Carico...

Cosa sono le micronazioni? Utopie geografiche o epopee politiche all'insegna di indipendenza e autonomia? Per capirlo, riprendiamo la storia del piccolo "Regno dell'umanità" fondato sulle isole Spratly.

Cosa sono le micronazioni? Bella domanda… da un po’ di anni in qua se ne parla in maniera più diffusa di questi strani fenomeni a cavallo tra ambizioni indipendentiste, progetti politici di protesta, tentazioni autarchiche e un’imprenditoria particolarmente ambiziosa tanto da voler fare “stato a sé”. In un volume del 2012 che ha preceduto il mio Atlante delle micronazioni (che ne costituisce la versione aggiornata e ampliata) mettevo proprio questa dicitura come sottotitolo, ma in senso affermativo. Ma se il libro sia in grado di dare una definizione univoca sinceramente non lo so.

Però ci prova. Perché c’è un filo rosso che lega queste storie di microscopici tentativi di secessione o di fondazione di un nuovo stato: ed è la vocazione all’autonomia. E un senso di riscatto e di identità che il lento svaporamento dell’idea di stato-nazione, così come si è delineato un paio di secoli fa, non riesce più a garantire.

Ma andiamo con ordine. Le micronazioni non sono “microstati”, come San Marino o Andorra. Perché non hanno un controllo effettivo del loro territorio e anche quando ce l’hanno non viene loro riconosciuto da nessun altro stato. Non sono nemmeno secessioni, vere o presunte, come la Catalogna o la Padania, o anche come l’Abkhazia o il Somaliland. Come ci rivela il nome sono entità minime, a volte – dal punto di vista di uno stato – microscopiche. Gruppi sparuti di persone che dichiarano l’indipendenza di un quartiere, di un’isoletta, persino di un appartamento. A volte sono singoli individui che dichiarano indipendenti solo loro stessi. Ma anche il tema delle piccole dimensioni non è una costante: c’è un signore che, negli anni Cinquanta, cercando un qualcosa su cui dichiarare la propria giurisdizione in un mondo tutto già conquistato, dichiarò l’indipendenza della volta celeste.

La copertina di Atlante delle micronazioni, edizioni Quodlibet.

Ecco, un altro aspetto che ricorre spesso. L’iperbole. Che si tratti di un agguerrito progetto per la nascita di un vero stato indipendente, di una protesta politica o di un’azione goliardica, le micronazioni ci raccontano sempre vicende eccentriche e bizzarre. E non potrebbe essere diversamente. Perché, se ribaltiamo la prospettiva, cosa sono in fondo gli stati, quelli veri e propri che tutti conosciamo? Convenzioni, che riconosciamo in tutta la loro solennità perché le abbiamo introiettate come tali.

Poi, certo, c’è anche il monopolio della forza che gli stati propriamente detti rivendicano per loro. Ma, al netto della violenza, cosa rende meno iperboliche le pretese accampate da Gran Bretagna e Argentina sulle Isole Falkland rispetto alla pretesa di voler dichiarare indipendente un forte militare abbandonato che si trova in acque internazionali, come è il caso di Sealand?

Le micronazioni, dunque, ci forniscono una lente diversa con cui guardare le relazioni internazionali. È quasi come guardarle – appunto – al microscopio. E se teniamo conto di questo non dovremmo stupirci più di tanto se una nazione sia pure minuscola come Elleore decide di fissare il suo fuso orario dodici minuti avanti rispetto all’ex madre patria, la Danimarca: così se a Copenaghen è mezzogiorno lì sono le 12:12… In fondo non ha fatto così anche la Corea del Nord, che ha anticipato il suo orario di mezz’ora per smarcarsi dal tempo “colonialista” imposto dal Giappone che Seoul ancora utilizza?

Il Principato di Sealand.

C’è poi un altro aspetto. Le micronazioni sono delle vere e proprie epopee. Delle epopee minuscole. Anche perché, molte volte, i progetti di nazione si estinguono con la morte del loro fondatore, se questi non è riuscito ad ottenere un qualche riconoscimento. L’Atlante delle micronazioni, allora, è anche un libro di stravaganti avventure, a cavallo tra la collezione di utopie e il repertorio di stranezze geografiche. Sì, perché mettere assieme queste storie per me è stato come un viaggio in un continente sommerso. In un mondo già mappato per intero, dove con Google Maps possiamo guardare luoghi remoti stando comodamente seduti a casa nostra, sembrava praticamente impossibile scrivere un libro che raccontasse di luoghi sconosciuti. Le micronazioni, ribaltando la prospettiva del conosciuto, hanno dimostrato che non è così.

Che si tratti di sogni visionari o tentativi di truffa, di utopie sociali “di sinistra” o iper-liberali “di destra”, tutte le storie che ho raccolto sembrano un antidoto – letterario, ovviamente, più che politico – alla drammatica distanza che si è venuta a creare tra i cittadini e i centri del potere. Sappiamo tutti che dire “basta, ora sono il re almeno a casa mia”, chiudendo politica, burocrazia e tasse fuori dalla porta, non colma automaticamente quel divario in cui le nostre democrazie, sempre più “in deficit di spirito democratico”. Tuttavia, sorridendo, ci aiutano a ricollocare la politica e l’uomo nei termini di una relazione che sembra, in questi anni, aver smarrito senso e proporzione.

