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Sei motivi per cui non potete non vedere Mad Max: Fury Road.

L’anti-spiegone
Negli ultimi anni, i film d’azione e fantascienza hanno preso il pubblico per deficiente. Un quarto della durata complessiva è dedicato a spiegare in dettaglio il perché ci si trova in un mondo e/o in una situazione di pericolo. Gli anglofoni lo definiscono “exposition”, a me piace chiamarlo “lo spiegone”. Avviene quando si infarcisce una scena di dialoghi ridicoli su pietre di Ronan, sui meccanismi per penetrare nel quarto livello del sogno, sulla miscela nucleare che ha dato vita a Godzilla. 

Christopher Nolan, un tale che viene preso a esempio dell’autorialità nel cinema d’azione, è il reuccio di questo trend, con i suoi personaggi posizionati lì giusto per ricevere delucidazioni su quello che si crede che il pubblico non capisca. Lo spiegone dimentica la più semplice delle scorciatoie, ovvero il fatto che il cinema è un mezzo visivo e che, nel tempo impiegato per raccontare una certa situazione a parole, le immagini avrebbero potuto fare tutto il lavoro per noi, e molto meglio.

È dal 1979 che George Miller non sottovaluta il suo pubblico, o forse non gliene è importato mai abbastanza. In Fury Road, il quarto film della saga di Mad Max, il quarto film scritto e diretto dal regista australiano, Miller ci dimostra, ancora una volta, che è possibile realizzare un film ambientato in un mondo che non è il nostro, in cui per la prima ora non parla praticamente mai nessuno. Fury Road sfoggia immensa saggezza e sicurezza nel caratterizzare ambientazioni, personaggi, veicoli, armi, ricchi, poveri, donne, uomini, guerrieri, schiave, prigionieri, pazzi, non. Il mondo è descritto alla perfezione, la situazione ci è perfettamente chiara a partire dalla terza, quarta inquadratura. Capiamo tutto senza che nessuno dica una parola.

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Il trailer di Mad Max: Fury Road. Il film è tutto così. Due ore così.

Aussie rules
Anche perché, chiariamoci subito su questo punto, se anche i personaggi parlassero, quanto capiremmo di quello che dicono? Se il film non lo vedessimo doppiato, è chiaro. Una delle più grandi conquiste della saga originale di Mad Max era l’uso di un accento assolutamente estraneo al cinema mainstream: l’accento australiano. Motivo per cui, gli Stati Uniti, nella loro immensa avvedutezza, avevano doppiato il primo film in americano, e si sono ridotti a proiettare la versione originale di Mad Max soltanto vent’anni più tardi, nel Duemila, quando si sono resi conto che – erp! forse doppiare un film la cui lingua parlata era già l’inglese era stato un errore di valutazione.

Certo, l’australiano non era un accento straordinario per gli abitanti dell’Australia – è un po’ come per un veneto guardare Primo Amore di Garrone – ma, per un pubblico abituato a una serie di film d’azione i cui protagonisti parlano sempre e solo in americano, Mad Max offriva quel grado di estraneità in più, lo stesso abbracciato anche dai migliori film di fantascienza di questo decennio: pensate alla versione originale di District 9 o di Under the Skin.

Nel primo l’accento sudafricano, nel secondo l’accento scozzese di Glasgow: entrambi forniscono un elemento cruciale di delocalizzazione della storia. Sembra una contraddizione, perché tutti gli accenti di cui abbiamo parlato danno un’idea chiara di un luogo ben definito (l’Australia, il Sud Africa, Glasgow), ma in tutti questi casi – sarà il fatto che siamo talmente poco abituati a vedere un film di genere che non presenti un accento degli Stati Uniti? – sembra di sentire parlare degli alieni. Ed è quello che conta, perché in fondo, non ci interessa sapere che ciò che accade nel film accade nel nostro mondo, anzi – più ci è estraneo, più l’elemento fantascientifico ci coinvolge.

Il vero peccato di Fury Road è che i suoi due protagonisti abbiano capitolato di fronte all’uso di un accento inglese/americano non meglio localizzato. Ma tanto quei due, nel film, parlano molto poco. E tutti gli altri parlano australiano.

Auto d'epoca con protagonista a prua.

