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30 giochi per un anno “di manutenzione”: poche le sorprese, diversi buoni seguiti, e un po’ di vaporware diventata realtà. Nell’attesa che il 2017 risvegli dal torpore il lato creativo dell’industria, silenziando con l’antrace i dipartimenti marketing delle software house.

Il 2016 sarà ricordato come un anno privo di personalità e, scorrendo la lista che abbiamo preparato, non è difficile capire perché: ci sono molti giochi eccellenti, ma manca IL Classico©. Negli scorsi dodici mesi sono infatti mancati titoli che si spingessero oltre il “semplice” perfezionamento di formule preesistenti e che osassero qualcosa in più, sia sotto il profilo della pura innovazione (come avvenne, per esempio, con Demon’s Souls), sia sotto quello dell’ibridazione tra diverse filosofie di design (come fece nel 2015 Witcher 3, che legò efficacemente gli RPG open world a una fortissima componente narrativa). Si è trattato, insomma, di un anno privo di sorprese ma zeppo di conferme.

Se ciò sia un bene o un male, lo vedremo dai titoli dei prossimi mesi, dai quali si capirà se questo periodo di “manutenzione della creatività” sia dettato dal caso, oppure se sia destinato a rappresentare – dio non voglia – l’anticamera di un crescente conformismo creativo legato a doppio filo ai costi crescenti dello sviluppo di videogiochi.

Nell’attesa del giudizio universale, ecco la lista che abbiamo preparato per voi: compilata secondo gli standard scientifici del “ci ho giocato” incrociati con la ars retorica (e la testardaggine) del singolo. Come sempre nelle classifiche, la parte più interessante arriva dopo la decima posizione, e per questo abbiamo lasciato qualche riga ai singoli per approfondire le proprie scelte.

30. Oxenfree
(Adventure Narrativo – Nightschool Studio – PlayStation 4, XBone, Win/Mac/Linux)

Nell’anno di Stranger Things dispiace che in pochi abbiano lodato il gioiellino adventure che è Oxenfree. Creato da fuoriusciti della Telltale, il gioco ci permette di rivivere la classica esperienza del “gruppo di adolescenti che si ritrova tra misteri e pericoli” à la Goonies, Spielberg e il King di Stand by Me. Il tutto, però, senza citazionismi e retromanie assortite e, anzi, fornendo una struttura narrativa innovativa che ruota su una gestione particolare dei dialoghi: questi avverranno in tempo reale attorno alla protagonista e noi potremo scegliere fluidamente se e come rispondere, se restare in silenzio, se ignorarli o perfino se andarcene. Un flusso continuo che aumenta il coinvolgimento emotivo verso i ragazzi protagonisti del gioco (scritti benissimo), che getta le basi per una nuova filosofia di sviluppo dei videogiochi narrativi e un superamento della classica forma (ormai limitante e limitata) da “telefilm interattivo” degli adventure Telltale.

29. Hitman
(Action/Puzzle – IO Interactive/Square Enix – PlayStation 4, XBone, Win)

Dopo il deludente Hitman Absolution, la simulazione di assassinii è tornata in grande stile presentandosi in una forma episodica – sei capitoli acquistabili separatamente – che sorprendentemente non snatura il prodotto e, anzi, ne esalta la qualità e la complessità dei singoli livelli, dei diorami in cui il giocatore deve immergersi per comprendere il funzionamento delle microsocietà che li abitano in modo da sfruttarli appieno. Sono meccanismi complessi in cui le proprie azioni modificano la rotazione dei singoli ingranaggi, veri e propri puzzle rigiocabili pressoché all’infinito. Non per tutti, certo, ma senz’altro da provare (come minimo il capitolo ambientato in Italia).

28. Wheels Of Aurelia
(Narrativo “On The Road”  – Santa Ragione – PlayStation 4, Win/Mac/Linux)

L’Italia anni ’70, quella degli anni di piombo, del rapimento Moro, del terrorismo rosso e nero, delle stragi di stato, dei film di genere e del prog: tutto questo viene vissuto dal giocatore mentre guida (con deliziosa visuale isometrica e accompagnato da un’ottima soundtrack italoprog/funk) l’auto delle due protagoniste che scappano da Roma verso la Francia, viaggiando appunto sull’Aurelia. Ma la guida è solo una scusa per perdersi nei dialoghi (e nelle biforcazioni narrative) dei personaggi di gioco, andando ad approfondire storie e motivazioni di ognuno. Ogni giocata è piuttosto corta (20/30 minuti), ma la combinazione tra eventi casuali e scelte del giocatore – tra bivi stradali e autostoppisti da caricare o meno – escogitata dai milanesi Santa Ragione porterà a giocarci e rigiocarci scoprendo ogni volta lati diversi della vicenda.

