Carico...

Perché il reddito universale piace tanto agli smanettoni dell’Ideologia Californiana?

C’è un filo che lega la Silicon Valley, l’aumento della mortalità tra i bianchi americani di mezza età, le capacità espressive di un filosofo tedesco dell’Ottocento e la vittoria di Donald Trump. È una rete di vetro — semitrasparente, tagliente ma fragile, bisogna muoversi con cautela.

Prima di tutto: il motto di Y Combinator è “Make Something People Want”.

Y Combinator nasce nel 2005 come incubatore di start up e si trova a Mountain View, Silicon Valley. Il suo core business consiste nel promuovere lo sviluppo di aziende attentamente selezionate: due volte all’anno, Y Combinator investe 120.000 $ in un centinaio di start up che, per tre mesi, si trasferiscono nella Valley e cesellano la loro offerta in vista del Demo Day, il giorno del giudizio in cui un pubblico attentamente selezionato decide quali di queste meriti una tonnellata di banconote. Negli ultimi dieci anni Y Combinator ha investito in più di novecento aziende, incluse Dropbox, Airbnb, Genius e Reddit. A un certo punto, però, è arrivato il 27 gennaio 2016, il giorno in cui una realtà nata e cresciuta occupandosi di start up ha iniziato a giochicchiare in un altro campionato: la macro economia.

In un post dal sobrissimo titolo, Basic Income, il CEO Sam Altman ha parlato di “qualcosa di nuovo”, ha parlato di un futuro in cui “la tecnologia continua a eliminare i lavori tradizionali”, ha parlato di quanto sembrerà ridicolo tra cinquant’anni che “usavamo la paura di non riuscire a mangiare per motivare le persone”. In tre parole, Altman ha parlato di Universal Basic Income (UBI). Un reddito di cittadinanza universale da distribuire, come fase beta, a un numero limitato di persone.

Cinque mesi dopo è stata annunciata la posizione del laboratorio; si chiama Oakland, e ci vive mezzo milione di persone. A una cinquantina di queste verranno erogati 1.500/2.000 $ al mese per un anno; un altro gruppo invece non riceverà uno scellino e verrà ugualmente monitorato. Il progetto dovrebbe iniziare entro il 2017: questo è tutto quello che è trapelato fino a oggi, grazie anche agli articoli di ArsTechnica, Guardian, Vox.

Oakland è la stessa città in cui mezzo secolo fa le Black Panther sperimentavano, tra le altre cose, la Free Breakfast for Children, un progetto la cui missione si può evincere dal nome. Nel giro di un anno venne garantita la colazione a più di diecimila bambini, pronti per andare a scuola con la pancia meno vuota del solito.

L’obiettivo di UBI è offrire un punto di partenza soprattutto a chi potrebbe essere nella posizione di continuare gli studi, cercare o creare il posto di lavoro più adatto alle sue caratteristiche e che, per questioni economiche, non se lo può permettere.

Come riportato dal Guardian, Dawn Philips — membro di un’organizzazione per i diritti dei lavoratori di Oakland — apre volentieri alla possibilità di un reddito minimo, ricordando però che la direzione del progetto dovrebbe essere nelle mani di chi conosce davvero i bisogni della base. Niente di nuovo. Gli oaklanders vivono un rapporto conflittuale con la Silicon Valley, sviluppatosi in anni di riqualificazione estrema e conseguenti sacche di povertà. Lo stesso Phillips ha definito Oakland “l’epicentro di una national gentrification epidemic”. Ed è proprio questo il motivo per cui è stata scelta da Y Combinator: una città scissa da un ampio divario socio-economico è il migliore laboratorio possibile.

A detta di Y Combinator, l’obiettivo di UBI è offrire un punto di partenza soprattutto a chi potrebbe essere nella posizione di continuare gli studi, cercare o creare il posto di lavoro più adatto alle sue caratteristiche e che, per questioni economiche, non se lo può permettere. È un tema che può interessare a un pubblico trasversale, conservatore e progressista: a entrambi i vecchi miliardari di Una poltrona per due. Viene considerato un vaccino sociale, un possibile rimedio alla povertà.

La Silicon Valley (tra i tanti, la Chase di Zipcar, Altman, il capo-ingegnere di Tesla, Andreessen) è innamorata di UBI. Cerchiamo di capire perché.

