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di Francesco Pacifico

con illustrazioni di Elena Xausa

Realizzato con il supporto di

now tv - sky

Una classe di quaranta bambini perbene è in piedi in file ordinate in un posto che non è una classe: è all’aperto, lungo un corso d’acqua. Il pubblico si affaccia dall’alto, dal marciapiede, è il centro di Milano e i quaranta bambini si sfidano per capire chi entrerà in Junior MasterChef Italia. I concorrenti sono tutti preadolescenti, assomigliano quindi a dei piccoli adulti, l’adolescenza non li ha ancora inebetiti. Sono seri, determinati come personaggi di cartoni animati giapponesi; a occhio e croce, hanno imparato a cucinare guardando MasterChef: una, in studio, dirà, “Ho preso spunto dall’uovo alla Cracco”, deve cucinare delle uova per i giudici, Alessandro Borghese, Bruno Barbieri.

All’esame iniziale, i bambini prima si esaltano per le star Barbieri e Borghese alla loro apparizione, poi cucinano una maionese, e il montaggio alterna l’azione con le interviste a parte, che sono per la tv di oggi quel che il discorso indiretto libero è stato per il romanzo moderno. I loro pensieri sono questi:
“Voglio dimostrare a tutti che io non sono quel mingherlino che non sa niente, ma che sono deciso… e che ho voglia di cucinare e passione”.
“Mah… forse non sono mai stato così felice”.
“Oggi spero di poter cucinare un fusion”.
“Lavorare con questo grembiule davanti è un po' ‘na rosicata”.

Alla fine, tra i selezionati increduli c’è un bambino con la cravatta e la erre moscia, istrionico ma solenne: “Ho supevato la pvova!” Ci pensa meglio, gli passa tutta la vita davanti: “Sì, savà una pvova duva, ma almeno sono passato”.

Il posto in cui avviene la selezione dei preadolescenti di Masterchef contiene un messaggio subliminale fortissimo: è la darsena vicino ai navigli, a Milano. Come la chiama il romano Alessandro Borghese:
“È il porto di Milano” (e un concorrente romano, Nicolò, fa un commento surreale, “Ammazza pure il porto c’hanno questi, io pensavo che c’avevano solo il treno”, che fa particolarmente ridere perché il bambino si sente un dritto).

La darsena è il luogo simbolo della rinascita mediatica, immobiliare, turistica e iconica di Milano dopo due decenni in sordina che ci rimandano, per trovarne una versione altrettanto forte nell’immaginario, alla Milano da bere degli anni Ottanta, culminata con le coppe dei campioni del Milan berlusconiano che sta finendo in questi mesi. Oggi è la città con i grattacieli tipo Emirati o Estremo Oriente; c’è stato Expo, dove il tema era il cibo. Uno dei simboli di sempre sono i navigli: davanti ai due navigli, come una pancia rispetto alle gambe, prima c’era un vuoto fatiscente, la darsena sotto il ponte che porta in centro. Ora è una bella passeggiata in mezzo all’acqua: è forse il posto più simbolico della nuova Milano insieme a piazza Gae Aulenti.

La produzione di MasterChef ha attaccato una piattaforma galleggiante alla darsena e ci ha piazzato quaranta bambini che sono uno strano spettacolo: parlano come figli della crisi, sono determinati come chi deve iniziare a cercare lavoro veramente a undici anni, ma sono puliti e presentabili come un certo tipo di borghesia che in televisione non si vede nemmeno poi tanto, specie nei reality. Un ceto medio ma più alto che medio, con figli che sanno esprimersi, e che essendo nativi di tutte le cose nuove sanno parlare a una telecamera, seppur non abbastanza bene da non poter suscitare tenerezza.

“Sto cucinando davanti a un grembiule importante…” dice una bambina, “Quindi devo fare la caponata più buona che ho fatto in tutta la mia vita”.

