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È uno dei cicli di storie dell’Uomo Ragno più odiati, ma anche uno dei più importanti degli anni Novanta. Un trattato sull’identità, ma anche un esperimento di scrittura collettiva partito per la tangente. Vent’anni dopo, proviamo a rileggere la Saga del Clone.

La saga del clone: pare che bastino queste poche parole per scatenare, negli appassionati della continuity Marvel, un moto di ripulsione. E invece sapete che c’è? Io quando penso a quel lungo arco di storie pubblicato nella seconda metà degli anni Novanta non solo provo, ed è inevitabile, una certa nostalgia; ma mi vengono persino in mente buone idee, belle storie, artisti capaci e personaggi convincenti, il tutto nel bel mezzo di quello che è senza dubbio un delirio totale. La saga del clone è stata una soap-opera efficace, con quella giusta (cioè abbondante) dose d’incoerenza e mattissimi cambi di direzione che l’hanno resa sorprendente fino all’ultimo. Un grandioso prodotto del “disordine spontaneo” (altro che l’ordine spontaneo di Hayek) che regna nelle industrie creative; una mostruosità narrativa da esporre nelle wunderkammer della cultura pop. Ebbene sì, io appartengo alla generazione che a Ben Reilly, il clone di Peter Parker, si è affezionata; che ha fermamente creduto che il vero Uomo Ragno fosse lui — perlomeno fino al momento in cui ha iniziato a tingersi di biondo. Certo ci sono stati momenti brutti, bruttissimi: ma stiamo parlando di tre anni di storie, dal 1994 al 1997, ovvero migliaia di pagine di fumetto, decine di autori, trame e sottotrame…

Quest’anno Panini Comics è tornata in libreria con una serie di volumi (siamo arrivati al quarto) che celebra quella stagione provando a fornire un sintesi definitiva della saga. Operando, va detto, scelte piuttosto contestabili: com’è possibile tenere fuori da una ristampa, seppure non integrale, il breve ciclo di storie che mette in scena il ritorno dello Sciacallo (“Fumo e specchi“, vera architrave di tutta la saga) e sprecare invece più di cento pagine con “Il pianeta dei simbionti“, vicenda tanto aneddotica da essere stata all’epoca esternalizzata sulle pagine della rivista Venom? Tuttavia questa ristampa resta per noi l’occasione di fare un piccolo bilancio, una retrospettiva, o forse un tributo agli anni del clone. Ogni storia riaccende un ricordo, e ogni ricordo altri ricordi, oltre naturalmente al sospetto che ognuno di questi ricordi possa esserci stato impiantato artificialmente poco dopo la nostra clonazione, pochi mesi fa.

Cominciamo dall’inizio. Cioè dal bozzolo.

L’uomo contro il ragno
Gli storici sanno che una certa epoca si può circoscrivere in vari modi, e in uno dei suoi ultimi saggi Jaques Le Goff si chiedeva: “Perché tagliare la storia a fette?” Beh, ad esempio per individuare un certo inizio e una certa fine, poi raccontare quello che sta nel mezzo. O anche, più prosaicamente, per capire quali albi a fumetti includere in una certa antologia. Ad ogni modo una buona storia, lo insegnava già Vladimir Propp alla fine dell’Ottocento, parte da una situazione iniziale. La ristampa della Panini ignora questa buona regola, iniziando in medias res con la comparsa di Ben Reilly, il clone di Peter Parker, dopo anni di esilio. In realtà quel ritorno era stato preparato con cura nei numeri precedenti e c’è almeno un breve arco narrativo che bisognerebbe recuperare per iniziare la lettura della saga con il piede giusto: si tratta della trilogia “Gridando” in cui Peter Parker di fatto impazzisce, si avvolge in un bozzolo di ragnatela sul soffitto di casa e alla fine ne esce trasformato: ha deciso di rinunciare alla propria parte umana per diventare semplicemente “il Ragno”.

Da quel momento in poi l’amichevole arrampicamuri di quartiere, già provato da varie vicissitudini familiari, diventa un vigilante oscuro, disperato e violento. Silenzioso lui quanto verbose le didascalie che lo accompagnano: così andava di moda all’epoca. È in questo momento che riappare Ben Reilly, il clone dimenticato, presentandosi al lettore come un’immagine più fedele del “vecchio” Uomo Ragno. La dualità tra Parker e Reilly si presenta fin da subito come un conflitto tra le due anime del personaggio creato da Stan Lee e Steve Ditko: quella giocosa e quella tormentata, l’eroe e la vittima sacrificale, l’Uomo e il Ragno. Si tratta comunque di ruoli che Reilly e Parker si scambiano continuamente durante tutta la saga, rivendicando ciascuno il primato della sofferenza: chi per aver dovuto rinunciare per cinque lunghi anni alla vita e all’identità dell’Uomo Ragno, chi per aver dovuto sopportare il peso della responsabilità annessa a quel costume.

