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La tv dei bimbi, oggi: da Masha e l'Orso a Gumball, passando per Ben e Holly, Peppa Pig e la Dottoressa Peluche. Ospiti d'onore: gli immarcescibili (e inquietanti?) Barbapapà.

 

Slapstick con mammo: Masha e Orso
di Cristiano De Majo

Il metro per capire se un programma per bambini funziona è il merchandising. Il metro per capire se un programma per bambini ha spaccato è il merchandising falso. Napoli, come si sa, è la culla del merchandising falso. E negli ultimi anni post-Pulcino Pio sono soprattutto due le serie animate che hanno dato ai falsari materia per riflettere: Peppa Pig e Masha e Orso.

Se per me già rappresentava  un mistero il modo in cui un cartone raffinato, a due livelli di lettura e così inglese come Peppa avesse sfondato il muro degli slum nostrani, è per motivi diversi un mistero ancora più grande il successo inenarrabile di Masha. Non lo vivo fino in fondo perché miei figli quattrenni sono abbastanza grandi da prediligere prodotti di maggiore complessità (gli Avengers su Disney XD per esempio), ma come riempitivo per i momenti di vuoto, Masha e Orso non viene mai disdegnato. Il genere è il classico slapstick, quello di Tom & Jerry, Wile E. Coyote e Beep Beep e, come concorrente recente, il lisergico – eccessivo per i miei figli – Oggy e i maledetti scarafaggi, cartone francese disegnato volontariamente malissimo e saturo di colori assurdi, ma molto più interessante dal mio punto di vista dell’iper-computerizzato, tenue e rotondo Masha e Orso.

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Il forte messaggio morale di tutti questi cartoni con inseguimenti e mazzate tremende è che i piccoli (buoni) sono molto più cattivi e diabolici di quelli che sulla carta sono i cattivi. L’effetto magico sulla suspension of disbelief è che mentre ci sono cartoni che adulti e bambini possono vedere insieme perché hanno livelli progressivi di lettura (Peppa, per esempio, ma anche quel gioiellino che è Il piccolo regno di Ben & Holly), gli slapstick hanno un unico totalitario livello di lettura che – miracoli dello stoytelling –funziona con tutti e sempre. E quindi Masha e Orso si guarda sempre con l’illusione che l’animale a un certo punto manifesti la natura ferina, perda il suo autocontrollo e faccia qualcosa di veramente brutto alla bambina.

Avviene quel tipico rovesciamento di tifare per il personaggio che a bocce ferme sarebbe il cattivo (il gatto contro il topo, il coyote contro il  Geococcyx californianus e via discorrendo). Ovviamente, il cattivo-buono non vince mai. Ma ancora più in profondità, Masha e Orso è il cartone che in chiave anti-recalcatiana riabilita la figura del padre debole: un padre che sopporta, subisce e non reprime la tenerezza tipica del femminino. Curioso che proprio in Russia – l’ultimo Paese del primo mondo rimasto a difendere una certa virile arretratezza novecentesca – sia sta concepito uno slapstick con mammo.

 

A show about nothing: Peppa Pig
di Arianna Cavallo

Anche se non avete figli o nipoti e non avete la minima idea di chi sia Peter Coniglio, c’è un cartone animato per bambini contemporanei che conoscete benissimo. Ne avrete visto il giornalino in edicola, i biscotti al supermercato, le magliette, le mutandine, i cappellini e i pigiamini ovunque, oltre a spazzolini, borsette, zainetti, giochini e peluche accatastati negli autogrill. Forse avrete sbirciato qualche episodio trasmesso strategicamente su un iPad o in tv per lasciare in pace gli adulti durante le riunioni di famiglia; o forse avete addirittura regalato a una festicciola di compleanno un dvd o un gadget a tema, nel dubbio, per andare sul sicuro. Per quanto il mondo dell’infanzia possa esservi remoto e sconosciuto, il vostro mondo non è impermeabile a Peppa Pig.

Peppa è una maialina antropomorfa di 4-5 anni. È la protagonista di un cartone animato che si chiama come lei, andato in onda per la prima volta sul canale britannico Channel 5 nel 2004. L’idea era inventare un cartone animato con protagonista un animale per aggirare le questioni di appartenenza etnica, sociale e religiosa; e femmina, perché all’epoca c’erano meno cartoni animati con protagoniste femmine; e chiamarla Peppa, per il carattere «sveglio e leggermente peperino». Il resto è quasi una formula: mandarlo in onda ogni giorno alla stessa ora per trasformarlo in una presenza familiare e rassicurante, e permettere ai genitori di cadenzargli intorno i ritmi e le abitudini dei bambini. Oggi Peppa Pig è trasmesso in 180 paesi (tra cui l’Italia, dal 2008) ed è arrivato alla quarta stagione.

