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Roditori del nord e suicidi di massa: piccola storia di una post-verità che è riuscita a ispirare un sacco di roba, dai documentari Disney a Primo Levi, passando per videogiochi, Richard Matheson e Van der Graaf Generator.

Sono tempi duri, sono tempi fantastici, insomma sono tempi di post-verità. Che è stata puntigliosamente definita come una cosa che non è una semplice bugia (le balle ci sono sempre state, da che l’uomo parla), ma una bugia che anche quando viene sgamata come tale continua a produrre i suoi effetti: insomma la gente continua a crederci. O peggio, alla gente non interessa proprio sapere se quella cosa sia vera o falsa, perché appunto siamo oltre la verità. Come si è più volte scritto da queste parti, questa definizione molto precisa contiene una trappola, che si cela nella logica del prima/dopo (ovvero: prima c’erano solo le “falsità”, adesso ci sono le “post verità”), come se fosse un’invenzione tutta contemporanea. E invece.

Nel 1957, giusto sessant’anni fa, James Algar (un regista che aveva esordito come animatore nel seminale Biancaneve del 1937) girava il documentario White Wilderness (Artico selvaggio in italiano), che sarebbe uscito l’anno dopo per la Disney, e nel ’59 avrebbe addirittura vinto l’Oscar e l’Orso d’oro a Berlino. Questo documentario spacciava il mito del suicidio di massa dei lemming, roditori dell’estremo nord. Si vedevano i roditori correre disperatamente e infine buttarsi in mare in grandi quantità, e la cosa apparve clamorosa: ma come, delle bestie che non hanno l’istinto di sopravvivenza! E che neanche si lasciano morire, come singoli individui malati e depressi, ma attivamente corrono verso la morte. E in orde, per di più!

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Un estratto da White Wilderness, 1958.

Peccato che fosse tutto finto. A partire dalla location: l’Alberta, in Canada, dove non ci sono lemming per niente – e dove non c’è neanche il mare, infatti quello dove le povere bestie si sono tuffate è un fiume. Bestie portate lì apposta da chissà dove. Costruito anche il setting: un meccanismo rotante dove i poverini correvano, per farli sembrare una massa sterminata quando invece erano quattro gatti, pardon topi. Infine il salto, mortale. (La storia è stata raccontata nel dettaglio nel 2002 da Paolo già all’epoca Attivissimo contro le bufale d’ogni tempo e luogo; e che tenerezza fa guardare quelle vecchie pagine internet, sono quindici anni, sembra un secolo).

Sennonché, per completezza di informazione, bisogna aggiungere: ci sono a volte delle azioni di sedicente fact-checking che diventano esse stesse delle leggende metropolitane, più radicate delle bufale o leggende che vogliono contribuire a sfatare. Un esempio? I vestiti nuovi di Babbo Natale (che esiste, come ognun sa): lo sapevate, vero, che è stata la Coca Cola, con un’abile campagna di marketing, a cristallizzare nell’immaginario la giacca e i pantaloni rossi e bianchi di Santa Claus, guarda caso i colori della sua etichetta? Certo che lo sapevate, chi non lo sa. E invece anche questo è falso. Una leggenda metropolitana di secondo livello, una bufala per grillini al quadrato. Stessa cosa per i lemming: il documentario-fuffa della Disney non ha inventato nulla. Casomai è responsabile della diffusione mondiale di una credenza locale. Se si scava infatti, si ritrova un riferimento ai lemming suicidi in un fumetto del 1955 (sempre Disney: coincidenze???) intitolato The Lemming with the Locket e mirabilmente tradotto in italiano come Zio Paperone e il ratto del ratto.

La verità è che qualcosa di strano in queste pantegane polari c’è. Ad esempio: come tutti i roditori, si riproducono come conigli; ma a differenza di tutti gli altri, le fluttuazioni nella popolazione, sia verso l’alto che verso il basso, sono così repentine da risultare inspiegabili per gli stessi biologi. Tanto che nei secoli passati si riteneva che queste bestie non si riproducessero in maniera tradizionale, ma fossero generate dall’aria. Bene: come tutte le specie, quando sono in sovraffollamento alcuni individui migrano; e migrando possono affrontare viaggi anche lunghi; e in questi viaggi possono incontrare ostacoli naturali (corsi d’acqua, bracci di mare, falesie, dirupi) e perirvi in gran quantità. È probabilmente stata l’osservazione di questi fenomeni da parte delle popolazioni scandinave, a far sorgere il mito dei suicidi collettivi.

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Van Der Graaf Generator, ‘Lemmings’, 1971.

Ma certe volte, viva la leggenda metropolitana, o post-verità che dir si voglia. Borges diceva che le dittature stimolano la creatività degli artisti, perché li obbligano a dire in modo indiretto, a raccontare per simboli, a inventare mondi fantastici. Ora se è vero, perché è vero, che viviamo nella dittatura del divertimento (sì, quella di Huxley e Neil Postman, non quella di Orwell) e delle verità capovolte, vediamo quali sono i risultati.

Per cominciare, la leggenda dei lemming suicidi ha ispirato artisti in diversi ambiti: il fumetto lo abbiamo visto; il cinema pure. Poi c’è la musica, in particolare quella degli anni ’70. C’è il caso di un grande pezzo dei Van der Graaf Generator intitolato semplicemente “Lemmings” (dall’album Pawn Hearts): una meditazione sul suicidio, per stare in allegria. E si chiama Tanz der Lemminge il terzo e forse più noto album dei tedeschi Amon Düül II. E ci sarebbe anche l’omonimo videogioco del 1991.

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Il videogioco ‘Lemmings’, 1991.