“Gridando” inaugura un filone pseudo-psicanalitico che porta l’impronta (pesante e sempre appoggiata a pochissima distanza dai genitali del lettore) dello sceneggiatore Jean-Marc DeMatteis, alla guida della testata Amazing Spider-Man dopo l’addio di David Michelinie. Pur saltandone la fondamentale premessa, l’antologia Panini lo restituisce in maniera fin troppo generosa, dedicando l’intero secondo volume al cammino interiore di Peter Parker verso una ritrovata umanità. In queste storie ogni combattimento (contro Puma, contro l’Avvoltoio…) è una metafora: la cosa è indubbiamente tirata per le lunghe ma sapete cosa? Funziona. DeMatteis non sarà Alan Moore o Frank Miller o nemmeno James O’Barr ma le sue storie — pure pompose, retoriche, verbose, ingenue, adolescenziali e, nel loro genere, dozzinali — non sono invecchiate male.

A dargli man forte la matita elegante di Mark Bagley, con le sue muscolature nervose e i suoi volti scavati: un team creativo che ha dato il meglio nei corridoi dell’istituto Ravencroft per i malati di mente, dalla già citata “Gridando” fino al ciclo con protagonista il misteriosofico Judas Traveller (personaggio che gli sceneggiatori successivi, spreconi, derubricheranno a semplice ciarlatano). L’esplorazione di DeMatteis e Bagley nell’asilo psichiatrico diretto dalla dottoressa Kafka non sarà forse all’altezza di Arkham Asylum di Morrison e McKean, uscito vari anni prima e già classico, ma per uno spillatino mensile del tessiragnatele non c’è male.

L’eroe e il suo doppio
Le due settimane più lunghe della mia vita: quelle che hanno preceduto l’uscita del numero dell’Uomo Ragno con il primo incontro tra Peter Parker e il suo clone. È bastata una sola tavola disegnata da Sal Buscema, alla fine di una storia piuttosto malata (assente dall’antologia Panini) in cui l’arrampicamuri affrontava, nelle fogne di New York, il suo vecchio nemico lo Scorpione, per farmi desiderare che il tempo cessasse di esistere: una tavola che metteva in scena l’incontro fortuito tra l’eroe e il suo doppio sul tetto dell’ospedale dove zia May stava morendo. Una didascalia, in basso alla pagina, annunciava incredibili rivelazioni, ovviamente nel numero successivo. Tanto è bastato per farmi vivere quei quattordici giorni in uno stato di spasmodica attesa.

Che cosa stava succedendo? Max Brighel, nelle note redazionali, aveva sicuramente annunciato qualche incredibile colpo di scena, l’inizio di una lunga saga o che altro. Ma all’epoca non c’era Internet, quindi nessun modo di sapere perché ci fossero in circolazione due uomini con il volto di Peter Parker, come risultava in quella tavola. La verità sarebbe venuta fuori poco a poco, peraltro con una serie di continue ritrattazioni al cardiopalma (ok ammettiamolo: estenuanti). Ma per il momento soltanto i lettori più vecchi ricordavano quella storia del 1974 in cui il supercattivo Sciacallo clonava l’Uomo Ragno, e potevano dunque fare l’ipotesi che il doppio fosse il vecchio clone, sopravvissuto in qualche modo al suo destino. Il lettore adolescente medio, invece, non poteva altro che lasciarsi scaraventare in un abisso Unheimlich che sarebbe durato vari mesi.

Lungo tutto questo periodo, e d’altronde ormai da oltre vent’anni, i redattori della Marvel (cioè prima della Star Comics, poi della Marvel Italia, poi della Panini) hanno fatto un grandioso lavoro di contestualizzazione e paratesto che ha accompagnato generazioni di lettori all’interno di quel mondo, dosando sapientemente le informazioni senza cadere nel peccato di spoiler, collegando le varie trame ad avvenimenti vecchi di decenni, riuscendo a fornire l’illusione — perché la continuity, nei confusi universi Marvel e DC, è naturalmente un’illusione — di un universo coeso. E proprio in virtù di quell’illusione un ragazzino poteva, a giusto titolo, farsi coinvolgere in maniera particolarmente intensa da quelle trame talvolta campate in aria.

