Carico...

La classifica dei libri che più ci sono piaciuti nel 2015, compilata da redattori, collaboratori e amici di Prismo.

Ah, i libri. Begli oggetti adatti a rendere ogni appartamento un luogo più borghese, più rassicurante, più arredato. Eccone trenta, di quelli che più ci sono piaciuti usciti quest’anno in edizione italiana scelti e ordinati, con alto senso democratico, da un politburo formato da editor e firme di Prismo. Buona lettura (in ambo i sensi).

30. Philip K. Dick – L’esegesi (Fanucci)
Aiutato senza dubbio dal suo consumo di stupefacenti, Philip Dick ha dato un contributo importante a quell’immaginario che lo storico Richard Hofstadter aveva definito, in un celebre articolo del 1964, “Lo stile paranoico nella politica americana”. Nella sua imponente (1,300 pagine) Esegesi, l’autore formula l’ipotesi di essere riuscito a “intercettare” delle informazioni dal futuro trasmesse a ritroso per mezzo di tachioni, particelle più veloci della luce. In questo modo ha potuto descrivere in anticipo, come lui stesso rileva, certe malaugurate trasformazioni della società e della vita politica – in maniera simile all’Uomo nell’Alto Castello che per scrivere il suo romanzo-nel-romanzo si è lasciato guidare dagli oracoli dell’I Ching. Un ringraziamento a Fanucci che si è messa in testa di tradurre e pubblicare una colossale, geniale follia come questa. (Raffaele Alberto Ventura)

29. Scott Spencer – Un amore senza fine (Sellerio)
In questo romanzo del 1979, due adolescenti si amano. I genitori di lei, hippies, accolgono il ragazzo come fosse un figlio, poi si accorgono che sarebbe stato meglio di no, lo allontanano: lui gli brucia casa. Segue un’odissea di ospedali psichiatrici e tanto stalking. Quando tua moglie lo legge con passione fa paura. (Francesco Pacifico)

28. Emanuel Carrère Il regno (Adelphi)
Uno dei libri più faticati dallo scrittore francese è anche uno dei più faticosi per i suoi lettori. Pagine e pagine sul rapporto di Carrère con la fede, condite dal consueto narcisismo dell’autore qui in dosi persino superiori al solito. Fortunatamente Il regno è anche e soprattutto una ricostruzione immaginifica, quindi niente affatto una ricostruzione, dei primi anni del cristianesimo, delle modalità della sua capillare diffusione, degli scismi seminali nell’interpretazione della parola di Cristo. La conclusione di Carrère è che si sia trattata di una vicenda “umana troppo umana”. Ma poi “l’ultima parola” del libro è comunque “mistero”. (Cesare Alemanni)

27. Letizia Muratori Animali domestici (Adelphi)
A proposito di “interni borghesi”, i romanzi di Letizia Muratori sono probabilmente quanto di meglio le nostre lettere hanno prodotto negli ultimi anni, e questo è il suo libro più ambizioso. Racconta generazioni paroline a cavallo degli ultimi decenni: le fanfaronate dell’intellettuale salottiero Edi Sereni, Almas, scorbutica e misantropa domestica eritrea, Chiara con le sue ossessioni naturalistiche e altri uomini e donne ritratti dallo stile raffinato della scrittrice con severa e ironica pietà, come in un lungo album fotografico: un piccolo e fragile mondo di nevrosi, aneddoti e rituali domestici, sospesi nella luce soffusa di un tramonto epocale. (Carlo Mazza Galanti)

