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Meno fredda, meno obliqua: su Girl in a Band, il memoir autobiografico dell'ex bassista dei Sonic Youth.

La prima volta che ho visto Kim Gordon è stato in fotografia. Con la testa piegata sul basso e il resto dei Sonic Youth radiati dal fotogramma, mi era sembrata ruvida e attraente, ma soprattutto fredda e obliqua. Che è il modo in cui ho sempre pensato a lei, anche se è molto diverso da come si comporta sul palco.

Leggendo Girl in a Band, il memoir pubblicato da HarperCollins via Dey Street Books, penso che in realtà avrei fatto bene a fermarmi a quella prima impressione. Che malgrado la concitazione, l’occasionale rabbia e il definitivo stridore che esprimeva dal vivo con lo strumento e la voce, niente poteva negare l’impressione superficiale che Kim Gordon fosse soprattutto quello: una donna formata da sempre, che se ha avuto qualche ingenuità da ragazza è stato per poco, e non solo padrona di sé, ma anche capace di fare da traino al resto della band. Disciplinata e aerodinamica rispetto a qualsiasi tipo di indulgenza: sopra ogni cosa, era quella rabbia disinteressata alla macerazione adolescenziale a vincermi.

Per farla breve, Kim Gordon era il tipo di donna mi auguravo di essere, nonostante non abbia mia saputo cantare, suonare o abbia mai fatto parte di una band. Lei e Kim Deal, pure con esiti diversi, erano l’emblema di come si stava in un collettivo di solitudini orchestrate senza avere la peggio (nel caso di Kim Deal poteva sembrare, ma il dopo Pixies dimostra che non è così). Nessuna delle due era Nico, e forse non è un caso che questa abbia avuto la carriera da solista più interessante.

Sono sempre stata affascinata ai rapporti di potere all’interno di un gruppo, alla volontaria sottomissione del proprio talento al vaglio degli altri  e alla continua correzione delle proprie idee che questo comporta. È un’alchimia fragile, che dura necessariamente per intervalli.

Nel caso dei Sonic Youth è andata avanti a lungo, e penso che questo sia riuscito a prescindere dal matrimonio tra Gordon e Moore. Per tanto tempo, anzi, mi sono illusa che fosse lei la chiave dell’equazione.

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Sonic Youth: Shadow of A Doubt, dall’album Evol (1986).

I rapporti tra musicisti mi incuriosivano soprattutto se si instauravano in presenza di generi diversi: non aveva senso fingere che nei Pixies e nei Sonic Youth non ci fosse una donna, perché c’era. Ma se la misoginia e la frustrazione di Frank Black rispetto a Kim Deal era netta e visibile, gli altri Sonic Youth sembravano tutti pressoché solidali e devoti a quella che agli occhi del pubblico indipendente era diventata una dea: uno se l’è sposata; gli altri hanno dato sempre l’impressione di averla ascoltata. A un certo punto, sembrava addirittura che lo schieramento si disponesse sul palco attorno a lei.

Nelle prime pagine del memoir, Gordon racconta cosa è successo durante l’ultimo show della band a un festival a Itu, in Brasile: «I Sonic Youth sono sempre stati una democrazia, ma tutti avevamo dei ruoli. Presi il mio posto al centro del palco. Non avevamo iniziato così, e non sono sicura di quando siano cambiate le cose. Era una coreografia che risaliva ai tempi del contratto con la Geffen Records. È stato allora che abbiamo scoperto che per le grandi etichette la musica conta, ma conta molto anche l’aspetto della ragazza. La ragazza catalizza lo sguardo maschile, domina il palco e – questo dipende da com’è fatta – fissa lo sguardo sul pubblico a sua volta».

Questa è la prima delle mie già incerte illusioni a venir meno durante la lettura. Ma, come ripeto, non aveva senso far finta che nei Sonic Youth non ci fosse una donna: parte della mia ammirazione era dovuta al fatto che lo fosse, parte della mia frustrazione legata al fatto che non volevo necessariamente soffermarmici.

