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Inizia Consigli per gli amici, la rubrica di libri di Timothy Small.

L’idea di Consigli per gli amici è semplice: vorrei provare a consigliare le cose più belle che ho letto nel mese appena passato, e da lì aprire una specie di cronologia o bibliografia di libri ad essi connessi. Mi sono dato alcune regole. Essendo una rubrica di libri consigliati, non parlerò mai male di niente, non stroncherò libri. Parlerò spesso anche di libri che, per ora, non sono ancora usciti in Italia. Ogni tanto inviterò anche altri amici – principalmente scrittori o giornalisti culturali –per fare loro qualche domanda. L’idea però è anche quella di parlare di libri di cui si è parlato poco, secondo me, anche non rimanendo per forza legati all’ultima uscita. Per cominciare, quindi, ecco l’elenco, in ordine alfabetico, dei libri protagonisti della prima puntata di Consigli per gli amici. Come vedrete, è quasi uno speciale dedicato a Donald Antrim.

I LIBRI DEL MESE
Donald Antrim, I cento fratelli (minimum fax, 2004)
Donald Antrim, Il verificazionista (minimum fax, 2007)
Donald Antrim, La vita dopo (Einaudi, 2007)
Donald Antrim, The Emerald Light in the Air (FSG, 2014)
Donald Barthelme, Il padre morto (Einaudi, 1979)
Richard Holmes, The Age of Wonder (Harper, 2009)
Helen Macdonald, H is for Hawk (Jonathan Cape, 2014)
Vladimir Nabokov, Parla, ricordo (Adelphi, 2010)
David Quammen, Spillover (Adelphi, 2014)
John Jeremiah Sullivan, Americani (Sellerio, 2014)
T.H. White, The Goshawk, (NYRB, 2007)

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Donald Antrim l’ho scoperto tardi. O meglio, l’ho ri-scoperto tardi. Ne avevo letto l’esilarante Il verificazionista qualche anno fa, in edizione americana, principalmente sull’autobus, ricordo, e mi aveva divertito molto. Parlava di una parodia umana di uno psichiatra, un uomo patetico, pieno di problemi e completamente ignaro di sé, che, nel mezzo di una litigata, in un diner, durante la cena ufficiale per una qualche ricorrenza tra psichiatri, proprio mentre tutti stanno lì lì per scagliarsi il cibo in faccia vicendevolmente, viene abbracciato fortissimo dal capo-psichiatra ciccione, che lo avvolge nelle sue enormi braccia e lo spinge ad avere un’esperienza extra-corporea. Da quel momento in poi il romanzo continua nella sua narrazione dal punto di vista della coscienza senza corpo del protagonista che, dal soffitto, osserva il resto della cena. È assurdo, è ridicolo, è super-colto e sceglie di non prendersi sul serio, di fare le pernacchie alla Cultura, e allo stesso tempo mi ricordo che mi era sembrato super-sottile nelle sue osservazioni più umane. Posizionava Antrim come figlio di quella tradizione americana surreale, post-moderna, completamente cretina e spassosa, quella del grande Dio Assoluto Dell’Assurdo, Donald Barthelme. A differenza di quanto poi fatto, per dire, da David Foster Wallace, nel suo modo di essere figlioccio di quella tradizione, cioè riempendola di tristezza, benevolenza e moralismo, Antrim ne interpretava appieno anche la leggerezza e il senso di divertimento. Insomma: mi piacque tantissimo, pur con l’ammonimento che è, appunto, un libro narrato dal soffitto di una pancake house in cui lo spirito di uno psichiatra sta avendo un’esperienza extra-corporea. Quindi, se è il tipo di cosa che vi alletta, ve lo consiglio.

Così entusiasmante, affascinante e tenebroso che mi ha fatto seriamente considerare l'ipotesi di diventare epidemiologo e cercare un lavoro al Center for Disease Control and Prevention. E non sono molti i libri che ti fanno venir voglia di cambiar vita.