Per capire MasterChef bisogna partire dai bambini: studiando come i bambini prendono MasterChef si possono capire tante cose di un paese impegnato a rifondare l’ottimismo da qualche parte — per esempio dal cibo.

Siccome siamo in Italia, le risonanze sono diverse rispetto all’eterno MasterChef inglese, l’originale, che portò nel Regno Unito una cultura che non c’era: qui invece il senso è di ripartire da ciò che sentiamo come originale e naturale.

Il linguaggio di MasterChef Italia è una mediazione culturale: le regole del format portano concorrenti e spettatori a trasformare la saggezza della nonna in operazioni razionali; levare il mito del Q.B. — quanto basta — come misurino morale; importare una razionalità nordica, anglosassone, nella gestione della cucina.

Al pressure test, un concorrente prepara del maiale. “Simone hai dato pezzo tonno a Paolo?” chiede Joe Bastianich al socio del concorrente esaminato. “Si può assaggiare questo?” In effetti l’interno del maiale ha quel colore bruno del tonno appena scottato.
“Te lo mangi te”, chiosa Barbieri.
“Purtroppo il maiale è completamente crudo, immangiabile”, riprende Bastianich.
Cracco, calmo: “Se tagliavi le fette…”
Tutto ciò avviene con il pezzo di carne che penzola dalla mano di Bastianich.

Quella carne mezza cruda, livida è più evidente delle melodie e dei timbri le cui qualità sono esaminate nei talent musicali. Se è vero che il cibo è più mediato, perché lo spettatore non lo può mangiare (ma può ascoltare una canzone), al tempo stesso è più reale: dalla tv possiamo capire se la carne è cruda molto più di quanto possiamo capire una performance vocale poco ispirata.

Pressure test, Mystery Box, Invention Test, Live Cooking, Hangar… Vedere degli italiani cucinare in un contesto che trasforma le occasioni cruciali del gioco in parole inglesi trasforma in maniera sottile il nostro concetto di cucina. Sa un po’ di rapimento alieno. Questi italiani si ritrovano a fare la cosa più italiana di tutte, ma lo devono fare in un piccolo mondo artificiale che ha la certezza e la scansione delle attività degli anglosassoni: meno intuito, meno casino, più definizione. Anche qui cerco uno dei messaggi subliminali di MasterChef: cucinare è una cosa italiana, ma di solito è una cosa indiscutibile.

Qui invece vediamo degli italiani che possono essere giudicati e ritenuti responsabili delle proprie azioni per il fatto di trovarsi dentro una grammatica anglosassone. Se per il cattolicesimo si viene sempre perdonati, i popoli protestanti hanno un senso molto più spiccato delle responsabilità, e in MasterChef avviene un cortocircuito tra l’istinto a volte sciatto dei concorrenti e il rigore con cui l’apparato che dirige il programma — format, autori, chef — castiga duramente la sciatteria. Inquadrato da Sergio Leone, la faccia di trequarti, a occupare il grosso dello schermo, Cracco, quest’uomo sornione genio delle pause, dalla parlata cantilenante, lenta, sicura di sé, rivela lentissimamente a una concorrente, Viola, il problema della sua prova: “Purtroppo cuocere un astice in questo modo è come commettere un delitto. Viola, togliti il grembiule, sei eliminata da MasterChef”.
Viola crolla e piange. Cracco, lentissimo, le arriva a dire che dovrà superare “questa maledetta timidezza - che oggi - ti ha bloccato - la strada per arrivare al traguardo”. È detto in modo così spontaneamente ieratico che non riesco a capire se sia una critica, un incoraggiamento, un tentativo di farla sentire ancora peggio: e nell’indecisione diventa un oracolo.
Dopo, Viola si confessa a parte: “Ci sono altre mille opportunità nella vita però questa è stata la più bella… La porto nel mio cuore”.