«Quando ho iniziato a suonare ero molto consapevole dei miei movimenti. Cercavo di non rovinare tutto col basso, sperando che non saltassero le corde, e che il pubblico si divertisse. Ma non ero consapevole di essere una donna, e posso candidamente ammettere di non pensare mai alla mia “femminilità” se non quando indosso i tacchi alti, e anche in quel caso mi sento più un travestito che altro. Quando sono davvero concentrata sul palco, sento uno spazio dai bordi acuti, un’aura di fiducia in me stessa, una sensualità gioiosa. Sembra tutto incorporeo, c’è una grazia senza peso che non richiede sforzi. Prima che firmassimo con la Geffen, non ho mai pensato di dover fare la donna».

Forse il trucco stava nel fare come Kim Gordon stessa, e giocare con lo sguardo maschile – con lo sguardo degli altri in generale – senza rinunciare a una propria legittimità e cedere il passo alla condiscendenza.

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Sonic Youth: Kool Thing, dall’album Goo (1990).

Desiderare di essere Kim Gordon, ovviamente, mi ha avvicinata a un certo pensiero femminista, che con il tempo ha lasciato residui inefficaci e sempre meno romantici. È quello che chiamo femminismo automatico: l’istintivo fastidio quando invece di scrivere un memoir sulla sua formazione e ambizione, Kim Gordon lascia spazio alla moglie tradita e amareggiata e sovrappone allo scioglimento della band la dissoluzione del suo matrimonio di ventisette anni con Thurston Moore. Addirittura, dedica le prime e ultime sezioni del libro a raccontare il declino di Moore come partner e in fondo come uomo. È un tono che ha inficiato la lettura del resto e non per una forma di indulgenza o di rispetto per la privacy dell’altro, ma perché col cavolo che avrei riservato tanto spazio all’uomo da cui ho divorziato. Insomma, questo è il libro della mia vita.

Il mio femminismo automatico a volte è moralista, altre semplicemente ottuso, e si arrabbia perché ritiene che Kim Gordon contraddica il lavoro fatto in anni e quel dominio su di sé che la rendeva così speciale. Perché la storia del suo talento e della sua passione deve essere abdicata alla fine di una relazione? Mi fa venire in mente quel passaggio de Il Giardino dei Dissidenti di Jonathan Lethem in cui la protagonista Rose non solo viene espulsa dal Partito Comunista americano per eterodossia, ma viene ridicolizzata perché malgrado la militanza e il piglio da eroina, «Un uomo. Tutto quel che ti è successo è stata colpa di un uomo. Per essere una rivoluzionaria il tuo cuore spezzato è terribilmente banale Rose».

Il fatto è che Kim Gordon, oggi lo capisco meglio, non ha mai avuto pretese da rivoluzionaria, e pur essendo molto lucida sugli ingranaggi dell’industria musicale, non ha pensato di sconvolgerne le regole: semmai, ha cercato solo di renderla più colta. Discutere gli stralci sul divorzio tra Gordon e Moore è noioso: sono stati già pubblicati da qualsiasi mensile ad alta tiratura in cui Kim Gordon va a ricoprire la quota dell’artista amica delle passerelle che anche i non eruditi del noise possono capire; la musicista complicata ma democratica, distaccata ma col cuore spezzato come tutte le altre.

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Sonic Youth: Bull in the Heather, dall’album Experimental Jet Set, Trash and No Star (1994).

Kim Gordon è  nata a Rochester, a nord dello stato di New York, e ha trascorso l’adolescenza a Los Angeles, con un’interruzione di un anno quando il lavoro da accademico del padre l’ha portata a vivere anche a Hong Kong. Il padre, uomo alto e robusto somigliante a William Burroughs che faceva il sociologo, viene esplicitamente preferito alla madre che invece faceva soprattutto la moglie, nonostante avesse ambizioni artistiche espresse nella confezione di vestiti; un talento che in Kim Gordon si è tradotto nel piacere di abbigliarsi a casaccio e di tentare più soluzioni possibili. I Gordon sono una famiglia di accademici e non da showbiz in un periodo in cui a Los Angeles la distinzione era già importante.

