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A vent’anni da The Infamous dei Mobb Deep, una conversazione a due sul capolavoro assoluto del rap hardcore di New York.

Il 25 aprile 1995 usciva negli Stati Uniti The Infamous, opera seconda di un duo rap composto dal rapper Prodigy e dal rapper e produttore Havoc. Il disco, 16 tracce in totale, ospitava poi interventi di Nas, Q-Tip, Big Noyd, Ghostface Killah e Raekwon. All’epoca Prodigy (all’anagrafe Albert Johnson) e Havoc (Kejuan Mushita) avevano poco più di vent’anni. Amici fin dall’adolescenza erano cresciuti a Queensbridge – il più grande complesso di case popolari degli Stati Uniti, nel cuore di Queens il primo distretto di New York City per estensione – e avevano iniziato a fare musica insieme alla fine degli anni ’80, pubblicando nel 1993 un primo album ancora piuttosto acerbo, intitolato Juvenile Hell.

L’uscita di The Infamous fu preceduta dal singolo “Shook Ones (Part II)”, che è molto prossima a essere la canzone che ho più ascoltato in vita mia. Di sicuro posso dire che, a cominciare da «I got you stuck off the realness, we be the infamous», il celebre attacco della strofa di Prodigy, conosco a memoria ogni verso da cima a fondo (e talora mi capita di canticchiarli anche, creando un certo imbarazzo in chi mi sta intorno). A volte mi domando cosa dica di me il fatto che una canzone così aggressiva, con un rappato tanto minaccioso e sfrontato su una base insieme apocalittica e tristissima, sia una delle mie canzoni preferite. Non lo so. Quello che conosco, invece, è l’espressione che hanno fatto le fidanzate con cui ho provato a condividerla, quando gliel’ho presentata come “la mia canzone preferita”. Un’espressione che non diceva niente di buono. A metà tra «cosa c’è di tanto speciale?» e «voglio davvero continuare a frequentare questa persona?».

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Il video di Shook Onest (Part II), non esattamente un pezzo romantico.

Diciamo che in Italia – e specialmente in un certo milieu e periodo storico ante-Internet – “Shook Ones (Part II)”, The Infamous, i Mobb Deep e tutto un certo approccio al rap a cui queste cose sono riconducibili, sono state, e in parte ancora sono, accompagnate da una vasta incomprensione se non da un certo stigma. Un po’ come per il punk più arrabbiato, nella terra di Sanremo, del cantautorato e della Canzone con la maiuscola, l’ascolto di roba simile viene guardato con una diffidenza palpabile. Quasi fosse un sintomo di qualche profonda turba psicologica.

Sarebbe interessante sapere quanto simili pregiudizi (che, ovviamente, non si applicano alla sola musica) abbiano inciso sulla nostrana comprensione dell’estetica contemporanea, ma sarebbe di sicuro troppo complesso e forse impossibile. In questa circostanza ci limiteremo a dare l’accettazione e la comprensione di questi fenomeni come acquisita, limitandoci a parlare di quello che The Infamous rappresenta nell’evoluzione della musica rap e, ancora più nello specifico, in quella di quel sotto-insieme di sonorità della musica rap che è il suono QB, ovvero quello del Queensbridge degli anni ’90. Un sound che, nel bene come nel male, ha influenzato molto le vicende successive del rap e di tutto quello che dal rap è stato ispirato.

A questo proposito ho pensato di conversare di The Infamous con Costanzo Colombo Reiser. Costanzo non è solo uno dei collaboratori fissi di PRISMO e uno dei miei migliori amici da quasi quindici anni. È anche una delle poche persone la cui passione e conoscenza di The Infamous e dei primi Mobb Deep è persino superiore alla mia.

Quindi eccoci qui a parlare di un disco uscito vent’anni fa, di quello che in gergo si definisce “un classico”. Un classico che però, nonostante il totale sdoganamento del rap dell’ultimo decennio, e complice il fatto che i Mobb Deep non sono più riusciti a ripetersi (il successivo Hell on Earth è eccellente ma non è straordinario), non gode della stessa considerazione e popolarità di altri dischi a lui contemporanei (Illmatic e Reasonable Doubt sono gli esempi più ovvi) ed è, o almeno mi pare, non troppo conosciuto dalle nuove generazioni anche oltre oceano.