Se li hai spendili bene
La serie di Mad Max è un ottimo esempio di come la disponibilità di budget si rispecchi negli elementi usati per definire la trama. Insomma, più i Mad Max riscuotevano successo, più il mondo dei film successivi si arricchiva di dettaglio, e si impoveriva di tracce del mondo in cui viviamo. Nel film del 1979 il mondo reale era ancora riconoscibile, ma via via che la saga si ingigantiva, le strade diminuivano in numero, le abitazioni diventavano meno ospitali, i costumi dei nemici erano più stravaganti, fino a raggiungere un punto, con questo quarto capitolo, in cui gli unici elementi riconoscibili del nostro mondo sono gli umani e le macchine. L’universo – anche gli umani, anche le macchine – è color ruggine, ricoperto di sabbia, e sempre più somigliante a Full Throttle. Strade? Dove andiamo noi non ci servono strade.

Tsunami di sabbia + Dies Irae di Verdi, perché no?

Lega Pro
Fury Road è così ben riuscito perché è IL film dei professionisti. Il mondo è di George Miller, il film è della sua troupe. Sembra che Miller abbia scelto le eccellenze di ogni dipartimento, e abbia concesso loro la massima libertà, definendo sin dall’inizio un unico fine: quello di produrre una ficata eccelsa. Miller ha chiesto alla montatrice Margaret Sixel, sua moglie (che carini), di montare Fury Road. Sixel non si era mai occupata di un film d’azione. Lui, però, voleva che il loro film non sembrasse come «tutti gli altri film d’azione».

Fury Road segue strutture di montaggio classiche, è vero, ma presenta anche raffinatezze quali sequenze di sguardi interminabili, inquadrature senza stacchi, dettagli di parti di veicolo che neanche Ejzenstejn. Miller e il montaggio hanno un rapporto florido a partire dal primo Mad Max, dove ogni colpo ed esplosione avevano un peso e una fattura semi-artigianale, e nel loro ritmo imperfetto costituivano un minimo ritardo nella narrativa. Nel contesto dei film d’azione moderni, dove tutti i personaggi e i loro veicoli volteggiano in computergrafica a forza di gran SWOOSH, i colpi in sé non hanno molta importanza. In Mad Max, ogni esplosione conta. E la fisicità di Fury Road è uno dei suoi più grandi punti di forza.

<3 <3 <3

Donne guerriere
Non è il fatto che un gruppo di troll online lo abbia bollato come ciarpame femminista perché “nessuno abbaia ordini a Mad Max” (leggete un riassunto qui; non andate sul sito originario), e chissà come i suddetti ci sono rimasti che ad abbaiare ordini a Mad Max non fosse solo una che è femmina, ma che è anche storpia; non è il fatto che praticamente tutti i personaggi femminili subiscano, nel film, un’opera trasfigurante, tant’è che Megan Gale è come se avesse cancellato dalla memoria collettiva decine di pubblicità della Omnitel; non è nemmeno il fatto che Imperator Furiosa torreggi su tutto il film incontrastata; non è niente di tutto questo a definire il dialogo di uguaglianza stabilito dal film: sono quegli sguardi di infinito rispetto tra Max Rockatansky e Imperator Furiosa, sguardi che sembrano durare per sempre o per almeno cinque minuti di orologio, a farlo.

È vero, il Max del titolo non fa quasi nulla e sta incatenato a un palo mentre Imperator Furiosa porta avanti tutte le sequenze d’azione (fino a compiere lei stessa l’Ultimo Affronto, quello che causa ai sopracitati neomaschilisti notti insonni all’insegna della prostatite), ma è quel linguaggio di ripetizione degli sguardi che ci suggerisce che, in fin dei conti, tra i due personaggi c’è un mare di comprensione e rispetto, non perché si vogliono scopare (non si vogliono scopare), ma perché si guardano entrambi dallo stesso piano: quello di due guerrieri.

L'anima del film.

Maiale
George Miller ha scritto Babe – Maialino Coraggioso. George Miller ha scritto Babe – Maialino Coraggioso. George Miller ha scritto Babe – Maialino Coraggioso. George Miller ha scritto Babe – Maialino Coraggioso. George Miller ha scritto Babe – Maialino Coraggioso. George Miller ha scritto Babe – Maialino Coraggioso. George Miller ha scritto Babe – Maialino Coraggioso. George Miller ha scritto Babe – Maialino Coraggioso.

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Miller ha dichiarato: «Non vedo alcuna differenza tra la storia essenzialmente elementare, diciamo, di Mad Max 2, L'olio di Lorenzo e Babe».
Laura Spini
Nata a Bergamo, non è la sua omonima Google vittima del raggiro di una santona. Ha tradotto e collaborato per una serie di case editrici e riviste italiane, sulle quali ha scritto di cinema, videogiochi, e pistoleri memorabili.

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