Dai ricordi selezionati per descrivere la propria pubertà e adolescenza, si intuisce che è stata una ragazza timida ma molto fisica – «Da ragazzi, io e miei amici camminavamo dentro i tubi di scarico che finivano direttamente nell’Oceano Pacifico. Erano enormi e pieni di eco; puzzavano di vecchiaia, sale incrostato e alghe marce; un flusso d’acqua poteva inondarci in qualsiasi momento»; «Camminare per le strade di Hong Kong era come prendere parte a una rivolta al rallentatore» – la cui esuberanza sessuale era contenuta dalla madre: «Mia madre diceva che ai ragazzi possono piacere le ragazze per il loro aspetto, ma era il loro cervello il passaporto per una relazione più soddisfacente. Un consiglio che mi causò ogni tipo di nevrosi e che, in ogni caso, era falso».

I genitori di Gordon, non particolarmente calorosi, subivano l’attrazione gravitazionale del figlio maschio malato di schizofrenia. Era un periodo in cui si scivolava dall’eccentricità alla malattia mentale senza scatenare campanelli di allarme e Keller Gordon è stato disattivato dai propri familiari a lungo: ogni volta che vessava la sorella, si limitavano a dirle di colpirlo più forte.

La musicista riconduce la sua timidezza e la sua codipendenza da uomini narcisisti direttamente a Keller – brillante, controverso, audace. Il rapporto tra i due ricorda molto quello tra la protagonista di Versioni di Me di Dana Spiotta e il fratello, un musicista non realizzato che si rifugia in un mondo di fanzine e Chronicles immaginarie prima di sparire dalla scena. È bizzarro, ma quando prendo il libro per darci un’occhiata, mi accorgo che c’è un blurb proprio di Thurston Moore: «Versioni di me è un romanzo rock’n’roll senza pari, dove il desiderio di posterità si mescola alla fantasia, e identità e memoria rischiano sempre di andare fuori controllo». Con le informazioni di cui dispongo oggi, l’endorsement al libro della Spiotta mi mette una malinconia indicibile: mi sembra impossibile che leggendolo Moore non abbia pensato a sua moglie che, come la protagonista, in qualche modo si trova ad affrontare la parte di quella che ricorda e che resta.

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Sonic Youth: Protect Me You, dall’album Confusion is Sex (1983).

Abituati come siamo ad associarla alla scena newyorchese dei primi anni ottanta, quelle sulla formazione di Kim Gordon sono forse le pagine più belle di Girl in a Band, scevre da amarezza e pettegolezzi, perché fanno intuire che altre direzioni avrebbe potuto prendere. Ammesso che ce ne fossero: nella prima foto che ho visto di lei, quel che mi piaceva era la sensazione quasi tattile che una del genere sapesse sempre chi e cosa voleva rappresentare.

«A volte credo che su un certo piano, sappiamo la persona che saremo nella vita. Trovo strano quando incontro persone che non sanno cosa vogliono. Anche quando ero una ragazzina che modellava creta alla UCLA, sapevo che volevo essere un’artista. Nient’altro contava». Dopo una serie di tentativi con la danza, corsi universitari sperimentali e fidanzamenti di breve durata, Kim Gordon decide di trasferirsi a New York. A consegnare l’ingresso per quella città in cui tutti erano sensibili e poveri – chi non lo era presumo che nei memoir pubblicati ad anni di distanza si senta in dovere di dichiararlo – è stato un evento meccanico, non romantico: il rimborso dell’assicurazione per un incidente stradale le frutta diecimila dollari che Gordon investe in un appartamento scalcinato con la vasca da bagno in cucina (anni dopo, Jennifer Egan prenderà in giro quel tipo di appartamenti e cosa sono diventati ne Il Tempo è un bastardo, ma New York a quel punto è già una città che Gordon definisce sotto steroidi).