Le poche semplici regole di Masterchef riescono a fare una cosa che nei talent musicali non succede: arginare i concorrenti e il loro ego, invece che farli scoppiare. Per me, nelle trasmissioni dove si selezionano i cantanti l’investimento emotivo dei partecipanti tracima sempre per un motivo: la voce arriva al pubblico direttamente, e anche se i giudici in teoria mediano tra esordienti e ascoltatori spiegando ai secondi come interpretare correttamente le esibizioni dei primi, il pubblico di solito si aggrappa a un personaggio per la combinazione di voce e disperazione che porta: cerca un rapporto immediato con l’artista, il che permette all’artista di diventare pazzo ed egotico.

Questa cosa con la cucina non può darsi: succederebbe solamente se dallo schermo della tv o del computer uscissero, in tempo reale, i piatti cucinati dai concorrenti. A quel punto potremmo davvero giudicare di pancia, come si fa con i cantanti, e aggirare la mediazione degli chef.
Fortunatamente al momento è impossibile usare la televisione come stampante di piatti caldi, per cui i concorrenti parlano più agli chef che a noi, noi viviamo la trasmissione pendendo dalle labbra degli chef, divulgatori di sapere e interpreti e quindi veri narratori di ciò che accade ai concorrenti — e così questi, gli ambiziosi concorrenti, si manifestano con una sobrietà che rende il loro investimento e il loro dolore più drammatici.

Alida, disoccupata di venticinque anni, commenta la visita di quattro concorrenti delle edizioni precedenti, di età e sesso diversi: “Io li guardavo dal divano e dicevo cavolo quanto son bravi”. Una di loro è marocchina, si chiama Rashida, una signora che si fece notare nella terza stagione. Tornando nello studio racconta di essere rinata in quella cucina. Ora lo fa per lavoro, porta la cucina italiana in Marocco: quando fu concorrente esordì piangendo. Come lei è stata un modello per Alida (quinta stagione), Rashida a sua volta aveva guardato con desiderio le edizioni precedenti: “Io registro tutte le puntate a casa mia, tutto quello che avete fatto”.
Ecco la sua prima prova: all’assaggio degli chef, tremante, ha “paura di deludere, con tutto il lavoro che ho fatto.. sono nelle vostre mani”.
“È un piatto strano” dice Barbieri. Cracco annusa, assaggia. Bastianich si fa raccontare, poi la critica: “Un po’ triste questo…” e gira il suo piatto italiano con la forchetta.
Rashida lo implora con un discorso che ha la densità e la disperazione di un confronto tra amanti: “No ti prego… io sono allegra — non sono triste: cucino con amore. Mi dispiace”.

Una concorrente della quinta stagione, vedendo Rashida e altri ex, si rassicura da sola: “Sono felice di vedere che tutti hanno avuto un futuro dopo MasterChef, questa cosa mi gratifica un sacco”.
Non essendoci troppo spazio per sbracare, per sbrodolarsi, per mettere in piazza la vanità e la velleità, ai concorrenti rimangono queste dichiarazioni limitate e dignitose, che proprio perché arginate possono risultare vere. C’è, mi pare, una scelta di montaggio che insiste a far ruotare tutto il programma intorno agli chef, evitando di creare fra i concorrenti personaggi troppo forti. In fondo poi ha senso: X Factor vuole vendere cantanti nuovi, mentre MasterChef vende un’idea, l’importanza in sé del cibo fatto bene, e i pochi propalatori in grado davvero di diffondere quell’idea. Non può fare di chiunque un personaggio.

Così, una finalista della prima edizione può dire, quasi confusa, poco prima di sapere che ha perso: “E mo cosa facciamo? Che succede? Chi sono? Come mi chiamo? È questo il mio stato d’animo ora… Se divento il primo MasterChef italiano cambia tutta la mia vita: seguirò il mio sogno”. I tre chef sono vestiti in nero, con cravatte varie. Barbieri ha il farfallino slacciato che pende dal colletto. Annuncia il vincitore: un uomo greco omosessuale. Nelle interviste di commento alla cronaca della vittoria figura il compagno italiano.
Spyros, il vincitore, dice: “Mai visto il papà, papà è morto venti giorni dopo la mia nascita…” La sorella si è allontanata, la mamma si è risposata… è sempre stato solo. “Credevo che nella mia vita arrivava un momento come questo di oggi… È molto difficile capire quanto è bello ricevere un regalo del genere”.
E questo è il tipo di momento esistenziale da MasterChef nella sua versione più decorosa. Accanto, c’è quel linguaggio da gara, anni dieci: la sconfitta che commenta: “Sentirete parlare di me comunque”.

