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Dodici mesi fa usciva Status di Marracash, il disco più riuscito e importante degli ultimi cinque anni di rap italiano, ma non tutti se ne sono ancora accorti. In occasione della ristampa, rivediamo cosa lo rende così speciale.

20 gennaio 2015: un anno fa usciva Status, quarto album del rapper siculo-milanese Marracash, all’anagrafe Fabio Rizzo, classe ‘79, membro della Dogo Gang e considerato uno dei migliori esponenti della generazione di artisti che a metà anni 2000 ha contribuito a traghettare il rap da musica di nicchia a fenomeno (relativamente) pop. Uso il termine “relativamente” perché, nonostante il genere si sia imposto come l’unica novità di rilevo nel mercato discografico italiano da dieci anni a questa parte, esso è considerato una musica minore e, anzi, nemmeno  “musica” propriamente detta. Le ragioni di questo giudizio si possono ritrovare nel conservatorismo generalizzato dell’ambiente musicale (nonché di quello degli ascoltatori, certo), ma la colpa è stata in parte anche di artisti che  in più di un’occasione hanno sfornato materiale inconsistente, buono giusto per un paio di passaggi in radio o poco più.

Bene, Status cambia anzi, ha già cambiato tutte queste cose. Lo dico fin da subito: per me è di gran lunga il miglior disco di rap italiano prodotto negli ultimi cinque anni. Non solo: è anche una di quelle opere che ridefiniscono i canoni di qualità del genere d’appartenenza, elevando scrittura, ampiezza di temi e ricerca musicale su un piano tanto elevato quanto accessibile a tutti. In tal senso, Status è un disco di rottura quanto lo è stato good kid, m.A.A.d city di Kendrick Lamar: né chiuso in sé stesso, né incline a farsi influenzare da qualsiasi trend passeggero del mercato discografico.

Un’opinione, questa, condivisa da Costanzo Colombo Reiser e che ora a distanza di dodici mesi e di 25.000 e rotte copie vendute vale la pena di aggiornare. I motivi per fare di nuovo il punto su Status sono tre: innanzitutto perché tre giorni fa è uscita la versione deluxe del disco, con inediti che arricchiscono un progetto di per sé già completo; in secondo luogo, perché quest’edizione farà da ponte tra il Marracash ante-Status e quello post-Status, cioè quello dell’imminente album con Gué Pequeno. Infine, banalmente, perché è l’album più riuscito dell’anno in cui si sono svolti gli Hunger Games della scena hip hop nostrana e a cui tutti i pezzi da novanta (Fabri Fibra, Noyz Narcos, Gue’ Pequeno e via dicendo) hanno contribuito con dischi o singoli di elevata fattura, pur senza riuscire a sfiorare il lavoro del rapper della Barona.

Tommaso Naccari
Per quanto l’oggettività della bravura sia appannaggio solo degli sportivi (lo dice lo stesso Marracash), e a volte nemmeno loro, penso di non bestemmiare se definisco il rapper della Barona sottovalutato. Nonostante molti colleghi lo riconoscano come il migliore tra tutti – Fabri Fibra elogiò il suo “flow fresh” e “la sua pronuncia, che fa sembrare che le parole le mastichi e le sputi” – ho l’impressione che Marra abbia sempre sofferto di qualche strana forma di blocco; il che non gli ha impedito di arrivare in cima ma, forse, lo ha fatto arrivare più esausto del dovuto. Mi spiego. Nel periodo ante-Status – e ad eccezione della parentesi “Badabum Cha Cha – è passato dall’essere il quarto dei Dogo, cioè a “preparare il banchetto per gli altri e tornare a festa finita”, ad avere a che fare con un pubblico che non l’aveva ancora inquadrato nella giusta maniera e con una critica altrettanto miope. Con Status, invece, Marra ha messo sul tavolo tutto se stesso, sia musicalmente che liricamente, dando vita al disco forse non più sperimentale della sua discografia – perché se ripenso a pezzi come “Parole Chiave ho ancora i brividi – ma di certo quello più autoriale. Tu che l’hai seguito anche da più vicino, Costanzo, quanto credi fosse necessario per Marracash mettere finalmente, forse per la prima volta (ho l’impressione che “King Del Rap fosse quasi un sondare il terreno) in chiaro chi fosse il numero uno nel rap game?

