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Nino Frassica torna alla radio con Programmone (tutti i giorni su Rai Radio 2) e in TV con la nuova edizione di Stracult. Ritratto non convenzionale di uno dei personaggi più indecifrabili del panorama italiano.

Confesso di avere delle difficoltà a iniziare questo articolo. Il motivo è presto detto: voglio parlarvi di Nino Frassica ma… come? Chi è il soggetto in questione? Un comico, come tutti dicono? Un presentatore? Un attore completo, uno scrittore o un semplice lunatico che hanno scambiato per personaggio televisivo, mentre lui stesso scambiava la televisione per la sua casa-famiglia?

Troppe sono le entità di quest’uomo, tanto che nel frattempo è anche speaker radiofonico; su Radio 2 è da poco partito il suo nuovo programma, che guarda caso ha un nome che… è tutto un programma, appunto: IL PROGRAMMONE, si chiama! Intendiamoci, la radio il nostro l’ha sempre bazzicata (ad esempio, agli esordi nel 1978 con No, non è la BBC) ma per l’occasione ritorna insieme a Mario Marenco, un altro personaggio chiave di Quelli della notte, la creatura di Renzo Arbore che nel 1985 diede popolarità al nostro eroe. E allora, visto che tra l’altro cade il trentennale di quella gloriosa trasmissione, chiediamoci se quel mondo televisivo improvvisato al limite dell’approssimazione fosse uno scherzo o una vera e propria filosofia anarcoide. Perché di quella filosofia Frassica è incarnazione definitiva, e adesso ha deciso di riportarla alla radio con i suoi giochi di parole al limite del jabberwocky e la sua vena nonsense degna di uno stregatto divenuto improvvisamente umano. Non siete felicissimi?

Che faccia il Bravo Presentatore per Arbore o per Stracult (di nuovo in onda dal 22 luglio) o il carabiniere in Don Matteo (chiaramente il suo titolo più controverso), Frassica rimane sempre una spanna sopra alla realtà. Di questa realtà lui rivela l’assurdo di fondo, mostrando l’anello mancante tra arte e demenza, trasformando la finzione dello spettacolo in commedia menzognera della vita, che a sua volta demolisce grazie a un perenne sorriso baffuto (il suo ghigno del Cheshire). Frassica ha la leggerezza astuta di un Bertoldo, che la fa sempre franca anche se sotto sotto è un furbazzo, ed è inattaccabile dove molti altri verrebbero colpiti e affondati con facilità. Ha conquistato il pubblico nazionalpopolare e ha recitato a fianco di pezzi grossi come Johnny Depp, è stato diretto da Sofia Coppola e da Woody Allen (anche se poi hanno tagliato la scena), ed è stato celebrato sia dal cinema indipendente (interessante almeno la sua partecipazione al film Workers di Lorenzo Vignolo) sia dai più improbabili festival weird della nazione (provai io stesso a invitarlo al romano Baba Fest, e solo per un soffio saltarono le trattative). È persino venerato da insospettabili ambienti underground, ci credereste? E invece è così, perché l’aggettivo giusto per Nino Frassica è uno soltanto: noise. Ma a questo ci arriviamo poi, garantito.

Nino Frassica rimane sempre una spanna sopra alla realtà. Di questa realtà lui rivela l’assurdo di fondo, mostrando l’anello mancante tra arte e demenza, trasformando la finzione dello spettacolo in commedia menzognera della vita.

Fa un po’ strano pensarlo, ma è tanto che Frassica è in giro. Il suo primo ruolo di successo dopo una lunga gavetta teatrale, arriva nel 1983 ed è l’assurdo tecnico di Tele Ottaviano in FF.SS. del solito Renzo Arbore, un film ancora più scoppiato del già fuorifase Il pap’occhio. È la prima collaborazione con l’autore di Quelli della notte, il quale convocò Frassica dopo aver ascoltato un suo delirante messaggio in segreteria. Vero è che Nino fu determinato nel cercare di lavorare con Renzo: pensava che l’ironia e l’atteggiamento sopra le righe di quest’ultimo fossero perfette per definire la sua idea di spettacolo, tant’è che in molte interviste ammetterà di essere cresciuto a pane e Alto gradimento. Da quel momento, Frassica sarà un pezzo fondamentale nel puzzle di Arbore, in quegli anni impegnato a rovesciare e modellare come pongo la televisione italiana per dargli quel tocco free jazz a base di spontaneismo e sberleffo nei confronti dei canoni prestabiliti.

