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Making a Murderer è una delle serie con più cliffhanger nella Storia della televisione. Ma soprattutto è un documentario di giustizia sociale che si propone di mettere in luce l'inadeguatezza del sistema giudiziario americano.

C’è la possibilità, anche se remota, che non abbiate ancora visto Making a Murderer. In tal caso, chi siete? Dove vivete? Mandatemi una mail: riceverete in cambio un messaggio – “Congratulazioni, SIETE IMMUNI AL MOSTRO NETFLIX”.

Ma soprattutto: chiudete questa pagina. Making a Murderer è un documentario di giustizia sociale, ok, ma è anche una delle serie con più cliffhanger nella storia della televisione. Va visto con linearità, dall’inizio alla fine. Guardandolo vi torcerete le mani, non mangerete, rinuncerete alla “vita prima di Making a Murderer”. Meno ne sapete, meglio è. Non rovinatevelo con gli spoiler.

Making a Murderer è l’ennesimo prodotto comprato da Netflix dopo essere stato snobbato ripetutamente da altri network. È il risultato di un tour de force di dieci anni delle registe Laura Ricciardi e Moira Demos, che nel 2005 cominciarono a seguire il caso Steven Avery: un uomo del Wisconsin orientale che, nel 1985, era stato condannato a 32 anni di carcere per un reato di violenza sessuale. 18 anni dopo, una nuova prova lo aveva scagionato, rendendolo un uomo libero. Due anni e una causa contro la Contea di Manitowoc più tardi, Avery era di nuovo, misteriosamente, in galera – questa volta con l’accusa di omicidio di una donna, la venticinquenne Teresa Halbach.

A oggi, Avery rimane in carcere. Per la seconda volta, si dichiara innocente. Suo nipote, Brendan Dassey, condivide lo stesso destino, per aver confessato il suo concorso nell’omicidio di Halbach. Le richieste di appello dei due condannati sono state ripetutamente respinte. Tuttavia, più di una testimonianza, al processo di entrambi, dimostra una violazione sistematica dei diritti costituzionali degli imputati, oltre che una certa propensione, da parte delle forze dell’ordine, a contraddirsi sul banco dei testimoni.

Da La parola ai giurati (1957)

Ed è qui che entra in gioco Making a Murderer. A otto anni dalla sentenza di Avery e Dassey, le due registe hanno offerto al grande pubblico la propria versione dei fatti, documentando, nel corso di dieci episodi, le circostanze e i processi che hanno condotto all’arresto dei due. Nel farlo, hanno operato la scelta attiva di non comparire mai – né come voci narranti, né come personaggi – all’interno della serie, ma di lasciare che testimonianze, arringhe, telefonate tra familiari e confessioni filmate portino avanti la narrazione.

Il caricamento del documentario su Netflix ha suscitato un seguito inaspettato e un incredibile senso di “fratellanza nell’ingiustizia”, creando il paradosso temporale di due mondi coesistenti: un mondo pre-Making a Murderer (chi non lo ha guardato) e un mondo post-Making a Murderer (chi lo ha guardato).

Internet, la patria naturale dell’Oltraggio, ha risposto con le proprie teorie: Steven Avery è innocente, Steven Avery è colpevole e le sue registe sono manipolatrici, Steven Avery è molto discusso su Reddit, membri della famiglia di Steven Avery sono colpevoli, e infine, secondo il New Yorker, il passato di Steven Avery “non è all’acqua di rose” e il documentario commette lo stesso errore del sistema che vuole condannare, ovvero l’errore di ragionare “per assoluti”.

Ciò che sfugge a molti, però, è che l’innocenza o la colpevolezza di Avery è irrilevante per ciò che Making a Murderer si propone di fare, ovvero mettere in luce l’inadeguatezza del sistema giudiziario di fronte a un problema sistemico che coinvolga, in senso negativo, le forze dell’ordine.

Che Demos e Ricciardi optino per una presunzione di innocenza nei confronti degli imputati è lampante nella loro scelta delle fonti. Tuttavia, quello su cui vogliono che ci interroghiamo non è se Avery sia è colpevole o innocente, bensì se sia stato incarcerato oltre ogni ragionevole dubbio, se la presunzione di innocenza cui aveva diritto sia stata portata avanti fino al verdetto.

La parabola Billy Mitchell
Nel 2007 usciva uno dei documentari più godibili della storia dei videogiocatori.
Si intitolava King of Kong e si riprometteva di raccontare della rivalità tra Billy Mitchell, un uomo di successo, leggenda dei giocatori di arcade e campione del mondo di Donkey Kong, e Steve Wiebe, un tipo tranquillo e non ambizioso che si trova quasi per caso a battere il suo punteggio.

Il film dipinge Steve Wiebe come un eroe mondano nell’atto di sconquassare lo status quo di un sociopatico rancoroso con cravatte imbarazzanti che non saluta e utilizza trucchetti di bassa lega per mantenere il suo primato.

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Da king of Kong.