27. Tyranny
(RPG – Obsidian/Paradox – Win, Mac, Linux)

Tradizionalmente, nei giochi di ruolo è possibile comportarsi male; a memoria d’uomo, però, non si ricorda nessun titolo in cui la premessa narrativa prevedesse di far parte di un esercito che ha già sottomesso i tradizionali “buoni”. Tyranny (nomen est omen) parte proprio da qui per imbastire un RPG occidentale iperclassico che, come nella tradizione Obsidian, eccelle proprio sotto il punto di vista del world building, della trama e del combattimento.

26. Icey
(Action – Shangai Fantablade Network Technology  – Win)

Sviluppato da un team cinese con un nome di rara tamarria e lunghezza – pare per oltre 10 anni – Icey è un gioco apparso all’improvviso che si è portato dietro le mascelle di quasi tutti coloro che l’hanno scoperto. Chi, d’altro canto, poteva aspettarsi da un’industria videoludica fatta di scopiazzature e titoli fatti con lo stampino come quella cinese un titolo eccellente sia a livello di comandi che di storyline? Parliamo di un brawler 2D con botte di metanarrativa che fanno impallidire Pony Island (presente a sua volta in questa lista) e The Stanley Parable; è seriamente il caso di dargli una giocata.

25. Guilty Gear Xrd: Revelator
(Picchiaduro – Arc System Works  – Playstation 4)

Un vero e proprio “contenitore di gioia” per un amante dei picchiaduro tecnici, Revelator è la versione ritoccata e ampliata di quel Guilty Gear Xrd che ha fatto cadere tutte le mascelle degli appassionati con la sua grafica anime-like strabiliante. Il suo problema sta proprio nella difficoltà di approccio, che lo rende un gioco per pochi anche all’interno di un genere già di nicchia. Resta bello bello in modo assurdo.

24. Rez Infinite
(Shooter – Monstars/Sony – Playstation 4)

Meritevole del titolo di “unico gioco VR che non ha ancora fatto venire la nausea a nessuno” Rez Infinite è un trip di quelli che puoi farti solo con le droghine buone (non fatevi una spada, ovviamente stiamo scherzando). Già nella sua prima incarnazione lo psichedelico shooter di Mizuguchi era un bombardamento sensoriale di quelli da tabula rasa tra i neuroni, immaginatevelo dunque immersi nella realtà virtuale. Uno dei pochi titoli davvero consigliati oltre ogni ragionevole dubbio se si possiede il visore di Sony.

23. Furi
(Action – The Game Bakers – Playstation 4, XBone, Win)

Un hack ‘n’ slash bruttino da vedere, ma con una filosofia di fondo davvero coraggiosa: abbandonare tutti i fronzoli per offrire una serie di boss fight cattivissime di difficoltà crescente, il tutto abbracciando un gameplay a metà tra quello degli action hack ‘n’ slash e i bullet hell nipponici (anche se non si arriva mai a quei livelli di malattia mentale). Roba per chi il pad lo fa fumare, ma di cui c’è davvero necessità.

22. Forza Horizon 3
(Corsa – Playground Games, Turn 10 Studios/Microsoft Games Studios – XBone, Win)

Il terzo capitolo di Forza Horizon conferma come questa serie sia il più convincente erede spirituale della sublime esperienza racing arcade-estetizzante nata con l’immortale Out Run. Questa volta saremo liberi di scorrazzare in una porzione generosa del continente australiano, adoperando il sistema di guida più divertente e soddisfacente (un equilibrio magico tra spensieratezza e adrenalina) degli ultimi dieci anni, unito al paesaggio più glossy-ultraHD-oddioglieffetticlimaticichebomba che potreste immaginare. Il tutto da godersi con un parco macchine cafonissimo, da amare e fotografare virtualmente ad ogni gara. Al resto ci pensano asfalto, sterrato, spiagge, arbusti e alberi (tutti da trinciare con la nostra Lambo), sgommate, salti e schianti in libertà: in Forza Horizon è divertente sia tirare dritti per chilometri e vedere che succederà, sia driftare con stile e battere record. Dimenticavo: con questo capitolo la serie approda finalmente anche su PC dove i più “master race” potranno godere (non senza qualche problema) dei famigerati 60fps: più arcade total free racing per tutti!