26. Franco “Bifo” Berardi – Heroes (Baldini & Castoldi)
L’ultimo, controverso (aggettivo di circostanza) saggio di Bifo è uscito originariamente in inglese agli inizi di quest’anno, giusto qualche mese prima che Andreas Lubitz facesse schiantare sulle alpi francesi il volo Germanwings 9525, uccidendo se stesso e altre 150 persone. Pubblicato subito dopo in italiano, ha fatto ovviamente incazzare tutti. Sottotitolo del libro è “Suicidio e omicidi di massa”, e la sua tesi è che non si possa comprendere l’epidemia suicidaria degli ultimi decenni senza tenere conto della solitudine e dell’irrevocabile competizione tra individui innescata dal capitalismo neoliberale, quello secondo cui “ciascuno è imprenditore di se stesso”. Figuratevi le reazioni: trattare il suicidio così, manco fosse la pagina facebook “tutta colpa del neoliberismo”. E però Heroes è davvero un libro doloroso, a tratti depresso, qui e là illuminante. Perché è difficile non riconoscere, nelle biografie nostre e di chi ci circonda, quei meccanismi violenti, feroci e in ultima analisi disperanti che già Ulrich Beck riassunse nella formula “individualizzazione istituzionalizzata”. Bifo d’altronde non si limita a elencare suicidi, stragi, gesti plateali e ripugnanti: spazia da Hunger Games ai blog dedicati a World of Warcraft, dalla crisi finanziaria all’iperconnettività globalizzata, dalle possibili distopie “neuro-totalitarie” alle nuove forme di “umanesimo transumano” potenzialmente latenti nelle nuove tecnologie. E in mezzo tanta tristezza, un vago senso di disillusione, qualche timido cenno di speranza. Il Chicago Tribune ha parlato di Heroes come di “una splendida (exquisite) lettura della nostra situazione storica”. Può essere che sia così, ma l’aggettivo “exquisite”, vi assicuro, è l’ultimo a essermi venuto in mente una volta terminato quello che lo stesso Bifo descrive come il suo “libro orribile”. (Valerio Mattioli)

25. Fredrik Sjöberg L’arte di collezionare mosche (Iperborea)
“Nessuna persona sensata si interessa alle mosche”, scrive Fredrik Sjöberg, scrittore, entomologo e collezionista di mosche svedese, uno dei più grandi esperti di sirfidi al mondo, al punto tale che la sua collezione è stata pure esposta alla Biennale di Venezia. Questo è un libro poetico e profondo, un incrocio di memoir, trattato di entomologia, di isole, di biodiversità, di storie di entomologi, di matti e del valore della lentezza, della pace e dello studio, il tutto scritto con un tono curioso, divertente, sornione. Nessuna persona sensata si dovrebbe interessare a un libro sulle mosche, e invece. (Timothy Small)

24. Giacomo Nanni Prima di Adamo (Canicola)
Che bisogno c’è d’inventarsi storie nuove quando nelle biblioteche stanno a prendere polvere libri come “Prima di Adamo” di Jack London? Ha fatto bene Giacomo Nanni ad adattare questo romanzo stranissimo — ma tanto — dell’autore del Tallone di ferro. Innanzitutto perché ultimamente stiamo vivendo una specie di “London renaissance” e questo libro fornisce la chiave di volta per capire opere come Martin Eden e Il richiamo della foresta (indizio: c’entra il nostro inconscio preistorico). E poi perché questo immaginifico trip preadamitico è l’occasione perfetta per scatenare una girandola di sperimentazioni visive che confermano Nanni come uno dei fumettisti più originali in circolazione. (Raffaele Alberto Ventura)

23. Thomas Ligotti – Teatro grottesco (Il Saggiatore)
Veder tradotto Thomas Ligotti in italiano è un piccolo sogno personale che si realizza (in passato c’erano già stati dei tentativi semi-amatoriali, ma trovarlo edito dal Saggiatore è un’altra cosa). Certo, immagino che senza il successo di True Detective difficilmente si sarebbe realizzato il miracolo: è noto che Nic Pizzolatto si sia molto ispirato alle atmosfere dello scrittore americano, ma tranquilli, Teatro grottesco ve lo potete godere anche se di serie TV non vi è mai fregato granché. “Godere” si fa per dire, eh? Stiamo parlando dello scrittore in assoluto più disturbante, angoscioso e “strano” in cui mai si sia imbattuta la letteratura più o meno horror, categoria a cui Ligotti appartiene solo per convenzione. Pensate piuttosto a un incrocio tra Kafka e Clive Barker spedito tra le quinte di un dipinto di Adolf Wölfli, e vi sarete fatti un’idea dell’aria disperatamente uncanny che trasudano queste pagine. (Valerio Mattioli)

22. Carlo Rovelli Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi)
È difficile essere “divulgativi” quando si parla dello spaziotempo e della gravità. È per questo che Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli è un libricino importante: breve, umile e onesto, spiega cose davvero complicate a un pubblico di massa, a cui regala l’emozione illusoria di aver capito Einstein. In realtà non è proprio così – ma provateci voi a farlo in settanta pagine. (Pietro Minto)