Nel 1987, per quel seguito di Quelli della notte che è Indietro tutta,  Frassica si trasforma appunto in Bravo Presentatore; una parodia spappolata della categoria, tanto da presentarsi di fronte a Sua Maestà Mike Bongiorno per sfotterlo abbestia, creando un capolavoro di cortocircuito televisivo mai più ripetutosi negli annali della TV italiana:

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Oh Màichs, tu ci hai imparato tutto!

Ma Nino non se la cavava male neanche come inviato speciale. Nel 1986, per Fantastico 7 aveva già realizzato alcuni servizi che definire esplosi è poco: scene in reverse, bambini che parlano come sessantenni, cartelli di paesi completamente ritardati, roba totalmente ASSURDA (anni dopo, un tipo come Davide Mengacci proverà a imitarlo con risultati penosi più che grotteschi). Per quanto mi riguarda è uno dei suoi picchi assoluti, forse addirittura il mio Frassica preferito:

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Nino in versione inviato speciale.

I suoi highlights non si limitano comunque agli anni Ottanta, anche se per colpa delle fiction il nostro è rimasto per molto tempo lontano dal suo più autentico piglio “metacomico”. Nel 2004 però, all’interno del Markette di Piero Chiambretti, torna sulle scene con Tommy Paradise. Stavolta vorrebbe essere una parodia del classico presentatore all’americana, ma è solo un pretesto per mitragliare di battute spastiche lo spettatore. In questo video si produce addirittura in un’irreale lezione di storia della musica partendo – ovviamente – da Pensiero dei Pooh, roba da standing ovation:

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La storia della musica a partire dai Pooh.

E che dire del mago Acirfass? Nome d’arte (chiramente è l’anagramma di Frassica) di un tizio che all’anagrafe è registrato “Antonio Dance Star 2000”, Acirfass nasce per la trasmissione radiofonica 610 di Lillo e Greg, e poi viene portato in televisione nel 2012 in Uno due tre stella di Sabina Guzzanti. Come era prevedibile, è un altro dei suoi personaggi da antologia: le previsioni astrologiche impossibili e i botta e risposta con il suo fantomatico e orribile “angelo custode”, sono un esempio di schizofrenia allucinata sulla quale (nonostante tutto) si ride e si scherza.

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Il mago Acirfass, vero nome Antonio Dance Star 2000.

Acirfass è un esempio perfetto del proverbiale noise frassichiano. I giochi di parole, i calembour postatomici, lo storpiare le frasi semplicemente dalle assonanze e dai suoni, altro non sono che rumore per il popolo catodico, e la sua distorsione dei significati è qualcosa che ha molto a che fare con la distorsione in musica. Si capisce quindi perché attorno a Frassica si sia raccolto un culto con protagonisti alcuni dei personaggi meno raccomandabili dei sottoboschi noise o più generalmente out. Ho quindi deciso di indagare questo aspetto interessante assai, anche ricorrendo alle mie personali conoscenze in quel mondo che considera “musica” un loop di un tizio che strilla mandato avanti per 40 minuti.

Prendiamo gli Splinter vs. Stalin, uno dei nomi più estremi del panorama musical-rumorista italiano ed europeo, che proprio a Frassica hanno dedicato una sfilza infinita di omaggi, tributi, brani a tema, campionamenti… Membro degli Splinter vs. Stalin è tra gli altri Nicola Vinciguerra aka Fecalove, noto illustratore per palati forti da qualche tempo fuggito in Norvegia per motivi politici (dice lui). Ora: cos’hanno in comune un surreale comico dall’accento siciliano e un terrorista del suono e dell’immagine che passa il tempo a disegnare tizi incaprettati e opere che portano nomi eloquenti come Cock Holocaust?

Io sono convinto che da qualche parte un legame ci sia, e allora già che c’ero ho provato a sentirlo, il Vinciguerra. Che intanto mi ha spiegato la sua attrazione per Frassica così: «Francamente non saprei collocare temporalmente la mia passione per Nino… Ho dei vaghi ricordi di Indietro tutta in televisione (che poi mi sono guardato di nuovo una volta raggiunta l’età della ragione), ma forse l’amore vero è arrivato con la scoperta di Il Bi e il Ba, il film del 1985 per la regia di Maurizio Nichetti. Lì tutta la magia di Antonino si esprime al meglio, è impossibile non volergli bene. Ripensandoci tanti anni dopo, la comicità assurda di Frassica probabilmente si sposa bene con l’accozzaglia di suoni dementi e fastidiosi di Splinter Vs. Stalin, specialmente nell’era pre-Eravamo Così Felici, quando veramente Nino era il nostro faro».