Affinità e divergenze
Quando si parla di precedenti illustri la stampa presenta sempre gli stessi esempi: villaggi indiani (che sono esclusi dal Primo Mondo), il Mincome della canadese Manitoba (che risale agli anni Settanta), il recente referendum svizzero (che è fallito) e, infine, la Finlandia. Senza dubbio quest’ultimo— insieme all’esperimento di YC — è il laboratorio più interessante, dato che sarà implementato da un governo nazionale. Ci si aspetta metodo e rigore su ampia scala, con venti miliardi di euro spalmati sul biennio. La situazione finlandese incapsula una forma acutizzata del mal occidentale, il continuo aumento dei freelance: a inventarsi un lavoro saranno sempre più persone, visto che siamo già entrati — de facto — in un’epoca in cui i lavori meno “creativi” sono minacciati dalla tecnica. Ormai è un mantra: la continua accelerazione nel campo dell’intelligenza artificiale — con le ovvie ricadute in tema di automazione — rivoluzionerà il mondo del lavoro, creando la necessità di una rete di sicurezza per chi si trova occupato nelle mansioni a rischio già nei prossimi cinque-dieci anni.

Ci si trova di fronte all’ennesimo sottoprodotto della Ideologia Californiana ovvero, citando i nostri archivi, “quel mix di libero spirito hippie e zelo imprenditoriale yuppie su cui fonda l’intero immaginario della Silicon Valley, [un] amalgama degli opposti [che] si rispecchia nella fede indiscussa nel potenziale emancipatorio delle nuove tecnologie dell’informazione, nella credenza che la robotica e l’automazione renderanno inutile la forza lavoro, e nella previsione che con la cancellazione di milioni di posti di lavoro non ci sarà modo di guadagnare da un’occupazione.” Certo, la situazione è più complessa di così. Per quanto rimanga più che legittimo cercare di buttare acqua sul fuoco precisando come il lavoro in realtà stia soltanto cambiando forma, presupponiamo che un buon paper di Oxford valga qualcosa, e che grazie a questo paper si possa partire da un dato preciso: negli Stati Uniti, il 47% delle professioni è “ad alto rischio”, minacciato dall’automazione. Bene, detto questo: perché la Silicon Valley non se ne è uscita con niente di più originale del reddito di cittadinanza?

Secondo l’Economist, non è un caso che l’UBI piaccia agli smanettoni della Silicon Valley, dato che 1) si propone come una semplice, elegante linea di codice da sostituire a un pezzo di bad programming — questa misera realtà, così piena di poveri — e 2) ha tutti i connotati di un progetto utopico — gli uomini bianchi studiati, si sa, vogliono salvare il mondo. Aggiungo che 3) UBI potrebbe essere una comodissima fascia da arrotolare intorno alla testa, un ottimo escamotage per alleggerire il settore tech dal tanto chiaro quanto imminente problema d’immagine. Parlando di problemi. Sempre per l’Economist, attivare un reddito di cittadinanza stringerebbe ulteriormente la morsa fiscale e creerebbe un altro problema non da poco: chi non emigrerebbe in una nazione in cui vengono distribuiti mille dollari al mese? E se un paese si impoverisce, dove vanno a finire i contribuenti dal maggiore peso specifico?

Negli Stati Uniti, il 47% delle professioni è “ad alto rischio”, minacciato dall’automazione. Perché la Silicon Valley non se ne è uscita con niente di più originale del reddito di cittadinanza?

Ovviamente sul tema si è speso anche il solito Morozov, il quale — a Evgenij quel che è di Evgenij — ha esposto un paio di osservazioni molto interessanti. In estrema sintesi, è comprensibile che la Silicon Valley ci tenga particolarmente ad assemblare la bomba dell’UBI: dovesse compiere qualche mossa sbagliata, potrebbe esplodergli in faccia.

Per spiegare come, il giornalista bielorusso tira in ballo tre economisti italiani: Vercellone, Fumagalli, Lucarelli. La triade è attiva da anni sul fronte del capitalismo cognitivo, una teoria sviluppatasi negli ultimi due decenni e interessata a decifrare l’epoca in cui stiamo respirando, l’epoca in cui quando torni a casa in macchina ti accompagnano filari di impianti industriali dismessi e non riesci a spiegare che lavoro fai a tua nonna; l’epoca in cui il proliferare del lavoro cognitivo bilancia il declino della produzione. Come racconta il giornalista bielorusso, la triade non appoggia l’UBI sulla base di istanze sociali o morali, ma su basi economiche: il mercato del lavoro potrebbe addentrarsi in una turbolenza strutturale che farebbe sembrare gli ultimi otto anni la sigla di un cartone animato, e abbiamo bisogno di soluzioni. Se queste soluzioni aiutano la libera circolazione delle idee, ben vengano. Di nuovo, qual è il problema, quindi?