21. Pony Island
(Meta-Game? – Daniel Mullins Games  – Win, Mac, Linux)

Un gioco in cui si gioca ad un videogioco è cosa di per sé già vista (in Stanley Parable, per esempio, ma anche in esperimenti precedenti), ma Pony Island aggiunge il carico da novanta e ci butta in un arcade maledetto controllato direttamente da forze maligne (!): per staccarcene dovremmo sfruttare glitch che troveremo dentro mini-giochi action, pseudoRPG o puzzle. Esperienza breve ma intensa, uno dei migliori WTF dell’anno.

Il 2016 in breve (Aligi Comandini): Il 2016 è stato un anno abbastanza deludente per un videogiocatore di vecchia data, e le nostre scelte dei giochi migliori lo rispecchiano appieno: perlopiù istintive e in larga parte lontane dai successi commerciali. Inoltre, si è trattato di un anno di transizione, inteso non tanto dal punto di vista dello sviluppo (prosciugato da una siccità di idee e innovazioni come non se ne vedevano da eoni), quanto da quello del mercato. Visto che poi si parla di dodici mesi generalmente – inutile cercare eufemismi – di merda, anche l’industria videoludica ha pensato bene di seguire in modo obbediente l’andazzo, diventando uno specchio fin troppo cristallino di tutti i suoi aspetti peggiori: metà dei progetti più riusciti (!!!) sono arrivati nei negozi incompleti o quasi, martoriati da uno sviluppo affrettato e dalle deadline invalicabili dei contratti con i publisher. Dal canto suo, l’intero popolo del gaming si è sbracciato nella speranza di veder rinascere giochi che ormai erano praticamente dei vaporware, come The Last Guardian e Final Fantasy XV, sospinto da quel bel senso di nostalgia che prima ti accarezza le gote e poi ti prende a calci nel deretano – solo per doversi accontentare di giochi sì belli, ma fallati in più aspetti (e, ancora una volta, piagati da uno sviluppo che paradossalmente avrebbe richiesto più tempo di quello concesso).

Insomma: vista nel suo insieme, quella intrapresa non è una strada sensata da percorrere, tant’è vero che ha tagliato le gambe a titoli AAA che, seppur creativamente zoppicanti, quantomeno trascinavano il mercato con le loro vendite; stavolta, però, hanno mancato l’obiettivo (Call of Duty su tutti, ma anche Watch Dogs 2), portando con sé giochi invece meritevolissimi le cui vendite ora coprono a malapena i costi di sviluppo (Titanfall 2, Dishonored 2). La sfiducia complessiva da parte dell’utenza è tale da averle fatto spostare l’attenzione su prodotti massivi che non si spengono nel giro di un anno – che ormai le software house stanno cercando di applicare anche a generi fino ad ora esentati da tali manovre – il tutto nonostante un paradosso di fondo che vede il 2017 come un anno zeppo di uscite da tenere d’occhio nonostante la deriva dei blockbuster. Cosa accadrà, al solito, nessuno può prevederlo. L’industria però deve darsi una rapida svegliata, volontaria o forzata che sia.

20. Stardew Valley
(Gestionale – Concernedape  – Playstation 4, XBone, Win, Mac)

Lavorare su un concept completamente nuovo è ammirevole, ma è molto più facile recuperare una base molto amata e facilmente migliorabile se si vuole creare un titolo di un certo livello con due lire. Date quindi il benvenuto a Stardew Valley, un gioco che riprende l’indimenticato Harvest Moon, ne rielabora i sistemi e lo riempie di personaggi curiosi e segreti imprevedibili. E lo ha creato una persona sola.

19. Owlboy
(Metroidvania – D-Pad Studio  – Win)

Presentato nel 2007, Owlboy è un titolo record tra gli indie per la sua gestazione mostruosa, ma è anche uno dei pochi ad essere uscito da una tale epopea dello sviluppo senza problematiche di sorta. A una prima occhiata dà l’impressione di essere uno dei soliti indie tutto pixelart bellissima e zero originalità, e invece, sotto quegli splendenti quadratini digitali (ha davvero una art direction da “Studio Ghibli che si dedica ai videogiochi indipendenti”), nasconde un dungeon design coi fiocchi e personaggi caratterizzati in modo sensibile e arguto. Bello vedere che ogni tanto aspettare un decennio serve a qualcosa.

