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Nascita e sviluppo di un meme assurdo nato da una bega diplomatica con l'India: come i supporter dei marò hanno convinto internet a prendersi gioco dei marò.

All’inizio furono i nastrini gialli. Erano indossati da parlamentari, cittadini impegnati e prime pagine di giornali come Il Secolo d’Italia; tutti orientati a destra, tutti vicini all’esercito – i nostri ragazzi – e circondati da quel vago retrogusto monarchico dio-patria-e-famiglia. Perciò i nastrini gialli erano perfetti, un messaggio che non solo incrociava tutti gli elementi della suddetta triade, ma aveva come riferimento ultimo dei soldati in divisa e come antagonista un’ex colonia britannica marginalmente nota per essere la più grande democrazia del mondo, un paese lontano ed esotico che aveva sottratto alla Madrepatria due suoi ragazzi.

I due ragazzi in questione sono i marò, la cui vicenda è nata come una bega tra Italia e India ed è finita per diventare un meme potente (“E i marò?” come commento ubiquo e inevitabile dell’odierno internet italiano).

I due marò sono Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, e sono vittime. Anzi, sono colpevoli. Sono stati abbandonati. Oppure no. Forse lo Stato Italiano li sta difendendo senza un motivo preciso, dimentico di quanto avvenuto il 15 febbraio 2012 quando i due  artificieri della Marina Militare spararono a un peschereccio indiano, lo St. Antony, al largo delle coste del gigante asiatico, in un punto a rischio pirati. O forse sono davvero innocenti. Comunque sia, nell’incidente morirono due pescatori, Valentine e Ajeesh Pink, e i due marò furono arrestati dalla polizia locale. Questo è quello che è successo e il poco che sappiamo sulla vicenda, tutto il resto rimane nel dubbio: l’infinita discussione – che dura ormai da tre anni e mezzo ed è stata recentemente analizzata altrove – verte tutta su questo misfatto e le diverse interpretazioni date da questo o quel Paese.

Salviamoli.

Ma non è dell’affaire marò e di quanto avvenuto a bordo dell’Enrica Lexia, la petroliera italiana da loro scortata, che vogliamo parlarvi. Se volete fare luce sulla vicenda vi rimandiamo a I due Marò. Tutto quello che non vi hanno detto di Matteo Miavaldi o ai focosi tweet di Maurizio Gasparri con Alba Dorata (la dialettica è sempre la solita, quella tra l’analisi meticolosa e gli istinti ex-missini – decidete voi). Noi vogliamo parlarvi di altro, ovvero di come una noiosa questione geopolitica sia finita per diventare il vero tormentone di quest’estate, diciamo pure un meme. I marò! Ridateci i marò! Prima i marò!  E poi nefasti giochetti di parole ovviamente ripresi da Dagospia: li abbiamo visti tutti scorrere sulle bacheche di Facebook per mesi ed è ora di capire le ragioni del primo meme post-berlusconiano della politica italiana. Prima di farlo, va da sè, dobbiamo tornare a parlare di loro: i marò e i loro supporters.

Coccarde Gialle
Torniamo ai nastrini gialli con cui la destra italiana cominciò la sua danza patriottica attorno ai due “prigionieri”: la scelta del simbolo del movimento “Salviamo i nostri marò” fu di per sé interessante per la sua assenza di riferimenti al gergo militare, un elemento neutro e familiare – secondo Wikipedia, già usato per dimostrare il proprio appoggio al Programma internazionale per la prevenzione dei suicidi e “per sensibilizzare l’opinione pubblica contro il tumore del testicolo” – pur rimanendo una coccardina da appuntare alla propria divisa insieme a medaglie e quant’altro. Con il tempo i nastrini gialli hanno preso piede e ottenuto un’identità tutta-marò, arrivando alla recente bufala secondo cui il simbolo sarebbe stato “proibito” in occasione del raduno dei marinai d’Italia svoltosi a Ravenna lo scorso aprile. Una notizia “del tutto priva di fondamento e falsa”, come la definì il vice-sindaco ravennate Giannantonio Mingozzi e un esempio di propaganda bufalara che prende le misure di un certo pubblico, quello degli orfani dei marò, ristretto e rumoroso ma sempre pronto a denunciare una cospirazione contro la liberazione dei propri fucilieri.