Tu Costanzo cosa ne pensi? È davvero così o è solo una mia impressione e invece The Infamous gode ancora oggi del riconoscimento che merita? E soprattutto, secondo te, da quali circostanze musicali e sociali è piovuto un disco del genere che, di fatto, sì pescava da cose pre-esistenti – da Kool G Rap a Nas passando per il Wu-Tang Clan – ma presentava delle caratteristiche proprie assolutamente peculiari?

La storica copertina di The Infamous...

Costanzo Colombo Reiser  Innanzitutto il contesto: nel ’95 eravamo – noialtri ascoltatori di rap – dei bambini viziati a cui venivano serviti almeno due classici all’anno. Vado a memoria e mi limito a quelli incontestabili: nel ’92 Chronic e Mecca and the Soul Brother; nel ’93 Doggystyle e 36 Chambers; nel ’94 Ready To Die e Illmatic. Per cui, nel subconscio collettivo, quando è uscito The Infamous la reazione è stata «Ah, un altro classico? Mettilo lì di fianco agli altri, grazie». Paragonato ad album successivi di altri artisti, anch’essi classici ma pubblicati in periodi meno gravidi di bombe (un esempio: Blueprint di Jay-Z), oggi The Infamous sconta l’handicap di un’eco mediatica inesistente e si affida alla sola memoria di chi all’epoca c’era e l’aveva sentito per quello che era in quel specifico periodo. Che fosse qualcosa di speciale, però, lo si capiva già allora: a parte il successo di vendite – ha piazzato 500.000 copie in tre o quattro mesi, mi pare – bastava ascoltarlo e rendersi conto che, pur nell’andazzo generale dell’hardcore, The Infamous era diverso.

Aneddoto: ricordo che lo scoprii molto in ritardo e solo grazie a una cassetta che aveva fatto un mio amico (più ricco di me e sempre aggiornato sui dischi in uscita) su cui aveva messo tutti i pezzi del Fat Tape della Source validi per il ’95. Apri il link e vedi che ci sono robette da nulla come Supa Star, Can’t Wait, Brooklyn Zoo – vabbè, ci siamo capiti. Hardcore, insomma. Ecco, pure in mezzo a quelle perle, Shook Ones spiccava per originalità del suono e cupezza generale. Allora non ero il mostro dell’inglese che sono oggi (LOL), ma quello che riuscivo a capire del testo era sufficiente per farmi intuire che questi Mobb Deep “facevanobbrutto”. Morale della favola: metto da parte i soldi e mi compro l’album, che in tempo zero viene passato su cassetta. Credo di aver passato tutto l’inverno ad ascoltare solo quello, in un loop ossessivo che rispecchiava quelli di Havoc. Del resto, è il disco perfetto per quella stagione e per la città, col buio che cala presto, la condensa del respiro che ti lasci alle spalle, lo sferragliare della metro, cose così. In più, la mia immaginazione da ragazzino ci metteva poco a sovrapporre il dipinto di New York tratteggiato da Havoc e Prodigy a quello di Milano. È una cosa che oggi mi fa sorridere e vergognare al contempo, ma quando andavo al Sempione a comprare il fumo, e nelle cuffie avevo Give Up The Goods, per un attimo mi sembrava di essere dentro al pezzo. Oppure quando uscivo da una qualche fermata della metropolitana mai vista prima – Vimodrone, toh – per andare a una jam, dove puntualmente volava qualche ceffone tra writer, ecco, lì magari ascoltavo Trife Life e – scemo che ero – pensavo «Cazzo! Come nella canzone in cui i Mobb vanno a Brooklyn, figata!».

