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Proprio oggi, nella finzione della saga, inizia la storia raccontata dall'anime che più ha plasmato l'immaginario giapponese. Vent'anni dopo, è ancora un'icona.

Oggi, 22 giugno 2015, è il giorno in cui il giovane Shinji viene caricato in macchina dall’esuberante direttrice operativa della NERV e portato in un mastodontico laboratorio nel pieno di Neo Tokyo-3. Qui rincontra dopo anni il padre, e soprattutto fa la conoscenza di Evangelion – per gli amici Eva –  un gigantesco mecha color prugna che ogni tanto va “in berserk” (impazzisce, diciamo). Pochi minuti, un paio di pianterelli, e su quel mecha è costretto a salirci: scopo, combattere la creatura apparentemente aliena chiamata Angelo che minaccia di distruggere il pianeta. Insomma, avete capito: oggi, 22 giugno 2015, è il giorno in cui si ambienta il primo episodio di Neon Genesis Evangelion.

È una ricorrenza che mi ha colto di sorpresa. Nel sempre ingolfatissimo calendario della cultura pop, è una data che in teoria avrebbe la stessa rilevanza del 21 ottobre, il giorno in cui Marty McFly compie il suo tanto atteso viaggio nel futuro. Eppure nei giorni scorsi non mi è parso di notare alcun preparativo in vista dell’anniversario. A rivelare l’evento – con un tweet risalente ad appena l’altroieri – è stata Megumi Ogata, la doppiatrice che nella serie originale prestava la voce a Shinji in persona. Non ho avuto tempo di controllare, rivedere l’episodio, e certificare che la data in questione compaia da qualche parte. Diciamo che, vista la fonte, è una notizia che prendo per buona.

È anche una notizia che ha gettato noi di Prismo in uno stato di panico misto a eccitazione, visto che a Neon Genesis Evangelion avevamo progettato di dedicare uno speciale appena dopo l’estate, in occasione del ventennale del più importante anime degli ultimi… boh, almeno due decenni. In Giappone, l’episodio che secondo la Ogata si svolge oggi, andò in effetti in onda il 4 ottobre 1995. Da quel che so, non fu un esordio particolarmente fortunato. Addirittura, agli inizi la serie nemmeno veniva trasmessa su tutto il territorio nazionale. Stando alla pagina Wikipedia dedicata, il network TXN che la trasmise, raggiungeva solo 13 delle 47 prefetture del Giappone. A serie conclusa, la media dello share fu un dignitoso ma trascurabile 5-6%.

Eppure, da allora Neon Genesis Evangelion è diventato l’anime più discusso, citato, analizzato, studiato, commentato dell’intera storia dell’animazione nipponica. Alla serie ideata da Hideaki Anno sono stati dedicati volumi monotematici, tesi di laurea, dissertazioni a cavallo tra analisi sociologica e speculazione teoretica, e una quantità letteralmente abnorme di omaggi, riletture e rivisitazioni da parte dei fan. Su The Atlantic, David Samuels spiegava (era il 2007): “Neon Genesis Evangelion ha plasmato la psiche dei giapponesi sotto i quarant’anni come nient’altro è mai riuscito a fare in Occidente, ad eccezione forse dei Beatles e dei primi Star Wars”.

Secondo David Samuels: «Neon Genesis Evangelion ha plasmato la psiche dei giapponesi sotto i quarant'anni come nient'altro è mai riuscito a fare in Occidente, ad eccezione forse dei Beatles e dei primi Star Wars»

È quasi una lettura per difetto: in Giappone, tutti conoscono Evangelion e i nomi dei suoi personaggi, compresi quelli che all’atto pratico non l’hanno mai visto. Citazioni prese dall’anime hanno contaminato persino il vocabolario di politici e primi ministri. In Italia, dove pure conta su uno stuolo parecchio nutrito di appassionati, è effettivamente difficile cogliere il peso culturale di quello che, a una prima occhiata, pare null’altro che l’ennesimo cartone animato giapponese coi robot che combattono i mostri cattivi.