Trame che venivano poi incarnate da disegnatori molto diversi, che si alternavano a un ritmo vorticoso in questa saga che voleva coinvolgere un massimo numero di testate per scopi biecamente commerciali. Le principali erano la già citata Amazing e la più giovane Spectacular Spider-Man, scritta da Tom DeFalco e disegnata da Buscema, ma per l’occasione anche Web of Spider-Man e Spider-Man s’inserirono nelle danze. Non è forse un caso che il potente shock del primo incontro tra Peter e il suo doppio sia stato trasmesso da un disegno di Sal Buscema, il cui stile anomalo scandalizzava noi lettori tredicenni. Col senno di poi, uno finisce per guardare quelle tavole con ammirazione e rispetto, addirittura a rimpiangere che il talento straordinario del tardo Buscema (oggi in pensione) non sia stato sfruttato meglio dall’industria del fumetto. Genio della composizione e dinamismo si univano a qualcosa di tremendamente violento, spesso esaltato da una colorizzazione nichilista: un’esperienza visiva inedita, poi rinnovata dall’arrivo alle chine del grande Bill Sienkiewicz che tirerà fuori delle tavole totalmente improbabili e pastose. Una cosa che ancora oggi uno esita tra il WOW e il BOH.

Gloria al Ragno Rosso
Passiamo alle cose serie: ma quanto era figo il costume di Ben Reilly? Scarlet Spider in originale, Ragno Rosso in italiano: una bella calzamaglia rossa brillante con sopra una felpa a cappuccio blu con impresso un ragno di sbieco. Evidentemente la mia opinione non è condivisa da tutti, perché la vita del Ragno rosso fu tutto sommato breve: ma per alcuni di noi, questo è semplicemente il miglior costume che l’Uomo Ragno abbia mai avuto. Tutto quello che è successo a Ben Reilly dopo è stato soltanto un declino.

Può darsi che sia anche una questione di nostra mancanza di gusto. D’altronde all’epoca ci facevamo piacere i disegni leziosi di Steven Butler (sempre meglio di Saviuk) e quelli scultorei di Thomas Lyle (dai, funzionano ancora), per non parlare di quelle storie che consistevano sempre in Ben Reilly che doveva dimostrare di essere all’altezza di Peter Parker sconfiggendo i suoi stessi nemici, cominciando da Venom, talvolta affiancando l’arrampicamuri originale in un clima di reciproca diffidenza. Il Ragno rosso ci piaceva perché non dava per scontato il suo ruolo di eroe, non aveva quell’atteggiamento blasé e melodrammatico che ormai contraddistingueva Peter Parker. In sostanza Reilly non era un adulto (per giunta sposato e in attesa di un figlio come il suo alter ego) ma un eterno adolescente un po’ ribelle. Un adolescente che giocava a essere l’Uomo Ragno. Un supereroe con la felpa! Non si esce eleganti dagli anni Novanta.

Doveva essere per l’appunto l’idea dell’ufficio marketing della Marvel, che premeva per svecchiare il personaggio. Il problema è che il Ragno Rosso non ha mai avuto grandi storie: quelle erano tutte per Parker. Perché le buone storie di supereroi richiedono appunto una continuity in cui inserirsi, un bacino di storie pregresse a cui attingere per svilupparsi in nuove direzioni. E Ben Reilly era sempre il clone, quello che doveva ripartire da zero per dimostrare al mondo qualche cosa — impelagato sempre nella stessa identica storia come Bill Murray in Ricomincio da capo.

I destini dei due ragni si legano indissolubilmente con il ritorno dello Sciacallo (che in quanto esperto clonatore si era giustamente clonato da solo per sopravvivere alla morte) e l’inizio di una grandiosa sagra del clone della quale serbo ricordi confusi: corpi nudi che escono da vasche, Gwen Stacy bellissima vestita solo da una nuvola di fumo (è ancora qui, impressa sulla mia retina), cloni incattiviti e degenerati ricoperti da piaghe, e poi montagne di carne umana che nasce e marcisce, Peter Parker moltiplicato all’infinito, e ognuno ovunque con lo stesso volto e lo stesso dubbio: e se fossi io quello vero? E se il vero Peter Parker fosse invece Kaine, quel clone sfigurato e livoroso che le esperienze della vita hanno reso un assassino? E come può lo stesso Peter Parker essersi evoluto in tante diverse personalità, a partire dalla stessa matrice genetica? E perché gli amichevoli redattori della Marvel continuavano ad annunciarci delle rivelazioni — “Finalmente l’identità del vero Uomo Ragno!” — se poi due numeri dopo ne giungevano di nuove che contraddicevano le precedenti? Poco a poco s’installò una sorta di paranoia generalizzata, un dubbio radicale per cui ognuno poteva essere il clone di un altro e recare iscritta nei propri geni la condanna a morte per decomposizione.