L’autoisolamento felice, amico d’infanzia della paranoia, è un processo osservabile in altre sacche ultra-politicizzate di internet come quelli che credono alle scie chimiche o i rettiliani.

Il prodotto finale di questa condotta è l’autoisolamento felice, condizione in cui un gruppo di valorosi guerrieri combatte da solo contro tutti: il nemico interno, il governo italiano, e quello esterno, la nuova e più perfida Albione indiana. L’autoisolamento felice, amico d’infanzia della paranoia, è un processo osservabile in altre sacche ultra-politicizzate di internet: i cospirazionisti delle scie chimiche o dei retilliani usano da tempo il termine sheeple (crasi tra sheep, pecora, e people, persone) per indicare gli Altri, La Maggioranza Assonnata Che Non Vuole Proprio Capire. Wake up, sheeple!, gridano cercando di svegliarci dal nostro sonno della ragione. Un tale punto di vista, sospeso tra X-Files (“The Truth Is Out There”) e il senatore Razzi, chiude il gruppo su se stesso in una morsa che lo rafforza e lo allontana allo stesso tempo dagli Altri. Più aumenta la distanza dalla massa, più la loro convinzione si rafforza: un circolo vizioso in grado di alienare una mente facile e che dovrebbe preoccuparci, se non fosse anche così divertente.

Piegati su se stessi proprio come i suddetti nastrini, i liberatori di Marò hanno creato una rete parallela in cui tutto è marò e tutti sono marò (o India – non sono previste alternative). Esiste un Facebook parallelo fatto di gruppi, chat e pagine a tema in cui gli utenti possono continuare a vivere il resto della loro vita rimanendo nella confortevole bolla Latorre-Girone. È una versione patriottica del Chew-Z, la droga psichedelica de Le tre stimmate di Palmer Eldritch, in cui LO SCANDALO si amplifica di commento in commento, occupa le menti senza mai esplodere, creando un orizzonte di pericolo e mantenendolo a debita distanza. L’immanenza del loro assillo è allo stesso tempo carburante e cruccio del movimento di liberazione marò.

La capriola
L’autoisolamento felice è una pulsione potente anche perché non soddisfacìbile: impossibile chiudersi davvero su se stessi, specie online; impossibile evitare perdite di informazioni verso l’esterno, ovvero Gli Altri, i quali prima o poi finiscono per entrare in contatto con la bolla e le sue usanze. Al momento dell’impatto tra il gruppo e l’Esterno, si aprono scenari diversi:

– la conversione dell’Esterno, che entra a far parte del circoletto;
– la sorpresa dell’Esterno di fronte a un ambiente così ristretto eppure così peculiare e regolato, quasi alieno, che può diventare facilmente una presa di posizione supponente e ironica nei confronti del gruppo;
– niente (l’Esterno non capisce o non ha nessuna reazione particolare, prosegue la sua attività online dimenticandosi dell’enclave incontrata online).

La scorsa primavera, però, è successo qualcosa. I marò, dopo anni di morbose discussioni online e commenti random in cui sconosciuti su Facebook chiedevano giustizia per i due fucilieri, dopo riferimenti oscuri sentiti alla televisione e rivomitati in rete, dopo tutto questo, il concetto di marò ha compiuto una capriola di significato diventando una coppia di personaggi pop buoni da battute o fotomontaggi. Allo stesso tempo il pubblico ha cominciato a cogliere quelle battute e a dimostrare di volerne di più: ci sono gruppi Facebook di successo come Dicci Di Più che da raccoglitore di stranezze e assurdità sono praticamente diventati luoghi specializzati nello sfottò dei due militari, e anche la tag “E i marò?” su Tumblr è una miniera di chicche del genere. Sono queste le due principali fucine di immagini, commenti e fotomontaggi che recentemente hanno assillato le nostre bacheche. Eppure battutine simili circolavano da tempo come inside joke tra gli appassionati di politica e del freak show che gli ruota attorno – è dal 2012 che un endorsement dei marò da parte di un politico rappresenta l’anticamera della sua svolta a destra, verso la pancia del Paese e la ggente. Oggi, ben lungi da essere inside joke per un’élite, l’humour sui marò si è fatto mainstream: che è successo?

La questione marò non ha più forti radici politici, è diventata simile a una barzelletta: ci sono due italiani in India che sparano a dei pescatori credendo siano chissà chi.