Vale la pena ricordare che Eravamo Così Felici fu il famigeratissimo album che gli Splinter Vs Stalin pubblicarono nell’ormai lontano 2008. Era dedicato alla figura di Mirko Sartori, il tipo che per tre anni visse col cadavere della madre chiuso in un armadio, e poi si suicidò. Sul mensile Blow Up Valerio Mattioli descrisse l’album come «il manifesto dell’Italia malata degli anni Duemila», e allora chiediamoci: che sia stata l’influenza dello stesso Frassica a spingere gli Splinter Vs. Stalin ad affrontare un episodio tanto estremo? Qual è il nesso? Cosa lega una vicenda come quella di Mirko Sartori a Il Bi e il Ba?

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Il Bi e il Ba, capolavoro cripto-noise.

Forse il punto di contatto sta proprio nel delirio, nei fiumi di parole mistico-surreali che Sartori scrisse sui muri della sua casa prima di suicidarsi, quasi si trattasse di un anti-Frassica, o di un Frassica al negativo. Vinciguerra è più prosaico: «Semplicemente, Nino ci fa ridere come degli stronzi col cervello di gomma. Difficile dire quale fra i suoi personaggi mi piace di più: direi frate Antonino da Scasazza, perché “conoscere il Sani fa bene allo spirito”».

E allora sì: può essere che sia il “frate” Frassica, con le sue parabole mistiche scalcagnate e allucinate, a legare due vicende in apparenza tanto distanti. In fondo, entrambi sono tentativi di resistere a una realtà che sa essere terribile: come lo stesso Nino afferma, «lo stile umoristico è il mio modo di affrontare la realtà, non è solo uno stile attoriale. Il gioco ironico, il fare emergere i paradossi contenuti nelle parole, trovare il lato grottesco delle cose, non è solo uno stile di comicità, ma un confrontarsi con la vita quotidiana». Frassica quindi sembra spensierato, ma dentro cova un malessere che va esorcizzato. Il risultato, è quella stessa pazzia lucida che trova il suo corrispettivo mortifero nell’infame tributo noise a Mirko Sartori e, per estensione, alla provincia italiana tutta.

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Mistica frassichiana.

Frate Antonino resta senz’altro uno dei personaggi più memorabili messi in scena da Frassica. «Il suo vocabolario sembra un incrocio fra il Dada e quello che le nonne capiscono delle parole che escono dal televisore», riflette ancora Nicola Vinciguerra. «A volte è stato paragonato ad Andrea Pazienza per la sua capacità di inventarsi un linguaggio tutto suo, al limite del metalinguaggio universale, e io sono d’accordo. Tra l’altro Nino si diletta anche nella pittura, guardati i quadri astratti che condivide ogni tanto sulla sua pagina Facebook». Anche se la cosa importante è naturalmente questa: «Dopo un po’ Frassica mi rende completamente cretino. Il suo linguaggio produce effetti collaterali imprevisti: magari Nino sfrutta il neuro-linguistic programming come gli Whitehouse di inizio anni 2000, che cazzo ne sappiamo noi?».

A confermare le tesi di Vinciguerra ci pensa un altro personaggio chiave del sottobosco weird italiano, il mio amico Antonio Giannantonio ovvero Grip Casino. Grip è autore di canzoni che vanno in pezzi come se Jandek fosse un pastore abruzzese che suona la chitarra nei ritagli di tempo: è un grande fan di Frassica tanto che la sua etichetta personale Geograph Issues prende il nome da una risposta di Nino riguardo le sue storie amorose: «la storia la conosco poco, mi piace di più la geografia». «I primi ricordi che ho di Nino Frassica», mi racconta Grip, «risalgono a Indietro tutta. Ero molto piccolo, e la trasmissione andava in onda in seconda serata, ma come si dice: se perdi le notti, perdi metà della vita. C’erano costumi sfarzosi, ricordo la cosa come un sogno… E poi compariva Nino, mattissimo con i suoi giochi di parole. L’ho amato subito, ho sempre amato di trucchetti lessicali che afferri dopo molti secondi d’orologio. Arbore a confronto era noiosissimo, niente a che vedere con l’estro scoppiato di Nino, le sue ciance esplodevano in modo centrifugo, le sue frasi non si sapeva mai in che direzione potessero schizzare. L’altro giorno l’ho ascoltato per caso su Radio Rai, e non è cambiato quasi per niente».