Poi, per qualche ragione che ora scordo, misi da parte Antrim. Davvero non ricordo perché. Probabilmente aveva a che fare con un mio generale allontanamento dalla letteratura sperimentale, e dalla fiction in generale. Forse ne avevo letta troppa, in quel periodo, e aveva iniziato a stuccarmi. Faticavo a finire i libri. Per un po’, pensai di aver “finito” con la letteratura. Poi mi capitarono tra le mani The Age of Wonder di Richard Holmes e Spillover di David Quammen, due bellissimi libri di non-fiction che mi fulminarono e che divorai all’istante. E pensai: ecco cosa voglio dalla mia vita, la non-fiction! E cominciai a leggere solo quello, e a parlarne costantemente. Raccomandai sia Spillover (che in Italia è edito da Adelphi e parla di epidemiologia), sia The Age of Wonder (di cui non ho trovato traccia di un’edizione italiana, e parla delle radici romantiche della rivoluzione scientifica) a ogni persona che aveva voglia di ascoltare. Per un periodo non ho letto altro. E poi, poco fa, scoprii H is for Hawk di Helen Macdonald, un libro che parla di tante cose assieme, e di tutto con la stessa grazia. Parlava di falchi e di falconeria, del rapporto tra uomo e natura e tra uomo e rapace dall’alba dei tempi ad oggi, e dell’infanzia della Macdonald e del suo padre falconiere, del dolore che ha provato per la sua morte e del suo tentativo di onorarne la memoria addestrando un falco (anzi, un astore) di nome Mabel e, nel mezzo, c’era la storia di T.H. White, l’autore de La spada nella roccia e The Goshawk (che poi ordinai, ma non l’ho ancora letto), un omosessuale represso e triste e che a sua volta aveva scritto un libro di non-fiction in cui cerca di addestrare un falco deprivandolo di ogni riposo e, per farlo, smette di dormire. Sembra fantastico, e non vedo l’ora di aprirlo, anche se magari due libri di non-fiction sulla falconeria nello stesso trimestre potrebbero essere troppi. Rimane il fatto che H is for Hawk è un libro davvero splendido, lieve, un ibrido di forme che, contro ogni aspettativa, funziona.

Il sito del NYRB riporta un blurb di tale Stephen J. Bodio che sostiene che sia il miglior libro sulla falconeria che sia mai stato scritto. Oggi forse la Macdonald avrebbe da ridire.

Insomma, ero sempre più convinto che il futuro, per me, fosse costellato di libri sul confine tra il romanzo e il memoir e il saggio storico e il diario e il reportage, libri che sfruttavano appieno il loro essere libri, e quindi del non essere costretti da cambi di location o dalla mancanza di interiorità o da repentini balzi di spazio e tempo. Cosa voleva dire il mio rifiuto per la narrativa “classica”? Era una cosa solo personale, o era l’espressione di un trend culturale di cui facevo semplicemente parte? Non me ne feci una ragione molto chiara. Ma, un paio di anni dopo, parlando proprio di questo con un maestro della non-fiction, John Jeremiah Sullivan (il cui Americani rimane una delle più belle raccolte di saggi sull’America contemporanea degli ultimi anni) in un’intervista, mi rivelò che anche lui provava la stessa sensazione, ma che ogni tanto arrivava un romanzo o un’opera di finzione “sincera”, o “pura”, così ben costruita che gli restituiva la speranza nel potere di quel tipo di scrittura. Ovviamente gli chiesi se aveva letto dei libri così, di recente, e Sullivan rispose con certezza. “Eccome,” mi disse. “L’ultima raccolta di racconti di Donald Antrim è così bella che fa piangere. Ed è il tipo di libro che potrebbe esistere solo come fiction.” E fu così che tornai ad Antrim.

Praticamente la resurrezione di Cheever, con il tipo di splendida copertina che gli editori italiani hanno deciso anni fa di non fare perché noi popolo di capre non ce le meritiamo.