18. Final Fantasy XV
(Action-RPG – Square Enix – PlayStation 4, XBone)

Che un gioco atteso così a lungo finisca col deludere è inevitabile; che nonostante ciò sia comunque un titolo solido, pieno di buone idee (anche se molte rimaste incompiute) capaci di ridare lustro a un franchise dato per disperso da molti, lo è molto meno. Eppure il buon Hajime Tabata è riuscito a far proprio questo, a fronte di mille difficoltà e una gestazione da incubo, per cui un applauso (e una generosa glissata sull’ultimo, frettoloso quarto di gioco) è il minimo che si meriti.

[Ne abbiamo scritto più nel dettaglio QUI]

17. Redout
(Corsa – 34BigThings – Win)

Chiunque abbia più di 30 anni si ricorderà, se non di F-Zero, almeno di quando giocava a WipeOut 2097 con in sottofondo la strumentale di Firestarter: momenti gloriosi, che negli ultimi dieci anni inspiegabilmente nessuno ha più pensato di riproporre. Bene: i torinesi 34BigThings lo hanno fatto, e il risultato è il miglior gioco di corse futuristiche dal 1996 a oggi. Saggiamente, la Sony ha deciso di pubblicarlo su PS4 l’anno prossimo, ma nell’attesa chi può se lo goda su PC.

16. Hyper Light Drifter
(Action Adventure – Heart Machine – PlayStation 4, XBone, Win, Mac, Linux)

Il mondo aveva bisogno di un’altra rilettura di Zelda? Risposta banale (e un po’ democristiana): se è fatta bene, sì, e HLD lo è nella misura in cui riprende la formula del capolavoro Nintendo, attualizzandola da un lato (per esempio non fornendo alcuna indicazione sul mondo di gioco e, più in generale, sul da farsi) e facendo delle aggiunte “in proprio” che la svecchiano (il combattimento frenetico basato sulle schivate). Al tutto manca solo un po’ di pulizia per svettare, ma da un indie è tutto sommato perdonabile. Promosso.

15. Deus Ex: Mankind Divided
(Action-RPG – Eidos Montréal – PlayStation 4, XBone, Win, Mac, Linux)

Human Revolution, il predecessore di Mankind Divided, è stato uno dei reboot più riusciti degli ultimi anni,  e con il sequel, Eidos Montréal ha ulteriormente rifinito l’eccellente gameplay della saga. Purtroppo, nel frattempo gli sviluppatori si sono scordati di fornire una direzione artistica d’impatto (Praga sembra un paesone dell’alta Brianza – aridatece il piss filter!), un background sociale solido (apprezziamo per principio l’antixenofobia, ma non sarebbe male vederne una manifestazione meno insensata) e, soprattutto, una trama solida capace di concludersi senza un’improvvisa interruzione platealmente imposta dal marketing per giustificare il sequel. Peccato, Mankind Divided: potevi stare nella top 10, ma te la sei giocata proprio male.

[Ne abbiamo scritto più nel dettaglio QUI]

14. Total War Warhammer
(Strategico – Creative Assembly/SEGA  – Win)

La serie Total War aveva bisogno di una seria svecchiata dopo il non brillantissimo Rome II e il complesso ma poco esaltante Attila (con quest’ultimo che alla fin fine era una grossa espansione). A salvare la baracca ci ha pensato la licenza di Warhammer Fantasy, data per morta da Games Workshop nel crudele campo di battaglia dei giochi strategici da tavolo, e rinata con più energie che mai nel sempre più minuto mondo degli RTS su PC. Un matrimonio tra “strategia vecchio stile” e “fantasy metallaro” davvero riuscito.

13. Pokémon Sole e Luna
(RPG – Game Freak/Nintendo  – 3DS)

A una prima occhiata potrà sembrare “il solito Pokémon” e, parliamoci chiaro, le meccaniche dei combattimenti sono più o meno sempre le stesse. Pokémon Sole e Luna è però una mezza rivoluzione per la serie, pensata chiaramente per evolversi verso altri lidi.

[Ne abbiamo scritto più nel dettaglio QUI]

12. Titanfall 2
(FPS – Respawn/EA – PlayStation 4, XBone, Win)

Giocare a Call of Duty dopo aver provato Titanfall 2 è un po’ come salire su una Panda dopo aver gareggiato a bordo di una Ferrari Italia. Gli Infinity Ward davvero bravi si sono spostati quasi tutti da Respawn, questa è una certezza, e lo sparatutto pubblicato da EA è indubbiamente tra i più curati e goduriosi del 2016. Solo che l’hanno infilato tra Battlefield e il bestione di Activision, e ora arranca per vendere qualche copia. Che mestizia.

