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Anche dopo tre decenni, Masters of Puppets rimane il capolavoro indiscusso dei Metallica e del thrash metal in generale.

Hell is worth with that, natural habitat
(Just a rhyme without a reason)

L’ossessione per il passato non è una prerogativa della musica metal, ma è innegabile che nel metal sia presente e praticata come in pochi altri generi musicali. Credo ci sia una ragione: qualche settimana fa provavo a mettere insieme una lista dei migliori cinquanta dischi metal usciti nell’ultimo decennio. Mi sono ritrovato a pensare, un po’ sconsolato, a quanto fosse ridotta all’osso la lista dei miei titoli del cuore, dei dischi che considero imprescindibili; e al contempo, che triste e lenta agonia abbia comportato conoscere un’epoca in cui il genere musicale con cui sono cresciuto è andato incontro a un deciso e innegabile declino. Ci sono gruppi che continuano a spaventarmi, a gasarmi e a farmi stare bene, ma non credo che dal 2005 ad oggi sia uscito un solo disco metal che mi abbia contagiato visceralmente.

Non credo sia colpa mia, e forse non è nemmeno colpa del metal. Forse era vera quella cosa che diceva il fondatore di Earache: con le chitarre puoi arrivare solo a toccare una certa vetta di estremismo. Quando arrivò la cosiddetta New Wave of British Heavy Metal (NWOBHM) ero in fasce, ma credo la si potesse vedere come una forma particolarmente aspra e veloce di un certo hard rock. E quando un certo hard rock divenne glam metal, i gruppi thrash puntarono a un inasprimento ulteriore, e magari ad un imbastardimento con forme musicali proprie del punk e dell’hardcore. Poi arrivò qualcuno a rilanciare sulla posta del thrash, arrivando a concepire forme quasi cacofoniche ed aumenti di efferatezza lirica ed esecutiva – grind, death metal, black metal, infiniti sottogeneri. Si è esplorata la lentezza esasperata per contrastare i picchi di velocità e spaventare un po’ di più, si è insistito sul groove per aumentare l’impatto della musica sul pubblico, si è provato a concepire un “post-metal” che si costruisse di suite strumentali interminabili che facessero montare la tensione e poi esplodessero in sfoghi di violenza assoluta. Per almeno vent’anni della sua storia, l’evoluzione del metal è stata portata avanti da musicisti che volevano colpirti con più violenza di quelli che erano venuti prima di loro.

Poi qualcosa si è incrinato: oggi sembra che tutte le combinazioni siano state provate, che tutte le ideologie abbiano avuto la loro occasione e che nel migliore dei casi si sia destinati a ripetere lo stesso canovaccio con infinite microvariazioni – sempre meno eccitanti. Ci spaventano ancora le suite psichedeliche di trenta minuti con tre minuti di scariche alla fine? Personalmente direi di no. Qualcosa è arrivato a sostituirle? Anche qui direi di no.

Per vent’anni, l’evoluzione del metal è stata portata avanti da musicisti che volevano colpirti con più violenza di quelli che erano venuti prima di loro. Poi qualcosa si è incrinato.

I Metallica hanno venduto tanti dischi, decine di milioni. Ancora oggi sono il nome più in alto nel cartellone dei festival: suonano per ultimi, riempiono gli stadi, possono contare su un pubblico adorante e ultrafidelizzato. La quasi totalità di quel pubblico li ha conosciuti mentre loro facevano uscire i loro dischi peggiori, e malsopportano quando il gruppo ripropone questa roba dal vivo. L’accusa è la più infamante: hanno “tradito” la causa del metal in favore delle “canzoncine”, del rock adolescenziale. Ben lo sa il gruppo, che nell’ultimo quindicennio ha provato a più riprese – e con scarsi risultati – a tornare ad essere metal. Andate a un loro concerto e ascoltate il trattamento che il pubblico riserva alla roba recente: relativamente parlando, un disastro. Niente di nuovo, comunque: succede a tutti i gruppi grossi di dover dare più spazio in scaletta al loro disco più classico.

Ma il disco tecnicamente più classico dei Metallica, il più venduto, quello che passa più in radio, e cioè il Black Album del 1991, non contiene il pezzo che si becca il boato più grosso dal vivo. Il boato più grosso se lo becca la traccia che dà il nome a uno dei dischi prima: un tegolone di quasi nove minuti che inizia con uno dei fraseggi più famosi della storia del metal e si chiama “Master of Puppets”.