Bruno Barbieri è nitido, la mascella illuminata dalle luci dello studio. Sta bene col grembiule bianco. Ha un modo da aguzzino affascinante, fa pensare a Christoph Waltz, l’attore austriaco degli ultimi due film di Tarantino. Lo troviamo ai fornelli in studio per dimostrare ai concorrenti come apre le mystery box un professionista.
Dopo aver cucinato, racconta il piatto con cui ha tentato di usare gli ingredienti capitati nel test.
“Qui ho preparato una zuppa di patate con la crescenza. Poi naturalmente le palle del toro sono un po’ come le animelle di vitello. Anche come gusto. Le ho messe su, le ho fatte bollire con la pelle, poi a metà cottura le ho forate e questa era la chiave per non farle sbriciolare tutte. Le ho ripassate, poi naturalmente ho cotto l’anguilla… e ho fatto uno spiedino che è un omaggio a Cannavacciuolo…”
“Grazie Bruno…”
“Poi qui c’era un problema: trovare l’acidità del piatto: quindi la brunoise di rapanelli insieme a un po’ di prugna… che a tre quarti di cottura l’ho spremuta sull’anguilla in cottura dentro al forno: per fare anche un’idea di un agrodolce, perché l’anguilla ama anche questo sapore…”
Prima della prova, dopo aver aperto i barattoli del mistero, Barbieri aveva deciso di fare una pausa caffè, incurante del cronometro che misurava la sua prova. Cracco aveva mormorato: “Che sborone” e Bastianich: “Cazzo fai!”
Il risultato era poi piaciuto ai concorrenti, uno aveva commentato: tanta roba.

Prima di avvicinarmi a MasterChef, la cosa più interessante mi pareva la parlata degli chef: quanto erano imboccati dagli autori i vari Barbieri, Bastianich, Cannavacciuolo e Cracco? Da lontano, il ritmo con cui parlano sembra troppo scritto. Non so nulla di come lavorino. (NB: Questo non è un pezzo di critica, altrimenti non avrebbe il logo NowTV; è solo un racconto della trasmissione, dal mio punto di vista.) Di altri programmi conosco i segreti deliziosi tipo gli auricolari invisibili con cui gli autori dietro le quinte consigliano i presentatori. Qui invece posso giudicare solo quello che vedo. E guardando MasterChef più attentamente mi sono accorto che le parole dei cuochi non sono la cosa fondamentale. Ciò che conta è la loro faccia, come si muovono, l’atteggiamento che hanno: ciò che conta è l’estrema sicurezza con cui affrontano il ruolo, l’impassibilità e la mancanza apparente di nevrosi con cui si prendono un successo per cui altri vanno in tilt.

La loro capacità di essere dettagliati nel criticare — anche pesantemente — è ciò che stabilisce la loro posizione di superiorità e il loro diritto di mediare tra il concorrente in cerca di svolte professionali ed esistenziali e lo spettatore.
Gli insulti di Bastianich non sono semplici insulti da reality. Il montaggio del programma può anche approfittarne, ma quegli insulti vengono da un luogo interessante. Col suo baffo e mosca da cattivo, la pelata e un italiano con accento americano comunicativo, Joe Bastianich elargisce critiche con la serenità del vero giudice che crede nella giustizia.

