Carico...

Tra campagne per Wikileaks e “accelerazionismo neofeudale”, ripercorriamo temi e linguaggi del più visionario collettivo di design radicale attualmente in circolazione, a partire dell'ultimo progetto The Sprawl.

Ricordate la rivolta rumena del 1989, quando i manifestanti hanno invaso gli studi televisivi per fare la storia? In quel momento, le immagini hanno cambiato la loro funzione. Le trasmissioni dagli studi televisivi occupati sono diventate dei catalizzatori attivi di eventi – non più solo registrazioni o documenti. Da allora è diventato chiaro che le immagini non sono interpretazioni oggettive o soggettive di una condizione pre-esistente, o apparenze vagamente insidiose. Sono piuttosto nodi di energia e materia che migrano attraverso diversi supporti, modellando e agendo su persone, paesaggi, politiche e sistemi sociali”. (Hito Steyerl in Metahaven, Black Transparency: The Right to Know in the Age of Mass Surveillance, 2015) 

Metahaven è uno studio di design e di ricerca, o meglio, uno di design come ricerca, fondato in Olanda nel 2007 da Vinca Kruk e Daniel van der Velden. La pratica di Metahaven potrebbe essere sintetizzata nella produzione di un “graphic design espanso”, che fluttua con disinvoltura su, intorno e attraverso la rete di filo spinato e fibra ottica che divide il mondo dell’estetica da quello della politica.

The Future of Soft Power depends on a Handful of Pixels, 2012.

Per dirla in altri termini, Metahaven produce “research-driven design and design-driven research”, applicati al contesto dell’iperneoliberalismo, del branding e della geopolitica 2.0: rifuggendo l’idea di grafica intesa come semplice rappresentazione visiva di contenuti, la pratica del collettivo si fonda sul concetto di “design speculativo”, secondo cui il graphic design può essere usato come strumento attivo per indagare, mettere in questione e interagire massivamente con le sovrastrutture della società contemporanea. L’interesse di Metahaven si rivolge in particolar modo alla realtà digitale, nel critico momento storico in cui sta avvenendo la graduale sostituzione della dispersiva architettura di internet (e della sua percezione come modello di libertà d’opinione e democratizzazione), con l’onnipresente modello di immagazzinamento e gestione dei dati a “nuvola”: dati che, come sappiamo, diventano in questo modo proprietà di piccolo gruppo di note corporation.

Metahaven può vantare una produzione disparata e multiforme di progetti, il più celebre dei quali comprende una collaborazione pluriennale con Wikileaks, iniziata con l’idea di ripensare l’identità visiva dell’organizzazione e sfociata in una strategia precisa di raccolta fondi attraverso la progettazione di merchandising ad hoc, che ha facilitato fiscalmente le donazioni a sostegno dell’organizzazione – soprattutto dopo l’embargo subito da parte di diversi fornitori di servizi finanziari. Questo è solo il più eclatante di una serie di progetti di Metahaven sui whistleblower e sul tema della cosiddetta “trasparenza nera” (black transparency, appunto), ovvero quella trasparenza imposta ai grandi poteri dall’attività di attivisti e hacker informatici, che consente la fuga indesiderata di segreti di rilevanza geopolitica pur nel regime di sorveglianza sistematica in cui ci troviamo.

Metahaven per Wikileaks, 2011.

Ma la ricerca teorica e visiva di Metahaven si è spalmata audacemente negli anni su innumerevoli ambiti e formati: tra gli altri, il collettivo olandese ha realizzato un surreale progetto di branding per Sealand, un’autoproclamata micronazione e noto “data heaven”; ha ideato video e gif musicali per la compositrice e musicista elettronica Holly Herndon, nutrendosi di temi come la sorveglianza quotidiana dell’NSA sui nostri computer e le strategie visive che utilizza nella condivisione interna di dati top secret; ha collaborato con Jonas Staal alla creazione del social network Democracy Without Secrets, una via di mezzo tra Wikileaks e Twitter, per la condivisione dei database governativi; ha infine progettato mostre e installazioni ambientali in importanti istituzioni di arte contemporanea, il tutto sempre accompagnato da una illuminante quanto generosa produzione teorica e editoriale: cito solo il famoso Uncorporate Identity del 2010 (600 pagine di manuale pensato per organizzazioni che vogliano applicare sistemi indentitari di grafica e branding), e il più recente Black Transparency uscito l’anno scorso per Sternberg Press.

Metahaven è insomma uno studio di “design progressivo”, in cui si incontrano due tendenze complementari e spesso concepite come opposte: da una parte, una visionaria ricerca estetica sulle immagini; dall’altra, una forte consapevolezza politica e sovversiva. I suoi progetti si muovono sempre alla ricerca di espressioni visuali che non accomodino l’estetica neolib, che sfuggano l’obbligo di soddisfare il gusto di tutti e che combattano la concezione di design “user-friendly” à la Apple Inc., in cui architetture progressivamente più complesse vengono sempre più nascoste alla vista dell’utente tramite un design nitido e minimale.