Status ridefinisce i canoni di qualità del genere d’appartenenza, elevando scrittura, ampiezza di temi e ricerca musicale su un piano tanto elevato quanto accessibile a tutti.

Costanzo Colombo Reiser
Premesso che il mio “da vicino” si limita a un rapporto perlopiù lavorativo interrotto una decina d’anni fa, secondo me quello che rende Status un disco migliore dei precedenti – nonché di quelli della concorrenza – è proprio il fatto che stavolta non abbia voluto concentrarsi su come dimostrare agli altri di essere il migliore. Vedi, è dai tempi di Kurtis Blow che qualsiasi rapper – da Rakim all’ultimo MC di Gavirate – pensa in cuor suo di essere bravo; tuttavia, è da altrettanto tempo che ciascuno di essi si trova a dover trovare un modo efficace per convincere anche gli altri della sua bravura. Le soluzioni trovate finora sono consistite nel dirlo esplicitamente, oppure nel dimostrarlo occupandosi d’altro.

Laddove però l’approccio basato sull’egotrippin ha funzionato quando il genere era ancora giovane (penso ai primi dischi dei Run DMC e di LL Cool J), negli ultimi 25 anni i cosiddetti “classici” – da It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back a My Beautiful Dark Twisted Fantasy, passando per AmeriKKKa’s Most Wanted e Illmatic – si sono caratterizzati per essere qualcosa che andava oltre l’ego del loro autore. Sono opere che descrivono la realtà che circonda quest’ultimo e in cui la sua personalità (e unicità) emerge non tramite la sola autoesaltazione, bensì mediante il taglio dato ai testi, al vocabolario usato, alle opinioni espresse e via dicendo. È la differenza che passa tra una pura esibizione di capacità tecniche e una prospettiva più completa dell’autore. Ecco: mentre i dischi precedenti di Marra avevano sì singoli episodi da cui traspariva questo approccio, ma nel complesso sembravano più delle to-do-list, dei punti da rispettare per produrre un disco rap (era facile individuare “IL singolo”, “IL pezzo introspettivo”, “IL pezzo impegnato”), con Status Marra è riuscito a spingersi oltre questa tabella di marcia discografica. Così facendo, ed essendo una persona indubbiamente intelligente oltre che talentuosa, il risultato è musica di spessore da cui traspare non solo la capacità dell’autore, bensì anche una visione con la quale ci si può confrontare.

Nello specifico, e al di là di ogni considerazione sulla scrittura, versi come “Ed eravamo tutti amici prima dei contratti, prima dei soldi/ Ma chi cambia son quelli che non l’hanno fatti” o “Io so che il mondo non si cambia, si governa/ Vogliamo somigliare a quelli a cui sputiamo merda” sono infinitamente più interessanti del pistolotto moralista fatto dal rapper impegnato standard, così come l’autoesaltazione che fa capolino qua e là è generalmente meno pacchiana di quella di gran parte dei suoi colleghi. E questo, secondo me, rende l’ascolto godibile a prescindere dall’età: basta avere un cervello funzionante. Magari sarà l’età, ma ormai non tollero più i redentori a 33 giri, e a stento sopporto quelli che sanno solo mettere in rima il loro 740, vero o finto che sia; tu che hai qualche anno in meno di me che ne pensi?