È successo che i commenti assurdi e insistenti sulla questione del marò, rilasciati uno a uno sul web, sono arrivati a riva e qui hanno preso a sedimentarsi, rendendo la bolla Latorre-Girone visibile a tutti in tutte le sue caratteristiche più irresistibili (l’aggressività verso l’esterno, la monomania di fondo, i buffi richiami alla Patria, il Fascismo vedo-non-vedo). In pochi mesi le fondamenta prettamente politiche della questione sono state spolpate, rivelando uno scheletro comico perfetto: ci sono due italiani in India che sparano a dei pescatori credendo siano chissà chi. È una barzelletta sugli italiani, per italiani (una barzelletta discutibile, certo, ma ne esistono forse di altro tipo?). Strappati dall’attualità, dalle beghe legali, dai ritorni a casa, dagli arresti domiciliari e dal tribunale de L’Aia, i marò sono diventati un concetto, scindendosi dalle anime di Latorre e Girone. Sono spiriti evocabili per sfottere il comportamento degli stessi troll che li hanno resi famosi chiedendone il rempatrio. Di più: si scrive “E i marò?” per dimostrare a tutti di non essere come quelli. Siamo alla parodia di un’ossessione.

Per capirne di più, abbiamo chiesto lumi ai creatori de I Nostri Marò, una pagina Facebook su un settimanale inesistente dedicato ai nostri ragazzi. Gli autori – un collettivo anonimo – raccolgono i contributi dei lettori, creano prime pagine e articoli dipingendo una rivista che non c’è e spacciandola per vera. Inutile dirlo, qualcuno ci casca. “I nostri leoni sono stati subito al centro dell’interesse degli italiani,” ha spiegato a Prismo uno dei creatori, tale Wu Marò 1. “Quando la faccenda è sparita lentamente da tg e prime pagine, finendo nella stampa di settore come Il Giornale e Libero, la gente comune ha preso a farli propri. Fortunatamente le due testate godono ancora della stima del lettore medio di soli titoli che poi frequenta i social network, ossia i bar perfetti”.

Editoria e giornalismo.

Il rapporto con alcuni seguaci è particolare: “Alcuni lettori si sono lamentati di non trovarci nella loro città, e sì, è davvero incredibile,” ci ha raccontato l’autore de I Nostri Marò: “hanno girato a vuoto varie edicole: purtroppo la lobby dei giornalai ci osteggia perché siamo scomodi”. Può sembrare assurdo ma l’essere presi sul serio da qualcuno è destino inevitabile (e il bello) dei giornali finti, come la storia dei “falsi” de Il Male ha insegnato. A favorire l’inganno c’è senz’altro la mentalità isolata di cui abbiamo discusso, in grado di generare un clima di preoccupazione tale da rendere del tutto plausibile l’esistenza del settimanale I Nostri Marò come contraltare a Il Mio Papa.

Anche grazie alla catena dell’indignazione illustrata dai Wu Marò, i fucilieri italiani hanno fatto la fine della carne in scatola Spam nello sketch dei Monty Python: una parola breve ed inusuale (Spam-Marò) ripetuta a casaccio generando rumore. (Lo sketch dei Python ispirò il nome di spam per la mail spazzatura, e cos’altro sono i commenti sui marò se non messaggi non richiesti e molesti?).

carico il video...
SPAAAAM.

Essere glocal
Pur essendo italianissimi (E CI MANCHEREBBE ALTRO), i marò non sono un caso unico nel loro genere. Certo, rimangono unici nello scenario italiano in quanto meme assurdo, popolare ma non triste, politico ma non necessariamente di parte. Ripensandoci, i nostri ragazzi hanno generato il meme italiano meno italiano possibile: oltre al danno, la beffa. Un fenomeno virale simile non può che scaturire dalla reazione affranta a una certa retorica ubriaca e populista che girovaga a destra (dal MoVimento 5 Stelle in su) e di cui abbiamo un precedente piuttosto fresco al di fuori dal Belpaese: viene dagli Stati Uniti e si chiama THANKS, OBAMA.

17 dicembre 2009. Barack Obama era presidente degli Stati Uniti d’America da poco meno di un anno: un centrista di sinistra afroamericano, era ed è osteggiato dalla destra Usa, la quale, come altrove, è organizzata in un network di televisioni, radio e blog. Uno di quest’ultimi, Authentic Connecticut Republican, pubblicò quel giorno un demotivanional poster che diede vita a un fenomeno immenso e fastidioso.

