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La maschera da pariolina svampita che tende trappole al pubblico ottuso e pronto alle offese: come la nostra "Marti" si è fatta capolavoro. Kissini.

Quando ero giovane, su internet ci andavo per la pornografia e i forum. Questi ultimi erano programmaticamente pensati per ospitare civili e misurate discussioni sulla totalità dello scibile umano, ed erano disciplinatamente sorvegliati da una classe di utenti speciali: i moderatori, la sbirraglia dell’ordine del discorso. Ma poiché di scambiare opinioni civili e misurate con uno sconosciuto di Trieste alla gente non importava granché, l’utenza tendeva naturalmente al litigio, alla polemica, al flame. Tanto era più stimolante alzare i toni dello scontro, che alcuni di noi erano lì apposta per quello: la rissa non era una degenerazione accidentale, ma un effetto ricercato.

La differenza tra un flamer e un troll era molto chiara: il primo crede in quello che dice, il secondo no. Il primo si scalda su una questione che gli sta a cuore, il secondo vuole scaldarti su una questione che sta a cuore a te. Più che l’argomento di discussione in quanto tale, al troll interessava la tua stessa anima: come pizzicarla, strattonarla, gonfiarla fino a renderla irriconoscibile persino a te stesso. Simile alla figura del fake (che però implicava la presenza sul forum di un utente “vero” cui corrispondeva un semplice nickname, per dire quanto era nevrotica la faccenda dell’identità), il troll si esibiva in una recita in cui portava avanti posizioni strampalate e a volte internamente contraddittorie, tirava la corda della sospensione della credulità per il semplice gusto di vedere quanto reggeva. E reggeva tantissimo.

Oggi invece per troll si intende chiunque “dà fastidio” su internet: nell’isola di apprezzamento reciproco che è diventato il mondo di Facebook, viene percepita come fastidiosa qualsiasi opinione contraria a quella del “padrone di casa”, espressione tipicamente impiegata per indicare l’intestatario del profilo in cui la discussione avviene. 

Quest’estate, la stampa italiana ha lanciato l’allarme giovani-che-si-drogano-e-poi-muoiono. Ne sono seguite prediche pornografiche come quella di Maurizio Blondet, un capolavoro di morbosità; o commenti come quello firmato da Alessandra Ziniti per Repubblica, che pur non raggiungendo le vette di Blondet insiste sui medesimi aspetti: i piercing, i capelli rasati, le cattive amicizie dei centri sociali. E poi è apparso questo:

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Un estratto.

Nel momento in cui scrivo, il video ha superato i due milioni di visualizzazioni. Si apre con una ragazza bella – convenzionalmente bella – che dalla camera del suo smartphone ci spiega in un minuto e venti come la vede lei. La ragazza si chiama Martina Dell’Ombra.

Per Martina, chiudere le discoteche è “superinutile”; piuttosto, per frenare il consumo di droghe bisognerebbe iniziare a vietare i piercing, i capelli “a cresta” (o “a rasta”) e i tatuaggi. Tutte cose, ci spiega lei, associate a uno stile di vita “superporaccio” per sua natura legato a “droghe poracce che fanno supermale”. Mica come la cocaina, “che comunque non fa niente”.

In questo minuto e venti divenuto virale, ci sono le due caratteristiche fondamentali di tutti gli sproloqui firmati Martina Dell’Ombra De Broggi De Sassi (questo il suo nome completo): esagerazione e contraddizione. Da un lato, Martina reitera la stessa retorica moralista dei Blondet e delle Ziniti, esagerandone però le conseguenze: se piercing, creste e tatuaggi sono associati alle morti per droga, allora bisogna vietarli, e dove i moralisti vedono una correlazione, Martina legge una causalità.

Ma poi arriva lo scarto, la conclusione a sorpresa, insomma la contraddizione: visto che la cocaina “non è una droga da poracci”, allora significa che non fa niente. E noi che pensavamo di ascoltare una proibizionista di ferro! Ma quando mai, trattasi semmai di un’apologeta del consumo di sostanze su base classista. 

La prima apparizione di Martina Dell’Ombra risale a febbraio 2014, in un video intitolato Novità Politica!. La novità in questione è ovviamente lei, che motiva la sua passionaccia per la cosa pubblica ricorrendo a una reminescenza grottesca: la piccola Martina (supponiamo in età prescolare) che piange tutto il giorno dopo aver assistito alla mitologica discesa in campo di Berlusconi, perché capisce “che comunque si stava verificando un evento molto importante”.

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L'inizio di tutto.

Da questa madeleine, Martina punta subito in direzione della bruciante attualità, che in quei giorni  consiste nelle uscite di Massimo De Rosa, il deputato del Movimento Cinque Stelle (Emme Cinque Esse, per la millennial cresciuta ad acronimi internettiani) che accusa le donne del PD di sedere in parlamento solo perché “brave a fare i pompini”. Quello che Martina ha da dire sulla faccenda, è che alle donne epiteti del genere non si rivolgono. È volgare. Le parole sono importanti, come importante è “l’appropriataggine del linguaggio”. E allora, piuttosto che “pompini” il deputato dell’Emme Cinque Esse avrebbe dovuto dire… “bocchini”. Perché sì, “pompini” è volgare, “bocchini” no. Di nuovo, esagerazione/contraddizione.