Qualcuno periodicamente ne parla per sostenere che i cartoni di una volta erano migliori e più educativi perché ricchi di risvolti tragici, altri ne spiegano il messaggio femminista (la protagonista è una femmina con una mamma sveglissima e un papà imbranato, in sintesi) mentre altri ancora la accusano di essere diseducativa (in fondo la protagonista è un maiale che si diverte a saltellare nel fango e grugnire). Di fatto Peppa Pig è da qualche tempo un argomento di discussione tanto tra gli adulti, specie se hanno figli, quanto tra i bambini: un fenomeno pop globale come Rihanna o Miley Cyrus, ma senza il rischio che cominci a leccare martelli dopodomani.

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«Peppa si veste di rosso, non di rosa, e non ha ciglia innaturalmente lunghe. Non riflette gli stereotipi femminili e potrebbe essere benissimo un maschio. Solo che non lo è», ha scritto la giornalista australiana Freya Michie per spiegare perché PeppaPig non riproduce gli stereotipi di genere. «Quando le persone mi fanno i complimenti per il vasto vocabolario di mio figlio, che ha tre anni, rispondo che è tutto merito della sua dipendenza dalla tv, e in particolare di Peppa Pig», ha scritto Becky Pugh del Telegraph. Un mio amico dice che Peppa Pig aiuta sua figlia – i bambini in generale, secondo lui – a «familiarizzare con le cose che succedono nella vita reale: farsi male, avere la tosse, avere una migliore amica e litigarci»; in questo deve avere un certo peso il preziosissimo ruolo dello spazzolino di Peppa Pig nel far venire voglia a sua figlia di lavarsi i denti e di come «la felpa di Peppa è un sicuro successo nelle mattine di capricci».

Ovviamente ci sono schiere di genitori e critici che odiano Peppa Pig e invitano a boicottarlo per il bene dei loro figli. «È una piccola mocciosa viziata e sgarbata», ha scritto David Campbell sul Daily Telegraph. «Batte i piedi, maltratta il fratellino, prende in giro i genitori, litiga con gli amici, frigna quando perde, fa la linguaccia e in generale si comporta in modo socialmente inaccettabile», rincara Naomi Greenway sul Daily Mail, che dice di averlo vietato ai figli nella speranza di farli diventare personcine migliori. Nel raccontare la nascita di Peppa Pig, però, uno dei creatori ha raccontato che nel cartone «non c’è nessuna idea di fondo», nessun tentativo esplicitamente educativo. «Tutto ruota attorno al personaggio, alla sua famiglia e alle situazioni comuni a tutti i bambini». È di fatto uno «show about nothing», una serie sul niente, come viene spesso definita sbrigativamente Seinfeld. Guardandola così, tutto torna: Peppa Pig è per i bambini quello che per gli adulti è Seinfeld. Ha per protagonista un personaggio egocentrico e divertente che prende in giro i suoi amici; racconta in modo liberatorio le piccole incombenze e le rogne di ogni giorno – un pomeriggio di pioggia senza poter giocare è scocciante quanto perdersi nel parcheggio del centro commerciale – ed è persino accusata di essere cinica, diseducativa, superficiale, yada yada yada.

 

Lotta di classe: Il piccolo regno di Ben e Holly
di Valerio Mattioli

Il piccolo regno di Ben e Holly è un altro prodotto Astley Baker Davies, lo stesso studio a cui si deve Peppa Pig. È anche molto meglio di Peppa Pig, ma mi pare di capire che non abbia riscosso lo stesso successo del suo fortunato predecessore. È pure comprensibile, eh? Un po’ perché uguagliare i trionfi di Peppa è impresa ardua per chiunque; un po’ perché Il piccolo regno è un progetto più (ahem) complesso e ambizioso di quello con per protagonista la petulante maialina antropomorfa.

In effetti, Il piccolo regno di Ben e Holly sembra pensato per un pubblico leggermente più grande di quello a cui si rivolge Peppa: gli episodi sono più lunghi (dieci minuti l’uno), le trame più articolate (nei limiti di un programma per bambini in età prescolare, si intende), e le dosi di humor tradiscono un retrogusto squisitamente “adulto”, come adulti sono i ¾ dei protagonisti (Ben e Holly a parte, si capisce). Ma soprattutto, è lo stesso mondo narrativo al centro della serie a rivelarsi insospettatamente denso.

