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Centoventi anni di eroina: dalla Bayer a Trainspotting, dalle operazioni CIA  alle possibilità di una consapevole “etica del piacere”.

Nell’ottobre del 1996, venti anni fa, sbarca in Italia Trainspotting di Danny Boyle, il film tratto dall’omonimo romanzo di Irvine Welsh. Quando arriva sugli schermi, la storia di Mark Renton e dei suoi amici scoppiati nell’Edimburgo di fine anni ’80 segna il simbolico capolinea di un’era; come sintetizza il famoso aforisma, “il mondo sta cambiando, la musica sta cambiando, le droghe stanno cambiando, perfino gli uomini e le donne stanno cambiando”: è il pantheon della controcultura del Novecento, con tutti i valori-culto della gioventù – eccessi psicotropi, comunità di reietti contro la società, sonorità alternative, sessualità emancipata – che vengono rifiutati da Rent Boy nel finale, quando decide di fottere gli amici per del vil danaro.

Trainspotting è un romanzo/film di formazione all’individualismo in un mondo neoliberista, e il tema in cui è più esplicita l’inclinazione reazionaria di Trainspotting è proprio la droga. Sono presenti infatti tutti i leitmotiv dei discorsi pubblici sull’eroina: la tragedia di Tommy, dalla prima pera alla morte in pochi rapidi passaggi; il potere prevaricatore e disumanizzante della sostanza; il golem dipendenza interpretato solo in chiave biomedica a discapito della sua eziologia sociale; l’eroinomane come feccia perché ladruncolo, perché depravato, perché figlio degenere, perché madre sciagurata, perché sfigato; la de-politicizzazione del buco. Anche a livello formale, come insegna Kevin McCarron, la junk narrative – con la tipica scrittura astratta e disincorporata – non fa altro che immolarsi in un razionalismo esasperato che censura la dimensione sensuale e carnale del farsi (consigli per la lettura: se volete qualcosa di diverso recuperate Eroina di Lello Voce o il pur sempre valido Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli).

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Il mondo sta cambiando.

Non essendo né uno scrittore né un critico, mi interessa sinceramente poco soffermarmi sul caso Trainspotting, e tantomeno sui suoi vent’anni. Il mio obiettivo semmai è un’altro: ricostruire una controstoria degli oppiacei smascherando i discorsi egemonici su queste sostanze, di cui Trainspotting è solo un esempio tra i tanti. Pertanto non farò una fenomenologia dell’eroina e delle esperienze tossicate: per quello bastano ancora il Lello Voce dell’ineguagliabile Il corpo dell’eroina o il Philip Lamantia di Ekstasis. Il mio intento è più simile a un’altra raccolta di poesie di Lamantia, Narcotica: ossia approfondire la natura politica di oppio, morfina ed eroina attraverso un excursus storico.

Nella prima sezione mostrerò come ogni retorica dominante sulla droga nasconda interessi economico-politici ed egemonie culturali: puntando il dito verso sostanze e consumatori, politici e imprenditori morali hanno sempre messo in atto processi di stigmatizzazione ed esclusione nei confronti dei gruppi più vulnerabili (immigrati, poveri, donne, omosessuali e giovani). La seconda sezione è dedicata ai discorsi contro-egemonici sulla droga e alle pratiche alternative di produzione della soggettività elaborati nel mondo della letteratura, della musica e della politica, nella convinzione che la ribellione non è solo una risposta anti-autoritaria, ma è prima di tutto quello che Arthur Rimbaud chiamava “le dérèglement de tous les sens“. Infine, … beh alla fine parte uno sproloquio sulla società contemporanea e sulla natura eversiva del piacere, quindi preparatevi.

La prima edizione di Narcotica di Philip Lamantia.

Discriminazione e normalizzazione
La sostanza da cui partire in questa contro-narrazione psicotropa è l’oppio. Ora: i semi e la resina scura prodotta dal Papaver somniferum sono da sempre utilizzati come antidolorifici e per la cura di tosse, diarrea, insonnia, e quella che la vulgata comune chiama adesso “droga”, una volta era una medicina fondamentale. Un paragone stupido che ben lo descrive, potrebbe quindi essere il seguente: l’oppio è un po’ come la ruota, una tecnologia che ha accompagnato tutta la storia dell’umanità fin dalla preistoria, ma che ha mutato forma e funzioni di continuo.