Ora: chi può credere alla serietà di un ragionamento simile? La risposta è: un sacco di gente.

Nessuno indagherebbe Al Pacino per mafia, anche se lo abbiamo visto più volte dire e fare cose da mafioso, perché tutti sappiamo che quello che vediamo sullo schermo è una finzione. Anche il troll, dicevamo prima, è sostanzialmente un attore, solo che non si dichiara tale, e questo forse spiega perché migliaia di persone possano non metterne in dubbio la sincerità.

I suoi nemici non battono ciglio: si mettono comodi e scrivono lunghi commenti in cui la correggono, la insultano, replicano con altri video che vanno dallo sfogo rabbioso alla risposta articolata.

Bene, Martina Dell’Ombra è una troll, e (per fortuna) in tanti se ne sono accorti. Ma altrettanti, se non di più, continuano a credere alla sua genuinità effettiva. Lei commette errori di pronuncia improbabili come “Gay prid” o “vegiani”, difende la cocaina perché è da ricchi, lotta per “l’appropriataggine” di dire bocchini invece che pompini, ma i suoi nemici non battono ciglio, anzi: si mettono comodi e scrivono lunghi commenti in cui la correggono, la insultano, arrivano addirittura a replicare con altri video che vanno dallo sfogo rabbioso alla risposta articolata.

Quando è raffinato, il troll si lascia dietro indizi sulla sua “colpevolezza” che da un lato strizzano l’occhio a chi riesce a vederli, mentre dall’altro accrescono il capitale di ridicolo delle persone che continuano a crederci. E Martina un troll raffinato lo è, anche al di fuori della sua finestrella YouTube: lo scorso natale, ha passato una giornata in giro per il centro di Roma con Saverio Tommasi, noto reporter della scuderia Fanpage, dimostrando una grande disinvoltura nel recitare a braccio, senza un discorsetto da riferire alla webcam. Il 14 agosto scorso, in seguito al video virale sulle droghe, è sbarcata addirittura in televisione, per una puntata di Sky TG24 dedicata agli YouTuber famosi: i ragazzi vengono invitati dalla conduttrice a esporre i motivi del loro successo, e anche Martina – l’unica fisicamente in studio tra gli intervistati – risponde della sua fama. Solo che è l’unica che sta continuando a recitare. Non sta rendendo conto della sua opera: è l’opera stessa che parla attraverso di lei.

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Martina su SkyTG24.

La conduttrice, una divertita Paola Saluzzi, domanda a Martina che voto darebbe a Michelle Obama. “Otto”, risponde l’angelo (due punti glieli leva perché dovrebbe dimagrire). Nel frattempo, in collegamento da Milano, il Doctor Clapis, YouTuber specializzato in canzoncine sessiste, scuote la testa ridendo come ha visto fare nei talk show sin da bambino, implicitamente dimostrando che la spettacolarizzazione della politica ha messo in lui radici assai più profonde che nella candida creatura di finzione dalla quale prende le distanze. Clapis dice a Martina che vorrebbe sposarla perché si è innamorato delle cazzate che spara; Martina chiede conferma che sia un complimento, e poi ringrazia con un sorriso.

C’è da interrogarsi sull’infinita fiducia che tanti, troppi accordano al suo teatro dell’assurdo. Tra i commentatori ai suoi video ci sono chiaramente molti adolescenti inesperti, ma anche adulti vaccinati, istruiti e intellettualmente raffinati, come questo “veggiano” impettito che le scarica una ramanzina piena di frecciate:

Il sense of humour.

Ma bisogna dire che Martina, o quale che sia il suo vero nome, ha scelto un fantoccio irresistibile da sventolare davanti alla folla, interpretando uno dei personaggi che la nostra società detesta più visceralmente: la pariolina svampita. Tutti odiano le parioline svampite, anche le parioline svampite odiano le altre parioline svampite, come il giardiniere Willie dei Simpson direbbe degli scozzesi. La pariolina svampita commette peccato con la sua sola esistenza, è ricca e orgogliosa, stupida e cattiva, non merita nulla ma ha tutto: soldi, bellezza, successo, eccetera eccetera. 

Della pariolina svampita, Martina ancora una volta esagera tutte le caratteristiche più riconoscibili:  il classismo, la superficialità, il linguaggio corrotto da inglesismi melensi. Solo che questa pariolina svampita ha anche una missione: affermarsi in politica per “cambiare le cose”. E i suoi hater se la vedono già lì, come lei stessa si raffigura nell’immagine del suo profilo ufficiale, ascoltata e applaudita dai massimi leader mondiali (e cioè Obama, Putin, la Merkel e… Kim Jong-un).