Secondo Morozov, il capitalismo cognitivo 1) non prevede l’abolizione “dello stato sociale, l’unica istituzione che, investendo in sanità ed educazione, ci dà la libertà di essere creativi” e 2) esige la messa a punto di un sistema tributario più aggiornato, impegnato a tassare anche l’utilizzo di marchi e brevetti, o l’esclusiva sui big data che finisce per ostacolare la democratizzazione dell’informazione. Non è difficile capire perché la Silicon Valley voglia tutelarsi da uno scenario del genere, cercando di cambiare il gioco prima che si passi al livello successivo. Non è pagare le tasse o risarcire miliardi di utenti per le loro informazioni che hanno reso grandi Amazon o Google.

UBI piace a destra perché è un incentivo per le imprese, piace a sinistra perché è un tentativo di giustizia sociale e — aggiunge il Guardian — “libera le persone dalla dipendenza di un lavoro salariato”: una glossa che non sarebbe piaciuta a Marx (eccolo, è arrivato). Il lavoro è una cosa bella. Il lavoro è una cosa bella?

Il lavoro modella ogni giorno il senso del giorno stesso, il lavoro — nelle parole della Arendt — somiglia a un miracolo: “il corso della vita umana diretto verso la morte condurrebbe inevitabilmente ogni essere umano alla rovina e alla distruzione se non fosse per la facoltà di interromperlo e di iniziare qualcosa di nuovo, una facoltà che è inerente all’azione, e ci ricorda in permanenza che gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare”. Nelle parole della filosofa, l’azione è “l’improbabilità infinita che si verifica regolarmente”. Parafrasando Padoa Schioppa quindi, il lavoro è bello. Soprattutto se sei caucasico, vivi nell’emisfero boreale e hai potuto studiare fino ai vent’anni inoltrati.

Con l’aumentare delle letture intorno al tema, cresce un torpore populista, e con lui il conseguente rigurgito: non è difficile avere un’idea ottimista/costruttiva/utopistica dell’equilibrio lavoro-tempo libero quando sei un milionario baciato dal sole californiano che si sposta da un cubo di vetro a una sfera geodetica guidando una berlina elettrica da novantamila dollari. Si può cogliere il senso dell’operazione, l’ideale positivista dietro alla volontà di alleviare le persone dal travaglio del pane e del tetto in modo da scindere il loro nocciolo creativo, visionario, eccetera. Più in alto del cielo, però, c’è lui: il trimestre. Se nella Silicon Valley continuano a sfornare laptop che pesano come la carta velina da utilizzare su social network sempre più pervasivi indossando gli Oculus Rift, una ragione ci deve essere. Vogliamo anche le rose tridimensionali.

Trump Springsteen
Ubi può piacere a destra e a sinistra, si è detto. Il problema è che negli Stati Uniti “destra” e “sinistra” non esistono, e i loro corrispettivi cisatlantici sono stati polverizzati dall’ascesa di Donald Trump.

Lo diceva Nate Silver, il dio dei Masìa, già questa estate: “analizzando dove le professioni sono più a minacciate dall’automazione risulta come le aree che hanno votato repubblicano nelle ultime presidenziali sono più a rischio, fattore che suggerisce come l’automazione possa diventare una questione decisiva”. In realtà l’ultimo aggettivo era “partizan”, faziosa, ma decisiva – alle idi di novembre 2016 — è la migliore delle scelte lessicali. Trump infatti sembra avere vinto dove ci sono più persone occupate nei cosiddetti routine jobs, le professioni che non includono esclusivamente la sfera “manuale” — come metalmeccanici, camionisti eccetera — ma anche quella più cognitiva, come cassieri e personale di assistenza al cliente.

Non era un segreto. All’inizio di quest’anno, nel suo discorso allo State of the Union — di fronte 31 milioni di spettatori — Obama aveva posizionato la paura dell’automazione in cima alle preoccupazioni economiche dei suoi cittadini. In quella moltitudine, tra i più attenti, c’era il nuovo Presidente Eletto.

Sembrano passati decenni dalla settimana in cui si derideva la scelta scenografica del comizio di Trump in una fabbrica della Pennsylvania, quel muro di rottami alle spalle del candidato Repubblicano, quando negli stessi giorni la Clinton parlava in un tech hub di Denver, circondata dalla pioviggine delle tastiere made in Apple.