Ovviamente corsi a comprarla. Anche questa, la divorai, con la stessa foga con cui, negli anni precedenti, avevo divorato solo libri come Spillover. Insomma, JJS aveva ragione, The Emerald Light in the Air è una raccolta davvero bellissima, molto, molto New Yorker, nel senso che è molto matura e struggente e che non ci sono mai coscienze di psichiatri che aleggiano nei ristoranti, ma che ci sono almeno due racconti che sembrerebbero scritti da un Turgenev del Connecticut. Cioè: Cheever. E poi, che titolo. Erano tutti racconti di media lunghezza, sette racconti in totale, e tutti davvero “belli”, in modo classico, come quando vedi una ragazza davvero bella e non ti vengono altre parole per definire la sua bellezza, perché non ci sono quelle parole, perché è semplicemente bella, e quindi non puoi descriverla se non dicendo che è, appunto, “bella”. I racconti si muovevano sicuri, pacati, mi facevano pensare al movimento di un largo fiume che scorre tranquillo, e poi tristi, un po’ nebbiosi, e toccanti, con protagonisti tutti sull’orlo di una crisi di nervi, che combattono con i loro demoni in modo molto americano, cioè, abusando di medicinali, alcol. Non sembravano affatto scritti dalla stessa mano responsabile della trilogia di romanzi sperimentali che avevano reso famoso l’autore. Citando il me stesso di due mesi fa, “penso che si potrebbe anche usare l’aggettivo Chekoviano se proprio volessi essere il tipo di persona che usa parole come Chekoviano.” Questo a parte il primo racconto, in cui un regista sessantenne decide di inscenare e recitare in una versione nudista di Sogno di una notte di mezza estate in una scuola superiore. Quello sapeva molto di Barthelme. 

Purtroppo il titolo italiano non riesce a rendere giustizia al gioco di parole dell'originale, che sta sia per Afterlife, cioè il classico aldilà, ma anche, appunto, La vita dopo.

Dopo aver letto quei racconti ho cercato di ricreare una forma di storia produttiva dell’autore, e ho letto tutti i suoi libri, dal più recente al più vecchio. Questo mi ha portato a scoprire La vita dopo: un capolavoro. Libro che mi pare ora fondamentale nella carriera di Antrim, dato che segna il passaggio dalla sperimentazione barthelmiana dei suoi primi romanzi all’ultima maturità cheeveriana, La vita dopo è un memoir potentissimo in cui l’autore riflette sulla sua infanzia, dopo la morte della madre, e Antrim, basandosi molto sulla struttura semi-autobiografica / semi-flusso di coscienza di Parla, ricordo di Nabokov (che è, imho, il più bel libro mai scritto nella storia della letteratura), fa emergere, un ricordo per volta, un’infanzia assurda, spietata, passata con una madre artista e alcolista, un sacco di problemi psicologici, e ne racconta la lenta morte. Nel mentre, ogni cosa che leggi è doppiamente significativa perché percepisci l’autore che, raccontando, cerca di fare i conti con chi è, con chi era, da dove viene, cosa lo ha reso la persona che è oggi. E intuisci anche perché i personaggi di The Emerald Light… hanno tutti problemi psichiatrici. Anche questo: consigliatissimo.

L'ultima edizione americana di questo capolavoro dell'assurdo contiene un'introduzione proprio di Antrim.

Da lì, sono tornato indietro, a leggere i primi romanzi di Antrim, e ho scoperto quello che considero ora uno dei romanzi più divertenti che abbia mai letto. Si chiama I cento fratelli, ed è così barthelmiano che mi ha spinto a rileggere anche la parte sul “manuale per figli” in mezzo al meraviglioso Il padre morto, il mio romanzo preferito di Barthelme, che in Italia è fuori catalogo dal ’79. Leggere i due libri assieme—uno per la prima volta, e uno per la seconda—ha scaturito una strana sensazione di feedback dell’influenza. Era straordinariamente lampante quanto Antrim si fosse ispirato a Barthelme. Jonathan Franzen, ne l’introduzione a I cento fratelli, dice che “è forse il romanzo più strano mai pubblicato da un americano. Il suo autore, Donald Antrim, è probabilmente più diverso dagli altri scrittori viventi di qualsiasi altro scrittore vivente. Eppure, paradossalmente… I cento fratelli è anche il più rappresentativo dei romanzi. Parla a tutti noi come nessuno di noi sa fare.” Una frase molto vera, che si potrebbe applicare anche al valore dell’opera del “padrino” di Antrim, l’altro Donald. Barthelme.