Che grandiosa involontaria metafora della nostra classe disagiata in sovranumero, questo mercato del lavoro supereroistico in cui fin troppi aspiranti si battevano per l’unico posto disponibile da Uomo Ragno! Era strano, era eccitante, era violento: i cloni continuavano ad apparire e a morire a decine, poi a centinaia. Fu un olocausto. Si arrivò a “Maximum Clonage” insomma, e poi gli sceneggiatori ne conclusero che si era fatta una certa, era tempo di rivelare la verità, nient’altro che la verità, sul vero verissimo Uomo Ragno. Fu l’inizio della fine per Ben Reilly.

Un magnifico zero
Dopo mesi di tira e molla, il verdetto cadde e decretò che fosse proprio Reilly il vero Peter Parker. La vendetta dello Sciacallo era stata dunque proprio di privarlo della sua esistenza per cinque lunghi anni — trentacinque per noi lettori. Sportivissimo Peter Parker decide di lasciargli il posto e andarsene a vivere in Ohio (lo so, pare assurdo, ogni tanto mi dico che si tratta di un ricordo impiantato e disegnato da Darick Robertson), nel frattempo Reilly è protagonista di alcune delle storie più brutte mai scritte (“Cyberguerra“, davvero?), ma è soltanto per prepararci a una grande operazione di restyling.

In cabina di regia arriva Dan Jurgens: lo specialista quando devi ammazzare un eroe. Per abbattere Superman ci era voluto Doomsday, ma contro Ben Reilly bisogna usare le misure pesanti. Jurgens ha un’arma segreta: la tintura per i capelli. Inspiegabilmente, Ben Reilly diventa biondo, il che per noi lettori fu molto peggio della morte. Poi taglia e cuce un costume nuovo, rosso e nero, con delle zampe da ragno lunghissime. Neanche brutto, in fondo, ma con un eccesso di simmetria in qualche modo disturbante, qualcosa di finto e artificioso come un taglio di barba troppo preciso. Inizia un ciclo di storie triste e inutile che non lascia nessun ricordo particolare se non le sue ambientazioni da serie TV a basso budget (perché mi viene in mente una tavola calda?) e le sue pettinature anni Ottanta. Arriva anche John Romita Jr, a illustrare docilmente storie che davvero non lasciano segno: di nuovo, è l’assenza di continuity a pesare sul nuovo supereroe, e a nulla serve circondarsi di nuovi comprimari concepiti a tavolino. Ripartendo da zero, Jurgens condannava il suo personaggio a essere “un magnifico zero, tondo come una palla” simile a uno studente uscito dall’Istituto Benjamenta di Robert Walser.

A questo punto i miei ricordi si fanno più confusi, anche perché la ristampa Panini è ancora in alto mare. Certo è che, alla fine di un lungo tira e molla, il vecchio Peter Parker torna in città e scopre la verità vera-vera-definitiva-ultima-versione-corretta-ultimissima, perlomeno prima della prossima revisione, cioè che l’originale è lui e Ben Reilly soltanto un clone, e in tutto questo pasticcio ovviamente c’entrava il vecchio Norman Osborne. Per chiarire che non ci sarebbero più stati ulteriori rivolgimenti, Reilly saluta e muore. Nel frattempo sono passati tre anni.