L’oppio fu alla radice della prima War on drugs della storia, quando la Gran Bretagna combatté due guerre contro la Cina tra 1839 al 1860. A seguito delle Opium Wars, la Cina venne costretta a liberalizzare il commercio e il consumo di oppio nel proprio territorio; Francia, Germania e Svizzera presto seguirono l’esempio, e iniziarono a importare ingenti quantità di oppio e derivati in Cina – naturalmente disinteressandosi del tutto degli effetti sociali.

Una fumeria d'oppio cinese negli Stati Uniti, primi Novecento.

I mercanti occidentali, pronti a imporre la propria merce e a monetizzare su vizi e passioni delle popolazioni lontane, non tennero però conto dei processi di globalizzazione che nella seconda metà dell’800 portarono molti immigrati cinesi verso Occidente, e soprattutto verso gli Stati Uniti. La propaganda razzista americana (e molti testi medici) prenderanno a quel punto di mira la popolazione cinese per sviluppare un discorso essenzialista sulla loro stessa natura: l’uso dell’oppio renderebbe manifesta la vera identità di cinesi in quanto soggetti incivili, improduttivi e lascivi, incapaci di tenere a bada le proprie passioni immorali. Lo stesso dispositivo sarà poi sfruttato dai WASP nordamericani per difendere il proprio status quo ai danni di italiani e irlandesi (alcol), afroamericani (cocaina) e ispanici (marijuana).

I cinesi però, non sono i soli a promuovere uno stile di vita dissoluto e quindi “anti-americano”: a loro si aggiungono presto le donne. Un topos dei giornali e delle riviste dell’epoca, è proprio la rappresentazione delle donne come soggetti indifesi e incapaci di difendersi dai viziosi cinesi: la donna insomma, che in un sistema patriarcale avrebbe dovuto essere l’angelo del focolare e governare lo spazio privato della casa middle-class, finisce così per infettare l’istituzione-famiglia. Ancora una volta oggettificata, la donna rappresenta il mezzo attraverso cui si trasmette il “virus giallo”: un vero e proprio pericolo per il progresso americano, perché corrompe l’uomo bianco immergendolo in un liquido amniotico, sedativo e caldo.

Gaetano Previati, Le fumatrici di oppio, 1887.

Spostiamoci ora alla morfina, primogenita dell’oppio. Viene estratta nel 1817 dal farmacista tedesco Friedrich Sertürner, segnando un avvenimento fondamentale non solo per il nostro racconto sballato, ma per l’intera storia moderna: è la prima volta che l’alcaloide di una pianta viene isolato, e da questo punto in poi il mercato farmacologico verrà letteralmente inondato di sostanze di ogni tipo.

Nel primo periodo, la morfina è utilizzata come antidolorifico soprattutto tra dottori, studenti di medicina, farmacisti e infermieri – i primi tossici della storia – e viene ribattezzata nientemeno che God’s own medicine. A modificare per sempre il triangolo amoroso tra soggetto-corpo-sostanza, è l’invenzione della siringa ipodermica da parte di Charles Pravaz e Alexander Wood all’incirca nel 1850. A tal proposito, un tipico aneddoto da libro di storia delle droghe è la prassi tra le donne altolocate di regalarsi delle siringhe d’oro, per godere del potere analgesico e anestetico della morfina senza mettere da parte la bellezza e lo stile richiesto dalla loro posizione. Questo aneddoto non è casuale; al contrario, segnala un tratto fondamentale della cultura tossichella dell’Europa ottocentesca: la droga è un fenomeno classista. Mentre i proletari ingurgitano qualsiasi bevanda alcolica pur di sopravvivere a condizioni lavorative e di vita inumane, la classe privilegiata allevia i propri malanni fisici ed esistenziali con gli ultimi ritrovati della narcotica. Alle discriminazioni etniche e di genere, si aggiunge insomma quella di classe: sulla stampa scandalistica e tra le pubblicazioni scientifiche, a fare notizia non sono i borghesissimi consumatori di morfina ma gli alcolisti che frequentano bettole descritte come una calamità sociale, ed è quindi su di loro che si concentra l’attenzione delle forze dell’ordine.