“A Manual for Sons”, che si trova a metà de Il padre morto, è un racconto pubblicato nel 1976 dal New Yorker, che consiste in una serie di monologhi di padri—arrabbiati, ubriachi, distanti, cattivi, violenti—diretti a tanti figli diversi, e una lunghissima e assurda lista di tutti i tipi di padri che esistono, di come si comportano, e di come vanno trattati e sconfitti. È, in pieno stile barthelmiano, completamente assurdo. Un padre, per esempio, è un cubo di marmo del colore del roast beef che ti blocca la strada. Un altro è “il padre salterino”. Barthelme consiglia di approcciare i padri da dietro perché, se si accorgono di noi e decidono di scagliare nella nostra direzione la loro lancia, probabilmente ci mancheranno, perché è difficile scagliare una lancia all’indietro. Ed è tutto così. Tutto. Prendiamo ad esempio questo passaggio, che mi sono preso la libertà di tradurre (maluccio) io stesso:

“Alcuni padri hanno occhi triangolari. Alcuni padri, se gli si chiede l’ora, sputano dollari d’argento. Alcuni padri vivono in vecchi, sporchi rifugi in montagna, e fanno rumori da assassini dal profondo della loro gola se le loro orecchie incredibilmente acute percepiscono, a valle, anche un solo passo alieno. Alcuni padri pisciano profumo o alcol medicinale, distillando quello che bevono tutto il giorno tramite potenti processi corporei. Alcuni padri hanno un braccio solo. Altri hanno un braccio in più, oltre ai consueti due, nascosto sotto le loro giacche. Sulle dita di quel braccio si trovano elaborati anelli d’oro che dispensano beneficenza. Alcuni padri sono diventati convincenti repliche di splendidi animali marini, altri convincenti repliche di persone che odiavano da piccoli. Alcuni padri sono capre, alcuni sono latte, alcuni insegnano spagnolo nei chiostri, alcuni hanno il potere di attaccare problemi economici globali e sconfiggerli, ma non lo fanno, perché gli manca ancora un’ultima, vitale informazione. Alcuni padri si pavoneggiano, ma la maggior parte di loro non lo fa, tranne dentro le mura di casa; alcuni padri posano a cavallo, ma la maggior parte di loro non lo fa, a meno che non si tratti di padri del diciottesimo secolo; alcuni padri, quando cadono da cavallo, ammazzano il cavallo, ma la maggior parte di loro non lo fa; alcuni padri hanno paura dei cavalli, ma la maggior parte di loro ha paura, in realtà, delle donne; alcuni padri si masturbano perché hanno paura delle donne, alcuni padri dormono con donne a noleggio perché hanno paura delle donne che sono libere; alcuni padri non dormono mai, e stanno sempre svegli, a fissare il loro futuro, che è dietro di loro.”

Barthelme è famoso per questo tipo di scrittura in forma di lista, che fa della ripetizione e dell’assurdo una forza cumulativa, e che trasforma ogni riga in un potenziale rigo di una poesia. Antrim usa lo stesso metodo. Prendiamo l’inizio de I cento fratelli, che è probabilmente il mio incipit preferito tra tutti quelli che ho letto quest’anno, un’unica frase lunghissima che ti mette subito nel mood giusto per il resto del libro. E fate un bel respiro, perché è molto lunga. Pronti? Via:

“I miei fratelli, Rob, Bob, Tom, Paul, Ralph, Phil, Noah, William, Nick, Dennis, Christopher, Frank, Simon, Saul, Jim, Henry, Seamus, Richard, Jeremy, Walter, Jonathan, James, Arthur, Rex, Bertram, Vaughan, Daniel, Russel e Angus; Herbert, Patrick e Jeffrey, nati da parto trigemino; i gemelli identici Michael e Abraham, Lawrence e Peter, Winston e Charles, Scott e Samuel; ed Eric, Donovan, Roger, Lester, Larry, Clinton, Drake, Gregory, Leon, Kevin e Jack – tutti nati lo stesso giorno, il ventitré maggio, benché a orari diversi e in anni distinti – e il caustico grafomane Sergio, le cui feroci opinioni appaiono con regolarità nelle primissime pagine dei mensili più conservatori, per non parlare degli schermi a cristalli liquidi che di notte rilucono sulle fulgide postazioni informatiche di innumerevoli frequentatori di forum dalla vista appannata (tra i quali nostro fratello è affettuosamente, elettronicamente noto come il Serger); e Albert, che è cieco; e Siegfried, che fa sculture di acciaio fuso; il clinicamente depresso Anton, lo schizofrenico Irv, l’ex tossicodipendente Clayton; Maxwell, il botanico esperto in vegetazione tropicale che, dopo il ritorno dalla foresta pluviale, ci pare un tantino scombussolato; Jason, Joshua e Jeremiah, tutti e tre vagamente cupi, ciascuno nella sua personale versione del «ragazzo perduto»; Eli, che trascorre solitarie notti di veglia nella torre, riempiendo interi quaderni di disegni – le multiple declinazioni che un artista offre di un’opera più ampia? – ritraendo i volti dei suoi fratelli, incluso Chuck, il pubblico ministero; Porter, lo scrittore di diari; Andrew, l’attivista per i diritti civili; Pierce, l’architetto che progetta edifici intrinsecamente inedificabili; Barry, il medico buono; Fielding, il documentarista; Spencer, la spia notoriamente legata al Ministero degli Esteri; Foster, lo psicoterapeuta del nuovo millennio; Aaron, l’orologiaio; Raymond, che guida un aereo di sua proprietà; e George, l’urbanista che – se leggete i giornali lo ricorderete – si distinse, non molto tempo fa, con un innovativo programma per infondere nuova vita al centro città in stato di degrado (sotto forma di «un diorama animato interattivo che illustra i costumi culturali ed economici contemporanei»), per poi scioccare e sbalordire tutti, ma proprio tutti quanti, dandosi alla macchia con una ragazza di nome Jane e una ventiquattr’ore zeppa di fondi municipali in mazzette da cento non contrassegnate; e tutti i giovani padri: Seth, Rod, Vidal, Bennet, Dutch, Brice, Allan, Clay, Vincent, Gustavus e Joe; e poi Hiram, il maggiore; Zachary, il Gigante; Jacob, l’intellettuale poliedrico, Virgil, il sussurratore compulsivo; Milton, il canalizzatore di spiriti che parlano attraverso il tempo; e i donnaioli impenitenti: Stephen, Denzil, Forrest, Topper, Temple, Lewis, Mongo, Spooner e Fish; e, naturalmente, il nostro celebre fratello «perfetto», Benedict, cui è stata conferita una medaglia d’onore dall’Accademia delle Scienze per il lavoro svolto nel corso di oltre vent’anni sulla trasmissione chimica del «linguaggio sessuale» in undici specie di insetti sociali – tutti noi (eccetto George, sul quale circolano voci disparate, voci su voci: è fuggito lontano, è proprio qui, sotto il nostro naso, sta usando un nome falso, o forse più di uno, ha cambiato faccia, cose di questo genere) – tutti i miei novantotto fratelli, senza contare George, e io ci siamo di recente riuniti nella biblioteca rossa e abbiamo deciso che era giunto il momento, infine, di dire basta alla tristezza, di lasciarci il passato alle spalle, condividere una cena leggera e rintracciare, ammesso che la cosa ci risultasse sopportabile, l’urna smarrita contenente le ceneri del vecchio rompicoglioni.”