Master of Puppets è il massimo momento dei Metallica. In quel momento, per un certo periodo di tempo, furono uno dei gruppi più violenti ed eccitanti in attività. Master of Puppets fu il compimento di un percorso evolutivo che era partito con un esordio relativamente scolastico ed era proseguito con il più personale Ride The Lightning. Un percorso che nel 1986 esplose in tutta la sua bellezza: accelerazioni bestiali, trame di chitarra ultracompatte, fughe strumentali, la scrittura eccezionale del gruppo.

In sintesi, l’apoteosi di un genere musicale chiamato thrash metal. Si dice che l’origine del nome sia dovuta ad una canzone degli Anthrax contenuta nel loro disco d’esordio; andando a spulciare per la rete, è possibile trovare qualcuno disposto a retrodatarla. Come con quasi tutte le definizioni, andare a tracciarne l’origine è quasi impossibile e francamente inutile. Il thrash stava all’heavy metal di Iron Maiden e simili come l’hardcore americano stava al punk inglese: velocità di esecuzione, casse doppie, riff di chitarra un briciolo ribassati, assoli a rotta di collo.

Master esce in quello che possiamo tranquillamente definire l’anno di grazia del genere, e forse uno degli anni più significativi per il metal in generale. Un anno solare quasi preciso, che inizia nella seconda metà del 1985: i newyorkesi Anthrax registrano il primo disco con Joey Belladonna alla voce e finiscono il lavoro un po’ prima di quanto previsto. Con lo studio a disposizione per qualche giorno, Scott Ian e Charlie Benante decidono di tirar su un gruppo hardcore assieme a qualche amico: chiamano l’ex-compagno Dan Lilker e un cantante di nome Billy Milano e registrano un demo in fretta e furia. Poi tornano in studio e mettono insieme un album in tre giorni filati. Speak English or Die degli S.O.D. esce nell’agosto del 1985 e inizia a vendere un disastro di copie. Un paio di mesi dopo Spreading the Disease degli Anthrax è il primo grande disco del gruppo. Nel marzo successivo esce Master of Puppets, e scardina gli equilibri; a settembre è l’ex membro e acerrimo nemico dei Metallica, Dave Mustaine, a piazzare il colpaccio: Peace Sells…But Who’s Buying?, forse il miglior disco dei Megadeth. E l’uscita di Reign In Blood degli Slayer, nell’ottobre dello stesso anno, chiude l’anno di grazia del thrash con un colpaccio artistico senza precedenti.

Il thrash stava all’heavy metal come l’hardcore americano stava al punk inglese: velocità di esecuzione, casse doppie, riff di chitarra un briciolo ribassati, assoli a rotta di collo.

Nel 1981 il batterista di origini danesi Lars Ulrich mette un annuncio su una rivista per formare un gruppo metal. A rispondere è James Hetfield, un chitarrista che in quel momento sta suonando in un gruppo chiamato Leather Charm. Dopo un secondo annuncio imbarcano Dave Mustaine alla chitarra solista e iniziano a suonare in giro a nome Metallica, nome scelto da Ulrich. Al basso per il momento c’è un ragazzo di nome Ron McGovney, ma verrà cacciato via dopo che Ulrich ed Hetfield assistono a un concerto dei Trauma. Il bassista dei Trauma è un ragazzo scheletrico ossessionato dall’hard inglese e dai Misfits, si chiama Cliff Burton, è dotato di una tecnica eccezionale e ha un approccio talmente complesso e dinamico al suo strumento da rendere inevitabile l’uscita dal ruolo di semplice accompagnamento. Esaltati dalla tecnica di Burton, i Metallica gli chiedono di entrare a far parte della formazione: Burton accetta, a patto che il gruppo si trasferisca da Los Angeles alla cittadina di El Cerrito, nella celeberrima Bay Area di San Francisco.