La trama. Ben e Holly sono rispettivamente un piccolo elfo e una piccola fata che vivono in un regno incantato tra i boschi: il Piccolo Regno, appunto. I due sono molto amici e assieme hanno tante avventure, ma appartengono comunque a due ambienti rigidamente separati, o meglio ancora antitetici: popolo delle fate da una parte, popolo degli elfi dall’altra. Un particolare da cui discende l’intero impianto (perdonatemi) “filosofico” del programma.

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Innanzitutto quello delle fate è un ambiente aristocratico, nel vero senso della parola: Holly è una principessa, i suoi genitori sono il Re e la Regina Cardo, e la casa in cui la famiglia abita è un castello. Il loro è un mondo governato dall’ozio più beone e sfrontato: mansioni, contrattempi e imprevisti di varia natura vengono perlopiù risolti da una domestica-tuttofare chiamata Tata Susina, una specie di braccio armato della fatità che a sua volta si affida all’unica arte con cui le fate hanno dimestichezza: la magia. Tutto, nel regno delle fate, è regolato da imperscrutabili arti occulte a cui rivolgersi sia quando c’è da fare la lavatrice che quando c’è da preparare il cestino del picnic. Nel regno delle fate, il lavoro virtualmente non esiste: a che serve faticare quando basta un colpo di bacchetta? Perché arrovellarsi sull’esatto funzionamento di un televisore, quando con una formula magica opportunamente pronunciata questo si accende da solo, e all’occorrenza parla pure?

In realtà, scopriamo presto che la millantata autosufficienza magica delle fate, semplicemente non starebbe in piedi se non ci fosse un altro popolo a fare quello che chiameremmo “lavoro sporco”: coltivare ortaggi, riparare oggetti… o anche costruire bacchette magiche, giusto: perché qualcuno, quelle bacchette dovrà pur farle, no? Ecco, quel popolo sono gli elfi. Che la contrario delle fate sono tipi operosi, sempre indaffarati in qualche improbo compito, e soprattutto refrattari a tutto ciò che anche lontanamente sappia di magia: le cose le loro le fanno con le mani e con l’ingegno, mica ricorrendo a qualche facile scappatoia da ricchi annoiati, chiaro?

Gli elfi sono insomma un popolo operaio: vivono  in un albero-condominium dalla straniante aura rural-ballardiana, nei cui sotterranei si cela una fabbrica gestita secondo le più spietate regole del fordismo industriale. Lì sotto, in interminabili turni di catena di montaggio, gli elfi producono i giocattoli che poi Babbo Natale regalerà ai bimbi che nel corso dell’anno sono stati buoni coi relativi genitori. Se le fate, coi loro atteggiamenti frivoli e ricercati, tradiscono un certo individualismo eccentrico, gli elfi sono tipi terra-terra per i quali la dimensione collettiva ha sempre la meglio sull’iniziativa privata. Tra i loro ranghi non esiste nemmeno una gerarchia certa, anche se il capo ufficioso della comunità è senza dubbio il Vecchio Saggio Elfo, ma solo per evidenti meriti d’età.

Visti i presupposti, è fin troppo facile avvertire la dialettica alla base della serie: le fate sono gli improduttivi sfruttatori che dal comodo delle loro regie poltrone governano il Piccolo Regno; gli elfi, sono i sudditi sfruttati che col sudore delle loro fronti tengono in piedi la baracca, e sotterraneamente covano sentimenti di rivalsa nei confronti di chi li comanda (l’ostentato rifiuto della magia, primo sintomo di una coscienza di classe comunque vaga e ambigua).

Naturalmente, essendo un cartone per bambini, questa dialettica viene risolta all’insegna del più rassicurante ecumenismo interclassista: gli elfi per dire sembrano proprio felici di lavorare per le nullafacenti fate (un tipico caso di alienazione?); e un tipo come Re Cardo sarà pure un poltrone incapace di allacciarsi le scarpe senza l’intervento di Tata Susina, ma è anche un simpaticone magnanimo e un po’ imbranato, che proprio non ci riesci a volergli male (in effetti, è il mio personaggio preferito in assoluto). E poi ovviamente, a suggellare la pace sociale tra le due parti c’è l’amicizia tra Holly la fata e Ben l’elfo: tutto fila liscio, nel Piccolo Regno. Inondazioni di gelatina a parte, chiaro.