11. Shadow Tactics: Blades of the Shogun
(Strategico – Mimimi Productions/Daedalic – Win)

Parliamoci chiaro: questo è Commandos coi ninja. E se non vi ricordate Commandos: Behind Enemy Lines significa che vi siete persi uno dei migliori strategici di fine anni ’90, ragion per cui avete un ottimo motivo per recuperare questa chicca. Anche perché i rimandi sono ovvi, le strategie base simili e persino stilisticamente Shadow Tactics rimanda al suo “antenato”; eppure, con molti più personaggi, manovre e tattiche avanzate a disposizione, è impossibile non valutare questo gioco come una secca evoluzione di quel franchise. Non è nemmeno la nostalgia ad avercelo fatto piazzare in lista: il gioco rappresenta una nicchia degli strategici che sta rinascendo tra Kickstarter e piccoli publisher, in modo simile al ritorno in grande spolvero degli RPG vecchio stile osservata con Divinity: Original Sin e Pillars of Eternity. Un fenomeno abbastanza significativo da meritare un rappresentante.

Il 2016 in breve (Costanzo Colombo Reiser): Senza girarci attorno: che cagata di anno. Per carità: Dark Souls III mi è piaciuto da morire in quanto rappresenta la perfezione della mia serie più amata di sempre; The Last Guardian è uno dei pochi titoli AAA con delle idee, e That Dragon, Cancer ha segnato un importante precedente nell’uso dei videogiochi come forma di espressione biografica ad alto tasso di empatia. Ciò detto, dell’ultimo Deus Ex non ricordo manco il sottotitolo visto che pare un’espansione così-così di Human Revolution; Uncharted 4 è arrivato, prevedibilmente perfettino nella grafica e con il gameplay identico al 2009, e subito ha tolto il disturbo senza lasciare traccia del suo passaggio; un po’ come Watch Dogs 2, che, assieme a Mafia III, ha palesato l’obsolescenza di un genere – l’open world à la GTA – che necessita di una svecchiata quanto prima; infine, su No Man’s Sky è meglio tacere, anche se in un qualche modo perverso mi è piaciucchiato (c’entrano più l’estetica da Urania e la fantastica colonna sonora che il gameplay, sia chiaro).

È triste quando arrivo a fine dicembre rimpiangendo di non amare gli FPS multiplayer e accorgendomi di aver giocato più al survival mode di Fallout 4 o a Divinity: Original Sin che al 90% della roba uscita nei mesi precedenti, ma pazienza e vaffanculo. Al netto di XCOM 2 e Hitman, che ancora devo provare, si chiudono così 365 giorni che hanno sottolineato quanto i videogiochi siano in larga parte una fabbrica digitale in cui dei bravissimi operai perdono mesi della loro vita a perfezionare piattaforme di sviluppo – o interi set di meccaniche – nell’attesa che si faccia vivo un game director capace di sfruttarle in maniera più creativa e meno utilitaristica di quanto visto fino a quel punto. In sé nulla di male, per carità: è che l’assenza di una visione (sapete: idee nuove, modi originali di comunicarne di vecchie eccetera) comincia a farsi sentire.

10. Thumper
(Rhythm Violence – Drool – Win, PlayStation 4, PSVR)

I due ex-Harmonix (la casa software creatrice di Guitar Hero e Rockband) di Drool hanno lanciato il genere rhythm game a una velocità smodata che manco i racer futuristici più estremi, dotandolo di una violenza metallica che aggredisce fisicamente il giocatore con un assalto audiovisivo di rara potenza. Il risultato è Thumper, il primo “rhythm violence game” della storia: un turbobacherozzo cromato in accelerazione continua su una pista astratta sospesa nel vuoto, in cui siamo tenuti solamente a premere al momento giusto i tasti per pestare a terra, dare bordate su guard-rail ed evitare di schiantarci. In Thumper non avremo una melodia da seguire, bensì scansioni tribal-industriali da sfidare con lo scopo ultimo di uccidere Crackhed: mostruoso testone inumano posto a ogni fine livello. La prima creatura dei Drool è più di un semplice rhythm game rivisitato: è invece un arcade autosufficiente, che si smarca da ogni citazione nostalgica (difetto che accomuna il 99% degli arcade indie) e guarda solamente alla velocità e pulizia d’esecuzione, all’adrenalina, alla psichedelia più pericolosa, restituendo al giocatore un’esperienza unica, senza per questo disdegnare il tipico fomento dell’high score più rigoroso di matrice giappo. È già un classico.