Aneddotica e pensieri cretini a parte, magari adesso ti do una possibile risposta sul perché The Infamous oggi viene ricordato poco se non tra appassionati. È che si tratta di un’opera troppo dura da poter mandar giù, se non hai il palato allenato. Restando sulla metafora gastronomica, lo sdoganamento del rap ha toccato solo i piatti più raffinati o delicati, mentre questa roba è tabasco mescolato a senape, rafano, chili e un buon mezzo litro di birra e cognac. Il suono forgiato da Havoc (aiutato in quello parecchio da Q-Tip, va detto) abbandona il classico pastone da hardcore newyorchese anni ’90 – basso ciccione che avvolge le batterie, campioni mediamente melodici e puliti rispetto all’originale – e passa a casse e rullanti secchi, violenti, in mezzo a sample brevissimi ripetuti ossessivamente e filtrati fino a renderli quasi irriconoscibili. Se togli due, massimo tre canzoni, il resto dell’album è una manata che può essere assimilata solo da chi di rap ne mastica parecchio, insomma. E pure i testi sono così estremi che non è possibile “giustificarli” a chi non conosce in un qualche modo l’estetica di un certo tipo di rap: Havoc e Prodigy hanno scritto liriche che sono la summa dell’asocialità, e hai voglia a illustrare la bellezza dell’immagine data da versi come «Stab your brains with your nosebone» o «I open my eyes to the streets where I was raised as a man/ And learned to use my hand for protection in scuffles/ Throw all my blows in doubles/ I’m comin from Queens motherfucker carryin’ guns in couples». Non è l’edutainment di KRS One, la presabbene ghettusa di Snoop, il rap militante di Chuck D, e nemmeno la poesia di strada di Nas: è un tuffo nella violenza pura e semplice, una specie di Cannibal Holocaust rimato da Dio sui 4/4.

E per quanto il rap sia ascoltato dal mainstream da almeno quindici anni – cosa di cui personalmente avrei fatto anche a meno, aggiungo – è impensabile che uno abituato a sentire solo roba moderna (magari degnissima, eh), e a dir tanto arriva a Nas, possa realmente comprendere e sentire la bellezza di The Infamous. Dovrebbe capire un sound e un’estetica che fotografano una realtà molto specifica in una maniera unica e, per quanto questa si possa studiare, le sfumature si perdono; ma questo vale anche per me e per te, che comunque abbiamo “vissuto” quell’album e quel periodo a millemila chilometri di distanza, non solo geografica ma pure sociale; in questo senso si dovrebbe trovare un tizio che nei primi anni ’90 ha vissuto nel Queensbridge. Magari Ron Artest, che stava in balotta con i Mobb Deep e che adesso gioca a Cantù (scherzo).

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Il video di Survival of the Fittest, secondo singolo estratto da The Infamous...

Cesare Alemanni  A proposito di classici del ’93, mi pare tu stia dimenticando (ma forse è un’assenza voluta, conoscendo i tuoi gusti) Midnight Marauders di A Tribe Called Quest. Attenzione che arriva la Zulu Nation a farti il mazzo. Scherzi a parte, scorrendo le tracce del tape che segnali c’è da uscire di testa per il livello dell’epoca (non a caso la chiamano Golden Age) e da rattristarsi un po’ paragonandolo alla situazione attuale.

Mi piace la tua teoria secondo cui The Infamous pagherebbe lo scotto di essere uscito all’ombra di almeno tre delle sequoie che, in tre anni consecutivi, hanno ridefinito l’hip-hop degli anni ’90 (The Chronic, 36 Chambers e Illmatic). Devo però confessarti che non ne sono del tutto convinto. A mio parere la responsabilità del relativo oblio in cui è caduto l’album (Shook Ones a parte, che i suoi bei 14 milioni di ascolti su Spotify ancora oggi li fa) ricade in gran parte sulle spalle degli stessi Mobb Deep. I quali, ammettiamolo, hanno gestito il seguito della loro carriera peggio di come Moratti ha gestito il dopo-Mourinho. Che ci vuole un certo impegno per passare, nel giro di cinque anni e quattro dischi, da un album praticamente perfetto quale The Infamous a un’infamia di nome e di fatto come Infamy. Mi duole ammetterlo ma quando, già in Takeover (2001), Jay-Z li ridicolizzava con quel «I got money stacks bigger than you», purtroppo diceva il vero. E un giorno vorrei provare a calcolare quante carriere sono state rovinate, oltre che dagli stravizi, dal voler inseguire a tutti i costi la “new shit” del momento, invece di continuare a fare al meglio quello che ti è riuscito bene una volta. Un’attitudine che, peraltro, viene presa così tanto alla lettera quasi solo nel rap e nella black music in generale.