Ma attenzione! Appena sotto la leziosa patina socialdemocratica che pure sembra avvolgere il Piccolo Regno, cova indomito il conflitto. La rivalità tra Tata Susina da una parte e Vecchio Saggio Elfo dall’altra, è in questo senso indicativa: sono i personaggi più consapevoli della rispettiva specificità di classe, e quindi non possono che trovarsi su posizioni di reciproca ostilità. Ma forse ancor più illuminante, è il rapporto col denaro dei due popoli: gli elfi in effetti non lavorano gratis per le fate; pretendono di essere pagati, e per ciascuna delle loro mansioni al servizio della famiglia reale – tipo non so, consegnare la colazione la mattina presto – rivendicano un adeguato corrispettivo economico. Il che suona se non altro ragionevole, no?

In ogni caso, nessun problema: per le fate, il denaro non è altro che un insignificante contentino che tanto vale concedere agli elfi in virtù di qualche tacito patto di non belligeranza. Figurarsi, alle fate i soldi arrivano sempre per magia, letteralmente sputati da un apposito baule. Quando però questo baule smette di funzionare, come racconta l’episodio Tempi difficili (notare la citazione dickensiana), il rapporto tra fate ed elfi si incrina: il papà di Ben si rifiuta di consegnare la colazione a Re Cardo se non riceverà in cambio il compenso pattuito; ma Re Cardo i soldi non ce li ha, perché il baule magico è rotto. L’unica soluzione, diventa quindi prestarsi a quello che le persone normali fanno quando hanno bisogno di denaro: trovarsi un lavoro.

Come operaio, Re Cardo si dimostra prevedibilmente un disastro. È un’esperienza rivelatrice per entrambe le parti, perché testimonia l’irriducibilità del Sovrano al mondo del lavoro salariato, oltre che l’assoluta inconciliabilità tra le due parti: “imprigionati” nella loro identità di classe, elfi e fate arrivano allo scontro certificando una volta per tutte l’insanabile distanza che li divide. Finirà con gli elfi che implorano il Re di tornare a fare il Re, visto che in fabbrica provoca più danni che altro. E che vi aspettavate? Che dopo Tempi difficili sarebbe arrivato Rivoluzione al Piccolo Regno? E poi magari Re Cardo va alla ghigliottina? Ragazzi, stiamo pur sempre parlando di un programma che va in onda su Rai YoYo: mica avrete preso sul serio tutto quello che ho scritto finora? Certo, sull’argomento “lotta di classe”, persino una roba pensata per dei bambini sotto i sei anni rischia di dire cose più intelligenti di qualsiasi delirante articolo che blatera di giovani contro vecchi; ma per quello bastava poco, direte voi.

 

Estremismo politically correct: Dottoressa Peluche
di Francesco Farabegoli

Ho una figlia da un paio d’anni e ho ricominciato a guardare cartoni animati con lei. L’unico cartone animato per bambini che ricordo dai miei tempi è la Pimpa, un cane psichedelico che andava a portare il caffelatte alla stella polare perché si risvegliasse e tornasse al suo posto nel cielo (sotto certi aspetti il cartone animato esperienziale definitivo); ho pensato che i cartoni per bambini fossero UNA FIGATA: poi ho scoperto la Dottoressa Peluche.

Dottoressa Peluche (Doc McStuffins) è un cartone animato ad uso educativo, uscito per la prima volta nel 2012 e prodotto da Disney-ABC. Nelle intenzioni del creatore Chris Nee, è un “Cheers for Preschoolers”. La protagonista è Dottie, una bambina nera figlia di medici che sa parlare ai pupazzi. Per via di questa abilità ha aperto una clinica per curare i pupazzi difettati, con l’aiuto della sua claque (un draghetto pasticcione, un ippopotamo-segretaria, una pecora sgarzolina, un pupazzo di neve ipocondriaco e altri).

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Dottie ha una famiglia a cui vuole bene, lavora nel giardinetto di casa e canta canzoni: una o due ad ogni episodio, precise come trenta coltellate al fegato. La più alta dose di politicamente corretto al minuto che abbia mai visto: l’amore per i genitori e il fratellino, le diagnosi che contengono consigli per i giovani spettatori, l’ordine macilento della casa di Dottie, la perfezione formale dell’animazione computerizzata…

Accettare l’esistenza della Dottoressa Peluche è durissimo. Lo so che è un discorso che avete già sentito in bocca a persone più grasse barbute e ributtanti di me, ma quando ero piccolo ero abituato a guardarmi cartoni animati disegnati alla meno peggio, con trame che prevedevano estorsioni, malattie gravi, bullismo, ignoranza e prevaricazione. Venivano prodotti da singoli borderline illuminati, probabilmente tossici, che mi costringevano ad assistere ad una versione vagamente edulcorata delle loro psicosi e probabilmente hanno plasmato la mia esistenza per negazione.