Al contrario, il collettivo tenta di rendere visibili le strutture soggiacenti ai meccanismi informatici e alla realtà sociale contemporanea, a partire da ciò che quelle strutture offrono e sfruttano a loro volta; spiega Metahaven in Can Jokes Bring Down Governments?: “Ogni epoca, ogni generazione, deve costruire e ricostruire le sue convinzioni politiche, e il conseguente immaginario visivo, a partire dalle cose che la circondano in un dato momento storico. I cartelli di protesta verranno realizzati con il cartone, la carta e il tessuto disponibili in quel dato momento e luogo dal ferramenta locale; non vi è alcun negozio di ferramenta che venda cartone ‘politico’, quindi, anche a quel livello materiale, una trasformazione deve sempre essere fatta. Lo stesso vale per il materiale visivo di internet; ogni generazione costruirà nuove credenze ‘politiche’ a partire da esso; a partire da qualsiasi tipo di cosa che sembra inizialmente non politica”. Esattamente come Never Gonna Give You Up di Rick Astley, che da hit degli anni Ottanta è diventata il segnale comunemente riconosciuto mandato dall’hacker all’hackerato quando entra nel sistema, qualsiasi oggetto o immagine può diventare potenzialmente e corrosivamente politico.

carico il video...
The Sprawl.

Hardware e Software geopolitici
Lo scenario in cui Metahaven si muove e agisce è quello in cui le evoluzioni e i cambiamenti ideologici non sono più localizzati nei protocolli geopolitici, ma piuttosto nell’infrastruttura – hardware e software – che viene utilizzata per condividere tali cambiamenti con il pubblico globale. Tale infrastruttura non coincide solo con il concetto di Stato, ma va oltre i limiti nazionali e diventa una narrazione propagandistica globale, in cui flussi di disinformazione ci colpiscono come fiumi in piena. Le grandi corporation, gli stati-nazione e le organizzazioni terroristiche sfruttano il web e le narrazioni visive secondo modalità anarchiche e creativamente inesplorate; come ha spiegato Sharon Thiruchelvam su i-D, “chi si sorprende più quando la Corea del Nord hackera Sony Pictures per una pellicola poco lusinghiera? O quando ISIS pubblica una rivista patinata di lifestyle per i jihadisti? Chi si sorprende più che il presidente della Syria Bashar al-Assad abbia un profilo Instagram attivo? Ora si scopre che lo Stato russo ha creato falsi fan-art-giapponesi del suo portavoce in Crimea, che ha pubblicato su YouTube per distogliere l’attenzione dall’occupazione della regione e addolcire la sua linea dura”.

A partire dalla proliferazione incontrollata della propaganda digitale e dal suo impatto – oltre che sul panorama geopolitico mondiale – sulle nostre vite individuali, Metahaven ha recentemente lanciato l’ambizioso quanto mastodontico progetto The Sprawl (propaganda over propaganda), un’analisi e una contro-sperimentazione pratica del concetto di propaganda ai tempi di internet e della nuvola globale. The Sprawl, co-prodotto da Lighthouse e The Space, è un lungometraggio, che a gennaio è stato mostrato per la prima volta al Rotterdam International Film Festival e a fine maggio al Docs Against Gravity, festival polacco di cinema; è però anche una videoinstallazione multicanale in mostra al momento al YBCA di San Francisco e al MoMA di Varsavia, è stato in programmazione recentemente al Brighton Festival per tre settimane, ed è stato lanciato il mese scorso come un documentario online a episodi dall’omonimo canale YouTube. Oltre a essere stato anticipato da una costellazione di interventi pubblici e conferenze in giro per il mondo, The Sprawl comprende ovviamente anche un sito web dedicato, che si attiva come una sorta di organismo autonomo, con testi che si susseguono senza aspettare necessariamente lo sguardo del lettore e grafiche zombie, visualizzabili al meglio solo con una connessione 4G.

The Sprawl.

Immaginate un pattern di Louis Vuitton. Ora immaginate le forme di quel pattern, ciascuna di loro, trasformarsi lentamente in punti interrogativi. Immaginate quel pattern venire stampato su tutta la realtà. Tutto ciò che accade nello spazio e nel tempo si trasforma in una borsetta lussuosa di punti di domanda. Non c’era abbastanza budget per visualizzare la scena in After Effects, quindi dovrete usare la vostra immaginazione“. (Metahaven, Eating the Glass: The New Propaganda)

Come il titolo gibsoniano suggerisce, The Sprawl è disseminato e continua a disseminarsi ovunque, in molteplici narrazioni che intuiamo possano avere un senso comune ma che restano mutualmente esclusive, rifiutando qualsiasi negoziazione tra loro. Nelle storie dei mini-clip (i cosiddetti “cocci” di The Sprawl,) fatti reali e finzione si sovrappongono in scenari costruiti per essere perturbanti o distopici, anche se ricoperti sempre da una spessa patina di ironia.

