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È un’artista, una maga, una creatrice di video virali. Si definisce “una creatrice di miti” e addestra topolini. Indossa una maschera e può plasmare la realtà. Dobbiamo avere paura di Zardulu?

La leggenda di Zardulu nasce a fine 2015 ma è solo il 25 gennaio 2016 che vede veramente la luce, quando il podcast Reply All dedica una puntata a uno strano caso che incrocia magia e fenomeni web virali. Tutto comincia con la testimonianza di Eric Yearwood, giovane attore dell’Upright Citizens Brigade Theatre (UCB) di New York, che lo scorso autunno aveva ricevuto la proposta di diventare il protagonista di un video virale: doveva seguire pochissime indicazioni dategli e avrebbe ricevuto duecento dollari. In più, racconta, era rimasto affascinato dalla sua datrice di lavoro, che si era presentata all’incontro indossando una maschera e un’assurda veste da santone, parlandogli di un grande evento al quale avrebbe potuto contribuire accettando la sua proposta. Questa persona si faceva chiamare Zardulu, era un’artista con un’aura magica e il suo laboratorio era pieno di topi addestrati. Uno di questi animaletti, il preferito da Zardulu, si chiamava Whiskers.

Affascinato dall’incontro, Eric accetta il lavoro e i 200 dollari. Poi segue il copione stabilito: si reca in metropolitana, cosparge il suo iPhone di burro di arachidi e lascia che Whiskers faccia il suo lavoro. Eric finge di distrarsi e prendere il sonno, il topo interviene e compie il suo gesto virale: si scatta un selfie.

Lo riconoscete? Stiamo parlando di Selfie Rat, un video virale di qualche mese fa.

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Passa qualche giorno ed Eric è ancora ossessionato dalla figura di Zardulu, il suo assurdo studio-laboratorio (pieno di topi, certo, ma anche di maschere e “un vestito fatto di capelli umani”). Un bel giorno un altro video compare in rete: mostra un’altra prodezza di un topo, che questa volta scende le scale di una stazione della metropolitana newyorchese trascinando dietro di sé una fetta di pizza. La clip ha un successo incredibile, finisce nei giornali e in televisione, dimostrando in qualche modo l’equivalenza metropolitana + pizza + topi = NYC.

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Fino a questo punto nessuno conosceva Zardulu e il mondo credeva nella magia di Pizza Rat, un topo di fogna go-getter incarnante lo spirito della metropoli e dei suoi abitanti. Il sogno finisce a gennaio quando uno scoop del sito Gothamist svela l’hoax (la bufala) di Pizza Rat e Selfie Rat, smascherando Yearwood e facendo il nome di Zardulu. Qualche mese dopo, arriva la citata puntata di Reply All e la leggenda zarduliana sorge sulle nostre vite. Oggi viviamo nel suo mondo, quindi è il caso di spiegare cosa diavolo sia Zardulu.

Zardulu è un’anonima artista newyorchese sempre vestita con tuniche dal vago sapore mistico e assurde maschere. Chiunque essa sia, è impegnata nella creazione di “miti moderni”, vicende leggendarie con un fondamento di verità (bufale, potremmo chiamarle, architettate per diffondersi nei social media e imporsi nella vita di una città), o leggende, se siete persone poco maliziose. Zardulu ha cominciato con i topi e qualche stunt sorprendente, piccole cose che però hanno a) fatto parlare di se stesse per mesi e b) creato miti anfibi tra il mondo reale e quello digitale. Lo zardulismo mira a creare un mondo onirico dove tutte le cose vere potrebbero essere non vere, e viceversa: “Un tempo le persone consigliavano di non credere a tutto quello che si vede. Nel mondo di Zardulu non si potrà più credere a QUALSIASI COSA si veda”, recita un suo tweet. La sua presenza sui social è piuttosto recente e consta di frasi apocalittico-lollosine e fotografie di ratti. Il suo nome su Twitter è @iamthemythmaker (“Sono colei che produce miti”) e il suo avatar è… beh, eccolo:

Per capirci qualcosa, torniamo a Pizza Rat: a differenza di Selfie Rat, il fenomeno è nato dall’esterno della cerchia zarduliana, precisamente da Matt Little, un passante che ha ripreso la scenetta e assicura di non essere “complice” dell’artista. Nel corso della puntata della citata puntata di Reply All, i presentatori gli chiedono di ricordarsi quella storica giornata – dettagli sospetti, strane presenze. Il dubbio si insinua anche nella mente del testimone chiave, che sembra domandarsi E se quello che ho ripreso, una cosa vera perché l’ho vissuta in prima persona, fosse invece FINZIONE? D’altronde, di questi tempi chi può dirlo? Little è stato solo un ragazzo veloce a fare un video o faceva parte di una cospirazione per la quale doveva girare quel video? Ecco il mito zarduliano all’opera, un cortocircuito tra realtà e fantasia favorito dai social media. Non a caso Yearwood, che ha conosciuto La Potentissima di persona, non ha dubbi: “È un bene che Zardulu usi i suoi poteri per fare del bene”, dice restando tremendamente serio, “perché se li usasse malvagiamente sarebbe terribile”. Ma quanto terribile? Per esempio, potrebbe “creare miti per disorientare il nostro governo, mandare all’aria le infrastrutture, generare isteria di massa. Credo che potrebbe causare l’Armageddon”.

Ok.

A chi cerca di smascherarla, la Potente risponde con una domanda: “Perché risvegliare il mondo da un bel sogno quando la realtà è così grigia?”, per poi smettere di collaborare. Non è interessata alle “nostre” indagini e al debunking, quelli sono tutti ostacoli per la sua magia di massa. Lo zardulismo agisce quindi nel limbo tra il credibile e il non credibile, non accettando dubbi o scetticismi.

Una settimana dopo il caso Pizza Rat, ecco un altro video, questa volta di due ratti alle prese con una pita. A filmarlo è stata Laura Duch, altra passante ignara, altra ospite di Reply All. Duch sembra la testimone perfetta: distante dall’evento, che ha ripreso solo perché era strambo. Pur non avendo alcuna connessione con la Potentissima, anche la donna finisce per avere dubbi sul video girato, spingendola a chiedersi se quel che ha visto di persona fosse finzione oppure una bizzarria. Durante l’intervista con PJ Vogt e Alex Goldman, presentatori del podcast, ricorda che in effetti mentre riprendeva i due topi, vicino a lei c’era un personaggio (“sembrava senzatetto”) intento a dire frasi assurde e dare da mangiare alle bestioline; poco più in là, una signora allontanava i curiosi dalla scena in modo da permetterle di riprendere il tutto al meglio. Tutte cose che erano passate in secondo piano davanti alla doppia manifestazione di Pizza Rat. Tutte cose che puzzano di Zardulu.

I pochi testimoni della Potente Zardulu raccontano di averla vista alle prese con dei pesci, oltre ai ratti. Non a caso, lo scorso novembre, sempre a New York, qualcuno ha pescato da un fiume un sospetto pesce gatto a tre occhi, icona simpsoniana divenuta realtà. Questa volta, come ha spiegato il New York Times, l’attore complice dell’impresa di Zardulu è stato Greg Boz, altro giovane attore in erba, come Yearwood. E, ancora, di animale in animale, qualche settimana dopo l’exploit di Pizza Rat, è arrivato anche Bagel Pigeon, un piccione con un bagel a mo’ di collana, altra coppia di elementi newyorchesi fusi assieme. Questa volta è stata Zardulu stessa a rivendicare l’opera su Twitter:

Nell’articolo citato del New York Times, il professore Frinn Brunton della New York University ha sottolineato come il zardulismo sia “simile alla magia. Si creano degli eventi che divertono le persone rendendole felici di vivere in un mondo in cui succedono fatti simili. Ed è come se fosse davvero così, almeno finché non si racconta la verità”. Zardulu non è però una maga: somiglia di più a un incrocio tra un artista concettuale e uno stagista di BuzzFeed, con la sua ossessione per gli argomenti trending e chiacchierati. La realtà le importa poco, è soltanto la leva da azionare per creare una credenza di massa, un’illusione. Un mito virale.

“Everything is a hoax”
La viralità è per definizione un fenomeno spontaneo e incontrollabile: succede e basta, come il passaparola. A volte può essere incentivato ma non si può produrre in laboratorio, come dimostrano alcuni fallimentari tentativi da parte di alcuni brandi di diventare virali. Eppure questa naturalezza intrinseca non esclude l’esistenza di fenomeni virali contraffatti, materiale fatto in casa che viene poi rilasciato nella bolgia online, sperando che il passaparola faccia il resto. Negli ultimi anni molti fenomeni virali si sono rivelati delle messinscene o dei falsi diffusisi a causa alla loro unicità. Prendiamo il video “Worst Twerk Fail EVER – Girl Catches Fire!”, clip casalinga in cui una donna bianca alle prese col twerking prende per un attimo fuoco dopo essere caduta su delle candele.