Un primo passo per la riduzione di questo chemical divide arriva grazie alle guerre. Già durante la Guerra civile americana, la siringa ipodermica per l’iniezione sottocutanea di morfina viene usata da entrambi i fronti come rimedio per ogni male, dalla dissenteria alle amputazioni. Chi sopravvive torna poi a casa con un piacevole omaggio dal fronte: la soldiers’ disease, da lenire con tinture di oppio come laudano e paragorico.

Il folle, l'isterica, l'onanista, l'alcolista, l'omosessuale, il drogato, sono solo alcuni dei tanti anormali che hanno popolato la storia moderna occidentale.

Se finora non ho parlato di dipendenza/addiction da morfina, non è un caso. Questo fantastico dispositivo discorsivo ora onnipresente quando si parla di regolare e normare le nostre esistenze, all’epoca non esisteva ancora: si parlava piuttosto di vizio, schiavitù, intossicazione o avvelenamento, dando maggiore risalto agli aspetti fisiologici rispetto a quelli patologici. Il cambiamento di paradigma – e la conseguente adozione del concetto di dipendenza – avviene intorno alla fine dell’Ottocento e ha un significato storico fondamentale. La scienza e in particolare la medicina, diventano a quel punto il metro per definire qualsiasi preoccupazione correlata ad alcol e droga, e quello che era stato precedentemente considerato come un problema morale si trasforma in un problema clinico: il peccatore/vizioso si trasforma in una persona malata da curare.

Per comprendere il significato storico del concetto di dipendenza, occorre però inserirlo in un quadro più generale. Già Michel Foucault notò che, tra il Settecento e l’Ottocento, lo sguardo medico iniziò a ispezionare il corpo del paziente per studiare eziologia, semeiotica e sintomatologia delle malattie. Si istituisce cioè una nuova forma di valutazione per definire lo status medico dei soggetti: la polarità tra normale da una parte, e patologico dall’altra. Il folle, l’isterica, l’onanista, l’alcolista, l’omosessuale, il drogato, sono solo alcuni dei tanti anormali che hanno popolato la storia moderna occidentale: tutti individui che non sono stati semplicemente puniti o repressi, ma che piuttosto – attraverso una rete complessa fatta di scuole, ospedali, manicomi, fabbriche, prigioni, caserme militari – sono stati sottomessi, “corretti” e normalizzati per essere poi (re)inseriti nel ciclo di produzione capitalistico.

Può sembrare una formulazione astratta, ma nella realtà questo si è tradotto in un’infinita serie di prevaricazioni sui corpi e sulla mente dei cosiddetti “diversi”: cure invasive, secchiate di acqua fredda, mutilazioni, crisi di astinenza legati al letto, reclusioni, punizioni corporali, insulti, elettroshock, morte, sono solo alcuni degli esiti di tale impostazione.

Le confessioni di De Quincey.

Thomas, Charlie, Herbert e altri libertini
Facciamo un passo indietro, necessario per introdurre la seconda trama di questa storia. Partiamo quindi dal celebre romanzo autobiografico Le confessioni di un mangiatore d’oppio di Thomas De Quincey, pubblicato a puntate sul London Magazine nel 1821, primo caso e prototipo di quella junk narrative che parecchi decenni dopo porterà dritta a Trainspotting. L’originalità di De Quincey sta nell’aver descritto dettagliatamente i piaceri (e le pene) donati dall’oppio, sostanza che aumenta e libera la fantasia, permettendo di affrancarsi dall’orrore della vita industriale. Le confessioni sono un testo fondamentale perché inaugurano un mutamento paradigmatico avvenuto nella narcologia dell’Ottocento: non sono più solo i medici e i farmacisti a rapportarsi con le sostanze stupefacenti; con De Quincey arrivano infatti gli artisti, e con loro il tentativo di sviluppare una grammatica lontana e distinta da quella terapeutica.

Citando “il gusto dell’infinito” di Charles Baudelaire o “le porte della percezione” di Aldous Huxley, lo storico Mike Jay evidenzia come i resoconti clinici hanno avuto uno scarsissimo impatto sulla cultura pop rispetto alle esplorazioni di artisti e scrittori nel mondo sconosciuto dello sballo. Se in precedenza ho citato le guerre come meccanismo fondamentale per l’espansione delle droghe oltre i margini del mondo borghese, per la democratizzazione dell’uso ricreativo delle sostanze si deve però guardare a un altro fenomeno di grandissimo impatto sulla storia del ‘900: l’avvento della cultura giovanile.