21. Emily St. John Mandel Stazione Undici (Bompiani)
Ennesimo romanzo ambientato “prima e dopo una pandemia che uccide i tre quarti della popolazione terrestre” eppure, eppure, eppure, questo ha qualcosa in più. Tenero, dark, violento, malinconico, poetico. Io l’ho letto in dieci ore filate e tipo non rispondevo alle persone che mi parlavano. In inglese dicono unputdownable, perché si possono inventare le parole come e quando je pare. Non saprei come dirlo in italiano. Immettibil-giù? Non so. Spero di aver reso l’idea. (Timothy Small)

20. Dr. Pira – Gatto Mondadory e i puffi dell’aldilà (Grrrz)
L’epico, rivelatore finale di una saga che ha già visto l’indomito Gatto Mondadory affrontare telefonini fatati e valli dei cugini. Non c’è molto da dire sul volume che chiude l’opus magnum del Sommo Pira, se non che qualcuno dovrebbe immediatamente trarne una serie animata. Avremmo non il nostro Adventure Time, ma un vero e proprio Testo Sacro da far sembrare Il Signore degli Anelli una banale storiella della buonanotte. Meno hobbit, più snorky. (Valerio Mattioli)

19. Jesse Jacobs – Safari Honeymoon (Eris edizioni)
Safari Honeymoon è un racconto incredibile di una luna di miele esotica piena di animali terrificanti. Un miliardario egoista e sua moglie visitano una landa sperduta in compagnia di una guida misteriosa: sono nell’Eden o da qualche parte in Sud America? Scopritelo leggendo questa libro bellissimo e assurdo (e VERDE). (Pietro Minto)

18. Vanni Santoni Muro di Casse (Laterza)
Che la cultura rave fosse qualcosa d’interessante lo avevo capito leggendo Energy Flash di Simon Reynolds: ma se questo dimostra (spero) la mia apertura mentale, non avrò mai la coolness di Vanni Santoni che quelle feste rumorose le ha viste, le ha vissute, le ha frequentate per anni e ora può venire a raccontarcele. Chi avrebbe mai detto che avremmo avuto un Irvine Welsh toscano? Il ruolo dell’intellettuale del ventunesimo secolo, lo avrete capito anche leggendoci su Prismo, è quello di sdoganare tutto: dai fumetti di supereroi ai videogiochi, da Nino Frassica all’ISIS, e adesso pure la techno e le droghe per cavalli! L’importante più che altro è riuscire a non bruciarsi il cervello per riuscire a buttare giù due righe di senso compiuto ed essere recensiti pure su Avvenire. Un mestiere pericoloso ma qualcuno deve pur farlo. (Raffaele Alberto Ventura)

17. Jonathan Crary – 24/7 (Einaudi)
Non si dorme più, dice Jonathan Crary, e ciò rappresenta l’ultimo attacco del mercato alla vita quotidiana. La suggestione viene dal mondo che ci circonda ma anche da alcuni inquietanti esperimenti  che arrivano da condizioni estreme, come i comparti militari industriali. Condizioni atipiche, certo, ma che sappiamo per esperienza essere prototipi tecnologici pronti a sbarcare nelle nostre vite, al di fuori delle caserme: dalla Rete alle droghe anfetaminiche, fino ai sobborghi residenziali, sono tante le invenzioni nate nei laboratori militari ed esportate tra i non combattenti, al di fuori delle trincee. Ed ecco la novità: l’assenza di sonno non corrisponde a uno stato di attenzione permanente. Al contrario, argomenta Crary, serve a proiettarci in un tempo storico indefinito, nel quale non esistono il giorno e la notte. Tutto perfetto, ma a queste condizioni si smette di sognare. E a quel punto, come faremo a dar briglia sciolta a desideri profondi e paure inconfessabili, quando al posto del sonno ci ritroveremo tuttalpiù un’episodica pennichella? (Giuliano Santoro)

16. Vincenzo Filosa – Viaggio a Tokyo (Canicola)
Quest’anno sono usciti due fumetti italiani che si ambientano in Giappone e tra le altre cose parlano di Yoshiharu Tsuge, il “maestro del manga sperimentale”. Uno lo trovate qualche posizione sopra. L’altro è il bellissimo Viaggio a Tokyo di Vincenzo Filosa, veramente uno dei migliori titoli usciti quest’anno, perfetto antidoto a quella cosa antipatica assai che è il cosiddetto “manga all’europea”. La cosa bella è che in Italia Yoshiharu Tsuge nessuno lo conosce. L’altra cosa bella è che autori come Filosa confermano che il nuovo fumetto italiano sta vivendo un momento felicissimo che no, non necessariamente deve coincidere coi trionfi di Gipi e Zerocalcare. Compratelo, leggetelo, facciamo in modo che qualcuno traduca Tsuge che voglio capirci qualcosa anch’io. (Valerio Mattioli)