La Dottoressa Peluche invece potrebbe essere stata finanziata da qualche governo di destra per promuovere l’ordine civile e una popolazione in salute che produca più frumento, e l’unico beneficio che porterà ai nostri figli sarà di fargli mangiare la merda con denti più sani e dritti. Cosa ci ha costretto a questo cambiamento? Ci porterà qualche beneficio? Quanti pupazzi di neve ipocondriaci saranno necessari per farci dimenticare i fratellini di Coniglietto che cambiano colore quando mangiano qualcosa? E soprattutto: se mia figlia impara a sistemare l’orsetto con la tromba, che ho sabotato per non sentire più il Valzer delle Candele a botte di sessanta volte al giorno, sono fottuto.

 

Piacere ai grandi per piacere ai bimbi: Lo straordinario mondo di Gumball
di Arianna Giorgia Bonazzi

Senza neanche accorgercene, è dal 1991 che guardiamo i Simpson, e, arrivati al punto in cui Homer sta per lasciare Marge per una farmacista con la voce di Lena Dunham, le riflessioni sulle serie tv cresciute all’ombra di Matt Groening si sono ormai sprecate. Se si è parlato troppo di quello che i Simpson hanno fatto ai cartoni animati (sostanzialmente, trasformarli in prodotti per adulti dal registro satirico, surreale e politicamente scorretto), non si è parlato per niente di quello che i Simpson hanno fatto ai bambini negli ultimi vent’anni.

Negli anni dieci del 2000, per noi ex-bimbi degli anni 90 che, all’orario poco proibito delle 14.30, dovevano guardare i Simpson di nascosto dai nonni, è stato spiazzante vedere il modello Mtv perversamente applicato all’universo della tv per bambini. Lo straordinario mondo di Gumball è, in larga misura, questo: le vicende, al limite dell’assurdo e sempre contenute in episodi autoconclusivi, dei Watterson, una famiglia composta da genitori mediocri più tre figli, dei quali una inspiegabilmente geniale (la piccola Anaïs di Gumball è la Lisa di Groening, che poi è ovviamente la mitica Matilda di Roald Dahl).

Alla ormai consolidata ricetta base (che a dispetto del titolo, non ha più proprio nulla di straordinario), la produzione anglo-americana Gumball aggiunge una spruzzata contemporanea à la Modern Family ma su base razziale: papà e figlia sono conigli rosa, mamma e figlio gatti blu, mentre il figlio mezzano è un pesce coi piedi, adottato.

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Il nocciolo vincente di questa serie animata, per me irresistibile al netto di qualsiasi giudizio morale, risiede nella sua scelta volutamente poco chiara di un target di riferimento. A differenza dei Simpson, Lo straordinario mondo di Gumball nasce sì come serie televisiva per bambini con protagonista un ottenne (il gatto Gumball, un simpatico idiota alla Spongebob più che alla Bart), ma non sa rinunciare a una singola arguzia né di trama né di linguaggio, per strizzare l’occhio a me, il genitore adulto sul divano che tanto i suoi bravi feuilletton giapponesi se li è visti negli anni ottanta, si è fatto quei vent’anni di propedeutica al nonsense con Futurama, e adesso è pronto a ridere senza riserve all’universo irriverente di Gumball (salvo poi chiedersi perché i figli gli sputano in faccia, e no, non è colpa di Masha e Orso: Masha in confronto è un’educanda).

Da bambina anch’io, come tutti i miei coetanei, mi ero affacciata presto a trame malamente censurate di incesto alla Georgie e di lesbismo latente alla Lady Oscar. Ma era colpa soltanto degli incapaci che compravano i diritti degli anime per il palinsesto Mediaset, che non sapevano che in Giappone manga e anime sono spesso per un pubblico più adulto.

Nel caso dei miei bambini, invece, perché se stanno su Rai YoYo si trovano di fronte a scene di cui non possono capire tutte le implicazioni? Forse perché vengono molto stimati in sede di scrittura? Forse perché qualcuno, qualche amante, chessò, del coding per minorenni, crede seriamente all’affermazione da nonna che “i bambini di oggi sono più svegli rispetto a quelli di 20 anni fa”?

Certo che no, è perché degli autori egocentrici marciti per anni davanti a South Park hanno deciso di rimpinzare dei potenziali Peppa Pig (famigliola che ogni giorno vive un’avventura autoconclusiva, anche perché, con le repliche continue sui canali tematici, la trama orizzontale non è nel novero delle possibilità) di surrealismo alla David Lynch, humour nero alla Breton e critica sociale alla Hitchens.