Nell’Atlante sono raccolte cinquanta storie. Cinque “precedenti storici”, da cui i micronazionalisti di ogni continente hanno preso ispirazione, e quarantacinque “anomalie geografiche” di vario genere, che vanno dalla rivendicazione storica all’opera d’arte (esistono anche secessioni artistiche). Ovviamente non si tratta di tutte le micronazioni esistite o esistenti. Alcune storie sono rimaste fuori, per vari motivi di spazio e leggibilità del volume. Alcune di queste, tuttavia, non sono affatto meno preziose delle altre. Quella che propongo di seguito una “micronazioni inedita”, non inclusa nel volume: la Repubblica di Morac-Songhrati-Meads, anche nota come Regno dell’Umanità.

Dove si trovano le isole Spratly.

Le isole Spratly sono un arcipelago situato nella parte meridionale del Mar della Cina. Composto da circa trenta isolotti e da una quarantina di atolli, è un territorio piuttosto inospitale poiché la terra ferma è di dimensioni davvero ridotte: sommando tutte le isole si conta un totale di cinque chilometri quadrati sparsi in un area di oltre 410 chilometri quadrati di mare. La storia di questo arcipelago è quella di una disputata territoriale mai del tutto risolta.

Le isole Spratly furono scoperte nel 1877 da un ufficiale della marina di Sua Maestà britannica, il capitano James George Meads. Il capitano pensò di reclamare per sé il possesso dell’arcipelago e di fondare un suo regno, che chiamò il Regno dell’Umanità. Sembra infatti che alla base del suo gesto ci fosse un intento filantropico: dare una nazione a tutti di diseredati della Terra, in fuga da persecuzioni e intolleranza nei propri paesi d’origine.

Difficile dire oggi se quanto dichiarato da Meads e dai suoi discendenti corrisponda a verità: di certo l’effetto che ebbe fu di attirare nell’arcipelago un gran numero di persone. Un po’ come per la fondazione di Roma, dove la leggenda narra di galeotti e banditi accorsi alla corte di Romolo, Re James I riesce così a dare un popolo alla sua nazione. Quando il re giunge alla fine della sua esistenza terrena, nel 1888, il Regno dell’Umanità conta più di duemila abitanti.

Un po’ come per la fondazione di Roma, dove la leggenda narra di galeotti e banditi accorsi alla corte di Romolo, Re James I riesce a dare un popolo al suo ‘Regno dell’Umanità’.

Il successore di Meads, George I, governa sull’arcipelago tra il 1888 e il 1914, anno della sua morte. Gli anni del suo regno sono fondamentali per il riconoscimento del nuovo Stato, perché Re George fu in grado di intrattenere regolari rapporti con i rappresentanti francesi dell’area e a siglare un trattato ufficiale con la Gran Bretagna, alla quale viene offerto l’utilizzo dei porti del Regno dell’Umanità in cambio di protezione. L’accordo prende il nome di Trattato di Southwark, la capitale del regno, dove fu siglato. L’amicizia tra i due Stati si rafforza anche grazie alla partecipazione di Re Giorgio all’incoronazione di Edoardo VII a Londra, nel 1902.

Quando sale al trono Franklin Meads, col nome di Franklin I, sull’Europa soffiano venti di guerra. Siamo nel 1914. La popolazione nel frattempo è più che raddoppiata, e le infrastrutture dello stato cominciano a rendere abitabili altre parti del regno, oltre alla capitale. Lo stesso Re Franklin dimora nell’isola di Goring, primo monarca a risiedere fuori da Southwark. Nel 1924 viene addirittura aperta l’Università di Southwark. Il Regno dell’Umanità, per quanto sia uno Stato molto piccolo, si appresta così a raggiungere una dignità da vera nazione.

Secondo un’altra ricostruzione dei fatti, anche il nome “Regno dell’Umanità” è un’invenzione di Franklin Mead, e non del suo avo James. Di sicuro sua è l’idea di ribattezzare il braccio di mare che circonda l’arcipelago col nome di Mar dell’Umanità, per scoraggiare le rivendicazioni della Cina. E sempre Re Franklin è l’ideatore della bandiera del regno: un vortice formato da una doppia banda bianca e nera – che simboleggiano la duplicità che appartiene a tutte le cose – in un campo verde, colore della vita.

La prima bandiera del Regno dell’Umanità.

Il regno di Franklin I è di sicuro il periodo di maggior fioritura del Regno dell’Umanità, che in questi anni registra anche la massima espansione demografica (circa settemila persone). Ma è anche l’ultimo governo ad avere una reale giurisdizione sull’arcipelago. Nel 1939, alla soglia della Seconda Guerra Mondiale, le mire espansioniste del Giappone sono ormai una certezza. L’impero di Hirohito non ha mai riconosciuto alcuna autorità sull’arcipelago e si decide per l’occupazione unilaterale. Uno sparuto gruppo di soldati fedeli a Meads, decisi a difendere con la vita l’autonomia del regno, vengono catturati e uccisi. È il 12 dicembre 1939, data che verrà ricordata in seguito dai sudditi del regno come il “Giorno dei Martiri”.