15. Joan Didion The White Album (Il Saggiatore)
Sembrava uno di quei momenti sottili che Joan Didion rende immediatamente macroscopici e dettagliati, emblematici di un istante più grande che fa un pezzo di vita. Sembrava davvero esattamente così il giorno in cui finalmente, nel caldo torrido dell’estate in declino, il suo The white album si è ficcato negli scaffali delle librerie italiane finalmente tradotto e pubblicato da Il Saggiatore, a ogni effetto come il sequel della precedente raccolta di pezzi, Verso Betlemme. Se quest’ultimo raccoglieva gli articoli scritti da Didion durante gli anni Sessanta, qua leggiamo quelli usciti su Vogue, LIFE, Esquire lungo il decennio successivo. Con la sua scrittura in esplosione costante, ogni anno sempre un po’ più cult anche da queste parti, ogni volta riconosciuta un po’ di più come fondamentale, apripista di una conspevolezza autofiction sempre più diffusa – e vulnerabile, Joan Didion dipinge un magma di mondi lontanissimi e lo fa in modo impeccabile. Meno giovane e ancora più idiosincratica e tormentata racconta di Jim Morrison in studio, Charles Manson e i suoi, un giardiniere che coltiva le orchidee più belle del mondo e del sistema idrico californiano con uno stile tanto lucido quanto lontano dalla spersonalizzazione di tutte le vicende che l’attraversano. Che la scrittura inattaccabile si arrotoli anche intorno a un referto psichiatrico e a un appunto su cosa mettere in valigia resta una lezione importante. (Giulia Cavaliere)

14. James Salter – Un gioco e un passatempo (Guanda)
Grazie, Guanda, che stai ripubblicando tutto James Salter. Un gioco e un passatempo ha un vantaggio notevole sugli altri due titoli di Salter usciti quest’anno in traduzione. Primo, ha uno dei miei titoli preferiti di sempre, soprattutto quando capisci a cosa si riferisce (il sesso). E poi, è semplicemente meglio degli altri due. Sia chiaro: Salter è un vero Maestro della Prosa™, e Una perfetta felicità è un ottimo distillato dei Grandi Romanzi Americani sulla Famiglia Disfunzionale, ma non è il miglior Grande Romanzo Americano sulla Famiglia Disfunzionale. Idem con Tutto quel che è la vita e i Romanzoni degli Uomini Americani Baby Boomer e dei Loro Piselli: bellissimo libro, ma non il migliore nel suo genere particolarmente inflazionato. Invece Un gioco e un passatempo è piccolino, meno ambizioso, e molto più ben messo a fuoco. Parla (solo?) di una storia di sesso tra una ragazza francese di diciotto anni e un ragazzo americano di ventiquattro, nell’immediato dopoguerra. E non fanno altro che scopare e scopare e scopare e scopare e bruciare con quell’ardore di cui si brucia solo a quegli anni. Ed è tutto così poetico e struggente, e così ben scritto, che ti porta a casa due belle realizzazioni: uno, che siamo di fronte a uno dei migliori romanzi erotici mai scritti, e due, che ogni storia di sesso, a suo modo, è una storia d’amore. (Timothy Small)

13. Alessandro Tota e Pierre Van Hove – Il ladro di libri (Coconino)
Ogni avanguardia, ogni giovane arrabbiato arriva presto o tardi alla convinzione che l’ultimo gesto artistico ancora praticabile sia il superamento dell’arte stessa e la giocosa dissoluzione delle convenzioni sociali. Ispirandosi alle avventure dei lettristi, precursori dei situazionisti ed eredi dei grandi eroi della letteratura ottocentesca, Alessandro Tota e Pierre Van Hove raccontano l’ebbrezza dell’ultima generazione alla quale si possa ancora, al limite, perdonare tanta ingenuità. Negli occhi scavati del ladro di libri e nel suo destino tragico distinguiamo una malattia della civilità della quale noi stessi siamo affetti. (Raffaele Alberto Ventura)