Sicuramente c’entra qualcosa la nuova identità della Disney, che negli anni, forse già a partire dal personaggio del genio di Aladdin (esilarante parodia del conduttore televisivo), si è accontentata sempre meno di commuovere principessine e far volare piratucci, ponendosi l’obiettivo ambizioso e controverso di far sorridere gli adulti delle loro idiosincrasie, o di parlargli, per esempio, di quanto erano deteriorabili i loro sogni (negli Incredibili, con una Elastic Girl/Laura Morante isterica e in odore di divorzio; mentre in Up, addirittura mostrando una coppia di bambini innamorarsi, crescere, invecchiare e venire separati dalla morte prima ancora di realizzare i loro sogni d’infanzia).

Nonostante le operazioni alla Incredibili mi indispongano (siamo venuti al cinema per vedere i nostri figli ridere di quattro pupazzi in tuta aderente, e non per riflettere sulla nostra famiglia imperfetta), e nonostante abbia già parlato altrove contro le paraculate di SpongeBob (che alcuni studi americani vorrebbero responsabile dei cali di attenzione dei suoi piccoli spettatori, ovvero di rimbecillimento), trovo che Gumball sia riuscito a incarnare al meglio la tendenza del “voler per forza piacere a grandi e piccini, ma non passando per i piccini, bensì per l’approvazione dei grandi”, il pubblico apparentemente più stimolante da sedurre (che poi non è neanche vero, che i bambini, detto da autrice per bambini, sono conquiste molto più difficili e dunque soddisfacenti).

Cos’è che funziona in Gumball? Cos’è che mi fa passar sopra a tutto quel narcisismo? Cosa mi incolla al divano, che invece non c’è in nessuna Dottoressa Peluche? Cosa mi frena dal whatsappare durante la visione coi bambini che implorano “dai mamma, guarda!”?

Se la struttura è stravista – genitori di una moderata inettitudine, sorella perbene che ci fa perdonare i fratellacci – la declinazione riesce a rendere la serie unica, sia dal punto di vista drammaturgico che da quello dell’animazione, che usa una tecnica mista di animazione tradizionale, 3D e fondali live action. A livello grafico, il disegno arriva coraggiosamente a disgustare: gatti e conigli sono così grassi da rendere irriconoscibile l’appartenenza alla loro specie, e quando un’emozione gli solca il volto, lo trasforma in una sorta di bolla di chewing gum afflosciata (da cui il nome Gumball? Fatto sta che io all’inizio, lo guardavo convinta che i  protagonisti fossero delle gomme da masticare, anziché degli animali).

A livello di character design, il pesce adottivo Darwin, quando si sfila le scarpe da ginnastica, ha i piedi coperti dal simbolo della censura, come se i piedi fossero le sue parti intime; sempre Darwin dorme in una boccia per pesci assumendone la forma e occupandone l’intero spazio come se non ci fosse acqua (e in effetti, lui ha polmoni, non branchie); la mamma è una dolce Marge costretta a supplire all’inutilità del marito lavorando in una fabbrica di arcobaleni (elemento grafico che ritorna in tutta la serie, sia nella sigla che in diversi personaggi iridati, con un sottile sottotesto LGBT friendly).

Continuo a chiedermi: se non fossero un pesce rosso con i piedi come parti intime, e una mamma impiegata in una fabbrica di arcobaleni, sarebbe uguale? E mi rispondo di no. Quindi mi ravvedo addirittura e constato che, a dispetto delle sfrenate ambizioni citazioniste e surrealiste, l’umorismo nonsense del cartone sembra intellegibile anche ai miei figli.

I fratelli Watterson sono rimasti chiusi nel bagno della scuola, e allo stremo delle forze – praticamente due survivor moribondi – si stanno per confessare tutti i loro segreti quando la porta si apre dall’esterno e un bidello domanda:

“Quanto siete rimasti chiusi qui dentro?”
Risposta: “Tre minuti.”

Nell’episodio DVD, i fratelli inseguono un dvd della videoteca che rotola via per strada forzando un bel po’ le leggi della fisica, e a un certo punto stanno per scontrarsi frontalmente con un jogger flaccido dalle chiappe enormi. Gumball avvisa: “Io vado a destra.” Il jogger ribatte: “Io vado all’altra destra”. Si scontrano. Sghignazzi.