Quello che dici riguardo al potere d’immedesimazione del disco è verissimo. Non mi vengono in mente altri dischi rap con un’atmosfera altrettanto coesa, pervadente e oppressiva da cima a fondo. In grado, anche senza comprenderne i testi (a differenza del tuo, il mio inglese adolescenziale era terribile), di scatenare un meccanismo mimetico così forte, di fare di un paesaggio un’emozione e viceversa.

Questo, va da sé, è merito soprattutto delle produzioni di Havoc (a proposito, non so se lo sapevi, ma dopo una caccia durata sedici anni, nel 2011 il Nostro ha svelato in un’intervista il campione di Shook Ones: viene dal pezzo di Herbie Hancock che trovi qui sotto – bravo tu se riesci a capire come lo ha lavorato). Il quale, come giustamente fai notare, nel disco operò scelte in controtendenza al sound dell’epoca (anche se poi non così in controtendenza, visto che comunque la rivoluzione del Wu-Tang era già avvenuta). Privilegiando una sezione ritmica secca e loop melodici claustrofobici pescati soprattutto dal jazz crepuscolare, Havoc riuscì a conferire al disco una confezione sonora allo stesso tempo inedita e compatta. Un sound che lo faceva orbitare in una galassia a sé rispetto al rap che girava in quegli anni. Come ha scritto un anno fa Jayson Greene su Pitchfork, nella sua davvero eccellente recensione della ristampa del disco (uno dei rari 10 nella storia del storia del sito): «Con The Infamous, i Mobb Deep inventarono una sensazione che era più importante di ogni singola parola, coro o rima. L’intera New York stava adottando produzioni ruvide all’epoca ma Havoc si spinse persino oltre i campioni lo-fi di Rza, in direzione di un’astrazione quasi totale».

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Jessica di Herbie Hancock, il pezzo da cui proviene il campione melodico di Shook Ones (Part II).

Credo sia interessante fare un confronto con due dischi east-coast dello stesso periodo. Due dischi per molti versi più rilevanti di quello di cui stiamo parlando: Illmatic e Ready to Die. Per quanto eccezionali, il fatto che si avvalgano entrambi di più di un produttore fa sì che manchi quell’univocità di atmosfere di cui parlavamo. E qui vorrei aprire una parentesi su come, a mio parere e salvo alcune eccezioni eclatanti, i dischi “mono-prodotti” siano tendenzialmente migliori di quelli “poli-prodotti”. Pensa a tutta la carriera dei Gangstarr, a Cold Vein, alle collaborazioni di Madlib, o a come, in tempi recentissimi, l’incontro con El-P abbia svoltato la carriera a Killer Mike.

Parlando dei testi, mi fa “piacere” che tu abbia scritto che «sono così estremi che non è possibile “giustificarli”». Mi fa “piacere” perché alla loro violenza e alla loro “ingiustificabilità”, ho dedicato parecchie riflessioni e interrogativi. Perché i testi di The Infamous, all’epoca in cui uscirono, erano effettivamente “oltre” ogni cosa sentita in precedenza. Perché ok, anche le “storiacce” criminali di Kool G Rap non scherzavano, anche gli N.W.A. o i Geto Boys ci erano andati giù pesanti, anche in un pezzo come C.R.E.A.M. (giusto per citarne uno tra i mille) l’atmosfera era tesa; ma in questo disco, e specialmente nelle strofe di Prodigy, si aggira una rabbia e una “hopelesness” costante e, appunto, senza precedenti. E non dimentichiamo che a “parlare” sono due ragazzi di 19/20 anni.