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Il documentario Teenage della BBC.

Per capire come la nostra narcografia si connetta alla primissima youth culture, ci si deve posizionare in una città e un periodo specifici: la New York dei primi anni ’40. E qui già Rem Koolhass ci aveva messo in guardia: per capire New York bisogna partire da Coney Island, l’esperimento a cielo aperto da cui discendono le tendenze tipiche del manhattanismo, ovvero “vivere dentro la fantasia”. È a Coney Island che, a partire dal 1903, vengono costruiti i primi parchi divertimento della storia, pensati come antidoti alla cupa vita metropolitana e in cui “l’intera struttura della realtà – le sue leggi, le sue aspettative, le sue interdizioni, mutuamente relazionate sulla terra – viene sospesa, e si crea un’assenza di gravità morale”. Non vi ricorda qualcosa?

Il nostro escapismo narcotico però non nasce nei parchi divertimenti della middle class o nei grattacieli dei mad men: ci si deve semmai spostare più a nord, fino ad Harlem, al Minton’s Playhouse e al Monroe’s Uptown House, i due club jazz dove è nato il bebop. Il linguaggio musicale sviluppato da Charlie Parker, Dizzy Gillespie & co rappresenta una svolta radicale nella storia del jazz, la risposta temeraria alla banalità compositiva dello swing. Ma soprattutto, il bebop fu anche un opera totale di stile, che coinvolgeva sia l’abbigliamento (completi semplici e precisi, occhiali scuri, berretti sportivi) che i modi di fare (movimenti morbidi e sguardi di sfida). In più, il bop si configura da subito come progetto politico inconscio: David H. Rosenthal lo descrive come una sottocultura bohemien, tumultuosa e originale, derivata dalla rabbia e dal rifiuto della comunità afroamericana. Amiri Baraka rincara la dose: il bebop è un attacco anti-assimilazionista diretto non solo alla cultura egemone bianca, ma anche della middle-class nera.

Se i tratti distintivi della musica come dell’attitudine bebop sono il distacco ironico e l’essere disinvolti, questi si traducono facilmente – nel nostro ipotetico dizionario della sballologia – in una sostanza su tutte: quell’eroina che Charlie Parker utilizza per concentrarsi sul proprio sound, e che a Miles Davis serve per alienarsi dal persistente razzismo della società americana.

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Uno dei più famosi tossici della storia: Charlie Parker.

L’eroina è l’ultima arrivata nella famiglia degli oppioidi: nasce ufficialmente il 21 agosto 1897, quando Felix Hoffmann della Bayer, pochi giorni dopo aver creato l’Aspirina con l’acetilazione dell’acido salicilico, applica il medesimo processo sulla morfina. Il nuovo asso nella manica dell’azienda farmaceutica tedesca, viene impiegato al posto della codeina come sedativo per la tosse e per aiutare la respirazione in pazienti con malattie polmonari gravi. La storia però ci insegna che le cose sono andate un po’ diversamente.

A partire dagli anni ’40, intorno ai musicisti jazz pullula tutto un mondo di intellettuali, scrittori e artisti afroamericani, ma sarebbe sbagliato immaginare questo microcosmo come un ghetto chiuso e impenetrabile. Al contrario, i contatti tra comunità sono un aspetto fondamentale per comprendere l’evoluzione dell’eroina nelle culture giovanili (bianche) del dopoguerra: l’anticonformismo tipico della musica e dell’attitudine bop, fornisce infatti da subito un immenso serbatoio di immagini e significati (uno dei primi casi di cultural appropriation?) per la nascente Beat Generation dei vari William Burroughs (il vecchio pazzo), Jack Kerouac (l’alcolista succube della madre) e Allen Ginsberg (il poeta in contatto con Dio).

A fare da ponte tra il beat dei bianchi e il jazz dei neri, sono proprio gli oppioidi: abbiamo già visto come il sistema medico-legale WASP individui nella figura del tossicodipendente un soggetto pericoloso e deviato, mettendo in atto quei processi di marginalizzazione ed esclusione che hanno in ultima analisi avvicinato i drogati bianchi ai pariah per eccellenza della cultura USA, gli afroamericani. Ma soprattutto, a tradurre la vita dei bassifondi neri a uso e consumo dei ribelli bianchi, è un personaggio conosciuto da Burroughs mentre cerca di vendere un pacco di morfina:  Herbert Huncke.