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9. Doom
(FPS – id Software/Bethesda – PlayStation 4, XBone, Win)

Chi scrive si è allontanato dal mondo degli FPS nel momento in cui le campagne single player sono diventate il denominatore comune più basso dei videogiochi e dell’intelligenza in toto: corri lungo un corridoio, spara, accovacciati per qualche secondo per far rigenerare la salute, torna a correre e finisci il livello assistendo a un filmato esteticamente spettacolare che confligge apertamente con la banalità di ciò che hai fatto. Ecco perché il reboot di Doom è stato un piacevole ritorno a un level design nettamente meno imbecille della media, a una maggiore velocità di gioco, a una sofisticata ignoranza machista così marcata da risultare irresistibile e, soprattutto, a una difficoltà finalmente tarata sugli standard dei normodotati. Certo, la pedissequa riproposizione nel 2016 di un’estetica che poteva essere considerata trasgressiva nel 1993 solo da un dodicenne (pentagrammi! Demoni! Riff metal! SO EDGY!) lascia il tempo che trova, ma chissenefrega: ciò che conta è che si tratta di una intelligente rilettura delle meccaniche di un genere che, assieme al successo di Overwatch, forse segna il decesso del paradigma del (futuristic) military shooter. Era ora.

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8. The Witness
(Puzzle – Thekla – PlayStation 4, XBone, Win, Mac)

Il dibattito sul “fattore troll” di The Witness – dovuto alla presenza di messaggi audiovisivi (da Feynman ai salmi biblici) sparsi per il mondo di gioco con il rigore intellettuale della Smemoranda – ha spostato l’attenzione più sulla pretenziosità del suo autore, Jonathan Blow, che sul gioco stesso. Ed è un peccato, perché il design dell’isola, nonché quello degli enigmi, è (al 90%) esemplare sia dal punto di vista ludico che della logica pura che, pur non essendo in sé nuova, lo è di sicuro per chi non è un lettore assiduo di Logic Art o riviste simili (che, senza offesa, non rappresentano esattamente un fenomeno editoriale o di costume). È meglio di – che so – The Talos Principle? Probabilmente no, ma ciò non toglie nulla ai suoi meriti.

[Ne abbiamo scritto più nel dettaglio QUI]

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7. Superhot
(Shooter – Superhot Team– XBone, Win, Mac)

Guarda un po’, uno shooter originale che non prevede l’utilizzo di ominidi-seppia e vernici varie. Superhot però non è uno sparatutto in senso “classico”, e la sua unicità deriva da una natura ibrida quasi più vicina ai puzzle game che agli FPS a cui ci siamo abituati. Dura il tempo di uno sputo, è tecnicamente quanto di più minimal ci sia in circolazione e – orrore! – nasce da un browser game, eppure l’idea di fondo su cui si basa è una genialata improbabile nella sua semplicità: il tempo avanza solo quando ci si muove. In pratica, ogni livello (specialmente quelli avanzati) si trasforma in una spettacolare coreografia tra il gun kata di Equilibrium e i film hardboiled, a patto di avere uno spirito d’osservazione sufficiente. Insomma: dateglieli sti soldi, saranno due ore (anche di più, se non ignorate le sfide) tra le migliori della vostra vita di videogiocatore.

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6. The Last Guardian
(Action Adventure – genDESIGN/Sony – PlayStation 4)

L’equivalente videoludico di Chinese Democracy e Detox è uscito da pochi giorni e, per quanto i segni di un travagliato sviluppo decennale gli impediscano di soddisfare appieno le aspettative, è un degno erede di Ico e Shadow of the Colossus. Inoltre, in mezzo a formule di design tanto diffuse quanto reiterate come gli open world, gli FPS eccetera, fa piacere giocare a un AAA che si distacca dai soliti dettami, anche se, va ribadito, spesso si ha l’impressione di giocare a qualcosa di concettualmente vecchio. E non tanto nell’IA dell’animale che ci accompagnerà o nell’idea di base, quanto nelle sua applicazioni pratiche: dal sistema di controllo appena accettabile a un level design magnifico sotto il punto di vista artistico, ma estremamente datato sotto quello strutturale (corridoio-puzzle-arena-corridoio e così via). Imperfetto? Senz’altro. Memorabile? Sì, e di questi tempi non è poco.