È davvero come dice Nas nella sua strofa da ospite in Eye for an Eye «New York metropolis, the (Queens)Bridge brings apocalypse/ Shoot at the clouds, feels like the Holy Beast is watching us». In The Infamous si respira un’aria di nichilismo e apocalisse, un pessimismo da fine dei tempi privo di filtri e mediazioni. A tal proposito, vado a pescare di nuovo dalla recensione di Pitchfork: «C’è una distinta aria di fatalismo, di “tutto questo è già successo e continuerà ad accaderere” […] Il disco segnò anche il momento in cui il gangsta-rap passò dagli scazzi di quartiere e dalle vendette specifiche a una forma di guerra totale, interminabile e impersonale. […] I Mobb Deep non ce l’avevano con nessuno nello specifico. Semplicemente ce l’avevano con “il nemico”». E di fronte a questo mi sono sempre domandato: da dove veniva tutta questa rabbia cieca e accecata? Perché questa guerra totale è stata dichiarata proprio in questo disco e non prima o dopo?

In The Infamous si respira un'aria di nichilismo e apocalisse, un pessimismo da fine dei tempi privo di filtri e mediazioni.

Le risposte possono essere molteplici. In parte il tutto si può spiegare col fatto che l’infanzia di Prodigy in particolare, come racconta in questa intervista e nella sua autobiografia (l’unico libro che conosca in cui, pur di pubblicare in quarta di copertina blurb di persone più famose dell’autore, sono state inclusi anche quelli negativi), non è stata proprio delle più felici. Ma forse le ragioni potrebbero essere molto più triviali di così, o viceversa molto più profonde.

Tra le prime ipotizzo questa: che un certo andazzo del gangsta-rap dell’epoca abbia spinto i Mobb Deep a volersi/doversi spingere ancora più in là, a estremizzare il loro linguaggio per emergere, a fictionalizzare se stessi e la situazione in cui vivevano esasperandone il lato emotivo. Che insomma l’intera questione si possa in gran parte ricondurre a del semplice marketing musicale.

Tra le seconde: che il Queensbridge dei primi anni ’90 fosse giunto a un tale livello di saturazione della violenza che i Mobb Deep davvero non facevano altro che raccontare quello che vedevano. A cui va aggiunto il fatto che vivere in un project, essere di colore e avere vent’anni nel ’95, significava fare parte della prima generazione di giovani adulti ad aver vissuto sulla pelle della propria infanzia e adolescenza l’epidemia del crack di metà anni ’80; trovandosene al contempo abbastanza “fuori” da avere piena consapevolezza dell’accaduto ma ancora troppo “dentro” per riuscire a distinguerne i mandanti, in primis politici. Il che, peraltro, spiegherebbe la rabbia indiscriminata che permea il disco e la costruzione di questo nemico impersonale a cui si fa riferimento in molte canzoni, una sorta di invisibile capro espiatorio per la situazione di m***a in cui sei stato costretto a crescere.

Una veduta dei projects — il complesso di case popolari — di Queensbridge, i più grandi degli Stati Uniti.

Costanzo Colombo Reiser  Ti rispondo subito ma prima vorrei chiudere il discorso circa l’essere considerato il brutto anatroccolo dei classici dell’epoca, o non essere considerato affatto: è pacifico che quello che hanno fatto i Mobb Deep dal 2000 in poi non li ha aiutati. Tolto che a me già Murda Muzik non convinceva, Infamy era proprio inascoltabile e altrettanto lo era Blood Money (Amerika’z Nightmare ha un suo perché, invece). In più, lo sputtanamento fatto da Jay-Z alla Summer Jam del 2001, in concomitanza col fatto che a un certo punto dei 2000 Prodigy veniva sbeffeggiato da tutti, di certo non ha giovato. Tuttavia, questa è conoscenza da otaku del rap di cui secondo me un ascoltatore occasionale se ne frega e quindi, in ultima analisi, per me il “problema” resta l’indigeribilità acustica di Infamous per chi non ha dei timpani allenati.