Quando il film è uscito nelle sale, Billy Mitchell ha cominciato a ricevere telefonate di insulti e lettere minatorie. Dal 2007, vari profili di Mitchell hanno cercato di dipingerlo sotto una luce diversa da quella del documentario di partenza. Mitchell, dalla sua, non è contento del ritratto che gli dedica il film, né si aspettava di diventarne il supercattivo. Chi ha ragione? In un certo senso, e per motivi diversi, hanno ragione entrambe le parti. Chi non ha ragione? Non hanno ragione i detrattori che inviano lettere minatorie a Billy Mitchell dopo aver visto un film.

King of Kong riprende fedelmente la realtà? No. King of Kong riprende e reinterpreta una realtà, quella vissuta dai filmmaker mentre riprendevano l’evento.

Qualcuno, naturalmente, ne finisce incastrato. I britannici tendono a definire questo modo di praticare interviste, cinema o tv uno “stitch up” – praticamente, è l’atto del “fregare qualcuno con l’intenzione ben precisa di fregarlo”. Ma non si tratta sempre di incastrare per il gusto di farlo; piuttosto, si tratta di incastrare qualcuno in un arco narrativo ben definito al fine di farlo funzionare.

The King of Kong: A Fistful of Quarters

Nel creare una narrativa di buoni e cattivi, nel riassumere un universo che non ci interessava necessariamente (quello dei tornei tra cabinati arcade), King of Kong si è impresso nella nostra memoria. Funziona perché ci racconta una storia e ci permette di immedesimarci nei personaggi (chi non è mai stato osteggiato da un sociopatico pieno di sé?). Ma ci inganniamo se pensiamo che un tipo col mullet possa rappresentare il male incarnato.
Il documentario deve rappresentare in tutti i casi lo spunto per un discorso, non il discorso.

C’è chi usa il formato con più tatto, c’è chi se ne approfitta (se ne è già parlato). In qualsiasi caso, è impossibile mettersi a guardare un documentario supponendo che non stia, anche minimamente, manipolando la realtà. Per mettersi in quell’ottica bisognerebbe sedersi e – ehm – guardare la realtà.

Making a Murderer si appropria di quest’arma del mezzo documentaristico molto consciamente, e non lo fa piazzandosi a osservare il processo in maniera super partes, come una mosca sul muro del tribunale, come un giudice in un processo. Lo fa prendendo le parti della difesa.

Il documentario deve rappresentare in tutti i casi lo spunto per un discorso, non il discorso.

È un punto su cui torniamo più tardi. Tenetelo presente.

Ma allora, se Making a Murderer non ci illustra la vicenda per come è avvenuta, a cosa serve?

Salvare le persone
Negli Stati Uniti, la tradizione democratica del “dare importanza al ragionevole dubbio” non è una novità, e non si limita a Henry Fonda che convince 11 giurati a votare “non colpevole”. Making a Murderer è solo uno degli egregi esempi che si possono fare.

Nel 2011, l’ultimo capitolo di una trilogia di film intitolata Paradise Lost documentava la scarcerazione dei famigerati “Tre di West Memphis” – tre uomini, adolescenti al tempo del delitto, accusati di avere ucciso tre ragazzini in quello che venne definito un rito satanico. Al momento del rilascio, i tre erano rimasti in carcere per 18 anni, come Steven Avery per la sua precedente condanna infondata.

L’attenzione mediatica creata dall’uscita dei tre film Paradise Lost, dal 1996 in avanti, aveva polarizzato i pareri di pubblico e celebrità, oltre che dei familiari delle vittime (alcuni dei quali andarono a schierarsi apertamente con la difesa): il gruppo di legali che si associò ai Tre di West Memphis, cruciale nel mettere in luce nuove prove, non si sarebbe manifestato, non fosse stato per il film.

Prima ancora, nel 1988, un investigatore privato che sarebbe diventato uno dei più grandi documentaristi viventi salvava la vita a un uomo ingiustamente accusato dell’omicidio di un agente di polizia. Lui era Errol Morris. L’altro era Randall Adams. Il film era La sottile linea blu. Quando dico “salvava la vita”, mi risuonano in testa le parole del magistrato John Tolle, che presiedeva all’habeas corpus di Randall Adams e scrisse che le “interviste videoregistrate” di Morris non avevano avuto alcuna influenza sul giudizio della corte. Insomma, a livello legale il film non era servito. Per la maggior parte delle persone, però, Errol Morris rimarrà l’uomo che ha portato al grande pubblico la confessione audioregistrata del vero colpevole dell’omicidio di cui era accusato Randall Adams.

[Non parleremo, in questa sede, di The Jinx, prodotto che utilizza un espediente identico a quello di Errol Morris per incriminare un individuo. Le somiglianze tra i casi, e i dubbi sulla deontologia di The Jinx, si possono leggere qui.]

È ingenuo pensare che sia un film, con le sue prove offerte sommariamente, a salvare una persona dalla sedia elettrica. Allo stesso modo, è ingenuo pensare che il sistema giudiziario ignori totalmente quel film, così come le sue ripercussioni sull’opinione pubblica.