Tommaso Naccari
Il solo fatto che siamo qua a parlarne allo stesso modo nonostante la differenza d’età e che le impressioni siano le stesse di un anno fa sono una conferma indiretta di quel che dici. Al di là del suo essere un potenziale game changer, la trasversalità di Status è evidente: basti pensare alla citazione di Casinò, un film di culto che però chi ha la tua età vede con occhi diversi dai miei anche solo per averne vissuto l’uscita, e al contempo c’è “20 anni (Peso)”, che invece sento particolarmente vicina in quanto si rivolge più alla mia generazione. La stessa trasversalità dei testi e degli argomenti si rispecchia poi anche sul versante musicale: non è una novità – dopotutto, Marra è quello che ha “messo nello stesso disco la Ferrero e Bloody Beetroots” – ma qui si passa con altrettanta naturalezza dal pezzo super rap (“Bentornato”) a quello più orecchiabile (“In Radio”) fino a quello più cupo (“Vendetta”). Di questo aspetto ho parlato direttamente con lui e la parola che più gli ho sentito pronunciare è stata “coraggio” – però secondo me è una definizione fuorviante. Casomai è un disco necessario, e nella necessarietà c’è inevitabilità, non coraggio. Dall’esasperazione che diventa disperazione nascono – almeno secondo me – i migliori lavori: non andavo così in fissa con un disco italiano dai tempi di Mr. Simpatia, un altro di quei dischi che, come appunto fa Status, in poco meno di un’ora trasuda odio per ciò che circonda l’autore.

Quello che rende Status un disco migliore dei precedenti è il fatto che stavolta non abbia voluto concentrarsi su come dimostrare agli altri di essere il migliore.

Costanzo Colombo Reiser
Però attenzione: se ci fosse solo odio sarebbe un disco di Gue’ Pequeno, in cui ogni traccia trasuda disprezzo verso il prossimo o comunque verso quelle categorie di persone che – pensa l’ironia! – compongono la maggioranza del suo pubblico. Diversamente, Marra scrive di una realtà da cui non solo proviene, ma verso la quale prova affetto pur essendosela lasciata alle spalle (perlomeno economicamente); in concreto, quando cita i “figli delle serve” che giocano nei cortili e nei giardini di via Depretis non lo fa per distanziarsene e umiliarli ora che è ricco, bensì per mantenere un contatto con loro nonostante ora sia ricco.

Detto questo, volevo tornare sulla questione musicale: in Italia si può dire quel che si vuole sugli MC rispetto al resto del mondo – sorvolando sul ciarpame pseudotechno prodotto da rapper da Fivelandia tipo Moreno – ma in quanto a beat non ci siamo mai fatti mancare niente dagli anni 90 ad oggi. Quello che mi colpisce di Status, però, non è tanto la qualità dei pezzi presi singolarmente, quanto la coesione complessiva dell’album, nonostante presenti almeno quattro o cinque macroinfluenze diverse tra loro (si passa da batterie trap a synth in piena trillwave fino a robe in odore dei Kraftwerk). Un po’ come avviene per certi album della Black Hippy – non solo good kid m.A.A.d city ma anche Habits & Contradictions – è possibile ascoltare l’opera in loop due o tre volte di fila senza annoiarsi, perfino laddove s’incontra una traccia meno ispirata di altre (“Di nascosto”, per dirne una). Ecco, forse è solo una mia impressione, ma credo che gli exploit di Kendrick Lamar e Schoolboy Q abbiano esercitato una discreta influenza sull’ultimo Marra, sia sotto l’aspetto del sound complessivo (che mi fa sempre pensare a DJ Dahi) che sotto quello della composizione. Si tratta quindi indubbiamente di rap “puro”, ma potenzialmente è accessibile a tutti e non solo agli iniziati – a differenza di opere comunque pregevoli come, tanto per citarne una di cui si parla troppo poco, Darkswing).