12. Lawrence Wright – La prigione della fede – Scientology a Hollywood (Adelphi)
Da noi è arrivato prima l’omonimo e ottimo documentario di David Gibney (Going Clear), ma i personaggi, la maggior parte delle storie lì raccontate e persino la struttura narrativa del film ricalca quasi pedissequamente il corposo libro-inchiesta di Lawrence Wright, giornalista di punta del New Yorker e già premio Pulitzer con Le altissime torri. A Going Clear e La prigione della fede, bisognerà aggiungere almeno The Master, lo splendido film di qualche anno fa di Paul Thomas Anderson, con Philip Seymour Hoffman nei panni di L. Ron Hubbard, per concludere dello straordinario interesse suscitato in questi ultimi tempi dal fenomeno Scientology e dalla rocambolesca esistenza del suo incredibile fondatore. Più ancora dei film, il libro di Wright ci immerge in un mondo di inquietanti manipolazioni e forsennati feticismi tecno-spirituali nel corso di decenni duranti i quali, tra le infinite peripezie attraversate dal movimento, si incontra davvero di tutto: madame Blavatsky e Aleister Crowley, teorie semantiche e cosmogonie fantascientifiche, schegge impazzite di controcultura hippie e lo showbiz americano in un delirio semicomplottista e similtotalitario fatto di neolingua, neoliberismo e trascendenza molto molto deviata. Bravissmo Wright – oltre il lavoro di ricerca e raccolta di materiale che s’immagina lungo e pieno di ostacoli – a reggere il peso di uno sguardo il più possibile neutro anche di fronte alle più spericolate aberrazioni, dipingendo i suoi personaggi con l’imparzialità o forse la complice curiosità del romanziere. E a dare al suo libro la forma narrativa di una lunga e stupefacente parabola intorno al potere, ai “meccanismi della fede” e ad alcuni dei lati più oscuri del nostro brillante occidente. (Carlo Mazza Galanti)

11. Emanuele Trevi – Il popolo di legno (Einaudi)
Siccome non scrive quasi mai romanzi, Emanuele Trevi rimane un autore un po’ alato, remoto. In verità, potrebbe raccontare quello che vuole, perché è immaginifico ed ermetico. Il suo potere si può verificare in un salatissimo concentrato nel Popolo di legno. La storia, semplicemente, non ha senso: parla di una specie di grillino improvvisato, un calabrese che comincia a pontificare da un canale tv regionale. Solo che invece di pontificare dell’onestà e della civiltà e del Paese Normale, celebra ignoranza e cupio dissolvi dell’italiano medio, usando Pinocchio come metafora della nostra identità, del nostro squallore da abbracciare pienamente. È un’operazione del tutto nichilista, che viene coronata dal successo. Il pubblico lo ama e lo segue, e questo consenso lo porta verso un problema gigantesco: la tv è proprietà della ‘Ndrangheta, quindi l’attenzione della stampa nazionale non può che creare problemi. Dici, da qui comincia un thriller? Per niente. In un incrocio di Thomas Bernard e Cinico Tv, i personaggi di Trevi, il cui intestino sembra mettere radici nel terreno tanto è greve la loro vita, sono troppo luridi per la trama, troppo votati alla morte perché succeda qualcosa, e il libro non è altro che una celebrazione della mortalità e un inno alla lingua italiana, che a volte basta a se stessa, senza page-turner e cliff-hanger e young-adult e soprattutto plot. (Francesco Pacifico)

10. Marco Taddei e Simone Angelini – Anubi (Grrrz)
Il protagonista di questo fumetto non è un cane ma uno sciacallo mezzo umano decaduto dal pantheon egizio in una città nerissima, piena di mosche da bar, “tossicchetti”, individui dalle orride sembianze, demoni e divinità straccione, creature marginali e sotterranee. C’è anche William Borroughs, con una graziosa nipotina. Il bianco e nero minimalista è claustrofobico, il tratto fintamente semplice e i dialoghi stralunati sono quelli di certo fumetto underground dal gusto infantile-regressivo, ma immersi in un clima onirico da ermetismo terminale, un’odissea visionaria di astruse soluzioni immaginarie e serissimi abissi esistenziali, di cui non ci si libera molto facilmente. Ed è subito culto. (Carlo Mazza Galanti)