Errol Morris, più che considerare il suo film un documentario, lo considera un saggio “sui falsi storici. Un intero gruppo di persone […] credeva a una versione del mondo che era completamente sbagliata, e la mia indagine accidentale ha fornito una versione diversa dei fatti”.

La narrativa dei buoni e dei cattivi

Io comunque sono Team Buting

Ricciardi e Demos, in Making a Murderer, impersonano il ruolo della difesa in un tribunale molto più grande di quello della Contea di Manitowoc: il tribunale dell’opinione pubblica.

La loro difesa non si basa su fatti incontestabili (come la confessione de La sottile linea blu) ma si basa, come nel caso di Paradise Lost, sulla persuasione del pubblico del fatto che a Steven Avery e a suo nipote, Brendan Dassey, sia stata negata la presunzione di innocenza.

Nel prendere le parti della difesa, le due registe decidono cosa sottolineare e cosa non menzionare. Non a caso, nel corso dei dieci episodi, le parti narrative meno convincenti sono quelle in cui alcuni dettagli sul passato violento di Avery vengono solo sfiorati. “Con l’andamento dei suoi crimini, la società ha un legittimo diritto a preoccuparsi […] che ne commetta altri” dirà il giudice dopo l’allocuzione di Avery – ma il crimine più serio menzionato nel documentario è quello da cui Avery è stato scagionato: come spettatori, rimaniamo perplessi. Dov’è che ha sbagliato quest’uomo, ci chiediamo, se anche il giudice gli fa una ramanzina basata sul nulla?

Il processo del caso Avery è durato più di 200 ore. Il documentario ne dura dieci. Le due registe parlano un linguaggio fatto di esclusioni intenzionali, di buoni e cattivi, rovesciando (e qui l’opinione di Kathryn Schulz sul New Yorker è assolutamente condivisibile) la nostra concezione di vittima-carnefice.

Questo perché, dal punto di vista della difesa, un arco narrativo fatto di buoni e cattivi è sufficiente a farci immedesimare, a farci sentire oltraggiati. Se fosse privo dei Billy Mitchell/Steve Wiebe di turno, Making a Murderer sarebbe un procedurale asciuttissimo e in pochi lo guarderebbero. Ed è il sentimento di oltraggio di migliaia di spettatori che potrebbe garantire a Steven Avery un nuovo processo.
Non per questo dovremmo vedere Steven Avery come un uomo innocente.

Proprio per il fatto che vediamo il processo attraverso gli occhi della difesa, tutto il resto del mondo rannicchiato sinistramente intorno al caso Avery ci viene mostrato così irragionevole, in una escalation di surrealtà degna di un The Act of Killing nordamericano: la polizia spergiura in tribunale; una presentatrice di Dateline dice “in questo momento l’omicidio è in“; Buting e Strang, gli avvocati della difesa, sono due monumentali esempi di moralità, mentre Ken Kratz, il procuratore, è un uomo dalla vocina flebile intento a suonare il più piccolo violino del mondo.

Jon Ronson, nel suo libro sui linciaggi mediatici e le umiliazioni pubbliche, dedica un capitolo alle tecniche che gli avvocati usano per umiliare i testimoni e rendere valida la propria tesi.

Un consulente è incaricato di istruire i vari “esperti” (tecnici di laboratorio, assistenti sociali, psicologi), al fine di prepararli al trattamento che verrà loro riservato dagli avvocati.

“Voi” ci disse, per introdursi, “siete un osso conteso da due cani che vogliono entrambi vincere. E se vi mettete tra l’avvocato e il suo obiettivo, vi farete del male […]. Considerate quello che l’avvocato sta cercando di fare. L’avvocato spera di sminuirvi. Vi darà degli incompetenti, dei novellini. La cosa potrebbe turbarvi, farvi infuriare. L’avvocato cercherà di depistarvi, allontanandovi dalla vostra area di competenza.”

Gli esperti, nel nostro caso, sono i cattivi del documentario. E la difesa di Ricciardi e Demos è stata così efficace che, immediatamente, centinaia di giustizieri sconosciuti che hanno passato qualche ora su Netflix hanno invaso le pagine professionali dei “cattivi” e hanno innescato una catena di cattive recensioni, insulti, minacce di morte. Sono più o meno gli stessi giustizieri che si sono innamorati degli avvocati della difesa, spassionatamente, coinvolti dalla potenza narrativa di Making a Murderer. Senza considerare che un documentario è un processo ampiamente selettivo, e che sarebbe opportuno evitare di creare nuovi colpevoli e nuovi innocenti.

[Chiunque sia interessato al caso Avery a livello giudiziario e non narrativo dovrebbe fare riferimento agli atti del processo, che sono consultabili a questo indirizzo.]

Laura Spini
Nata a Bergamo, non è la sua omonima Google vittima del raggiro di una santona. Ha tradotto e collaborato per una serie di case editrici e riviste italiane, sulle quali ha scritto di cinema, videogiochi, e pistoleri memorabili.

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