“Made in Apple”: ecco un altro punto decisivo del candidato Repubblicano. Sempre a gennaio, dalla Liberty University (Virginia), Trump dichiarava “costringeremo Apple a costruire i loro dannati computer in questo Paese”, esaltando gli avversari dell’outsourcing e lasciando perplessi i centri di informazione tech. La domanda nell’aria era qualcosa come “ah sì? Spiegaci come convincerai Tim Cook a riprogettare i piani produttivi e la catena di distribuzione”, domanda a cui ora possiamo togliere le virgolette, e affidare a chi di dovere. Il tema è complesso, la risposta di Trump — sorpresa! — no: alle aziende che spostano la produzione all’estero, “faremo pagare una tassa del 35%”. Trump, a parole, vuole sgrassare la Rust Belt, rimettere in moto il settore secondario che si studiava alle elementari. Purtroppo — per lui? per noi? per la Clinton? — negli ultimi vent’anni il sistema economico è cambiato-per-sempre, innovando il mondo del lavoro, applicando una patina brillante per chi vive nei servizi avanzati, virando al nero la realtà disperata di chi è occupato nei routine jobs.

Entrambi i Candidati aspiravano a creare posti di lavoro. Tutto lascia pensare che ad avere la visione più… secchiona, in termini macro-economici, siano stati i perdenti.

Questo articolo vuole formulare delle domande — nella speranza di rinfocolare il memento mori di questo putrido populismo osceno affidandosi alla memoria di una classe più o meno agiata che sembra essere vittima di una amnesia globale transitoria riguardo le sue origini — e non si illude di fornire delle risposte precise: diventa necessario quindi includere l’opinione di Jeff Guo che, sul Washington Post, precisa come per quanto si sapesse da tempo che Trump avrebbe fatto leva sulla classe operaia bianca, è doveroso ricordare la crescita dell’economia statunitense nell’ultimo quadriennio, la disoccupazione calante (viene spontaneo ribattere che se si mette sul tavolo l’abbassamento della disoccupazione, bisogna precisare di quale occupazione si sta parlando in stati come Kentucky, Wisconsin, West Virginia).

In ogni caso, entrambi i Candidati aspiravano a creare posti di lavoro. Tutto lascia pensare che ad avere la visione più… secchiona, in termini macro-economici, siano stati i perdenti: resta il fatto che i vincenti — sempre che non cambino programmi — si troveranno ad affrontare una congiuntura che va in direzione ostinata e contraria. Sempre secondo Nate Silver infatti, i “non-routine jobs account for all — yes, all — of the job growth since 2000”: i lavori routinari, invece, sono diminuiti dal 51% al 45% in meno di quindici anni. Secondo Moshe Vardi (l’ennesimo esperto di intelligenza artificiale proveniente da un’università USA), l’impatto principale di questo smottamento è stato l’aumento della mortalità tra gli uomini (bianchi e poco scolarizzati) di mezza età a causa di “suicide and substance abuse”, un trend profondamente inquietante se confrontato al resto delle grandi superpotenze.

Il nostro occhio europeo è troppo educato e focalizzato — comprensibilmente — sulle aberrazioni del fenomeno Trump per comprendere che se c’era un candidato di “sinistra”, con trecento virgolette, forse non era Hillary Clinton.

L’improbabilità infinita che si verifica regolarmente
“La Silicon Valley trascina verso la civiltà persino le nazioni più barbariche, grazie al rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, grazie al continuo progresso delle comunicazioni. […] La Silicon Valley costringe tutte le nazioni a far proprio il modo di produzione della Silicon Valley, se non vogliono affondare; la Silicon Valley le costringe a introdurre esse stesse la cosiddetta civiltà, cioè a diventare Silicon Valley. In una parola, la Silicon Valley si costruisce un mondo a sua immagine e somiglianza.”

Il paragrafo che avete appena letto è tratto dal Manifesto del Partito Comunista: al posto di Silicon Valley, c’era “borghesia”. Il giochino può continuare. Riguardo UBI: “Ogni società si è finora fondata, come abbiamo visto, sulla contrapposizione fra classi di oppressori e di oppressi. Ma per opprimere una classe, occorre assicurarle condizioni tali da permetterle almeno di sopravvivere in schiavitù.” Oppure, riguardo all’intelligenza artificiale: “La Silicon Valley ha come per incantesimo prodotto mezzi di produzione e di scambio tanto potenti, è come l’apprendista stregone incapace di controllare le potenze sotterranee da lui stesso evocate.”

Come già scritto su Musk, in quella fetta di mondo i più reazionari riescono a trasformarsi in rivoluzionari, e viceversa. Se nel Manifesto viene chiarito un punto, è che lo status quo non va seppellito; verrà seppellito dalle stesse libertà che lo ossessionano, la libertà d’azione, la vita activa (titolo italiano della Human Condition arendtiana), la dimostrazione che un’azione concertata, organizzata, può cambiare il mondo.