“La problema con te Paolo è che tu vieni qui quando fai una merda come questa torta coi occhi bassi tutto triste — quando qualcosa figo sei allegro — e quello a me non mi piace. Perché io ti dico come lo vedo, questa torta è una merda e tu devi crescere due paia di palle altrimenti tu vai a casa. Ok?”
Tutto ciò produce nel concorrente, a volte, reazioni insieme esilaranti e toccanti. A uno che piange perché ha lavorato male Barbieri consiglia con fermezza e delicatezza: “Ivan, rimettiti il grembiule per cortesia”.
Ivan risponde: “Non sono riuscito a dare la giusta densità alla crema… Ho perso tempo con il prezzemolo”.

Da qui non possiamo veramente capire se la crema ha la densità giusta, ma c’è qualcosa di più importante. Viviamo una stagione di programmi televisivi basati sulla realtà e sull’umiliazione. La gente si confessa e si lascia ferire. Nella cucina invece, come fosse un’arte marziale, come fosse un dojo, ogni rimprovero sembra adeguato, non tossico.
MasterChef è un posto pulito, illuminato bene. Non ha il sordido degli altri reality. È un posto dove ci sono delle certezze.

Ovviamente l’obiettivo degli chef non è rendere migliori i concorrenti: non è una scuola di cucina, è un programma; però c’è qualcosa di confortante nel vedere persone unite da una passione comune scambiarsi informazioni e formazione con la durezza con cui è giusto che passino.

Cracco ha la giusta faccia di pane per chiedere a un concorrente, “Sei un uomo o sei un bambino? Cos’è, hai paura di andare allo scontro con Amelia?” Magari le frasi in sé non hanno niente di speciale, ma la posa impassibile di Cracco è una gioia, perché chi conosce un ambiente in cui si impara a fare qualcosa di difficile (io personalmente faccio il confronto con la scrittura e la scena letteraria) sa quanto l’insegnamento preveda un’empatica crudeltà. Crudeltà perché purtroppo le cose stanno così: talento e tecnica fanno soffrire chi ha il primo e cerca la seconda, e anche e soprattutto chi non ha il primo. Empatia perché chi insegna con crudeltà sa cosa sta facendo perché è stato fatto anche a lui. A essere crudele è l’arte, non chi la insegna.
Il personaggio non ha paura di Amelia, ma di “questo piatto…”
“Questo piatto?” domanda Cracco.
“Fa schifo”.
La scena si conclude poi con il consiglio: “Asciugati le lacrime e comportati a modo. Non è questo il momento per crollare”.

A un’altra dice: “Te hai un brutto difetto, che non ascolti mai, il problema è quello”. E anche: “Quando uno lavora piangendo per un’ora intera dubito che mi possa produrre qualcosa che sia eccezionale”.
Sarò sadico ma per me è confortante vedere delle persone che trattano quello che fanno come una cosa più importante dell’ego di chi la pratica.
“Sembra una gomma di elastica”, chiede Bastianich: “ti fa girare lo stomaco vero?” Il tono impostato eppure naturale. Barbieri lo appoggia: “È una roba a dir poco inquietante. Fa proprio schifo”. Non sono passivo-aggressivi, sono duri.
Cracco che urla “non essere spiritosa!” dà un’indicazione pratica come fa Cannavacciuolo quando ordina: “Lavorate puliti”.

In un’intervista di Daria Bignardi di qualche anno fa ai tre chef (prima dell’arrivo di Cannavacciuolo come quarto); l’intervistatrice cercava di capire, con entusiasmo e insieme malizia, se i tre cuochi ci fossero o ci facessero: se fossero davvero dei personaggi o fosse tutto scritto a tavolino; se fossero dei veri seduttori o no. È un momento di ottima televisione perché i tempi dilatati del programma di Daria Bignardi permettono di seguire il movimento con cui gli chef cercano la risposta: flirtando in una maniera direi al tempo stesso ritrosa e spaccona.
“Tu fai il bello” dice Bignardi a Cracco.
“Ma non è questione di fare il bello”, si sente rispondere. “È che vengo bene”.
Barbieri risulta essere l’unico fidanzato, ma lui rilancia: “Mi sono già sfidanzato”,
Bignardi chiede se la seduzione e la cattiveria viste nel programma sono cose vere.