La trama dei 26 episodi che compongono la serie, è dopotutto semplice. Di nuovo da Wikipedia: «La storia si svolge nella futuristica città di Neo Tokyo-3 a distanza di quindici anni da una catastrofe planetaria chiamata Second Impact e si incentra su Shinji Ikari, un ragazzo reclutato dall’organizzazione paramilitare NERV per pilotare un mecha gigante chiamato Evangelion e combattere in questo modo i nemici dell’umanità conosciuti come Angeli». Per chi abbia anche anche un minimo di familiarità con l’animazione giapponese, è quella che si dice normale amministrazione: più o meno è la stessa trama di, che ne so, Mazinga e dell’intero filone mecha che da Mazinga discende, quello che per capirci comprende i vari Goldrake, Jeeg Robot e soci.

Assieme al riluttante Shinji, gli altri protagonisti della serie sono innanzitutto le adolescenti chiamate a pilotare gli altri due Eva: da una parte la solitaria e taciturna Rei; dall’altra la competitiva, battagliera e sessualmente aggressiva Asuka. Altro personaggio chiave della vicenda è  Gendo, capo della NERV e anaffettivo padre dello stesso Shinji; e poi c’è Misato, la direttrice NERV che per Shinji svolge un ruolo di, diciamo così, surrogato materno.

Infine i cattivi, cioè gli Angeli: agli inizi non è ben chiaro da dove provengano e l’unica cosa certa è che hanno cattive intenzioni. Portano nomi biblici tipo Shamshel e Ramiel, sono di dimensioni immense, e assumono le forme più strane e diverse: giganteschi mostri antropomorfi autorigeneranti, colossali insetti, ottaedri geometrici… In un caso l’Angelo è un’ombra. In un altro è una luce con poteri psichici. Verso la fine, il diciassettesimo Angelo si paleserà sotto le forme di Kaworu Nagisa, anche lui un adolescente arrivato alla NERV per pilotare un Eva, nei confronti del quale Shinji sembra provare un’attrazione omoerotica.

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E ora: sigla!

L’erotismo di fondo (Shinji e Kaworu, Shinji e Asuka, Shinji e Rei, Shinji e Misato…) e i riferimenti pseudo-esoterici che spuntano un po’ ovunque, per quanto costituiscano un ingrediente importante del mito, non bastano comunque a spiegarne l’eccezionalità. Semmai, l’aggettivo che con più frequenza viene impiegato quando dell’anime si deve parlare, è  “psicologico”; la caratterizzazione interiore dei personaggi è in effetti talmente insistita e sottolineata, da risultare in più di un’occasione indigesta: Shinji è un ragazzino piagnucolone e rinunciatario, Rei un’introversa depressa con tendenze suicide, Asuka una maniaca perennemente in cerca del riconoscimento altrui, e poi ci sono complessi edipici, rapporti irrisolti, angosciose elucubrazioni sulla figura del padre, eccetera eccetera.

Anche qui, se è vero che Neon Genesis Evangelion inaugurò una tendenza ostentatamente “intimista” capace di trasformare anche l’anime più truculento in un surrogato di psicodramma post-adolescenziale, non credo che sia questa la chiave per comprenderne la complessità. Perché chiariamolo: Neon Genesis Evangelion è davvero un anime complesso, come complessa è la figura del suo autore, il già citato Hideaki Anno.

Qualche mese fa, siccome non avevo voglia di sorbirmi l’ennesima serie TV americana di cui nessuno si sarebbe più ricordato nell’arco di sei mesi, decisi di riguardarmi Evangelion dalla prima all’ultima puntata (alla serie TV seguì un lungometraggio conclusivo chiamato The End of Evangelion: ho riguardato anche quello, ma ai fini di questo articolo ho deciso di tenerlo fuori per motivi che spero diventeranno chiari leggendo. Rebuild of Evangelion è invece il più recente reboot). Le prime puntate, devo dire la verità, le ho trovate inaspettatamente noiose. Va bene, sapevo cosa aspettarmi e l’effetto-sorpresa non era preventivato: ma i ritmi lenti, lo psicologismo esibito, la puerile emotività dei personaggi, dopo qualche episodio mi avevano steso. Certo, almeno gli Angeli erano ancora fichissimi.