Ma cerchiamo di capire perché, anche rispetto ad altre opere comunque non easy listening, The Infamous risulta così pesante. Secondo me perché cristallizza una realtà – cioé il Queensbridge, praticamente una città nella città – e un periodo ben specifico, l’era Giuliani. La quale è stata il culmine di un’epoca iniziata col blackout del ’77, il simbolo del tracollo economico di New York, e proseguita nel decennio successivo con l’avvento del reaganismo, l’abbandono delle politiche sociali e, naturalmente, l’esplosione dell’epidemia del crack. I racconti dell’orrore che provengono da quell’epoca (sia sotto forma di aneddotica da parte di conoscenti, sia attraverso lavori giornalistici e documentari, sia sotto forma di film, letteratura e musica) descrivono una situazione in cui viene tolto ogni sostegno al possibile miglioramento dello status sociale di intere comunità proprio mentre si va diffondendo una delle droghe più letali mai viste. Negli anni ’80 si solidifica poi una visione della società per cui i suoi mali sono da attribuire ai deboli, alle vittime, mentre le classi dominanti mettono in atto una deresponsabilizzazione collettiva totale e cominciano la loro lotta di classe verso il basso. Un «basso» le cui fila s’ingrossano a ogni taglio del welfare, a ogni sfratto, e a ogni roccia di crack venduta in strada. Il paradosso è che questa mentalità predatoria spesso viene introiettata proprio da chi la subisce, il che poi spiega come mai nell’hip hop sia sempre esistita una mentalità da go-getter che non guarda in faccia a nessuno e si cura solo ed esclusivamente dei propri interessi.

I Mobb Deep rappresentano l’epitome di questa “filosofia” probabilmente perché hanno vissuto il reaganismo/crack era durante la fase dell’adolescenza e quindi ne sono rimasti scottati più di altri (che magari erano più vecchi, come Tragedy Khadafi o Kool G Rap, o che avevano personalità più solitarie, come si può pensare di Nas dopo la visione del documentario Time is Illmatic).

Poi sì, chiaro, si potrebbe dire che volutamente calcavano la mano per distinguersi dalla massa, però quello che colpisce è che ogni singolo pezzo riesce a trasmettere un nichilismo impossibile da ricreare in vitro. E questo vale tanto per i testi quanto per i beat, che, se togli Drink Away The Pain e, volendo, Up North Trip, sono tutti caratterizzati da mood che definire cupi sarebbe usare un eufemismo. Pure il modo in cui Havoc filtra i campioni e spezza i loop – guarda appunto quello di Herbie Hancock come si è trasformato – mostra una genuina asocialità che per un caso fortuito trova una via di fuga tramite campionatore e drum machine. E, sì, il fatto che ci sia un solo beatmaker alle macchine (eccetto appunto Tip) non fa che rendere il tutto più coeso.

Quanto alle influenze, è interessante vedere come con The Infamous nasca un suono – quello del QB, per l’appunto – che per qualche anno verrà ripreso o copiato con risultati altalenanti, e non a caso gli apostoli migliori provengono dallo stesso quartiere e avevano la stessa età di Havoc e Prodigy. The War Report di Capone ‘N’ Noreaga è l’erede spirituale di quel sound, così come lo è Y2K degli Screwball, e persino dei panchinari come gli A.C.D. o i Bars & Hooks riescono a riproporlo meglio di altri che ci provano da fuori. Al che viene da chiedermi cosa ci fosse nell’aria di quel quartiere in quel periodo – nulla di buono, mi viene da pensare.

È poi altrettanto interessante notare come nell’arco di cinque/sei anni quel suono scompaia più in fretta della progressive di Robert Miles, e come ad oggi non ci siano stati i Little Brother del caso che abbiano deciso di ripescarlo. Eppure ha lasciato il marchio, e qua e là si colgono delle citazioni di quel periodo, ma sembra essere anch’esso cristallizzato in un periodo ben specifico che va dal 1995 al 2001. È un’impressione solo mia? Soprattutto, in generale, sospetto che la ruvidezza di un certo suono e di determinate liriche non la troveremo più così… oddio, non per fare quello che «qua un tempo era tutta campagna», però se c’è una cosa che mi manca dell’epoca è quell’atmosfera d’ignoranza violenta e generale caducità che veniva incisa nei dischi, e secondo me dipende dal fatto che le condizioni di vita, credo, sono migliorate. Il che, ovviamente, è un bene e quindi forse, musica a parte, è meglio così.