In cucina da loro, l’elemento erotico è insolito perché a essere ridotti a oggetto sono gli chef, quattro uomini, e non le concorrenti. Attraggono perché sono potenti, perché sono sicuri, perché sono vestiti bene. Le donne possono flirtare con loro ma non mi pare di averle mai viste trattate come oggetti.
“Stai ridendo?” chiede Bastianich.
“No, mi sono persa nei tuoi occhi”.
Cracco: “Noi siamo qui per assaggiare i piatti, e non le persone”. Oppure, a una che dice “qui è molto più bello” risponde: “Perché ci sono io”.
Il flirt, dice Cracco a Bignardi, “è un divertimento, per noi, non è che recitiamo un copione”.

Ciò che funziona in questi personaggi è che, portati nel mondo inventato e scritto della televisione la tengono a una certa distanza: guardandoli si riesce sempre a vedere che ci sono parti nascoste allo spettatore. Non cercano di mettere in scena una rappresentazione organica e completa di sé, ma gestiscono la quantità della loro espressione per far immaginare tutto ciò che non dicono. Trasformano la tv in un western.

Nel lustro in cui MasterChef è diventato un fenomeno in Italia io non ho mangiato particolarmente bene. È capitato, soprattutto al ristorante, ma non ho gusti ricercati. So preparare il bollito ma non con una ricetta mia. Non conosco variazioni. So che c’è un dibattito in corso su quanto sia sostanziale o invece superficiale quella trasformazione che ha portato metà dei millennials a spendere più in cibo buono che in altri piaceri della vita: non mi interessa conoscere la posizione giusta nell’argomento. Trovo buffi i miei amici che eseguono o reinventano, in coppia e nel weekend, ricette complesse come io da ventenne provavo le canzoni in saletta con il mio gruppo. Mi è assolutamente indifferente che nel mondo ci siano libri di ricette: apprezzo chi li usa, trovo naturale comprarli ogni tanto e non aprirli mai. Non credo che il modo migliore per riflettere su un programma televisivo sia ragionare sul suo indotto. Forse è vero che con la crisi è venuta voglia più di piaceri che investimenti.
Lo trovo irrilevante perché quando una cosa arriva in tv diventa racconto: e il racconto non ha mai un vero oggetto che non sia il desiderio puro dei protagonisti dei racconti.

Mi piace sentir parlare i personaggi dei reality: anche quando sono forzati, quando sono falsi, sono capaci di emanare un desiderio su cui spesso nella vita reale — nella mia di sicuro! — si sorvola per non essere melodrammatici.
Un diciannovenne eliminato nel turno preliminare, e quindi mai arrivato a cucinare nella cucina di MasterChef, riflette sulla sua esperienza come fosse un grande condottiero, un campione sportivo, una puntata di Sfide. Ha capelli lunghi sul collo e lo sguardo vuoto e astratto che avevo anch’io all’età sua: “L'ho detto da subito: nessun rimpianto nessun compromesso, perché è una storia che va raccontata: solo che è finita prima di quanto pensassi”.
Uscendo di scena alza il braccio e china il capo neanche fosse ben altro racconto, un atleta nero sul podio alle olimpiadi che lotta per i diritti civili…

Queste affermazioni mi fanno sentire la condizione umana in quest’epoca: la solitudine di chi cerca di arrivare, di chi è stato educato a pensare che dove siamo non c’è quel che ci serve e perciò viviamo come pellegrini alla ricerca della salvezza secolare del successo. Ognuno se la racconta, crea i propri slogan. Ognuno tratta il proprio brand come fosse la propria poetica. È una religione individuale di cui vedo sia il dolore che l’euforia, i limiti strutturali e l’inevitabilità storica.