Il fatto però, è che Neon Genesis Evangelion a un certo punto cambia. E cambia sensibilmente. Credo (vado a memoria) che l’inversione di segno arrivi attorno al quattordicesimo/quindicesimo episodio: i difetti sopra elencati sono ancora tutti lì (stiamo pur sempre parlando di un prodotto mainstream per adolescenti non particolarmente interessati a concettose diatribe d’essai – almeno in teoria, eh?), ma da quel momento in poi la vicenda si inabissa in una voragine a tratti insostenibile di cupezza esistenziale e nichilismo senza ritorno. È qui che Neon Genesis Evangelion diventa un affare strano, complicato, per certi versi inspiegabile. Sin dal primo episodio, non era mai stata una serie allegra; ma da metà vicenda in poi, la saga prende pieghe che non so definire in altro modo che “disperate”.

Perché una serie così negativa, nichilista, disperata, è riuscita a penetrare tanto in profondità nell'immaginario nipponico, e da lì in quello dei giovani di tutto il mondo che poi costruiranno attorno a Evangelion una religione vera e propria?

Vale la pena ricordare che i protagonisti sono pur sempre un gruppo di adolescenti emotivamente (oltre che fisicamente, vabè) immaturi: solo che questi adolescenti vengono sottoposti a una quantità tale di sevizie, ricatti, vere e proprie torture psicologiche, da far venire il sospetto che Anno sia un tipo dalle insane tendenze sadiche. Niente comunque eguaglia lo shock provocato dal celeberrimo (o per meglio dire famigerato) finale: gli ultimi due episodi della serie, invece che raccontare lo scontro conclusivo tra Eva e Angeli dalle parti di Neo Tokyo, si ambientano direttamente nella testa dei protagonisti. Lo psicologismo che aveva permeato tutti i ventiquattro episodi precedenti, viene elevato a vette di inconsulto parossismo lisergico, naturalmente sempre in chiave bad trip. Di nuovo, le metafore non sono particolarmente brillanti e il ricorrente utilizzo di termini e vocaboli presi a prestito da qualche manuale freudiano per principianti alla lunga può sfociare nella pedanteria. Me è senza dubbio uno dei finali più… bizzarri mai contemplati da una serie TV con protagonisti dei robottoni. Oltretutto, è un finale che non risolve niente (la cosa scatenò com’è noto una lunga serie di polemiche e recriminazioni da parte dei fan. Di fatto, è il motivo per cui agli episodi originali seguì il pur sempre “psichedelico” The End of Evangelion).

Il tortuoso andamento della serie e soprattutto il suo controverso finale, è l’altro grande pilastro sui cui fonda il mito Neon Genesis Evangelion. Resta però la domanda: perché una serie così negativa, nichilista, disperata, è riuscita a penetrare tanto in profondità nell’immaginario nipponico, e da lì in quello dei giovani di tutto il mondo che dalla seconda metà dei ’90 costruiranno attorno alla creatura di Anno una religione vera e propria?

Il primo grande elemento di rottura introdotto da Evangelion, ci ricordano gli esperti, è il ribaltamento di pressoché tutti i codici – narrativi, estetici, persino filosofici – del genere mecha. I robottoni pilotati da Shinji e compagni sono diversissimi, anche nelle forme, da tutti quelli che li avevano preceduti; ma soprattutto a essere messa in discussione è l’epica eroica di un genere che raramente si era spinto oltre la semplicistica dialettica “buoni contro cattivi”.

Il fatto però è che quello mecha non è un genere come un altro. Da molti punti di vista, potremmo anzi azzardarci a definirlo il genere che più di tutti incarna l’identità specifica dell’animazione nipponica perlomeno dai tempi di Go Nagai, e già alla fine degli anni 70 aveva subito un’importante rivoluzione interna. Il Gundam diretto da Yoshiyuki Tomino tra 1979 e 1980, sostituì all’avventuroso ma un po’ infantile immaginario di Mazinga e soci una più “adulta” narrazione fitta di tecnicismi bellico-tecnologici e più-o-meno-credibili fughe in avanti nel campo della (ahem) geopolitica spaziale. Come Evangelion quindici anni più tardi, Gundam fu anche un fatto di costume, oltre che televisivo: attorno al suo marchio cominciò a radunarsi una vera e propria subcultura popolata da fan all’ultimo stadio, appassionati di fantascienza e tecnologia, aspiranti sceneggiatori che utilizzavano i personaggi della serie ufficiale per opere apocrife da distribuire attraverso canali non ufficiali, e poi ancora fanzine, fan fiction, incontri, raduni a tema, oggettistica di vario tipo… Era l’alba del fenomeno otaku. E di questo fenomeno, Hideaki Anno fu uno dei simboli e portabandiera riconosciuti.