L’ultimo movimento della formazione è dato dalla cacciata di Dave Mustaine, sostituito immediatamente dal chitarrista degli Exodus Kirk Hammett, nel 1983. A quel punto il gruppo ha trovato un sostenitore entusiasta, tale Johnny Zazula, che dopo aver tentato invano di trovar loro un contratto discografico, decide di metterci i soldi e pagare le registrazioni del disco d’esordio della band, facendolo uscire per la sua etichetta (Megaforce). Il disco viene registrato di lì a breve: una raccolta di canzoni che nelle intenzioni del gruppo dovrebbe intitolarsi Metal Up Your Ass. Le reticenze di etichetta e distributore convincono il gruppo a buttare il titolo nel cestino e sostituirlo con l’altrettanto sobrio Kill ‘Em All: in copertina una mano, un martello, uno schizzo di sangue e il già classico logo dei Metallica.

A riascoltarlo, Kill ‘Em All è un album che tradisce ancora le influenze del gruppo (a riassumere: heavy metal classico con una spruzzata di hardcore punk e il santino di Lemmy ben fissato sul cruscotto) più che delinearne le peculiarità stilistiche. Ma è già un grande disco di canzoni, dritto feroce e suonato a rotta di collo, e chiama gà di per sè un cambiamento di rotta in seno al metal americano. In fondo è con Kill ’Em All che inizia a vedersi una cesura forte rispetto a quello che il metal americano sta diventando, quelle forme un po’ teatrali e parruccate che iniziano a venire identificate come glam (Motley Crue e simili): lo stesso insistere su aspetti provenienti dall’hard rock britannico della seconda metà degli anni 70, certe prime parentele con cose non troppo distanti come Discharge, è un cambio di passo che non lascia indifferente il pubblico più roots. E all’altezza del disco d’esordio i Metallica iniziano già ad avere un certo grado di influenza sulla scena.

Eppure Kill ‘Em All è ancora molto lontano dal definire ciò che saranno i Metallica. Il gruppo per primo non è del tutto soddisfatto dei risultati: Hetfield, in particolar modo, non si sente pienamente a suo agio davanti al microfono e continua a far la corte a John Bush (all’epoca negli Armored Saint, di seguito leggendario frontman degli Anthrax) per ingaggiarlo come cantante. Le continue riserve di Bush lo convincono a sistemarsi in pianta definitiva davanti al microfono. Il tour di promozione di Kill ‘Em All e la stabilizzazione dei rapporti di collaborazione all’interno del gruppo fanno il resto: la tecnica strumentale migliora molto, le intuizioni musicali iniziano a convergere intorno a uno stile forte. I Metallica scrivono già musica per il disco successivo, canzoni molto più oliate, spesso caratterizzate da repentini cambi d’umore e imprendibili fughe melodiche. Il gruppo s’innamora del lavoro di Flemming Rasmussen con i Rainbow e vola in Danimarca per registrare con lui il secondo disco.

L’album esce nella seconda metà del 1984 e si intitola Ride The Lightning. Dentro ai solchi del disco c’è un gruppo diverso rispetto a quello che aveva inciso Kill’Em All l’anno prima: “Fight Fire With Fire” apre le danze con trenta secondi di chitarre acustiche e poi inizia a tirare come un demonio. James Hetfield inizia a trovare la sua dimensione, i testi si fanno più imprendibili, compaiono persino una ballad (“Fade To Black”) e uno strumentale di super-atmosfera (col senno di poi, un gruppo come i Mastodon deve più di un grazie a “The Call of Ktulu”).

Ride The Lightning e il tour che lo segue sono un successo abbastanza grande da convincere Elektra a mettere i Metallica sotto contratto. Seguono un’immediata reissue del disco e l’apparizione del gruppo in palchi sempre più prestigiosi, come il celeberrimo Monsters of Rock di Castle Donington. Nel momento di iniziare a lavorare per il terzo disco, i Metallica sono un gruppo caldissimo.

Accasarsi con una major avrebbe reso fin troppo facile la realizzazione di un disco più pacificato nei toni e potenzialmente vendibilissimo. Ma Hetfield e Ulrich scelgono un’altra strada.

Non la si pensa mai in questi termini, ma le intuizioni extra-metal partorite dal gruppo in Ride The Lightning avrebbero potuto portarlo in un’altra direzione fin dal 1986. Il fatto di essersi accasati con una major avrebbe reso fin troppo facile la realizzazione di un disco più pacificato nei toni, magari più oliato nella scrittura, strapieno di ballad e potenzialmente vendibilissimo. La versione pacificata dei Metallica in questi anni ha già un suo fascino: rispetto alla classica metal-ballad tira verso una direzione più blues e malinconica, volendo persino morriconiana (un’associazione fin troppo ovvia, considerato che i Metallica aprono i concerti con un pezzo della colonna sonora de Il buono il brutto e il cattivo), per nulla scontata. Lavorare in questa direzione avrebbe potuto garantire la nascita di una nuova stella del rock, dei Van Halen virati western o qualcosa del genere.