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Il video è uscito nel 2013, al momento giusto, ovvero all’albore del twerking nel mainstream. E accontentava tutti, sia gli assetati di lulz che gli hater. Qualche giorno dopo l’esplosione del fenomeno, Jimmy Kimmel, presentatore di un late show americano, ha svelato al mondo un piccolo segreto: la clip era stata progettata dagli autori della trasmissione, non era che una viral hit transgenica.

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Quello di Kimmel è un esercizio artistico in grado di far morire di invidia molte agenzie pubblicitarie. Ma il comico non è solo: un suo collega più giovane, il canadese Nathan Fielder, vive da tempo sospeso nel confine tra “noiosa realtà” e “incredibile viralità”. Nella sua serie Nathan For You interpreta un consulente professionale idiota alle prese con clienti in crisi, che cerca di rilanciare con trovate sempre più assurde e fallimentari. Essendo lo show una parodia di un docu-reality alla DMAX, ogni scena è girata in un vero negozio, la scena stessa è il mondo e le comparse sono i passanti. Quando in una puntata deve rilanciare un piccolo zoo, la sua idea è di realizzare un video virale, che viene girato e messo davvero su Youtube, senza alcuna informazione riguardante la serie. Nel video si vede un maiale nuotare in uno stagno per salvare una pecora. Quello che non si vede – non subito, almeno – è la corsia di plastica sottomarina trasparente su cui il maiale cammina.

Quello del “Petting Zoo Hero” è il primo successo virale del programma, che l’anno successivo replicherà con “Dumb Starbucks”, un bar californiano “rilanciato” attraverso un rebranding che si gioca tutto sull’accostare il termine “scemo” all’iconografia di Starbucks. Pur essendo stato registrato come “galleria d’arte”, il locale è durato poco anche per questioni legali con la multinazionale. È stato però un successo e per qualche giorno i siti di news ne hanno parlato come fosse vero (toh, Elon Musk ne conserva pure una mug originale). Nathan For You aveva distorto ancora una volta la nostra percezione della realtà, piegandone il tessuto e spingendo tutti a chiedersi: “Quale sarà la sua prossima mossa?” e “Le prossime cose insolite che vedrò saranno reali oppure no?”.

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Il zardulismo sembra provenire da questi esperimenti comici, solo che al posto di uno stand-up comedian troviamo una figura tetra e mascherata – che la differenza non è poi così grande. Ma l’artista e la sua visione ricordano anche una figura più affine al mondo della magia, James Randi, mago americano houdiniano che per decenni ha fatto da smascherato magie e incantesimi vari. Secondo The Amazing Randi la magia non esiste e i veri incantesimi sono trucchetti dimostrabili in qualche modo. Ed è questo il bello, la potenza della nostra persuasione, la facilità con cui si può ingannare il cervello umano. Per capirci qualcosa basta guardarlo in questa TED Talk mentre si cimenta in un discorso zeppo di illusioni e imbrogli al pubblico: nulla è come sembra e il pubblico deve stare attento.

Zardulu e Randi si muovono sulla stessa fune sospesa nel vuoto, che percorrono in direzioni opposte. Randi ha sempre rifiutato il ruolo di mago preferendo il termine conjurer (prestigiatore), mentre Zandulu è un’illusionista pronta all’era dei social, decisa a cambiare il mondo con trucchetti parruccati da miracoli. Il zardulismo non necessita di capacità soprannaturali, esige solo tempo e capacità di persuasione; ha vita facile perché noi, il pubblico, siamo pronti a credere alle sue favole.

Il risultato è opposto alla sospensione dell’incredulità tipica del cinema. Nel mondo post-Zardulu il trucco può essere ovunque e chiunque, ogni cosa buffa online potrebbe essere stata creata ad hoc da una persona mascherata e i suoi ratti e a noi non rimane che assistere, annegando nel nostro scetticismo. Oppure, lasciarci andare a queste piacevoli menzogne, accettarle e sorridere. Dev’essere così che ci si sente quando si fa parte di un mito.

È un meccanismo potente che in quella puntata di Reply All viene smascherato chiaramente quando Matt Little, l’autore del video di Pizza Rat, dopo tutti i dubbi e i ripensamenti sbrotta: “Ma chi ha tempo di fare una cosa del genere?”.

Che domande. Ce l’ha Zardulu.

Pietro Minto
Caporedattore di Prismo, collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera e Rolling Stone. Ha una newsletter che si chiama Link Molto Belli.

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