Tommaso Naccari
Chiudo la velocissima parentesi su odio, disprezzo, Gué Pequeno e Marracash, visto che il loro imminente album a quattro mani mi permette di farlo senza risultare troppo off topic: Marracash è immerso e invischiato nell’odio, che è tale proprio perché le cose di cui parla e racconta sono “sue”. Quello di Guè, invece, è disprezzo per un mondo in cui a un certo punto della carriera ha deciso di immergersi ma a cui non appartiene fin dalla nascita, tant’è vero che questo disprezzo si è acuito in proporzione alla popolarità raggiunta. Fatto sta che Guè mi pare di un’atarassia tale che, per esempio, non me lo fa sembrare credibile nei pezzi d’amore. Da lui infatti vorrei solo tanti banger e spero che il disco insieme a Marracash sia principalmente costituito da materiale che non sia sulla falsariga di “Brivido, ecco.

Chiarito questo, per quanto riguarda le influenze di Kendrick e Schoolboy Q penso che Kendrick abbia davvero influenzato un po’ tutti e che Marra, essendo il più intelligente e il più capace tecnicamente, sia quello che è riuscito a comprenderne meglio l’essenza. In tal senso, Status è un lungo e gigantesco Control; ma devo dire che, più in generale, Marra ha dimostrato di essere un artista completo. L’altro giorno ho riscoperto una traccia, “Tempo”, che non so collocare perfettamente sulla linea del tempo, appunto, ma che mi è sembrata, per quanto palesemente datata, incredibilmente attuale, ha una ritmica che la rende quasi pop.

Al contempo sento le cose nuove, come il featuring con Sfera Ebbasta o questo piccolo spoiler, e lui sa fare bene anche quello. Le tecnicate? Le sa fare. Al che mi chiedo se ci sia qualcosa che invece non sa fare.

Costanzo Colombo Reiser
Non lo so, basta che non cominci a cantare. Comunque sia, il punto è che fino a Status i suoi dischi erano showreel delle sue capacità: per carità, avercene, ma rispetto a quest’ultimo risultano nettamente meno focalizzati e incisivi. Del resto, la dispersività è il problema della stragrande maggioranza dei dischi hip hop, tuttavia vedo che oltreoceano sono ormai quattro o cinque anni che escono più album propriamente detti che raccolte di singoli; senza citare di nuovo la Black Hippy, nel solo 2015 sono uscite opere come quelle di Vince Staples o A$AP Rocky che si pongono ad anni luce di distanza dal passato già solo per la struttura più coesa che hanno. In un certo senso sono un ritorno al periodo pre-Down with the King, in cui l’ascolto di un disco per intero risultava qualitativamente superiore alla somma delle sue parti. Ecco, mi auguro che Marra riesca a portare avanti questo approccio anche nel prossimo album e che riesca ad influenzare le nuove leve (e i colleghi in generale) proprio sotto questo aspetto. Tuttavia, anche se ciò non dovesse avvenire, intanto è riuscito a farmi ascoltare un disco italiano dall’inizio alla fine, il che non mi succedeva – per diversi motivi – dai tempi di Chi more pe’ mme. Non è poco.

Tommaso Naccari
Ecco, forse il punto è principalmente quello: è un disco che ha senso nel suo insieme, fino ad adesso Marracash mi esaltava nei singoli o nelle collaborazioni, mentre un suo disco ascoltato per intero mi risultava ostile. Mi piace però pensare che questo sia un punto di partenza e, sentendo ciò che dice e comunica, credo che sia così; in più, nonostante il buon riscontro avuto da Status, non credo che Marra sia tanto appagato da sedersi sugli allori. Qui però stiamo parlando del futuro, mentre – forse – la cosa migliore che si possa dire di questo disco è che se ne stia ancora parlando adesso, a un anno dalla sua uscita e, mi sbaglierò, ma questo è uno degli indicatori che separano i dischi semplicemente validi da quelli classici. E Status questo è: un classico.

Tommaso Naccari
Classe 1994, scrive per VICE e non solo. Dal 2015 è uno dei co-fondatori del magazine di rap e cultura FOUR DOMINO.

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