Hetfield e Ulrich scelgono un’altra strada. Si chiudono a jammare per conto loro in sala prove, scrivono un riff dietro l’altro, provano a cucirli assieme e ci tirano fuori la raccolta di pezzi più estremi a cui abbiano mai messo mano. Al momento di registrare, ancora con Flemming Rasmussen, si presentano con una manciata di demo che hanno già la forma delle canzoni che usciranno dalle registrazioni. Il tempo passato in studio è comunque molto più lungo di quello dedicato ai due dischi precedenti, si dice passato in un clima un po’ militaresco (la sobrietà autoimposta, il nascente perfezionismo del gruppo nei confronti della propria musica). Ne esce fuori Master of Puppets.

“Metallica has taken the raw material of heavy metal and refined all the shit – the swaggering cock-rock braggadocio and the medieval dungeons and dragons imagery – right out of it. Instead of the usual star star-struttin’ ejaculatory gestures and hokey showbizz razzmatazz, the members of Metallica pour out pure apocalyptic dread.”

Non so voi, ma se avessi letto una recensione del genere a 17 anni avrei comprato il disco senza manco chiedere al negoziante di farmi ascoltare un pezzo. Si tratta della recensione scritta da Tim Holmes per Rolling Stone, in evidente stato di esaltazione. Ero troppo piccolo perché la cosa mi riguardasse, ma credo che Master of Puppets nell’immediato sia stato soprattutto questo: un momento sublime in cui il pubblico del metal veniva messo davanti un abisso sconfinato, e qualcuno li stesse convincendo a buttarcisi dentro urlando a squarciagola coi pugni alzati.

Basta confrontare l’apertura del disco con quella del disco precedente per capire il salto: “Battery”, come “Fight Fire With Fire”, parte sempre con una trentina di secondi di chitarra acustica. Poi iniziano a ronzare i primi fraseggi melodici di chitarra elettrica, e al minuto 1.06 arriva il break e viene servita la portata principale: riffoni di chitarra chirurgici a cassa doppia, le linee vocali aspre di James Hetfield, gli assoli ultracompressi di Hammett, i pezzi che sembran fatti apposta per essere urlati in coro da migliaia persone. Magari in modo un po’ paradossale e spinto all’estremo, come nel caso della title-track (che come è noto parla di dipendenza da eroina dal punto di vista dell’eroina, con quella allegorica compiacenza un po’ burlona tipica di James Hetfield).

Anche le canzoni più lente, come “Welcome Home (Sanitarium)” e “Orion”, sono animate da una tensione oscura che nei dischi precedenti era solo intuibile, e sembrano servire più allo scopo di far tirare il fiato prima del tirone successivo. Così che arrivare alla fine di “Damage Inc.” è da una parte un’esperienza spossante, e dall’altra una passeggiata. La capacità di Master of Puppets di fartici entrare dentro immediatamente, di farti diventare la musica che ascolti, è stupefacente ed è forse il suo più grande pregio. A riascoltarlo trent’anni dopo l’uscita, in un periodo in cui il rock tutto sembra ai minimi storici di credibilità, rimane un disco che non ha perso nulla del suo fascino: conserva intatta la sensazione di violenza bestiale, stupisce per la sofisticatezza di certi passaggi, esalta per la scrittura, convince nei suoni, non suona per nulla ingenuo nei testi.

Masters of Puppets dopo 30 anni non ha perso nulla del suo fascino: conserva intatta la sensazione di violenza bestiale e stupisce per la sofisticatezza di certi passaggi.

Master of Puppets è un notevole successo commerciale. Inizia a vendere tanto nell’immediato e tira da subito la volata al tour del gruppo. Visto con gli occhi di oggi, è il momento più bello dei Metallica. Nel semestre che segue il gruppo batte gli Stati Uniti in un tour gigantesco di spalla ad Ozzy Osbourne: palchi molto più importanti di quelli a cui il gruppo è abituato, spesso affrontati di petto di fronte ad un pubblico generico e non ancora familiare con il nome Metallica, altre volte carico delle soddisfazioni legate al primo grosso aumento di popolarità. A settembre è la volta del tour europeo, affrontato da headliner, con gli Anthrax di spalla.