Eccetto George, ovviamente. I cento fratelli (eccetto George) è un romanzo apparentemente senza senso che allo stesso tempo riesce ad essere estremamente vero e pieno di significati – proprio come i libri di Barthelme. La “trama”, per quanto possa contare la trama in un romanzo del genere, è semplice. “Nell’enorme biblioteca diroccata di un’antica villa, cento fratelli (diversi per età, professione, interessi, carattere, ma uniti da un’infinità di piccole perversioni e devianze psicologiche) si riuniscono per cenare insieme e ritrovare l’urna delle ceneri del padre, temporaneamente smarrita.” Così la descrive il sito dell’editore – ma, come abbiamo visto, in realtà non è che la descrizione della prima riga del romanzo. Certo, si dice anche che, in un “tour de force”, la serata prosegue tra alleanze e tradimenti, dobermann scatenati, partite di football, per poi culminare in un crescendo sempre più folle e sanguinario. Quello che non si dice è che il libro non ha alcun rispetto per le regole base della narrazione, come il tempo, o lo spazio, e che fa morire dal ridere—è davvero costantemente buffo, assurdo, giocoso, ma anche profondo, toccante, tragico. Prendiamo ad esempio questo passaggio:

“La genealogia – e per genealogia intendo qualcosa che va oltre il mero tratteggiare e infarcire di nomi i cosiddetti «alberi» genealogici; piuttosto, un’indagine profonda sulle linee di discendenza e sulle eredità congenite del sangue, specialmente in rapporto a certi monarchi folli – è divenuta uno dei miei svaghi primari. Io non sono pazzo. Ma è un dato di fatto che nelle mie vene scorra il sangue di un monarca folle. Come in quelle di tutti.”

Oppure:

“Ho scoperto che è il conflitto, la cosa davvero interessante. Il conflitto! Il conflitto è sempre così difficile da narrare. E con «difficile» intendo dire, io credo, doloroso. Ma anche impegnativo. I fattori tecnici insiti nella descrizione di un vero conflitto sono scoraggianti. Per prima cosa, occorre determinare gli antagonisti. È importante evitare le comode generalizzazioni, concentrandosi invece su tutti quegli oscuri e delicatissimi problemi inerenti l’identità e il desiderio che rendono le nostre vite e i nostri bisogni tanto variegati e dissimili. I problemi insiti nel descrivere una persona derivano essenzialmente dalla difficoltà del conoscere questa persona. Uno dei tratti più infelici della maggior parte dei rapporti stretti è il deterioramento dell’intimità per effetto del tempo, dei sommovimenti e di tutte le piccole incomprensioni che inevitabilmente si verificano tra le persone, portandole, ogni anno che passa, alle stesse, stanche conclusioni: le conversazioni perdono colpi; le amicizie vengono meno.
Ciò detto, consentitemi di riconoscere che mio fratello Hiram è uno stronzo. Ma proprio un coglione vero.”

O ancora:

“Per quel che mi riguarda, anch’io amo stare seduto vicino a una finestra. C’è il vantaggio di una brezzolina, qualora l’atmosfera si faccia troppo soffocante. Il grosso inconveniente, come se fosse necessario sottolinearlo, è la vista sul prato e su quei poveretti che si stringono gli uni agli altri per riscaldarsi. Un paio di volte, in passato, ho avuto modo di dare un’occhiata fuori, vedendo, al di là delle mura del giardino, un viso, o così mi è parso, illuminato dalla luce di un falò. Immediatamente, però, il viso è scomparso, e con esso qualsiasi cosa in quell’istante mi fosse sembrata familiare, e non saprei dire chi pensavo di aver visto, o perché fossi rimasto tanto colpito. Tutti, probabilmente, hanno vissuto un’esperienza sconcertante di quel genere. Intravedi qualcuno in lontananza, qualcuno che appartiene al tuo passato. Qualcuno che un tempo per te è stato importante. Può essere scioccante, l’inattesa scarica di confusione e aspettativa causata dall’agnizione. La verità è che, molto spesso, quella persona non la conosciamo. Può darsi che nel frattempo si sia già gridato un «Ciao!», sentendosi subito ridicoli e colpevoli, perché la persona in questione ha preso a guardarci con aria incerta ma speranzosa. Questa persona che infine si rivela estranea. E dunque cos’è, esattamente, che abbiamo riconosciuto? Il profilo di un naso? In altre parole, com’è possibile che la silhouette o la postura di uno sconosciuto abbiano il potere di suscitare in noi un’emozione intensa e dolorosa? Tale domanda, applicata alla mia situazione attuale, potrebbe essere: cosa c’è di tanto seducente e spaventoso nella vista che si gode da una finestra semiaperta? E perché, di conseguenza, il sottoscritto ogni volta raggiunge il suo posto a tavola con un così intenso miscuglio di desiderio e timore? Va da sé che il mio appetito risulta puntualmente compromesso dal terrore di guardare fuori dalla finestra.”

Alla fine, I cento fratelli mi è piaciuto tantissimo, ne ero entusiasta, ne ho parlato con tutti, ho pure citato la prima frase a un paio di amici particolarmente pazienti, a cena; ero veramente carico come una molla. Era davvero tanto tempo che un libro di narrativa non mi divertiva così. Puro divertimento: è questo quello che ho provato, leggendolo, leggendo di nuovo un pezzo di narrativa così, libera di essere al tempo stesso colta e stupida, classica e sperimentale, parodica e serissima. Era una sensazione, quella di ridere mentre leggevo, che non provavo da troppo tempo, forse perché ero diventato, per citare il nome del primo blog letterario di  Tao Lin, un “reader of depressing books”.

Ma, d’altra parte, leggendo solo non-fiction per un paio d’anni avevo spesso provato anche delle sensazioni simili. La sensazione che hai, come lettore, quando non sai cosa aspettarti, quando il libro che stai leggendo ti tiene sull’orlo della comprensione e, appena inizi ad adagiarti quando pensi di aver capito cosa stai leggendo, ti sciocca, levandoti le certezze. Certezze che possono variare, perché magari in un caso pensavi di leggere un diario e il capitolo dopo invece stai leggendo una biografia di T.H. White, o magari pensavi di leggere un libro ambientato in una notte e invece la notte dura in eterno. Forse è quello, il filo che unisce libri che sperimentano con la forma fiction/non-fiction ai libri più “puramente” sperimentali – quelli che, se proprio volessimo usare la singola parola che ha più contribuito a rendere tutti questi libri post-Barthelme un flop epocale di vendite, potremmo chiamare “post-moderni”. Cioè: la libertà. La libertà di giocare con cosa ci si aspetta da una voce narrante, la libertà di passare da un diario a un pezzo di nature-writing a una biografia letteraria, la libertà di Donald Antrim nel raccontarti una fiaba satirica che esiste senza un vero concetto di tempo o spazio, dove letteralmente ogni cosa può accadere da una pagina all’altra. Forse è quello. O forse è solo che erano, tutti quanti, bellissimi libri.

Timothy Small
Timothy Small nasce a Milano nel 1982. Già direttore di VICE Italia dal 2005 al 2012, è Head of Content di Alkemy, dove guida la divisione Alkemy Content. Co-fondatore e direttore editoriale de l'Ultimo Uomo nonché fondatore e direttore di Prismo, ha scritto per riviste come GQ, IL, Rolling Stone, L'Uomo Vogue, Kaleidoscope, NERO, The Paris Review, ha diretto video e documentari per VICE, Studio, Missoni, V Magazine e I Cani e, per un breve periodo, ha diretto una casa editrice chiamata The Milan Review.

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PRISMO è stata fondata ad Aprile 2015 all’interno di Alkemy Content.

 

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