I fili della Silicon Valley vengono tirati (anche) da nouveaux riches che 1) non vogliono, ragionevolmente, perdere quello che hanno costruito 2) devono tutto allo spirito della vita activa — anche se nel 2016 i suoi megafoni si chiamano Ted, Medium, YC: sono conservatori e progressisti, rivoluzionari e reazionari. L’uomo attivo è l’ideale bersaglio dello Universal Basic Income: un uomo sempre pronto a prendere la forma della società che lo circonda, prono al cambiamento perpetuo, lontano dagli equilibri fissi di un passato idealizzato, affamato di mobilità, sviluppo, progresso. Di nuovo, non è una novità. Ma lo sviluppo forzato non produce solo buoni frutti. Ci sono anche sviluppi distorti, costretti, e quello che non fa profitto va represso: la semplicità è elegante, la complessità è rumore di fondo. Il rumore di fondo ostacola il passaggio tra A (presente) e B (futuro).

L’uomo attivo è l’ideale bersaglio dello Universal Basic Income: un uomo sempre pronto a prendere la forma della società che lo circonda, prono al cambiamento perpetuo, lontano dagli equilibri fissi di un passato idealizzato, affamato di mobilità, sviluppo, progresso.

Riguardo al Manifesto: è stato liberatorio leggere direttamente la fonte e non il miliardo di analisi accademiche. Di fatto sono andato alla fonte perché mi è tornata in mente una frase che appuntai su una di quelle buffe sedie-tavolino universitarie, durante la lettura di un certo passaggio, quel passaggio introduttivo in cui si chiarisce come — a causa dell’avvento della stessa borghesia che mi aveva dato il privilegio di scaldare quella sedia-tavolino — “i nuovi rapporti invecchiano prima di potersi strutturare”, e c’era quella frase insomma, una cicatrice: all that is solid melts into air.

Una frase che deve essere piaciuta molto anche a Marshall Berman che, Marxista con la m maiuscola, l’ha utilizzata per titolare un’opera subito canonizzata.

Il libro di Berman risale al 1982; la sensazione di imminente collasso “funzionale” di cui discute già dal titolo — ed elevata a cifra stessa della modernità, una modernità che violenta la fisica trasformando l’entropia in stasi — ha portato a conclusioni radicali pensatori estremi, e in parte bolliti, come Nick Land, intervistato da Valerio Mattioli: “la logica espansiva del capitalismo, la sua continua rincorsa alla crescita, la sua economia ‘del desiderio’ e il suo stato di ‘crisi perenne’, sono tutti ingredienti che spingono in direzione di quel collasso – ‘meltdown’ – che renderà l’essere umano una presenza inutile e obsoleta.” Se questo secolo dovesse dare ragione a Land, confermando  il meltdown — c’è chi la chiama Singolarità — sarà troppo tardi per ricordargli che la profezia era stata già scritta nel 1847: all that is solid melts into air. “L’energia dello sviluppo borghese farà scomparire la classe che gli ha regalato la vita. […] Il capitalismo verrà sciolto dal calore delle sue stesse energie incandescenti.” O qualcosa del genere.

Scrivo di stupri a danno della fisica; la fisica, però, prende sempre l’ultima parola.

Il calore passa dalle cose calde alle cose fredde, e lo fa “per caso”. La differenza fra passato e futuro esiste solo quando c’è calore. Per capire dove stiamo andando, dobbiamo misurare l’assenza di quello che sta sublimando.

 

Nicolò Porcelluzzi
È nato a Mestre nel 1990. Dal 2015 scrive per Prismo e The Towner. Fa parte della redazione del Tascabile. Tra il 2010 e il 2016 è stato il redattore di inutile, rivista letteraria.

PRISMO è una rivista online di cultura contemporanea.
PRISMO è stata fondata ad Aprile 2015 all’interno di Alkemy Content.

 

Direttore/Fondatore: Timothy Small

Caporedattori: Cesare Alemanni, Valerio Mattioli, Pietro Minto, Costanzo Colombo Reiser

Coordinamento: Stella Succi

In redazione: Aligi Comandini, Matteo De Giuli, Francesco Farabegoli, Laura Spini

Assistente di redazione: Alessandra Castellazzi

Design Direction: Nicola Gotti

Art: Mattia Rinaudo

Sviluppatore: Gianmarco Simone

Art editor: Ratigher

Gatto: Prismo

 

Scriveteci a prismomag (at) gmail (dot) com

 

© Alkemy 2015