Il primato dei Metallica come gruppo più duro in circolazione non poteva durare molto. Sei mesi dopo l’uscita di Master of Puppets arriva Reign In Blood, il capolavoro degli Slayer prodotto da Rick Rubin. Dove Master cerca di raddrizzare alcuni eccessi di glamour all’interno del metal della sua epoca e inserirsi come degno depositario di una tradizione, Reign In Blood è un vero e proprio campionato a parte. Al cospetto della malignità molesta e della velocità irripetibile di Reign In Blood ogni altro disco metal suona loffio e inconsistente: è un disco che alza di tre tacche il livello, influenza tutti e inaugura una nuova fase nel metal. Da lì in poi ha senso iniziare a parlare di metal estremo: una corrente musicale disgiunta dalle altre, che non parla la lingua degli WASP ed è governata da valori diversi – efferatezza, confronto costante, sangue, sterminio, annientamento dell’ascoltatore.

A essere sinceri, niente di tutto questo interessa minimamente James Hetfield alla fine del 1986. Il primato di brutalità conquistato dagli Slayer è l’ultimo dei problemi dei Metallica: durante il tour di spalla a Ozzy i problemi di alcolismo all’interno della band sono diventati molto più che semplici voci, e per la prima volta dal 1983 anche la stabilità dei ruoli all’interno del gruppo viene messa in discussione. Secondo una recente rivelazione di Scott Ian, i Metallica stanno pianificando da tempo di buttare fuori Lars Ulrich alla fine del tour e sostituirlo con un batterista migliore. Cosa sarebbe stato di questa nuova incarnazione, dato il contributo fondamentale di Ulrich in fase di scrittura, non lo sapremo mai: tutto finisce in cantina la notte del 26 settembre 1986. Dopo una data in Svezia, il tour bus con a bordo i Metallica esce di strada e si capovolge. Cliff Burton, sbalzato fuori dal finestrino, finisce sotto il mezzo e viene ucciso all’istante. La storia dei Metallica, leggendario gruppo thrash della Bay Area, finisce qui.

carico il video...
Come suonerebbe Master of Puppets con i suoni di St. Anger.

E poi inizia una storia diversa, per quanto di maggior successo. Avanti veloce: l’ingresso di Jason Newsted al basso, l’uscita dell’interlocutorio (e ancora bello) …And Justice For All, l’incontro con Bob Rock, l’addio al thrash, l’uscita del Black Album, le cifre impensabili di vendita, l’ingresso nel gotha del rock americano. Il definitivo “tradimento” della causa metal con Load e Reload nella seconda metà degli anni 90, le copertine di Serrano, il ritorno all’ordine di Garage Inc, un disco dal vivo con un’orchestra. E quella degli anni Duemila è un’altra storia ancora: il terribile singolo “I Disappear” che leakka su Napster, la causa del gruppo contro il servizio di file sharing, la disintossicazione di Hetfield, la cacciata di Jason Newsted, l’ingresso di Trujillo. E poi il “ritorno al thrash” col bruttissimo St. Anger. E poi ci sono la hall of fame, gli speciali di MTV con Avril Lavigne che esegue una cover davanti al gruppo, Guitar Hero, altre battaglie legali, Death Magnetic, Some Kind of Monster, Metallica Through The Never.

Guardando indietro, forse non valeva la pena di prestare attenzione fino a oggi. Forse i Metallica sono davvero la cosa più ridicola dal ‘95, o magari dal ‘92, l’incarnazione di tutto ciò che non funziona e va buttato nel mainstream americano. Ma i loro concerti continuano a fare il pieno di pubblico: il boato quando attacca “Master of Puppets”, Lars in piedi sulla batteria, James in mezzo a gambe divaricate, Kirk Hammett da una parte. Basta poco a ricordarci la ragione principale della gloria di un gruppo: una manciata di dischi bellissimi e un capolavoro senza tempo. Che compie trent’anni in questi giorni. Tanti auguri.

Francesco Farabegoli
Consulente editoriale di PRISMO. Ha fondato Bastonate, scrive per Rumore, Noisey e altre cose in giro. Di tanto in tanto disegna.

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