Dopo la guerra l’arcipelago della isole Spratly conosce un momento di abbandono. L’esercito giapponese, sconfitto dalle potenze mondiali, si ritira, e l’area rimane per il momento sotto il controllo degli Stati Uniti. Nel frattempo il re in fuga con la sua famiglia si stabilisce in Australia, dove organizza un governo in esilio. Governo che nel 1945 passa per un brevissimo periodo nelle mani del principe Josiah, che non fa in tempo a ricevere ufficialmente la corona a causa di una febbre malarica che lo conduce rapidamente alla morte.

L’anno successivo la corona passa a Morton Meads, che assume il governo in qualità di re fino al 1959. In quell’anno si comincia a discutere della possibilità di trasformare il Regno in una repubblica, per scrollarsi di dosso l’aura romantica e ottocentesca del piccolo stato e cercare di riscuotere maggior credito presso gli altri paesi dell’area. Si crea così una fazione contrapposta alla monarchia in esilio, che dichiara la repubblica e adotta una nuova bandiera: una banda gialla orizzontale sopra una banda equivalente nera, attraversate da un campo rosso diagonale che riporta nelle estremità due stelle. La nuova bandiera, così come quella precedente, appaiono su diverse serie di francobolli emessi in questi anni.

La bandiera della Repubblica di Morac-Songhrati-Meads.

Nel 1963 le due fazioni si ricompongono, sancendo il definitivo passaggio al regime repubblicano. Il nuovo stato si chiama Repubblica di Morac-Songhrati-Meads. Il nome deriva dal cognome del fondatore (Meads) accostato a quello del Sultano di Soghrati, altro presunto proprietario dell’arcipelago; Morac invece sarebbe un acronimo ricavato accostando le prime due lettere del nome del re (Morton) con le iniziali dei suoi più stretti collaboratori. Re Morton, dimessi i panni del monarca, torna ad essere semplicemente Morton Meads, e ottiene  la carica di ambasciatore presso le Nazioni Unite, con il compito di perorare la causa dell’indipendenza della Repubblica. Mentre Christopher Schneider, principale fautore della causa repubblicana, diventa il primo capo di stato.

All’inizio degli anni Settanta una scoperta di grande importanza agita le acque dell’arcipelago Spratly: sembra che sotto i fondali si nascondano grandi quantità di petrolio. La scoperta potrebbe innescare un destino di rinascita per la piccola Repubblica, che si avvicina ai suoi cento anni di esistenza (sommando anche il periodo monarchico). E invece segna la sua definitiva archiviazione. Gli stati limitrofi, allettati dal fatto che sull’arcipelago non esiste una giurisdizione riconosciuta a livello internazionale, e contemporaneamente spaventati di essere battuti sul tempo da qualcun altro, cominciano a prendere possesso delle isole. Che vengono così spartite tra Vietnam, Cina, Filippine, Malesia, Taiwan e Sultanato del Brunei. Ognuno di questi stati reclama una porzione di terra maggiore di quella che riesce ad ottenere, a parte la Cina Popolare che reclama per sé l’intero arcipelago. Ma sono le occupazioni “de facto” a stabilire la concreta giurisdizione sulle isole Spratly, con il Vietnam in testa ad elargire concessioni per l’estrazione petrolifera ai giganti mondiali del settore.

E della Repubblica di Morac-Songhrati-Meads, che una volta era conosciuta come Regno dell’Umanità, cosa ne resta? Solo il fantasma di un sogno, quello del capitano James Meads che immaginava una nazione che accogliesse tutti i perseguitati della terra. Un sogno soppiantato dall’appetito degli Stati, che di fronte al petrolio si fa cieco e insaziabile.

Graziano Graziani
Graziano Graziani è tra i conduttori di Fahrenheit (Rai Radio 3), collabora con Rai 5, e ha scritto e scrive per diverse testate, da Lo Straniero a Minima & Moralia. Il suo Atlante delle micronazioni è uscito nel 2015 per Quodlibet.

PRISMO è una rivista online di cultura contemporanea.
PRISMO è stata fondata ad Aprile 2015 all’interno di Alkemy Content.

 

Direttore/Fondatore: Timothy Small

Caporedattori: Cesare Alemanni, Valerio Mattioli, Pietro Minto, Costanzo Colombo Reiser

Coordinamento: Stella Succi

In redazione: Aligi Comandini, Matteo De Giuli, Francesco Farabegoli, Laura Spini

Assistente di redazione: Alessandra Castellazzi

Design Direction: Nicola Gotti

Art: Mattia Rinaudo

Sviluppatore: Gianmarco Simone

Art editor: Ratigher

Gatto: Prismo

 

Scriveteci a prismomag (at) gmail (dot) com

 

© Alkemy 2015