Si sente l’eco di City Rising del 2014, un breve video (ispirato alla New Babylon del situazionista Constant Nieuwenhuys) che esplora le condizioni di vita, lavoro e intimità sotto il neoliberismo, attraverso un esilarante testo firmato da Brian Kuan Wood. In The Sprawl la ricerca visiva di Metahaven si arricchisce di elementi goth e arcaismi visivi e si adatta perfettamente alle estetiche cinematografiche del progetto, che prendono a piene mani dalla tradizione documentaristica come dai videoclip musicali, per arrivare – scrive Billie Maruben – “ai più reconditi angoli di YouTube, che hanno preso molto dello spazio precedentemente occupato dalla televisione… invadendo stabilmente lo spazio del cinema qualificato”.

The Sprawl.

Racconta Peter Pomerantsev – l’autore di uno dei più incredibili affreschi della nuova Russia in cui “anche la dittatura viene trasformata in reality show” – in uno dei contributi di The Sprawl: “Ho sempre pensato che propaganda significasse fondamentalmente persuadere le persone. Jacques Ellul, che ha scritto il classico studio della propaganda nel 1960, filosofo francese, l’ha chiamata persuasione di massa. Non ha detto se la propaganda fosse una cosa giusta o sbagliata, ha detto semplicemente che era una parte della società moderna, una parte della società tecnologica, una parte della società di massa industrializzata, che si tratti di convincere la gente a indossare il preservativo o di farli diventare maoisti. La propaganda sovietica una volta era, ‘Credete nel comunismo, Mosca è il faro luminoso sulla collina socialista.’ […] Ora sembra non significare più questo. Propaganda vuol dire solo decostruire la posizione avversaria, interrompendo le narrazioni occidentali, di qualsiasi tipo siano. C’è un flusso costante di disinformazione il cui scopo sembra essere quello di minare l’idea che la verità sia dimostrabile in assoluto.”

Per capirci, tra le varie storie raccontate da The Sprawl troviamo tra l’altro: una registrazione audio fatta dai Servizi Segreti Ucraini consegnata alla polizia olandese che stava investigando sull’incidente del volo Malaysia Airlines MH17; il Presidente Ronald Regan che racconta una barzelletta sovietica; interviste (oltre al già citato Pomerantsev) all’artista e teorica Maryam Monalisa Gharavi e all’accademico Benjamin H. Bratton; scene ad altissima risoluzione di attori che fissano degli schermi in mezzo a fiotti di fumo o che agiscono davanti a un green screen, a cui si sovrappongono grafiche colorate che nascondono a tratti l’immagine sottostante; passaggi di letteratura russa, tra i quali una poesia di Anna Akhmatova e un estratto dal volume Che cos’è l’arte? di Lev Tolstoj, 1897. La maggior parte dei clip è narrata in lingua russa, mentre le colonne sonore sono firmate dal musicista Kuedo. La macro-narrazione dell’intero progetto tira le fila dell’intersezione tra il conflitto tra Russia e Ucraina, l’ascesa di ISIS e la diffusione del virus ebola, producendo l’impatto disorientante e seducente della sovrapposizione di infinite verità conflittuali tra loro, tipico della nostra fruizione quotidiana del web e strutturale del concetto di propaganda in sé.

The Sprawl.

Accelerazionismo neofeudale
The Sprawl sembra svilupparsi in un’ottica pienamente accelerazionista, seguendo il principio secondo cui l’unica via per uscire dalla realtà dell’iperneoliberalismo 2.0 sia passarci violentemente attraverso, portando alle estreme conseguenze i suoi stessi mezzi per indurli a esplodere sotto le loro stesse contraddizioni. Tuttavia, l’applicazione satirica del “soft power” da parte di Metahaven sembra riportarci anche a un altro nodo fondamentale e divergente: quello del rapporto della nostra realtà con un passato lontano, feudale.

La voce russa che accompagna il trailer di The Sprawl narra: “Ci siamo persi in un asse medievale di informazione. È molto probabile che stiamo diffondendo informazioni fittizie a nostra volta, ma non possiamo fare altrimenti. Discutere significherebbe guardare dentro a uno specchio: non c’è via d’uscita, perché in ogni nuova accusa c’è il riflesso di un’altra. In una realtà sottosopra, non c’è alcun argomento valido, perché la risposta è sempre: guarda a te stesso. Guarda al tuo di casino. Chi sei per giudicarmi dopo tutto?”. La propaganda è un’interfaccia che domina e uccide ciò che dovrebbe teoricamente mediare e ti porta all’estremità opposta della trasparenza, dove ci sono così tanti filtri tra te e la realtà che “entri in una trapdoor theory medievale in cui tutto può essere questionato”. In quest’ottica la distanza tra realtà e finzione, e progressivamente quella tra fisico e virtuale, si fanno totalmente ininfluenti, secondo la solita vecchia storia che di notte tutte le vacche sono nere. Ogni verità, anche la tua, assume equivalente valore.