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Il trailer di The End of Evangelion

Azuma Hiroki, il filosofo autore di un libro ormai classico (anche se mai tradotto in italiano) come Otaku: Japan’s Database Animals, ha descritto Anno e il suo studio Gainax come l’elite della sottocultura otaku. All’inizio degli anni ’80, il futuro autore di Evangelion organizzava convention di sci-fi a Osaka e realizzava le sue prime animazioni artigianali: non solo conosceva bene quella specie di universo parallelo in cui attorno ai feticci dell’immaginario pop venivano costruite dal basso architetture narrative vieppiù complesse, ma quell’universo lo alimentava in prima persona. Era un fenomeno underground, in cui manga autoprodotti venivano venduti in appositi mercati semiclandestini, e in cui si formarono non pochi autori poi passati al mainstream. Il che non toglie che la cultura “ufficiale” giapponese abbia sempre riservato agli otaku un atteggiamento in bilico tra imbarazzo, paternalismo spicciolo e disprezzo vero e proprio.

Neon Genesis Evangelion, ricorda sempre Hiroki, è zeppo di riferimenti all’immaginario otaku. Il semplice binomio “mecha + adolescenti graziose” è già da solo quasi un’apoteosi, ma poi ci sono tratti ed elementi stilistici che ammiccano ad alcuni dei titoli più amati dalla comunità (l’uniforme del padre di Shinji, ad esempio, è un omaggio a La corrazzata Yamato). A sua volta, Evangelion è il titolo che proiettò gli otaku dai sospetti scantinati underground al rango di fenomeno di massa dibattuto da intellettuali e commentatori à la page: per alcuni, è solo dopo Evangelion – con tutto il suo corredo di merchandise, gadget, riviste dedicate ecc – che si può parlare di una cultura otaku pienamente compiuta e consapevole.

Eppure, se Evangelion è un tripudio e assieme un omaggio alla comunità otaku, perché Anno tratta i suoi personaggi così… male? Perché il tono complessivo dell’opera è così incontrovertibilmente cupo? Qual è, nel 1995, la posizione di Anno nei confronti di una subcultura di cui lui per primo fu esito e assieme alfiere? E infine: perché i giovani nipponici individuarono in quest’opera contorta e pessimista un titolo-simbolo, il corrispettivo nazionale di quello che in Inghilterra furono i Beatles, di quello che negli USA fu Star Wars?

È noto che Anno concepì Evangelion dopo un lungo periodo di depressione seguito al suo primo successo commerciale, il fortunato Nadia – Il mistero della pietra azzurra. Da quel che pare di capire, il regista e animatore giapponese stava cominciando a riconsiderare non tanto i suoi trascorsi da otaku, quanto il significato che quella subcultura aveva preso a esercitare nell’industria mainstream e più in generale nella società giapponese nel suo complesso. Come tutti i fenomeni underground, quella otaku era una sottocultura in larga parte spontanea e a larghi tratti naif, che agiva ai margini della rispettabilità “ufficiale” e in qualche modo ne sfidava gli assunti commerciali: i manga “pirata”, i raduni amatoriali, la fan fiction concepita in sfregio ai rigidissimi recinti del diritto d’autore, erano tutti gesti che servivano a cementare la comunità e assieme ne fornivano i presupposti diciamo così ideologici. Il semplice fatto che quella sottocultura venisse infine riassorbita dall’industria ufficiale, e che anzi la stessa industria avesse cominciato a sfruttare le creazioni e i motivi dell’underground otaku a fini commerciali, era già di per sé motivo di riflessione e forse – perché no? – delusione per l’idillio fai-da-te ormai svanito.