I giorni newyorchesi sono riconoscibili: gli appartamenti con gli scarafaggi, i netturbini sempre in sciopero e le passeggiate lontane dai vicoli per evitare l’assalto dei ratti. Gordon frequenta la gallerie in cui prima o poi finirà con l’esporre i propri lavori – gallerie che da Soho si trasferiranno a Chelsea – e per la seconda volta si ritrova a fare da segretaria al famigerato Larry Gagosian. A quel punto, era già molto amica dell’artista Mike Kelley e aveva tentato di far parte di band solo femminili – era il periodo in cui andavano di moda le Malaria! – in ottica concettuale, senza grande successo. A dimostrazione di quanto Kim Gordon fosse cool nel senso letterale del termine, c’è il modo in cui racconta la cena in un diner con Johnny Thunders e altri conoscenti: «Penseresti che è stata la nottata più fica della mia vita, ma non lo fu. Per me, una ragazza dal sud della California, bianca, di classe media, Johnny Thunders era solo un tossico stanco» (il fatto che lui le diede della quattrocchi non deve aver aiutato).

Rispetto a una Patti Smith che cannibalizzava qualsiasi mito a disposizione, le icone di Gordon erano meno romantiche e ovvie. Finché non è arrivata la No Wave – lì c’era qualcosa che poteva usare – e finché non è arrivato lui: «C’era qualcosa di selvaggio, ma non troppo, in Thurston. Suonava la chitarra in maniera libera e sfrenata, ma provenivamo da due background borghesi molto simili… sin dall’inizio sapevo che la nostra relazione non si sarebbe basata su idee condivise sull’arte: la nostra relazione somigliava più all’intersezione di due linee separate. Unendoci, avremmo creato qualcosa che prima non c’era, e di più grande».

L’incontro tra il ragazzo che era arrivato a New York per scoparsi Patti Smith, appunto, e che restò impressionato da Gordon perché indossava occhiali fatti in casa con la visiera scura e fece scaturire una canzone come Cotton Crown – «you got a carnal spirit spraying, I’m going to laugh it up» – viene rivissuto in maniera concisa, ovviamente condizionato dal senno di poi, e affidato all’aneddoto della chitarra: la prima sera che dorme nell’appartamento di Gordon, Moore riconosce uno strumento regalatole o affidatole da qualche tizia della scena perché lo aveva suonato o tenuto in ostaggio per un po’ anche lui. Una coincidenza ma, col senno di prima, abbastanza suggestivo da credere che lì ci fosse davvero qualcosa. E di fatti c’è stato.

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Sonic Youth: Cotton Crown, dall’album Sister (1987).

Dell’incontro con Lee Ranaldo a uno show di Glenn Branca, della scelta del nome Sonic Youth, dei primi show ruvidi e a vuoto che però incuriosivano la stampa; della successione di dischi, del tour con gli Swans, del passaggio alla Geffen, delle cause legali, dell’anno in cui l’indie ruppe tutto, di come Kim Gordon sia diventata la madrina benevola di Kurt Cobain e riluttante di Courtney Love – in mezzo agli insulti che le riserva c’è uno spiraglio di empatia quando riconosce la fatica che deve essere stata vivere il cordoglio in maniera costantemente vigilata – della nascita di Coco, delle apparizioni in Una mamma per amica per farla contenta, del trasferimento in New England che ha privato Moore delle energie nervose e cittadine che sentiva necessarie, dei Sonic Youth che sono una democrazia e che se due componenti non funzionano più allora non possono andare avanti, dei comunicati stampa e i concerti di commiato, di tutto questo chi legge Girl in a band sa già abbastanza. Non a caso, i capitoli dedicati a tali circostanze sono meccanici e concisi, tranne quando si parla di Coco o di Kurt Cobain: in entrambi i casi, si tratta di maternità.