The Sprawl si nutre, digerisce e rigurgita un contesto geopolitico mondiale in cui le strategie di politica estera di molte nazioni assomigliano progressivamente a quelle dei tempi delle Crociate, il papato ha un ruolo sempre più influente nella sfera internazionale (si pensi all’impegno di Papa Francesco sul riscaldamento globale), siamo nel bel mezzo del passaggio alla post-democrazia, con elezioni nepotistiche e pilotate fondamentalmente dalla finanza globale e il racconto mitico e quello storico (estetico e politico) si fondono insieme in nuovi e inaspettati modi. Per dirla con Pankaj Mishra, assistiamo a “un mondo organizzato per il gioco degli interessi individuali, [che] sembra sempre più vicino al tribalismo manico”, in cui l’unica via d’uscita è imparare a viaggiare da soli nello “sprawl”.

The Sprawl.

Il corrispettivo economico di questa situazione sta nella teoria di Joshua Simon e Francesco Finizio secondo cui anche le nostre vite quotidiane sembrano sempre più simili a quelle del mezzadro medievale: prima di tutto viviamo sotto il regime di un’economia del prestito neo-feudale basata sul debito, fatta di prestiti, carte di credito e mutui. In secondo luogo, tutti gli elettrodomestici e le attrezzature elettroniche che ci circondano, come il nostro router, telefono, asciugacapelli, televisore, computer portatile, ovvero ciò che ci permette di sopravvivere nel magico mondo dell’economia post-fordista e nell’era di internet ad alta velocità, sono attrezzature di cui dobbiamo prenderci cura, dobbiamo accertarci costantemente che siano sane e funzionanti e probabilmente vivranno più dei nostri stessi corpi. In pratica, sono l’equivalente della pecora, dell’asino, del pollo e del maiale nel Medioevo. “Esattamente come l’agricoltore dipende dai suoi animali domestici, le nostre vite dipendono da queste materie prime: sono parte della vita domestica e della famiglia”, scrive Joshua Simon in Neomaterialism. La nostra vita spirituale nel mondo distopico di The Sprawl è invece ben descritta da Erik Davis nel classico TechGnosis, secondo il quale il nostro mondo ipertecnologizzato, in cui i programmi informatici e gli elettrodomestici ci parlano come le persone e gli animali, ci riporta a una sorta di animismo antico, a un mondo medievale in cui siamo in comunicazione con tutto costantemente in una relazione magica e misteriosa con ciò che ci circonda.

A partire da queste premesse neo-feudali, l’obiettivo di The Sprawl è dichiaratamente quello di attivare una sorta di “futurismo della verità”, secondo il quale “bisognerebbe resistere con più forza e difendere il diritto di avere e credere nella propria verità”. Quindi, quando intorno alle due di notte vi ritroverete al buio nel vostro letto a scrollare il sito web di The Sprawl, domandandovi fino a che punto i fatti narrati siano inquietantemente veri, ripetetevi come un mantra la grande massima di Nikolaj Berdyaev: “La verità non è qualcosa di dato oggettivamente, ma piuttosto un traguardo creativo. È un scoperta creativa, piuttosto che la conoscenza riflessa di un oggetto o di un essere. La verità… è la trasfigurazione creativa della realtà”.

Lucrezia Calabrò Visconti
Lucrezia Calabrò Visconti è curatrice e cofondatrice di CLOG Projects, Torino. Lavora come consulente artistica per Artissima ed è stata selezionata per il curatorial programme di De Appel, Amsterdam nel 2016-17. La sua ultima mostra è Dear Betty: Run Fast, Bite Hard!, GAMeC, Bergamo.

PRISMO è una rivista online di cultura contemporanea.
PRISMO è stata fondata ad Aprile 2015 all’interno di Alkemy Content.

 

Direttore/Fondatore: Timothy Small

Caporedattori: Cesare Alemanni, Valerio Mattioli, Pietro Minto, Costanzo Colombo Reiser

Coordinamento: Stella Succi

In redazione: Aligi Comandini, Matteo De Giuli, Francesco Farabegoli, Laura Spini

Assistente di redazione: Alessandra Castellazzi

Design Direction: Nicola Gotti

Art: Mattia Rinaudo

Sviluppatore: Gianmarco Simone

Art editor: Ratigher

Gatto: Prismo

 

Scriveteci a prismomag (at) gmail (dot) com

 

© Alkemy 2015