In Gumball, l’abbondante sadismo non è del tutto gratuito, ma giustificato dal tema del rapporto tra fratelli maschi, che fornisce una ragione testuale alla cattiveria deliberata. C’è una rinuncia dichiarata, secondo me più che accettabile, all’aspetto educational. Come in una sitcom, ciascun episodio è chiuso, e dunque non prelude a una crescita dei personaggi del tipo di quella che avviene nelle serie televisive per adulti, la cui programmazione cadenziata consente di generare attesa. Coerentemente a questo immobilismo “molto Simpson”, nel finale di puntata non si offre una morale alla Esopo. L’ educational “a tesi” viene delegato per intero ai cartoni prescolari, lasciando campo libero al junk food e ai videogiochi picchiatutto.

I fratelli Watterson non si redimono mai e anzi, quando gli insegnanti vogliono retrocederli all’asilo, non si rassegnano a studiare, ma decidono di mascherarsi da secchioni della classe. I miei figli, e anche i vostri, non hanno veramente niente da imparare da Gumball.

Però immaginate questa scena, di due fratellini che escono dal water dopo un inseguimento mirabolante nelle fogne, e il papà, che ha appena fatto la cacca, vedendoli uscire dalla tazza, domanda:

“Ah! Vi avevo mangiato?”
“No, ci siamo persi nelle fogne”
“Ah, meno male!”

E provate a scandalizzarvi anziché a ridere. Provate voi, svezzati a Conan e Lana ma cresciuti a pane e Simpson, a non compiacervi dei giochini metanarrativi tipo “Ora basta coi flashback!” o“Dov’è il mio lieto fine? Finché sono io il protagonista non può finire così!”

Il cartone che cementerà l’unione tra voi e i vostri figli non vuole semplicemente fottervi il cervello. Sembra come tutti gli altri, ma in realtà ha un modo veramente 2.0 di piacere ai bambini. Non è che li stima, no, non è che li trova evoluti rispetto ai loro nonni. È che a differenza, per dire, di Mary Poppins, o di Jovanotti, o ancora di Peppa Pig, il cui procedimento è “piaccio ai bambini, dunque anche ai grandi, che c’hanno la parte bambina”, Gumball parte dall’assunto opposto, “piaccio ai grandi, e dunque ai bambini”, ma non perché è un bastardo, e vuole rincretinire i bambini, ma col fine ultimo di arrivare a loro, ai bambini, e ridere con loro alle spalle dei genitori.

Incredibile, c’è Gumball, e mamma e papà stanno alla tele con noi, non guardano l’aifon, e ridono come scemi delle cose stupide che fa Gumball, che noi facciamo tutti i giorni a scuola a loro insaputa. E chissà perché adesso si sentono nostri alleati, e, si credono, poveri illusi, più furbi di noi.

 

Resta di stucco è un Barbatrucco!
di Cesare Alemanni

Del mio rapporto con i Barbapapà da bambino ho solo qualche ricordo molto vago. Un libro da colorare regalato da una nonna e una busta sorpresa con le loro sagome sopra. Tutto qui e tutto assolutamente nella norma, dato che la famiglia di melanzanoidi (in realtà Barbapapa “significa” zucchero filato) francesi apparteneva alla generazione dei nati negli anni ’70 più che alla mia.

Tra i 5 e i 25 anni non avevo più pensato ai Barbapapà, fino a quando un pomeriggio mi sono trovato a camminare, in compagnia di un’amica, davanti a un negozio di giocattoli pieno (vai a sapere perché poi? Forse un tardo tentativo di rilancio) di peluche ispirati alla creazione della studentessa di architettura Annette Tison e del biologo americano Talus Tyler.

Il mio cervello doveva ancora finire di registrare la vista della vetrina che la mia amica aveva già cacciato un urlo – e badate bene: non un urlo scherzoso, ironico, iperbolicamente eccessivo, ma un vero e proprio urlo di terrore, un urlo da fobico, come quello che potrebbe lanciare una persona con il terrore dei ragni di fronte a un terrario pieno di tarantole enormi e pelose – ed era corsa in avanti di qualche metro.

Dopo averla raggiunta ed essermi guardato intorno alla ricerca di qualcosa, qualunque cosa, che potesse giustificare una reazione del genere, le domandai cosa avesse mai visto di tanto raccapricciante. La sua risposta fu «Barbapapà», detto con lo stesso tono disgustato con cui qualcun altro potrebbe dire «scarafaggi». Fin da piccola – mi spiegò una volta ripresasi dallo “choc” – Claudia soffriva di una forma di insofferenza acuta ai Barbapapà. Le facevano senso le loro forme colorate, «così vaghe e indefinite», con quegli occhietti «languidi ed eccessivamente giulivi». Non sapeva spiegarselo nemmeno lei. Era una repulsione a pelle del tutto irrazionale.