Poco dopo aver letto Girl in a Band, sono andata a vedere una mostra al Pompidou sull’evoluzione dei linguaggi artistici dagli anni ottanta in poi. Nella sezione dedicata al rapporto tra arte contemporanea e musica d’avanguardia c’è il vinile di Daydream Nation. Guardandolo, mi rendo conto che senza Kim Gordon il disco non avrebbe quella copertina, una delle candele di Gerhard Richter. È uno dei contributi più superficiali ma anche più importanti della musicista alla band di cui ha fatto parte: sarebbe stato molto più semplice mettere in copertina una candela semisciolta e spenta, ma anche falso e poco evocativo.

Poco oltre, c’è un video con una performance di Mike Kelley, storico amico di Kim, un artista e musicista «innamorato dell’inaccettabile» che discute con altri membri di un gruppo estemporaneo qualche procedura sonora. Mi sono seduta a guardarlo, e ho visto solo linee interrotte e interferenze amatoriali – così lo-fi da essere quasi l’antitesi del lo-fi, perché di fatto ti sembra di percepire tutto il calcolo e le misure con cui calibrare la spontaneità – ed è stato un po’ come assistere a una conversazione tra pesci. Un po’ come leggere questo memoir, in cui ogni cosa ha il suo posto ma sembra riluttante a esserci e rimane in fondo segreta.

In realtà, non ho letto Girl in a Band con la pretesa che fosse vitale – come poteva esserlo, considerati gli eventi recenti – o con la speranza che rilasciasse parte di quella terribile energia dei Sonic Youth, quella frammentarietà urticante e che però ogni volta ti graffiava qualcosa via dal corpo. Per quanto uno lo desideri, non si può ridurre un musicista al suo lavoro, la sua vita a quella coerenza, e quindi Kim Gordon a una band. Il titolo del libro serve proprio a indicare una differenza: una ragazza nel gruppo. Senza il gruppo, la ragazza resta. Ammaccata, forse, ma resta. Anche quando dice: «Non penso di essermi mai sentita più sola in tutta la mia vita», quando si prepara a suonare per l’ultima volta con i suoi compagni di percorso.

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Sonic Youth: The Sprawl, dall’album Daydream Nation (1988).

Come la protagonista dei Lanciafiamme di Rachel Kushner, Kim Gordon ha sempre pensato che l’arte dovesse implicare un rischio, un genuino rischio. «Per me la performance ha molto a che fare con l’assenza di paura». Forse, l’unico vero rischio nello scrivere la propria vita stava proprio nell’infrangere la patina di coolness che la circonda, a partire dall’amarezza.

È l’ennesimo scarto o balzo in una vicenda artistica e umana che non riesco più a seguire: per la prima volta, Kim Gordon è davvero più avanti di me e non ho voglia di starle dietro.

Maskenfreiheit è una parola tedesca che significa liberà dalle maschere. La musicista la usa per dire che: «Sul palco, la gente mi dice che sono opaca o misteriosa o enigmatica o persino fredda. Ma più che queste cose, sono soprattutto molto timida e sensibile, come sentissi percepissi tutte le emozioni che fluttuano in una stanza. E credetemi quando dico che una volta oltrepassata quella maschera, di difese non ce ne sono affatto».

Nel giro di duecentosettanta pagine, Kim Gordon si è trasformata dalla ragazza che volevo essere alla donna che temo di poter diventare. Meno fredda, meno obliqua. E forse, per la prima volta, accessibile. Non importa che io non sappia ancora cosa farmene.

Claudia Durastanti
Claudia Durastanti è nata a Brooklyn nel 1984. Scrive su il Mucchio e per Marsilio ha pubblicato i romanzi "Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra" (2010) e "A Chloe, per le ragioni sbagliate" (2013).

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