del disco goda di una copertura mediatica a confronto della quale persino l’ultrapresenzialista Wojtyla impallidisce, ovunque egli si trovi ora.

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Wake Up! Go! Go! Forward!

Per chiudere, mi piace segnalarvi – a mo’ di bonus track – un ultimo album, firmato da uno dei più discussi protagonisti della Chiesa a cavallo tra anni ’80 e primi 2000, che qualcuno immaginava addirittura potesse salire al soglio pontificio e così diventare il primo “papa nero” della storia: l’esorcista, guaritore ed ex-arcivescovo africano Emmanuel Milingo.

Milingo è stato protagonista di una delle più avvincenti saghe vaticane: scandali, conversioni, matrimoni, e infine una scomunica che nel 2009 ha messo fine a una telenovela che durava da anni. Ovviamente, grossa fu la delusione degli appassionati di vati-gossip, ma anche dei fan di papamusic: perché Milingo già nel 1995 registrò un album – pubblicato nientemeno che dall’etichetta di Lucio Dalla, la Pressing – composto esclusivamente da pezzi originali, in cui il monsignore dello Zambia spiattellava la sua passione per l’afrofuturismo e i ritmi ballerini dell’afrobeat.

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Gubudu gubudu, 1995.

Che sia anche per questo che Milingo è stato infine fatto fuori? Forse la sua proposta musicale era troppo eversiva rispetto ai canoni classici della papamusic? Che è pur sempre un genere musicale come un altro, insomma un puro prodotto discografico. E l’industria discografica, lo sappiamo, è un mondo spietato, in cui poco spazio viene lasciato agli outsiders e dove qualsivoglia messa in discussione dei canoni prestabiliti viene prontamente censurata e ricondotta all’ordine. Non è un mondo dove sono ben accetti gli eretici, diciamo. In questo, è molto simile a quel posto che si chiama Città del Vaticano.

Demented Burrocacao
Demented Burrocacao vive a Roma, quartiere di Torpignattara. Scrive per VICE e nel frattempo suona, disegna, recita, e tiene lezioni sui messaggi subliminali negli album dei Pooh.

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