Se la storia che ho riassunto vi pare senza senso, non sbagliate. La saga del clone infrange ogni regola di economia narrativa, e se Cechov diceva che la presenza di un fucile nelle prime pagine di un racconto doveva necessariamente annunciare che il fucile sarebbe stato prima o poi usato per sparare, allora nelle pagine dell’Uomo Ragno abbiamo visto fin troppi fucili che non sparano e fin troppi colpi sparati dal nulla. Basta andarsi a leggere i forum online per sapere quello che è successo davvero dietro le quinte. Un team di sceneggiatori, pungolati dall’ufficio marketing della Marvel, era stato incaricato d’inventarsi un modo per rilanciare le vendite rivoluzionando il personaggio; così a qualcuno (ovvero allo sceneggiatore Terry Kavanagh) venne in mente di riallacciarsi alla storia, quasi dimenticata, della clonazione di Peter Parker; dapprima funzionò, funzionò tantissimo, funzionò così tanto che si decise di tirare la cosa per le lunghe clonando a più non posso e serbando il mistero sull’identità del vero Uomo Ragno; poi di fronte alle reazioni non proprio incoraggianti del pubblico stremato, e via via che i team di sceneggiatori cambiavano e partivano i più ferventi “clonisti” (Kavanagh e DeMatteis), si configurò un radicale cambio di rotta che obbligò i nuovi autori, in piena corsa, a chiudere vecchi buchi e aprire nuove porte. E in fondo è proprio questo il bello della narrativa seriale: come la vita, sembra davvero una “storia narrata da un pazzo piena di urla e furore…”

101 modi per finire la saga del clone
La saga del clone fu una grande sagra, come dicevamo sopra, e parte della sua forza è dovuta anche a questo doppio movimento che si era reso plateale a un certo punto: tutti gli sforzi per tessere una certa trama (l’ascesa di Ben Reilly) vennero col tempo sostituiti da sforzi per disfarla e tornare alla situazione iniziale (il ritorno di Peter Parker). Si arrivò persino a cancellare la paternità di Peter, poi la morte di zia May. Nessun disegno intelligente guidava questo strano fenomeno, ma le diverse volontà di sceneggiatori, direttori editoriali, addetti marketing in rotazione continua come gli ingranaggi di un grande orologio. Oggi Terry Kavanagh, leggo, “gestisce un sito di scommesse online”. Coincidenza, o una nuova vita gentilmente offerta dal programma di protezione per sceneggiatori pentiti?

Al termine della saga, la Marvel si è concessa un gesto autoironico pubblicando “101 modi per finire la saga del clone“. L’albetto illustrava tutta una serie di finali alternativi e snodi improbabili che avrebbero potuto risolvere quel lungo arco narrativo ormai eccessivamente confuso e troppo odiato dallo zoccolo duro di fan. Ricordo con divertimento quest’albo che lascia intendere quanto folli possano essere i brainstorming dai quali escono le idee della “Casa delle Idee”. La saga del clone aveva ribadito nel modo più vigoroso che — pure nel rispetto formale della continuity — negli universi del fumetto popolare ogni cosa può essere rimessa in discussione se può servire a eccitare la fantasia del lettore.

Quando Reilly spirò il suo ultimo sospiro, tre anni dopo la sua prima apparizione, forse io ero diventato troppo vecchio per appassionarmi e piangere quella morte. Oppure non volevo ammettere che per Ben Reilly era finita molto tempo prima: e questo non nel momento in cui si decomponeva tra le braccia di Peter Parker, restituendogli così de facto la sua identità e il suo titolo ufficiale, ma molti mesi addietro. Ovvero quando di quel doppio che viveva nella luce riflessa dell’originale si era voluto fare un personaggio nuovo di zecca, privandolo della sola cosa che rende importanti i supereroi: la loro storia, i loro ricordi (anche se clonati), l’intricata trama di storie che li rende così reali. Ben Reilly era una stupenda possibilità, ma non ha mai saputo reggere soltanto sulle proprie gambe. Era il clone, e per quello in fondo gli abbiamo voluto bene, e abbiamo creduto in lui quando volteggiava sopra New York con il suo costume rosso e la sua felpa blu. Era un gran personaggio, semplicemente non poteva reggere sulle proprie spalle l’intero ragnoverso.

Reilly era l’uomo che piangeva sul tetto, da solo, mentre zia May moriva; e questo è già tantissimo. Se l’identità è la somma dei ricordi di una persona, se i miti sono la somma di tutte le storie che si raccontano di essi, allora l’Uomo Ragno è anche Ben Reilly —  checché ne dicano i test dello Sciacallo. In fondo non importa davvero chi fosse l’originale e chi fosse il clone, perché il problema della saga era un altro. Nessun clone aveva il diritto di rubare al vero Peter Parker cinque anni di vita, ma d’altra parte nessun autore aveva il diritto di rubare ai lettori trentacinque anni di storie. E quindi Ben Reilly doveva morire per noi.

Raffaele Alberto Ventura
Raffaele Alberto Ventura vive a Parigi dove si occupa di marketing per un grande editore europeo. Editor-at-large di Prismo e fondatore del blog Eschaton, ha scritto per Studio, Internazionale e Minima & Moralia.

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