La copertina di The Evening Sun Turned Crimson di Herbert Huncke, 1980.

Per introdurre Huncke mi tocca ricorrere alle parole che Carmelo Bene dedica a Pier Paolo Pasolini (e indirettamente a Jean Genet): “fu in ogni senso un corruttore. Corruttore del comune sentimento e del costume sociale. […] precipitò se stesso in una pratica violenta e scandalosa, […] vivendo sino in fondo questa straordinaria energia distruttiva e soprattutto comprensiva della propria autocorruzione”.

Huncke è il junkie originario, colui che fa la prima pera a Burroughs e che con la sua vita da delinquente metropolitano diventa un punto di riferimento nella cosmologia beat, modello di un’esistenza finalmente libera che non scende a patti con la morale borghese. È anche quello che introduce Kerouac al termine beat, che non solo è preso in prestito dal lessico bebop, ma serve a mimetizzare e nascondere – in maniera elegante e hip – le discussioni sulle droghe. Distruggendo ogni barriera tra vita e letteratura, Huncke dona wittgensteinamente un nuova lingua ai beat, liberandoli dalle costrizioni della scrittura tradizionale e permettendogli di sperimentare a ogni livello del testo (parole, strutture, temi) come avevano fatto i jazzisti bebop.

Con la sua tossicodipendenza criminale, l’oldest living junkie in New York è il paradigma dell’eroinomane della seconda metà del Novecento. Huncke non ha mai avuto un lavoro regolare, ha rapinato e svaligiato, ha minacciato e picchiato, ha coltivato marijuana in Texas, si è prostituito. Le strade di New York sono state il teatro in cui ha potuto mettere in atto una vita violenta e scandalosa: come lui faranno Donald Goines a Detroit e Christiane F. a Berlino, e come lui farà la generazione post-fricchettona e infine post-settantasettina.

Tra i primi consumatori di eroina a Torino, per i comontisti “farsi” non significava diventare “un drogato”, ma rappresentava uno strumento per godere di se stessi rifiutando le norme di una vita rispettabile.

Dopo aver cavalcato “la cresta di un’altissima e meravigliosa onda”, la controcultura nata coi beat ed esplosa negli anni ’60 si infranse per sempre quando ai sogni lisergici degli hippie subentrò la distopia oppiacea del punk. Ma per fare un po’ di ordine e non cadere nelle solite banalizzazioni del fenomeno “eroina & anni ’70”, è necessario prima di tutto segnalare l’involuzione delle pratiche e del significato del “buco” avvenuta in quel decennio. E a tal proposito, ci torna utile proprio il caso dell’Italia.

Ancora a inizi anni ’70, nel nostro paese gira poca eroina e a consumarla sono perlopiù quei proto-indiani metropolitani che gravitano ai margini della sinistra extraparlamentare. Un’esperienza interessante e unica fu a partire dal 1971 quella dei cosiddetti comontisti di (tra gli altri) Riccardo D’Este, un gruppo radicale di Torino che fondeva situazionismo e comunismo consiliarista. In anticipo persino sull’operaismo di quegli anni, per i comontisti il soggetto rivoluzionario non è più il proletariato, ma la “classe umana” il cui compito è quello di mettere in atto “l’orgia della rivoluzione”, rifiutando una vita divisa tra lavoro/consumo e non riconoscendo “altra finalità che quella del piacere coscientemente vissuto e organizzato” . “Intendiamo vivere nel piacere e nell’illegalità poiché ciò soltanto ci dà gioia”, affermano i comontisti, per chiudere i loro appelli con un “Criminali di tutto il mondo unitevi”.

Insieme alla vita comunitaria e alla ricerca di una radicalità tribale, il tratto fondamentale del gruppo è l’ideologia della “teppa e del disadattamento” che ha come pietra angolare l’azione criminale e l’uso di droghe pesanti. La delinquenza insomma non è un semplice atto romantico, di sopravvivenza o di cupidigia, ma una forza distruttiva per rifiutare ogni forma di autorità. Tra i primi consumatori di eroina a Torino, per i comontisti “farsi” non significava diventare “un drogato”, ma rappresentava uno strumento per godere di se stessi rifiutando le norme di una vita rispettabile.