[Abbiamo scritto del suo creatore QUI]

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5. Overwatch
(Shooter – Blizzard – PlayStation 4, XBone, Win)

Se abbiamo deciso di inserire Overwatch in questo listone non è certo per la sua qualità inarrivabile. Per carità: lo sparatutto di Blizzard è un gioco eccellente – specie se si considera la sua natura di “primo esperimento” sul genere per la leggendaria casa statunitense – ma la sua importanza risiede altrove. Si è infatti rivelato un buco nero per gli shooter moderni, il cui impatto potrebbe per certi versi essere paragonato a quello che i DotA-like hanno avuto sugli strategici classici. Nel giro di una manciata di mesi questo gioco ha conquistato una community mostruosa e in continua espansione, al punto da aver raschiato numeri importanti da marchi che avevano fino ad oggi dominato il competitivo online degli sparatutto. Overwatch non è certo l’unica causa del loro calo, eppure è senza dubbio il gioco simbolo di un’inversione di tendenza che sta lentamente trasformando il gaming come lo conosciamo. Una roba così non si può lasciar fuori dalla top 5.

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4. Dishonored 2
(Action Adventure – Arkane Studios/Bethesda – PlayStation 4, XBone, Win)

Lasciamo perdere per un attimo la solita versione PC ottimizzata coi piedi (ma anche no: nel 2016 è inaccettabile che un gioco giri peggio su una macchina da più di 1000€ che su scatolette da 300), e cerchiamo di concentrarci su ciò che Dishonored è nel profondo: un gran bel more of the same. Preso atto che in quest’ultimo paio di annate l’originalità si scorge a malapena col binocolo, se nel mare di titoli AAA esce un gioiellino di questo livello abbiamo comunque il diritto/dovere di battere le mani. D’altronde, il primo Dishonored è ancora oggi un piccolo capolavoro di gameplay e level design, e questo seguito a tratti riesce pure a superarlo, con mappe ancor più elaborate, un sistema del caos leggermente (e lo sottolineiamo: solo leggermente) più furbo e un personaggio aggiuntivo che permette di sbizzarrirsi in ogni genere di manovra mistico-assassina. Un gioco di gran classe, che purtroppo ha risentito del crollo di vendite del periodo pre-natalizio.

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3. That Dragon, Cancer
(Esperienziale (?) – Numinous Games – Win, Mac, iOS)

L’elaborazione del lutto può passare attraverso molte forme d’espressione, ma tra tutte quella videoludica è la più rischiosa: come bilanciare i propri sentimenti con la corretta trasmissione della memoria del figlio a un utente che probabilmente vuole essere più che un semplice spettatore? Non saprei teorizzare la risposta, ma non ce n’è bisogno: i coniugi Green l’hanno fornita mediante un titolo formalmente esemplare, intelligente e sensibile.

[Ne abbiamo scritto più nel dettaglio QUI]

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2. XCOM 2
(Strategico a turni – Firaxis – PlayStation 4, XBone, Win)

Togliamoci subito il dente: pur essendo un gioco nato su PC, XCOM 2 è ottimizzato malissimo. Superati i problemi tecnici dell’opera di Firaxis, però, si scopre uno strategico capace di riportarci indietro nel tempo; più precisamente, a quell’era in cui si pianificavano intricatissime strategie per completare una missione, salvo poi fallire miseramente l’ultimo, fondamentale colpo, che pure aveva l’87% di probabilità di riuscita. Da lì, bestemmie a profusione, posto assicurato nel regno dei cieli e ripartenza da quasi zero, consci che in fondo dobbiamo migliorare, poiché se tutta la nostra strategia si fondava sulla riuscita di un solo colpo abbiamo sbagliato qualcosa. Simili sensazioni sono quasi del tutto assenti nel gaming odierno, e, assieme a esse, abbiamo perso per strada anche gran parte degli strategici duri e puri di questo tipo: motivi, questi, più che sufficienti per ritenere XCOM 2 un gioco fondamentale nel 2016, anche coi problemi tecnici che lo affliggono e la sua natura di sequel a tarpargli le ali. D’altronde supera il predecessore in tutto e per tutto, elevandolo a vette che a tratti scardinano persino gli elementi migliori dei primissimi capitoli della saga.