Un altro giovane: “Da grande voglio entrare nell’ambito della ristorazione… Sono qua perché devo vincere… Per una rivincita personale per mio papà, che aveva un ristorante, e vincerò per lui”. Questo discorso un talent musicale non lo può fare, perché l’affermazione artistica è sempre stata una velleità, in ogni epoca. Voler diventare cuochi, invece, è un desiderio anche normale e per questo chi cerca di farlo non sembra un idiota anche quando le spara grosse.

Nell’edizione americana, una volta Gordon Ramsey chiede a uno dei vecchi vincitori invitato come ospite: “Come te la passi?”
“Dopo Masterchef sono saltato dritto nel mio sogno”. Poi racconta del lavoro che ha trovato, e infine presenta la fidanzata.

Alle postazioni ordinate, fra la musica stock da film, il montaggio così veloce che sul computer non riesco a fare degli screenshot: i bambini di Junior MasterChef Italia lavorano nello studio pulito. C’è la pedana arancione a quadri, mattoni qua e là, pareti un po’ Mondrian.

Il bambino campano che citavo prima, quello con la cravatta (qui gialla, su polo marrone), presenta: "Il mio piatto è la bandiera italiana di polpette. In questa situazione di crisi ho detto l'Italia ce la può fare quindi voglio fare questo piatto in onore dell’Italia”.
“Quindi un piatto politico?”
“Sì”.
E poi dice (e che tutto ciò sia sceneggiato o spontaneo, ripeto, conta relativamente): “Questo grembiule ripaga di tutti i sacrifici che ho fatto finora”.
Il tema del sacrificio è interessantissimo. C’è una sfida per servire sessanta coperti. Cucine all’aperto, in campagna. Il giovane caposquadra prende con sé la squadra, in circolo, per incoraggiarla: "Prima di tutto educazione e rispetto!”

Sul prato, al lavoro, ci si sprona: "Non voglio vedere nessuno che batte la fiacca!”
Siamo diventati il Giappone. Questi sembrano bambini giapponesi: tutti ordinati e determinati. Li guardavamo nei cartoni animati ed erano così diversi da noi. E ancora all’inizio del secolo si diceva che i ragazzini italiani erano ricchi, svogliati, viziati, bambocci. Questi concorrenti invece hanno imparato a parlare negli anni in cui cominciava la recessione, alla fine dello scorso decennio. Forse sono una cosa nuova: sanno, hanno paura, sono già in competizione fin da piccoli.
L’Italia riparte dal senso di giustizia di questa competizione culinaria. Non credo che come intellettuali novecenteschi le potremo mai capire, l’Italia e la televisione italiana, e ovviamente non le potremo accettare; però in questo programma almeno la si può leggere. La cucina per l’italiano nativo della recessione è un Hunger Games pulito, illuminato bene. Uno strano incontro di storia picaresca e romanzo borghese. Come se la borghesia volesse ridiventare davvero borghese.

La strada raccontata, magari pure idealizzata è questa: la competenza. Il bambino romano, Nicolò, guarda chef Esposito all’opera e riflette sulla lezione: “Apre ‘a testa a metà per faje ‘r sughetto. Questa è bella, jela rubbo”. E più avanti, arrivato in finale, pensa con quel realismo da romano: “Io comincio già a chiamalla carriera. Non se sa mai”.

C’è in palio una borsa di studio di quindicimila euro: molto meno di quanto guadagnano i grandi; in compenso chi vince l’edizione junior ha il vantaggio di poter sapere già a dieci anni su cosa applicarsi con dedizione e mania per il resto della vita.

In finale c’è una bambina molto perbene, Stefania, di Cassino. Ha preparato un brownie e Alessandro Borghese ne è contento. Ratifica: “Con quest’ananas sul finale che mmm… pulisce, che sgrassa”.
Vince Nicolò, e Stefania racconta alla telecamera: “Alla fine mi sono risvegliata da questo che era il sogno della mia vita. Che ci possiamo fare? Pazienza. Però ho dormito veramente bene”.