Per attuare la loro “lotta criminale contro il capitale”, i comontisti superarono qualsiasi differenza ideologica ed economica per tessere una fitta trama di rapporti e amicizie con “i peggiori elementi della città, i più cialtroni, i più corrotti, i più fannulloni”. Il legame si rivelò però difficile: gli intenti libertari del gruppo torinese erano naturalmente opposti alle finalità imprenditoriali dei piccoli criminali. Arriveranno così i primi scontri e le azioni punitive contro gli spacciatori, nonché l’elaborazione di strategie dal basso per il controllo sul prezzo della busta di eroina.

Capitalismo + droga = genocidio.

Nel 1975 la situazione è già mutata irreversibilmente con l’entrata in campo di un nuovo attore: il crimine organizzato. Già nel biennio 1972/73 il narcotraffico realizza un’operazione di marketing senza precedenti nella storia delle droghe, quando il mercato italiano viene ripulito di qualsiasi sostanza tranne una: la roba. Diventata l’unica droga disponibile sulla piazza, l’eroina viene per giunta venduta a un prezzo irrisorio, almeno per qualche mese. Quando poi il prezzo inevitabilmente aumenta, le conseguenze sono ovvie: le città italiane si scoprono popolate da tossicodipendenti.

È un’operazione che somiglia molto a quanto avvenuto negli USA nella guerra sporca contro le Pantere Nere, ma che ricorda anche il Laos della cosiddetta Guerra Segreta; parallelamente all’Italia, fenomeni simili stavano prendendo piede anche in Francia, e più tardi li avremo rivisti in Nicaragua e Afghanistan. Non siamo insomma di fronte a un caso isolato orchestrato dai narcotrafficanti nostrani, ma a una strategia su grande scala elaborata dai servizi segreti del Patto Atlantico: è quella che poi è rimasta nota come Operazione Blue Moon.

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Il documentario di Rai Storia sull'Operazione Blue Moon.

La strategia era figlia di quello che Alfred W. McCoy – nel monumentale The Politics of Heroin in Southeast Asiabattezza il “pragmatismo radicale” dell’intelligence americana: attraverso accordi con la mafia siciliana e corsa, la CIA si impegnò in una guerra non convenzionale contro i partiti comunisti italiani e francesi e la contestazione giovanile in generale. Detta in poche parole: se il vecchio “paradigma medico-legale” si proponeva, attraverso una serie di istituzioni sociali, di normalizzare gli individui definiti “anormali”, qui l’eroina è utilizzata come strumento per  reprime e distruggere i settori più progressisti della società.

Tra la fine degli anni ’70 e l’alba degli ’80, nonostante il lavoro portato avanti dagli organi di controinformazione e la formazione delle prime comunità terapeutiche, l’eroina diventa anche in Italia una merce come le altre espandendosi in tutti i settori della società. È la massificazione del buco. Abbandonata l’autocorruzione scandalosa di Huncke o la criminalità libertaria del Comontismo, eccoci ai buchi neri di Deleuze & Guattari: corpi svuotati di qualsiasi ordine e organizzazione, incapaci di desiderare.

È il mondo dei tossici che si bucano per strada, delle mamme che vivono nel terrore delle siringhe nei parchetti, dei piccoli furti e delle ronde di quartiere per stanare “i bucatini”, dei genitori dei compagni di classe in carcere “perché sono dei drogati” e della scuola che ti insegna che “la droga uccide”. È il mondo di canzoni come Lilly di Antonello Venditti (che è già del 1975),  Scimmia di Eugenio Finardi, Silvia di Luca Carboni, e decine di altre perlomeno fino agli anni ’90 di Cumuli degli 883. È insomma il mondo disperato messo in scena con sguardo lucido e senza paternalismi dal Claudio Caligari di Amore Tossico, o dal Nico D’Alessandria dello splendido L’imperatore di Roma.

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Nico D'Alessandria, L'imperatore di Roma, 1987.