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Premete play solo se non avete mai avuto alcun problema con i Barbapapà.

Pensai che fosse una cosa ben strana ma nuovamente, dopo averla registrata con una certa sorpresa e divertimento e complice il fatto che in seguito ci siamo persi di vista, me ne dimenticai. Almeno fino alla scorsa estate quando, a una cena tra amici, si finì a parlare di fobie. Ognuno si mise a raccontare le proprie: molti ragni, molti scarafaggi, molti insetti in generale, rospi, serpenti. Le solite cose insomma, finché un tedesco che avevo conosciuto quella stessa sera, non aggiunse qualcosa tipo: «Ah e poi vi ricordate quel vecchio cartone animato per bambini con quegli strani personaggi colorati, tipo palloncini? Come si chiamavano? Ecco, quelli da piccolo mi davano i brividi».

A quel punto raccontai della mia amica al tizio in questione, tutti ci facemmo una gran risata e finì lì. O almeno credevo.

Due venerdì fa, altra cena. Qui a Prismo stavamo già parlando tra noi della possibilità di fare un pezzo sulla Tv per bambini e così sono finito in argomento con la donna che mi sedeva a fianco, una trentenne francese (tenete a mente: la Francia è la patria dei Barbapapà), che di cartoni animati contemporanei non ne sapeva molto a dire il vero, ma a un certo punto ha accennato quasi distrattamente a un cartone un tempo molto trasmesso in Francia che da piccola le dava degli incubi terribili. Questa volta ho giocato d’anticipo e le ho chiesto se per caso si trattava degli ormai, almeno per me, famigerati Barbapapà. La sua risposta la potete immaginare.

Ricapitolando: in cinque anni ho conosciuto un’italiana, un tedesco e una francese con la fobia dei Barbapapà (se qualcuno ha idee su come far terminare la barzelletta, le scriva nei commenti). Tre persone non sono un grande campione, è chiaro, ma considerando che non passo le mie giornate parlando di cartoni animati e di Barbapapà, o si tratta di una coincidenza straordinaria o forse davvero là fuori esiste una psicosi legata ai Barbapapà. Ci sono forse migliaia di ex-bambini europei con traumi inconfessabili dovuti a questo cartone, che hanno solo bisogno di un’occasione – come spero possa essere questo breve articolo – per uscire allo scoperto?

Per rispondere a questa domanda ho fatto quello che avrebbero fatto tutti: mi sono messo nelle mani di Google. Una serie di ricerche incrociate in quattro lingue (italiano, inglese, francese e tedesco), composte da “Barbapapà” più termini tipo “schifo”, “paura”, “ribrezzo”, “angoscia”, “incubi”, a dire il vero ha prodotto risultati alquanto deludenti. Qualche riferimento in realtà si trova ma non abbastanza per sostanziare un’ “ipotesi di reato”, diciamo. Niente di paragonabile, per fare un paragone, alla quantità di materiale reperibile cercando gli stessi termini in associazione con i Teletubbies (che però dalla loro hanno il vantaggio di essere molto più popolari e recenti).

Forse si tratta davvero soltanto di una prodigiosa coincidenza. Ugualmente ho provato a domandarmi cosa, nel design di queste creature, possa produrre un tale disagio alla loro vista e mi sono fatto una piccola teoria in merito che ha a che fare, alla lontana, con il concetto di uncanny.

I Barbapapà possono essere disturbanti per qualcuno perché hanno dei comportamenti e delle espressività che associamo agli esseri umani ma allo stesso tempo sono soltanto delle macchie di colore, dei blob mutaforme (un Barbapapà può plasmare la propria massa a piacimento e trasformarsi in qualunque cosa). Non hanno insomma molto che possiamo riconoscere come biologico (per esempio: si muovono ma non hanno le gambe). Sono pre-biologici, sono una specie di brodo primordiale da cui può uscire qualunque. Se un cane, un pinguino, un orso o un topo umanizzato e parlante ci fanno simpatia è perché l’aspirazione a poter comunicare con gli animali esiste pressoché da sempre. Mentre l’idea che qualcosa privo di connotazioni biologiche definite – un essere che non si capisce nemmeno esattamente cosa sia – possa parlare ed esprimersi come noi ci mette, o quantomeno mette alcuni di noi, a disagio (il che è proprio ciò che avviene all’interno del fumetto e del cartone di cui sono protagonisti, in cui, a eccezione di alcuni bambini che diventano loro amici, i Barbapapà vengono crudelmente emarginati).

Del resto nemmeno San Francesco sembrava molto interessato alle opinioni delle melanzane.

 

Redazione Prismo
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