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Ma questo non basta a giustificarne il credito. Adesso, provate ad andare con la memoria a quei pomeriggi estivi che passavate in vacanza con la comitiva del mare: un ragazzo appena conosciuto inizia a raccontare un aneddoto occorsogli la sera prima in discoteca, e da premesse più o meno verosimili la storia inizia a tingersi di surreale. Quando la seratina in disco del tizio ha imbarcato troppe stranezze, un sorriso vi allarga il volto mentre lo fermate dicendo: “ma te ci stai prendendo per il culo!”. Lo stesso faremmo se incontrassimo Martina Dell’Ombra dal vivo e ci esponesse uno qualsiasi dei suoi ragionamenti. In fondo la trollata, la recita inaspettata, non l’ha mica inventata internet: è una bischerata tipica di quelle personalità istrioniche che vogliono occupare lunghi momenti di noia in presenza di un pubblico. La presenza concreta di una Martina in carne e ossa, riattiverebbe magari le nostre difese istintive contro i raggiri di turno. Solo che Martina sta dentro uno schermo: è, come si dice, “più vera del vero”.

Come ai bei tempi di Orson Welles che si baloccava con gli alieni, anche in rete il pulpito fa il predicatore – con buona pace della sua supposta orizzontalità. L’unica cosa che Martina ha dovuto fare per legittimarsi in quanto “personaggio reale”, è stato dopotutto accendere una webcam e mettere qualche video su YouTube, un processo familiare a milioni di utenti qualunque sparsi per il globo. Naviga in un territorio promiscuo, non più televisione e non ancora realtà, nel quale ricorrere agli inganni di entrambi: della televisione ha il formato (Martina parla come un mezzobusto del telegiornale); della realtà ha i presupposti: è una persona qualunque che mette i video su internet, perché dovrebbe ingannarmi?

Martina produce sfoghi praticamente speculari a quelli generati dell'area grigia che mescola notizie false (spesso razziste) e sedicente satira. Il risultato finale ha del paradossale.

Martina Dell’Ombra insomma deve essere reale: e non tanto perché di gente che nella vita vera ragiona come lei, il mondo è pieno. Il fatto è che come ai bei tempi di forum e message boards, sappiamo che ad animare i più attivi glossatori dell’internet è una specie di spaventosa propensione al flame, allo scontro verbale, al commento derisorio. Ammettere che Martina Dell’Ombra sia una menzogna, metterebbe in crisi il sistema cognitivo che regola gli scambi on line. Chi in qualche commento instilla il dubbio, viene apertamente ignorato: “Ma no! L’ho vista intervistata da Saverio Tommasi, è scema anche nella vita vera!”. O anche, molto banalmente: se lei è finta, non sono io quello sveglio che gliele sta cantando, ma tutto il contrario. Da derisore mi trasformo in deriso, e non è proprio una bella sensazione.

Ci si potrebbe a questo punto chiedere quale sia il valore etico dell’operazione “Martina Dell’Ombra”.  È giusto incassare milioni di visualizzazioni prendendo per il culo le persone? È effettivamente un raggiro? Fa del male a qualcuno?

Se pensiamo a quell’area grigia che pretende di mescolare notizie false e sedicente satira e ha portato ai noti casi di bufale razziste (delle quali ha scritto bene Leonardo Bianchi su VICE), scopriamo che Martina produce sfoghi praticamente speculari, per quanto in maniera paradossale. La “pariolina svampita” che se la prende con le “droghe da poracci” è razzista, omofoba, classista. E a sua volta provoca reazioni antirazziste, antiomofobe, anticlassiste. Diffonde insomma una rabbiosa indignazione “di sinistra” che qualche cinico leninista potrebbe spacciare per una salutare presa di coscienza collettiva, chiaramente ottenuta tramite l’inganno a fin di bene. 

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Cineforum con Marti.

Forse un giorno la stessa Martina dell’Ombra ci dirà quali erano le sue intenzioni: se voleva mostrare l’ingenuità delle persone o l’aggressività dei commenti online, se aveva davvero una mezza idea di stornare a sinistra la rabbia del web, se le interessava solamente farsi qualche soldo in maniera creativa, o se semplicemente voleva farsi quattro risate. Per il momento però, l’opera è totale: persino le interviste non servono a svelarla. Per citare quello che il solito Carmelo Bene diceva a proposito dell’arte in una puntata cult del Costanzo Show: se You Tube è sempre stato “borghese, consolatorio, idiota, mentecatto, stupido, soprattutto è stato cialtrone e puttanesco”, allora “tocca a noi, una volta fuori di noi, essere un capolavoro”. 

Alessandro Lolli
Alessandro Lolli nasce a Roma nel 1989. Ha collaborato con Nuovi Argomenti, Polinice, Soft Revolution Zine, Crampi Sportivi e DUDE MAG. È laureato in filosofia. A tempo perso lavora in un centro scommesse sportive.

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