Inauguration of the Pleasure Dome
E oggi? Rispetto agli anni ’80 i consumi sono calati vertiginosamente, ma i dati delle ricerche sono continuamente strumentalizzati nel tentativo di portare avanti campagne morali e mantenere alto il livello di paranoia pubblica. Capiamoci: non intendo dire che si debba sottovalutare la questione. Il problema però rimane: l’economia afghana si basa sempre più sull’export di oppio (prima del 2001 era harām, proibito, dai talebani: il che ricorda un po’ la storia dei cinesi da cui eravamo partiti…), mentre l’educazione alle droghe continua ad affidarsi ai soliti toni paternalistici. Inoltre, mentre il grosso dell’attenzione è tutto rivolto alle droghe “classiche”, poco viene indagato il crescente abuso di farmaci ansiolitici e analgesici. Se però riprendiamo il filo della nostra controstoria tossica, noteremo come le soluzioni alternative non manchino.

Durante gli anni ’80, in città come New York e Liverpool si sviluppa un approccio innovativo per rapportarsi con i tossicodipendenti e limitare la diffusione dell’HIV tra i consumatori di eroina. Si tratta di una serie di programmi pratici finalizzati a ridurre le possibili conseguenze negative associate all’uso di eroina: la cosiddetta riduzione del danno.

Il punto è promuovere un uso responsabile delle droghe, senza imporre al soggetto l’astinenza come avviene invece nei modelli classici di cura, dagli Alcolisti Anonimi alla Comunità di San Patrignano (cito questa comunità non a caso, per richiamare l’orrore perpetrato in quegli anni in Italia, quando dominava un approccio proibizionista e punitivo, le comunità terapeutiche erano in maggioranza religiose, e ampi settori politici, appoggiati dalla Chiesa, erano ancora sfavorevoli ai trattamenti sostitutivi).

Abbracciare la natura emancipatrice del piacere è fondamentale non solo per vivere una vita più appagante e felice, ma sopratutto se questa si inserisce nel più ampio orizzonte (bio)politico contemporaneo.

Valori fondamentali della riduzione del danno sono il rispetto per la scelta di consumo del soggetto, e un rapporto di dignità con il tossicodipendente per evitare discriminazioni e marginalizzazioni. Personalmente, di questo approccio ho sempre apprezzato l’umanità, il pragmatismo e l’assenza di moralismi; quello che però mi insospettisce è l’eccessiva importanza data alle capacità razionali dei soggetti. Recentemente, un po’ per caso, mi sono imbattuto nel saggio Harm Reduction As Pleasure Activism di Benjamin Shepard (in questa raccolta che ovviamente vi consiglio) che mi ha fornito una chiave di lettura molto più complessa.

Il punto di partenza dell’argomentazione di Shepard è la sovrapposizione tra i programmi di riduzione del danno promossi dagli attivisti per i diritti dei consumatori di stupefacenti (informazioni su sostanze e modalità di assunzione, distribuzione di siringhe pulite, stanze del buco, test delle pillole ecc) e quelli dei movimenti LGBTQ (informazioni sul sesso sicuro, distribuzione di preservativi ecc). Per entrambe le parti la riduzione del danno è la via per abbracciare e favorire le possibilità liberatorie del piacere contro politiche proibizioniste. Anziché accettare che si attuino controlli diretti sui corpi – limitando i rapporti sessuali o astenendosi dal consumo di sostanze – si promuove la libertà e capacità del soggetto a non mettere in pericolo la propria salute e quella degli altri. Alla repressione è preferita l’espressione e la conoscenza di sé.

Abbracciare la natura emancipatrice del piacere è fondamentale non solo per vivere una vita più appagante e felice (e qui parlo di tutti, non solo  consumatori di sostanze o soggetti LGBTQ), ma sopratutto se questa si inserisce nel più ampio orizzonte (bio)politico contemporaneo. Faccio riferimento in particolare al pensiero dell’intellettuale e attivista transfemminista Paul B. Preciado, che in Testo tossico “aggiorna” Foucault, analizzando l’intreccio tra tecnocapitalismo avanzato, sistema dei media globali e biotecnologie.

Heroin chic (by Davide Sorrenti).