Ma il mito ha soprattutto ispirato scrittori, e nella fattispecie di racconti brevi, e nella fattispecie di fantascienza. Il primo di cui abbiamo contezza è The Marching Morons di Cyril Kornbluth, pubblicato nel 1951. È ambientato in un futuro in cui il problema principale è quello del sovrappopolamento, sicché ci sono quelli intelligenti, che se ne rendono conto e quindi fanno pochi figli e quindi sono sempre di meno, e poi ci stanno i morons, gli scemi, che non hanno capito una mazza e continuano a figliare come roditori (appunto). Il protagonista, ispirandosi proprio ai lemming, ha però la geniale pensata di impacchettare a migliaia questi uomini di serie B in delle astronavi, e poi mandarli su Venere (in realtà a morire, dato che le astronavi se le costruiscono loro stessi, e quindi capirai che prodigi della tecnica). Ispirandosi alla soluzione finale di Hitler, vengono mandate ai morituri finte cartoline dal pianeta di destinazione, descritto come un luogo ameno, al pari di quanto venne fatto coi lager. Vi risparmio il finale, paradossale e triste. Qui comunque i lemming sono poco più che uno spunto, come uno zio Adolf qualsiasi, anche se nel tema di fondo del sovrappopolamento c’è un collegamento diretto con l’origine reale del mito.

Ben altro spessore ha il Primo Levi di Verso occidente (dalla raccolta di racconti Vizio di forma del 1971), una deliziosa operetta chimico-morale, come nel miglior stile del grande scrittore. Qui si vedono proprio i lemming che s’ammazzano, e due scienziati che li osservano. Perché fanno così?, si chiedono i due: eppure l’istinto di sopravvivenza e bla bla. Ma dopo un po’ di ragionare, gli scienziati filosofi convengono: tra quelli che amano la vita, e quelli che – individui, tribù o intere specie – questo amore l’hanno perso, e quindi si deprimono, si uccidono o si estinguono, quelli che hanno ragione sono i secondi:

Noi abbiamo torto, e lo sappiamo, ma troviamo più gradevole tenere gli occhi chiusi. La vita non ha uno scopo; il dolore prevale sempre sulla gioia; siamo tutti dei condannati a morte, a cui il giorno dell’esecuzione non è stato rivelato; siamo condannati ad assistere alla fine dei nostri più cari; le contropartite ci sono, ma sono scarse. Sappiamo tutto questo, eppure qualcosa ci protegge e ci sorregge e ci allontana dal naufragio”.

La copertina della raccolta Vizio di forma, 1971.

Si assiste così al ribaltamento della logica comune: i devianti, gli anormali, non sono quelli che si lasciano andare, ma noi che vogliamo continuare a vivere. Siamo noi che abbiamo qualcosa di diverso: e che cos’è? “C’è chi trova difesa nella religione, chi nell’altruismo, chi nell’ottusità, chi nel vizio, chi riesce a distrarsi senza interruzioni”, ipotizza uno dei due scienziati nel racconto di Levi. Ma dev’esserci dell’altro, di più radicato e profondo. E qui entra in gioco l’amata chimica e una tribù di selvaggi sperduta nella foresta, che non pratica il suicidio di massa come i lemming, ma incoraggia il suicidio individuale (in forma lenta e psichedelica). I ricercatori riescono a isolare il principio attivo dell’amore per la vita; solo che la sperimentazione pratica, sia su animali che su uomini, avrà effetti diversi ma ugualmente imprevisti, e disastrosi.

Infine, è del 1957 (e quindi coevo del documentario Disney) il top del genere: Lemmings, di Richard Matheson, lo stesso Matheson di Ai confini della realtà e Io sono leggenda, per intenderci. In italiano è stato tradotto come Topi migratori, e si trova in una raccolta Urania del 1977 chiamata Regola per sopravvivere. Qui, di nuovo, i ratti matti sono solo citati, nella fattispecie da uno dei due poliziotti che parlano e assistono inquietati alla scena che si svolge davanti ai loro occhi. Ma si capisce che sono la scintilla nella mente dell’autore, il what if che ha acceso il racconto. Un capolavoro di racconto brevissimo, un fulgido esempio di show don’t tell. Dove tutte le successive elucubrazioni, su libero arbitrio e determinismo e quello che volete, sono lasciate al lettore. E poi veramente non si può dire di più, pena scrivere un commento moooolto più lungo del testo commentato. Si può solo invitare a leggerlo: fatelo comodamente qui.

Per concludere: la panoramica che avete letto finora altro non è che un excerpt immaginario, un capitolo di un libro che non esiste, il riassunto di una più ampia trattazione che mi auguro un giorno qualcuno (non io) scriverà sui roditori nella letteratura fantastica. Per quale motivo il topo, ben prima che i laboratori farmaceutici scoprissero che è simile all’uomo in modo angosciante, è anche un ricorrente topos letterario, un doppelgänger in cui ci specchiamo come e più delle scimmie o dell’orso? Lasciamo stare Mickey Mouse e Geronimo, e anche il rivoltante Firmino di Sam Savage. E parliamo, si badi bene, di roditori reali e non bestie immaginarie. Della Josephine cantante di Kafka, per esempio. O delle viscacce di César Aira, anche. E non mai, in alcun modo non delle mancuspie urlanti di Cortázar.

Dario De Marco
Ha fatto il giornalista (Sole24ore, Repubblica, Mattino...) e co-fondato il defunto mensile Giudizio Universale. Ha pubblicato Non siamo mai abbastanza, (66thand2nd) e Mia figlia spiegata a mia figlia (LiberAria). Non manca un blog: dariodemarco.wordpress.com

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