9. John Cheever – Le lettere (Feltrinelli)
“Ti amo troppo per servirti spaghetti alle cinque del mattino.” Non è sufficiente una frase come questa per correre a leggersi le Lettere di John Cheever – pubblicate quest’anno da Feltrinelli e tradotte da Tommaso Pincio? Parliamo di un’opera gigante, una quantità straordinaria di missive tenute parzialmente nascoste dall’autore e poi ripescate e riportate in vita da suo figlio Benjamin. Amore, rabbia, omosessualità nascosta, omofobia per nulla latente, malattia, letteratura, fatica, morte. Le lettere di Cheever parlano costantemente con vivacità e nervi scoperti ai rispettivi destinatari: donne desiderate, una futura moglie, uomini per i quali l’autore perde la testa e il corpo, e ancora editori e amici. Un mix straordinario, umano, avvincente, descrittivo di storie di ogni giorno, autoinganni, promesse di vita fatte soprattutto a sé stessi: una complessità quotidianamente drammatica che riaffiora nelle centinaia di migliaia di parole spedite, in modo vivace e all’apparenza sempre lontano dalle forme di dovere della comunicazione, come se ogni saluto finale – “saluti”, “con affetto”, “con amore”, “come sempre”, “tuo”o persino “brrr” nei periodi più gelidi – fosse stato elargito con la consapevolezza e l’audacia di chi affida le proprie scelte definitive più alla parola che alla vita agìta. (Giulia Cavaliere)

8. Alejandro Zambra – I miei documenti (Sellerio)
Zambra è uno dei principali (giovani) talenti del panorama letterario sudamericano ed è uno scrittore davvero generosissimo, uno scrittore intelligente e fresco, uno scrittore con cui ti viene voglia di parlare tutta la sera perché lo sai che ha qualcosa di arguto e di affilato ma anche di dolce e un pochetto stronzo da dire su praticamente ogni cosa. E Zambra mette in mostra tutto il suo talento in undici racconti, undici brevi romanzi sconclusionati e precisi, divertenti e tristoni, ironici e onesti, raccolti assieme con tanta umiltà quanta strafottenza, come a dire, Toh, ecco un po’ di bei racconti, fammi sapere che ne pensi. E tu pensi, Cavolo, è un genio, ma non glielo dici, perché se no si monta la testa. (Timothy Small)

7. Igort – Quaderni giapponesi (Coconino)
Igort è una di quelle figure così potenti che non ci si chiede neanche da dove vengano la sua visione e la sua esperienza. Quaderni giapponesi risponde a questa domanda: ha fatto la gavetta in Giappone. Cioè si è trasferito lì anni fa, prima di internet, e per un periodo ha creato manga per i giapponesi, da solo, di notte. Così ha imparato i ritmi insensati e la disciplina lavorativa di quella parte del mondo. Il suo ultimo libro parla di questo, ma in realtà non è che ne parla: mostra. Mostra tutto il Giappone: Igort disegna, ricalca, ricopia, reintrepreta tutto l’immaginario giapponese, dai ritratti tradizionali degli attori kabuki agli incarti dei dolci in vetrina, dai manga altrui al cinema ultraviolento, dai ciliegi alle pareti di carta. Riproduce per intero il Giappone in uno sforzo artistico assurdo, e che assurdamente trasuda la sua enorme personalità. Così, mentre ci racconta che mazzo si faceva quando lavorava lì, ci fa scoprire e riscoprire quella cultura meravigliosa che, come si legge nel Libro d’ombra di Tanizaki qui citato, ha combattuto una guerra silenziosa con l’occidente per evitare di farsi togliere quel dono della sfumatura, dell’opacità, del colore e della delicatezza. Una storia stupenda e un libro incredibile. (Francesco Pacifico)

6. Karl Ove KnausgårdUn uomo innamorato (Feltrinelli)
Un narratore tanto onesto da sembrare ottuso: Knausgaard, che nella serie di romanzi La mia battaglia impersona se stesso, è il Louis CK della letteratura. In Un uomo innamorato, secondo volume della saga, racconta dei suoi rotoli di grasso sui fianchi e nel frattempo si chiede quale tipo di romanticismo l’abbia influenzato realmente. Si vergogna di non sapere per certo cosa sia l’esistenzialismo e intanto ricapitola mattinate al corso di ritmo con la figlia piccola. Non stacca mai la penna dal foglio, ma è come se stesse cercando di intontirti per cercare un effetto che va oltre il territorio della letteratura: “Il motivo per cui i quadri e in parte le foto fossero così importanti per me era legato [al fatto che] in essi non c’erano parole né nozioni, e quando li guardavo era ciò che li rendeva peculiari, pur nella loro assenza di concetti. In questo c’era qualcosa di stupido, una zona completamente priva di intelligenza che faticavo a riconoscere o a permettere, ma che probabilmente rimaneva l’elemento singolo più importante di quello di cui mi volevo occupare”. Le pagine e pagine di routine ci portano in una zona completamente stupida dove si manifesta un’emozione incredibile, quasi anti-letteraria. Per farlo, bisogna saper scrivere benissimo, anche se a volte le frasi sembrano brutte. (Per inciso, l’argomento del libro è la donna di cui è innamorato). (Francesco Pacifico)