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1. Dark Souls 3
(Action-RPG – FromSoftware/Namco Bandai – PlayStation 4, XBone, Win)

L’ultima opera di Hidetaka Miyazaki riassume perfettamente il 2016: tra tutti i Souls è quello meno coraggioso, ma, forse proprio per questo, è quello che rappresenta al meglio lo stadio finale dell’evoluzione del designer di Shizuoka. Dell’ultima opera FromSoft c’è molto da elogiare: la varietà delle ambientazioni, i possibili stili di gioco (da cui deriva una rigiocabilità virtualmente infinita), la precisione nei comandi, un gran numero di boss – molti dei quali studiati magnificamente – e, soprattutto, il caratteristico multiplayer della serie, finalmente dotato di un codice sufficientemente stabile da essere apprezzato anche ai ping più bassi. Veri difetti non ne abbiamo trovati: il che è senz’altro un pregio, ma anche un segno che, rispetto al sottovalutato Bloodborne (che, al netto dei difetti, presentava un design architettonico dei livelli più complesso e una direzione artistica senz’altro più originale) la vena creativa si è esaurita, qualcosa che lo stesso Miyazaki ha implicitamente ammesso dichiarando che questo è stato l’ultimo episodio della saga.

[Ne abbiamo scritto più nel dettaglio QUI]

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Il 2016 in breve (Marco Caizzi): io non ho assolutamente idea di cosa possa essere stato il gaming nel 2016, nel senso de “lo Zeitgeist del 2k16”, semplicemente perché ogni anno che passa per me vuol dire un accumulo di scelte sempre maggiori provenienti da anni precedenti, con il risultato che dell’anno in corso mi gioco poca roba selezionatissima “grande/lunga”. È perciò difficile che mi giochi “la delusione del 2016”, quando per me questo è stato l’anno dell’abbondanza, un anno di raccolto felice specialmente in campo indie, dove se uno vuole trova sperimentazione veramente notevole. Ma è stato anche un anno in cui ho riscoperto il piacere di guidare nei videogiochi (non toccavo un racer seriamente da Trackmania 2) grazie a due bombe come Forza Horizon 3 (per l’arcade) Redout (per IL Wipeout, per giunta è italiano!) e Dirt Rally (per la simulazione – ok, tecnicamente è uscito il 20 dicembre 2015, ma non stiamo a sindacare). Un anno in cui quasi tutti i tripla A che ho toccato erano in realtà dell’anno scorso, con un solo cruccio: non aver potuto giocare (per mancanza di tempo prima di tutto) a Dishonored 2, CIV VI e X-Com 2. Ma notate? Sono tutti seguiti. Quindi forse se mi fossi tuffato a giocare tutti i tripla A del 2016 ne sarei uscito con le stesse identiche conclusioni di Reiser e del Pregianza. L’unico che mi attraeva e non era un seguito era No Man’s Sky (ok non è tripla A, il prezzo e l’hype erano quelli), che purtroppo si è rivelato un mezzo fallimento.

E allora sono felice di aver esplorato i meandri assurdi (e dispersivi) di un sito come Itch.io, che mi piace vedere come una specie di “Bandcamp” per i videogiochi. E anche nell’indie gaming che raggiunge Steam, o i vari store digitali di Sony e Microsoft, sono stato soddisfatto dal lato più “diverso”. Per ogni arcade/neonwave/rétro game che a 34 anni, salvo rari casi, ormai mi smorba, c’è stato un Superhot; per ogni malinconia “ah i tempi passati coi JRPG sullo SNES quando avevo 8 anni nel Kentucky anche se ne avevo 16 a Garbatella” c’è stato un Oxenfree: non è un risultato da poco in un mercato come quello indie, in cui ormai se non si è scafati e/o avvertiti beccarsi la schifezzella finto-arty o la copia della copia è facilissimo. E poi, non dimentichiamolo, è stato l’anno in cui è uscito un videogioco sviluppato dal bassista dei Lightning Bolt: per me, vedere convogliati più di 10 anni di Fort Thunder (tra punk skranno, turbo noise, fumetti e animazioni malate) dentro un videogioco perfetto, glorioso, imponente, per niente passatista, eppure dritto come una spada come soltanto i migliori arcade, è stata la più grande soddisfazione degli ultimi anni. Ecco: il mio 2016 nel gaming è stato THUMPER. È stato il sogno finalmente realizzato di “bellissimo questo disco/questo film/questo tipo di creatività: immagina se potessero fare un videogioco con le stesse intenzioni”. Ormai si può fare, siamo nel 2016 e si può fare in tranquillità e in due.

Redazione Prismo
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