Una bambina mostra il dito medio alla telecamera scaricando su Obama colpe varie e notevoli, tra tutte quelle di aver speso i soldi destinati al suo futuro. Con questa immagine nacque ufficialmente, almeno secondo il sito Know Your Meme, il lungo tormentone infernale di “Thanks Obama”, ritornello usato per anni dai conservatori per attaccare il Presidente. In questo meme ritroviamo l’autoisolamento felice che abbiamo analizzato prima: un messaggio forte, un messaggio “contro” di una minoranza rumorosa che non ci sta e ringrazia sarcasticamente Obama per diversi sfaceli. Inutile dirlo, Thanks Obama fu presto scoperto dagli Altri che ne notarono l’assurdita di fondo; diventò meme e finì per essere assocciato a ogni tipo di problema e imprevisto ridicolo. A un certo punto qualcuno produce questa chicca e il risultato fu chiaro: gli Altri avevano vinto, Obama avrebbe vinto le elezioni del 2012.

Riecco la capriola di significato nelle tre fasi di cui consta:

– una fetta di pubblico viene stressata e inseguita da messaggi ripetitivi rilasciati da una minoranza tenace;
– la fetta di pubblico comincia a ridicolizzare la minoranza;
– il messaggio iniziale viene reso innocuo.

Il meccanismo di fondo è lo stesso che porta pattuglie di italiani a commentare (seriamente) qualsiasi articolo con la domanda “E i marò?”.

“Abbiamo tagliato le tasse.”
“E i marò?”

“La Cina ha sganciato due bombe atomiche su Roma, il governo studia una contromossa.”
“Sì ma i marò?”

Dopo mesi e mesi, la ggente si è stufata. Thanks Obama.

Il rumore
Anche dall’altra parte dell’ex cortina di ferro, l’ossessione politica ha dato i suoi frutti ironici con risultati preoccupanti dal punto di vista della libertà d’espressione. Lo scorso aprile, un tribunale di Mosca ha messo al bando un meme su Valeri Syutkin, star locale, sostenendo che l’immagine ledeva la privacy del soggetto. La vittima del verdetto era Lurkmore, un sito russo simil-Wikipedia specializzato in contenuti virali e comici ma aveva un secondo fine poco celato: difendere Vladimir Putin. Il presidente russo è infatti vittima di ironia e satira sottoforma di image macro e fotomontaggi grazie anche alla sua posa sempre seria e aggressiva, facilmente ricontestualizzabile in situazioni assurde.

Aww.

Per capire la portata del Putin-meme basta dare un’occhiata all’account Twitter @RuNetMemes e le sue traduzioni di fotomontaggi satirici sullo zar e lo stile di vita russo.

Paludoso, sovietico e ridicolo come ogni vittima del proprio machismo, Putin è il bersaglio perfetto per chi vuole fargli cavalcare un crackerino usando Photoshop:

The Dark Knight.

Questo rinculo – la ridicolizzazione dell’autorevolmente serio – non nasce mai dal nulla. Ad aiutare la meme-ification di Putin è (anche in questo caso) una reazione alla condotta online dei supporter del presidente, che negli ultimi anni hanno reso la rete russa praticamente inabitabile grazie a un esercito di troll di regime, come raccontato da Adrian Chen in un’incredibile storia pubblicata dal magazine del New York Times. Rieccoci piombati nel fattore spam di cui sopra, la litania politica continua che devia dal percorso propagandistico diventando un’arma politica indesiderata. Da qui il verdetto contro i meme russi; da qui il rinculo della frase Thanks Obama!; da qui la conversione dei marò da soggetto politico-diplomatico a un tormentone-clown.

Il potere sovversivo della battuta in epoca tardo-capitalistica è tema del pamphlet Can Jokes Bring Down Governments?, firmato dal collettivo artistico Metahaven, che qui ritorna in maniera più moderata: non parliamo di rivoluzioni né di partiti politici ma di due soldati italiani diventati l’ultima possibilità per la povera Italia di tornare grande. Le cose non stanno così ma poco importa, la macchina continua a sbuffare e girare, i due leoni devono essere salvati. Chiunque siano.

Pietro Minto
Caporedattore di Prismo, collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera e Rolling Stone. Ha una newsletter che si chiama Link Molto Belli.

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