5. Ben Lerner – Nel mondo a venire (Sellerio)
Il protagonista/narratore di Un uomo di passaggio, esordio in prosa del poeta americano Ben Lerner, era un calco dell’autore, tanto divertente quanto insopportabile, sempre sull’orlo dell’autocommiserazione e della messa tra parentesi ironica di se stesso. Il protagonista/narratore di Nel mondo a venire ha perso del tutto le parentesi e, di fatto, è Ben Lerner, un trentenne che si ritrova con un sostanzioso anticipo per un libro ancora da scrivere – che poi è appunto Nel mondo a venire – una strana malattia che è il mostro finale dell’ipocondria e una richiesta di paternità in provetta dalla sua migliore amica. Mentre Ben vive la sua vita Lerner scrive il suo romanzo, mentre Lerner vive la sua vita Ben scrive il suo romanzo. Lo scenario è la New York che va dall’uragano Irene (agosto 2011) all’uragano Sandy (ottobre 2012). Tra sit-in di Occupy, mercati solidali,  happening futili, angoscia della morte, riflessioni sulla paternità, squarci di autentica vitalità artistica e una condizione adulta che sembra non arrivare mai, Nel mondo a venire è una raccolta di saggi brevi, racconti e aneddoti che nelle mani di uno scrittore iper-consapevole come Lerner si trasformano nel miglior romanzo americano dell’anno. (Cesare Alemanni)

4. Jeff VanderMeer – Trilogia dell’Area X: AnnientamentoAutoritàAccettazione (Einaudi)
Dal China Miéville di Perdido Street Station sono passati quindici anni: tanto ci è voluto affinché la narrativa new weird concepisse infine il suo manifesto, scritto tra l’altro dall’uomo che il new weird l’ha di fatto teorizzato (vedi la fondamentale antologia del 2008). Col trittico Annientamento / Autorità / Accettazione, Jeff VanderMeer ha dipinto uno straordinario affresco a metà tra Lovecraft e (perché no) la Virginia Woolf di Gita al faro, lambendo territori cli-fi e dialogando a distanza con l’horror filosofico di tizi come Robert Aickman e – ovviamente – Thomas Ligotti. L’inquietante, paranoico, perversamente liberatorio terroir dell’Area X non è solo una delle più grandi invenzioni della letteratura fantastica anni 2000: è un capolavoro di audacia che volume dopo volume respira di vita propria, come la natura rigogliosa e ostile che sull’Area X tiranneggia aliena. (Valerio Mattioli)

3. Richard McGuire – Qui (Rizzoli)
Esiste la narrativa dello spaziotempo? Richard McGuire dice di sì, e ha delle prove: Qui parla di un posto, un piccolo lotto del nostro pianeta, e delle persone che lo hanno abitato e calpestato. Non solo la storia di un tinello, né una vicenda familiare. Un viaggio nel tempo, un viaggio spastico alla Billy Pilgrim, che fa sentire il lettore parte del mondo e della sua storia, co-protagonisti i dinosauri. Inoltre McGuire suonava nei Liquid Liquid. (Pietro Minto)