Come tutti i fenomeni underground, quella otaku era una sottocultura in larga parte spontanea e a larghi tratti naif, che agiva ai margini della rispettabilità “ufficiale” e in qualche modo ne sfidava gli assunti commerciali

Ma ancor più seria era per Anno la questione di cosa gli otaku erano infine riusciti a forgiare: non tanto in termini di produzione culturale, quanto di stereotipi e totem identitari. Dicevo sopra che l’accoppiata “mecha + adolescenti graziose” valeva da sola come riassunto dei tipici interessi della comunità. Può sembrare limitante, ma il modo in cui i personaggi femminili avevano preso a popolare i sogni ad occhi aperti degli otaku, allo sguardo di Anno assomigliava pericolosamente a una spersonalizzazione non solo del personaggio, ma dell’adolescenza in quanto tale. Al tempo stesso, questa sospetta infatuazione per personaggi-oggetti privi di un vero carattere, suonava quasi come un’ammissione di impotenza o peggio ancora un’aspirazione generazionale.

In Evangelion, il personaggio di Rei è stato abbondantemente interpretato come il più feroce attacco di Anno nei confronti dei tipici stereotipi otaku: più che depressa, è una ragazzina senza una vera personalità e perennemente manipolata dagli altri, che vive da sola in una squallida stanza piena di bende e medicinali, e che non tradisce slancio vitale alcuno. Un personaggio negativo, insomma. È veramente così? È Rei l’esasperazione dell’ideale femminile costruito negli anni dagli otaku appassionati di simulatori di appuntamenti? Una sua tragica, violenta parodia? Quello che sappiamo è che – colmo della beffa – Rei diventerà a sua volta un’assai erotizzata icona otaku, oltre che probabilmente il personaggio più celebre (assieme al solito Shinji) dell’intera serie.

L’altra interpretazione che il più delle volte viene data del personaggio Rei, è che questa rappresenti – a un livello nemmeno troppo latente – tutti quegli adolescenti chiamati coi loro comportamenti a svolgere il ruolo di involontarie, docili pedine di un mondo i cui interessi producono inevitabilmente la rinuncia a qualsivoglia rapporto o legame sociale. È un’interpretazione che non esclude la precedente: dopotutto proprio gli otaku erano infine stati relegati al ruolo di inesauribile serbatoio della più spregiudicata industria, sia dal punto di vista della creazione dei contenuti (la parabola di Anno è in questo senso indicativa), sia da quello della ricezione degli stessi (il feticismo delle merci degli otaku, significava chiaramente che era possibile inondare il mercato di merchandising e prodotti in tutte le salse).

Ma più in generale, il tema di fondo di Evangelion è proprio questo: tre ragazzini per statuto incolpevoli, catapultati in un mondo dove a regnare è la più spietata e letteralmente mortale competizione, dove le qualità dell’individuo vengono misurate sulla base del merito e della reputazione altrui, e dove il conseguimento del risultato è più importante del perché questo risultato vada conseguito (nell’improbabile ipotesi che a leggere ci sia qualcuno che Evangelion non l’ha mai visto, mi astengo da qualsivoglia spoiler. Per tutti gli altri: sapete di cosa sto parlando, no?). È un continuo gioco al rialzo che sui protagonisti non può che produrre effetti che vanno dal senso di inadeguatezza alla depressione vera e propria, dall’acquiescenza coatta all’afflizione tanatofila.

Credo che sia fin troppo facile suggerire che è in questo stato perennemente sotto stress, in questo continuo affaticamento emotivo, che tanti adolescenti prima giapponesi e poi del resto del pianeta si sono riconosciuti: in fin dei conti, lo “psicologismo post-adolescenziale” riversato da Anno in tutti e ventisei gli episodi della serie, è meno superficiale, meno pedante di quanto lascino intuire i melodrammatici scambi di battute tra Shinji e la sua stessa psiche. Ci sono i robottoni e le adolescenti graziose, certo. Ma sullo sfondo c’è anche (soprattutto?) il Giappone del 1995: quello degli attentati terroristici, del terremoto di Kobe, e dalla crisi economica che mette fine al cosiddetto “decennio d’oro”. Accidenti, messa così Neon Genesis Evangelion pare davvero una roba del 2015. Anche perché di ragazzini costretti agli stessi tormenti di Shinji, ho il timore che vent’anni di ricette “meritocratiche” e “competitive” ne abbiano prodotti in quantità ben superiori a qualsivoglia statistica otaku.  

Valerio Mattioli
Valerio Mattioli, caporedattore di PRISMO, ha scritto tanto in giro. Il suo libro "Superonda - Storia segreta della musica italiana" è uscito per Baldini & Castoldi nel 2016.

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