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You’re Da Man di Nas, dall’album Stillmatic (2001). Dove scopriamo che forse Sixto Rodriguez non era poi così sconosciuto come il documentario Searching for Sugarman ci vuole far credere

Cesare Alemanni  Mi trovi assolutamente d’accordo sull’analisi del retroterra socio-politico da cui il disco è emerso. Talmente d’accordo che credo sia un discorso che si può estendere a tutto il rap degli anni ‘90. È eloquente che, con gli effetti di quelle politiche e con quella rabbia figlia di una presa di consapevolezza per molti ancora solo parziale (ma c’era pure chi già aveva un quadro più strutturato della situazione, tipo Nas e Tupac), un “giovane” come Kendrick Lamar per esempio ci si confronti ancora oggi. Seppure a un livello di auto-coscienza molto superiore dato ovviamente dalla maggiore distanza temporale.

Riguardo al perché il suono del QB non sia mai davvero riuscito a uscire dal Queensbridge e, a oggi, non si siano registrati tentativi credibili di riportarlo in voga o attualizzarlo, immagino che le ragioni siano molteplici. In parte credo che il fuoco si sia estinto per aver bruciato tutto l’ossigeno a disposizione, in quel lustro tra 95 e 2000 in cui effettivamente il Queensbridge era uno degli epicentri del rap mondiale. In parte dipende dal fatto che, come dici, allontanandosi sempre di più dalla crack-era la situazione sociale si deve essere fortunatamente un po’ normalizzata, e quindi le fonti d’ispirazione per un rap così incentrato sullo struggle si sono prosciugate. In parte credo sia una questione ciclica: a volte ti trovi con una generazione di talenti, altre no. In parte, infine, è proprio che il rap in generale è andato in una direzione diversa. Se prendiamo il 2001 (Stillmatic di Nas insomma) come l’Anno Uno della decadenza del QB, ci accorgiamo che è lo stesso in cui, con le prime poduzioni su Blueprint di Jay-Z, il mondo inizia a fare la conoscenza di un “certo” Kanye West mentre, con l’uscita di Put Yo Hood Up, da Atlanta arrivano le prime notizie di un “certo” Lil Jon. Ovvero le due assi (la riscoperta del soul e l’ascesa del dirty south) intorno a cui ruota l’hip-hop degli anni zero. Il tutto, aggiungo io, avviene in contemporanea con gli attentati dell’11 settembre. I quali spostano l’agenda mediatica degli Stati Uniti dalle questioni interne a quelle estere e, allo stesso tempo, data la “pesantezza” della situazione, portano a far primeggiare anche nel rap chi propone leggerezza e cazzeggio piuttosto che ulteriore tetraggine. Un meccanismo psicologico di massa che abbiamo visto mille volte all’opera nella storia.

(A proposito del presente del Queensbridge segnalo a te e a tutti gli interessati questo bel pezzo uscito su Complex, in cui – e la cosa è piuttosto divertente dato che l’hai tirato in ballo poco fa – si racconta di due giovani rapper rimasti fregati dall’aver lavorato con Ron Artest.)

Il fatto che al momento il QB non sia sulla mappa, come si dice in gergo, non significa comunque che il suo passaggio non abbia lasciato alcun segno e lo dimostra il fatto che non c’è rapper (e non solo rapper) più o meno giovane che non nomini Illmatic o The Infamous tra i suoi dischi preferiti di sempre. Basti dire che il già citato Kendrick Lamar ha incluso Prodigy tra i cinque rapper che lo hanno influenzato di più (tanto che uno dei suoi primi mixtape si intitolava Youngest Head Nigga In Charge come Head Nigga In Charge, il primo album solista di Prodigy); che il collettivo rap più in vista di New York al momento, cioè quello che gravita intorno ad A$AP Rocky, si dedica a una rivisitazione in chiave trap e contemporanea proprio dei lasciti musicalmente più ruvidi degli anni ‘90 – QB e Mobb Deep inclusi; o che uno dei migliori (per me il migliore) e più sottovalutati dischi degli anni zero (Hell Hath No Fury dei Clipse) è, come concezione, parente prossimo di The Infamous.

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Chinese New Year, tratto da Hell Hath No Fury dei Clipse (2006).
Cesare Alemanni
Cesare Alemanni è caporedattore di Prismo e direttore creativo di Berlin Quarterly, una rivista di narrativa in lingua inglese che ha co-fondato a Berlino, dove risiede attualmente.

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