Per Preciado la società contemporanea, grazie a profonde trasformazioni nelle tecnologie del corpo (biotecnologia, chirurgia, endocrinologia, ingegneria genetica ecc) e della rappresentazione (fotografia, televisione, internet, videogame ecc) è un regime farmacopornografico, in cui dispositivi biomolecolari (farmaci, sostanze stupefacenti legali e illegali, tecnologie corporee) e semiotici (pornografia, discorsi accademici, fiction) producono processi di assoggettamento e di normalizzazione a un livello ancora più profondo di quello descritto da Foucault: una normalizzazione “molecolare”, diciamo. Il mondo degli oppiacei non è escluso da questo processo: basti pensare all’ingente produzione farmaceutica di analgesici (carfentanil, sufentanil, fentanil e ossicodone) o la commercializzazione dell’immaginario tossico portato avanti dall’estetica heroin chic dei vari Calvin Klein e Kate Moss.

La pillola – sia essa anticoncezionale, antidolorifica, dimagrante, ansiolitica, analgesica o per le disfunzioni erettili – è il paradigma di come oggi “il corpo ingoia il potere”. Queste tecnologie molecolari non agiscono semplicemente sul corpo, ma lo creano, materializzando chimicamente il corpo e la soggettività desiderata. L’obiettivo del regime farmacopornografico “non è la produzione di piacere bensì il controllo, attraverso la gestione del circuito eccitazione-frustrazione, della soggettività politica”. Il ciclo continuo di soddisfazione-frustrazione è fondamentale perché crea corpi e soggettività pronte a mettere senza sosta “la propria potentia gaudendi, la propria totale e astratta capacità di creare piacere, al servizio della produzione di capitale e della riproduzione della specie”.

Per manomettere questi cicli di produzione di soddisfazione-frustrazione, Preciado indica come spazio di resistenza il “principio di autocavia”: una sperimentazione su se stessi per attuare un uso differente, sia a livello pratico che simbolico, delle tecnologie di produzione della soggettività. Diversamente dalle sperimentazioni immaginifiche dei bohemien, dall’autocorruzione scandalosa di Huncke o dall’edonismo libertario dei comontisti, nella nostra epoca proto-huxleyana – o, ancora meglio, nell’anno Ford 108 – fare esperienza delle proprie capacità libidinali (clubbing, birrette con gli amici, letture, giardinaggio, erotismo da soli, in coppia e di gruppo) diventa un veicolo per attuare pratiche contro-egemoniche.

Il punto non è più semplicemente l'antagonismo a un modello di vista borghese oppressivo, ma quella che Foucault chiamava 'etica del piacere'.

Il nostro corpo diventa uno spazio di libertà, e il piacere è lo strumento per mettere in atto un gioco simbolico e creativo, per elaborare nuove conoscenze, scoprire nuove identità, creare nuovi rapporti con gli altri, godere come mai si era pensato prima. Il punto non è più semplicemente l’antagonismo a un modello di vista borghese oppressivo, ma quella che Foucault chiamava “etica del piacere”: emanciparsi dalla morale e da qualsiasi istanza normativa (il potere pastorale) non per dare sfogo banalmente ai propri desideri/pulsioni, ma per attuare un lavoro attivo su se stessi (cura di sé) e diventare consapevoli del potenziale critico delle proprie azioni all’interno delle strutture di potere preesistenti.

In un mondo in cui (forse) si aprono le possibilità di un reddito minimo garantito e in cui le biotecnologie incrementano vertiginosamente la nostre possibilità di godere, l’attivismo politico si riconfigurerebbe quindi come una “politica del piacere” che è prima di tutto incorporata e festosa, superando sia l’attitudine astratta e linguistica dell’argomentazione politica, sia le azioni classiche di protesta e resistenza. I modelli di riferimento diventano il teatro della trasgressione psichedelica delle Cockettes di fine anni ’60, come le performance delle militanti post-porno contemporanee.

Il piacere diventa quindi uno dei temi da inserire in qualsiasi agenda politica che voglia definirsi “progressiva” (una volta si diceva di sinistra): un’agenda in grado di sviluppare argomentazioni anti-normative e positive sul piacere, sia per opporsi a retoriche reazionarie e moralizzanti, sia per eliminare ogni forma di discriminazione. Ce lo dice pure zi* Genesis P-Orridge: “pleasure is a weapon”.

Enrico Petrilli
Nomade tra Torino, Milano e Berlino. Cerca di sopravvivere a un dottorato in sociologia sul piacere negli eventi di musica elettronica. Dedica il proprio tempo libero al sexual freakdom.

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