2. Leonard Gardner – Città amara (Fazi)
Città amara è il primo e unico romanzo di Leonard Gardner, un romanzo scritto così bene e con una tale tragica compassione che vi rimarrà tatuato nel cervello per decenni. Io l’ho letto forse dieci anni fa, e ancora adesso se ci penso mi evoca le stesse sensazioni di calore e tristezza che mi evoca pensare alle feste che mi faceva il mio primo cane quando tornavo a casa da ragazzino. Che è un clichè, certo, ma è solo perché non so scrivere bene quanto Gardner, che invece non usa un briciolo di sentimentalismo nel raccontare le storie intrecciate di Ernie e Tully, due pugili falliti in momenti diversissimi della loro carriera, che si intrecciano a Stockton, California. In mezzo, c’è un bar, un manager, un’ubriacona meravigliosa, una prosa immacolata, un’atmosfera così densa che ancora oggi se ci penso riesco a vedere la polvere della dust bowl e quasi sentirla sulla lingua e ora che penso a questo mi ricordo esattamente il momento in cui l’ho chiuso: ero sul tram n.1 a Milano e stavo andando al lavoro al mattino e l’ho chiuso ed ero tipo in stato di shock per qualche ora ed era l’estate del 2007 e mi ricordo che quel giorno a pranzo con i miei colleghi ho detto Ragazzi mi sa che ho appena finito di leggere il libro più bello che abbia mai letto. L’ho riletto ogni paio di anni da allora, e non avete idea di quanto sia felice che Fazi l’abbia finalmente ripubblicato in traduzione italiana. (Timothy Small)

1. Annie Ernaux – Gli Anni (L’orma)
Sembra brutto dirlo così, ma Annie Ernaux è la Zerocalcare francese. Non è nemmeno vero, perché un analogo francese Zerocalcare forse ce l’ha ed è Boulot, un altro fumettaro. Ma Annie Ernaux è quella che parlando di merendine, per dir così, ci fa sentire tutti una sola cosa. Dico merendine nel senso lato di canzoni alla radio, ricette popolari, foto di quando eravamo giovani, mode, lunghezze di gonne, motorini, film, reggiseni… e la metto sull’ultrapopolare perché altrimenti con Gli anni ci si possono fare solamente le tesi di dottorato. È un memoir del 2008 dove invece di guardarsi l’ombelico l’autrice guarda decine di milioni di ombelichi: quelli dei francesi che sono passati, come lei, da un paese ancora antico e rurale alla metà del secolo scorso, al paese moderno creato dalle tragedie viste in tv e i consumi di massa. Dieci milioni di ombelichi perché la scelta stilistica di Ernaux è radicale: raccontare in prima persona plurale le cose che in fondo conosciamo tutti, abbiamo conosciuto tutti. Che in verità non è vero, ma la scommessa è che dicendo noi si possa superare, con la poesia, il grande problema di non avere più idea di cosa costituisca davvero un’identità, sia personale che collettiva. Così, con il noi si passa dalle feste in paese e la fine della seconda guerra mondiale al posto fisso e l’apertura del mutuo al cellulare e il centro commerciale. Il lettore francese magari capisce tutti i riferimenti, noi qualcuno di meno (“noi”), ma insomma, per tornare a Zerocalcare, è affascinante trovare un’autrice tanto iper letteraria e allo stesso tempo tanto disposta a cercare comunione coi lettori come fa lo straight edge di Rebibbia nelle sue strisce. Ma non solo una comunione emotiva, di pancia: Ernaux comunica, ma è anche di un modernismo, di un rigore formale lontanissimi da quelli che ci aspetteremmo da chi sceglie l’opzione “La storia siamo noi…” Poi naturalmente è un libro anche complicato da leggere, ma in quei casi chi l’ha scoperta grazie alla più bella giovane casa editrice d’Italia, L’Orma, ti consiglia di leggere anche Il posto, e non stare a pensarci troppo. (Francesco Pacifico)

 

Redazione Prismo
La redazione di Prismo vive in una cascina nelle colline tra Busto Arsizio e Varese dove passeggia per i campi ragionando su paradossi filosofici e coltivando marijuana così potente che la puoi fumare solo in un bong costruito dentro la tua mente.

PRISMO è una rivista online di cultura contemporanea.
PRISMO è stata fondata ad Aprile 2015 all’interno di Alkemy Content.

 

Direttore/Fondatore: Timothy Small

Caporedattori: Cesare Alemanni, Valerio Mattioli, Pietro Minto, Costanzo Colombo Reiser

Coordinamento: Stella Succi

In redazione: Aligi Comandini, Matteo De Giuli, Francesco Farabegoli, Laura Spini

Assistente di redazione: Alessandra Castellazzi

Design Direction: Nicola Gotti

Art: Mattia Rinaudo

Sviluppatore: Gianmarco Simone

Art editor: Ratigher

Gatto: Prismo

 

Scriveteci a prismomag (at) gmail (dot) com

 

© Alkemy 2015