Anche per Grip il capolavoro di Frassica resta «assolutissimamente Il Bi e il Ba, che è di Nichetti ma è quasi esclusivamente impregnato dell’estetica di Nino. C’è tutto Frassica, situazioni paradossali, grottesche, quadretti terroncelli, ma perfettamente allacciati alla vita vera. È una comicità metafisica, roba che ti crea rarefazione dentro la testa». Al cinema come in televisione (e alla radio), Frassica sa essere un vero mattatore: basti pensare alla sua interpretazione della guida nello splendido Mortacci di Sergio Citti; oltre ai registi internazionali citati in apertura, è stato diretto da Marcias, Tornatore, Calopresti. E se il suo manifesto assoluto resta Il Bi e il Ba, qualcosa di quello spirito lo troviamo persino nella sua interpretazione in Anni 90 di Enrico Oldoini, anche se schiacciato dalle convenzioni del cinepanettone.

Nino Frassica non è nonsense. Nino Frassica è Linguaggio.

Quando però le regole saltano, Nino è inarrestabile. Ho trovato molto bello quello che mi dice a proposito ancora una volta Grip: «Nino è sempre stato una grande fonte d’ispirazione nelle cose che faccio: parole e gesti fuori schema, spingere i ragionamenti oltre confini prestabiliti… È una procedura essenziale per non ricadere sempre nei soliti gesti vuoti: perché un po’ bisogna anche fregarsene. Fregarsene di quello che succede intorno». E ancora: «Il suo lavoro non si può ridurre a semplice nonsense, perché non lo è affatto. Il senso c’è, i rimandi sono a significati e temi senza logicità, apparentemente lontani, ma che vogliono dire eccome. Il fatto di sviare il normale flusso di un discorso per poi materializzarlo di senso in un luogo completamente diverso, è una connessione. E in questa connessione Frassica ci dice esattamente la cosa che ci vuol comunicare. Completamente fasciata e foderata del suo linguaggio. Ecco appunto, Nino Frassica è Linguaggio».

E se lo cita Tullio de Mauro nei suoi libri, mentre le università lo invitano a tenere seminari sulla comunicazione, evidentemente è così. Non a caso Nino è un grande fan di Andrea Camilleri, autore che i più identificano col solo Commissario Montalbano, ma che resta soprattutto un grande sperimentatore di linguaggi ibridi fra italiano e siciliano, lingua madre dello stesso Frassica (è originario di Messina). In questo pensiero di Camilleri, sembra di sentire proprio lui: «Non si tratta di incastonare parole in dialetto all’interno di frasi strutturalmente italiane, quanto piuttosto di seguire il flusso di un suono, componendo una sorta di partitura che invece delle note adopera il suono delle parole. Per arrivare ad un impasto unico, dove non si riconosce più il lavoro strutturale che c’è dietro. Il risultato deve avere la consistenza della farina lievitata e pronta a diventare pane».

Frassica d’altronde è un prodotto di quella Sicilia che, costretta a parlare italiano, produce per forza di cose un pidgin antisistema; in questo Nino ha più radici solide di qualsiasi blasonato scrittore “sperimentale”. Per gli scettici, basta consultare i suoi libelli, dove i personaggi sono tutti funzionali a una lettura spacca-sinapsi: Il libro di San Gesualdi, Il manovale del bravo presentatore, Come diventare maghi in 15 minuti

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Frassica house.

Questa indole tipicamente cut & paste, emerge anche nella sua musica. In effetti pochi ne sono a conoscenza, ma Frassica è anche musicista “storto” che coi suoi Los Plaggers gira l’Italia proponendo guazzabugli plagiaristi di grandi successi italiani, anche stavolta spiazzando tutti: si vocifera che sia un grande fan della musica industrial, e Nicola Vinciguerra mi dice che «mi ricordo una .jpg che girava su internet un annetto fa, nella quale Nino sfoggiava una bellissima maglia dei Nine Inch Nails. Ricordiamo poi che negli anni Novanta Nino pubblicò Io Ugo e la gatta, un disco di house demenziale che molti trovano così estremo da stupirsi che sia mai potuto finire nei negozi. È una merda immonda, potrebbe addirittura avermi ispirato per i Pornocane senza che io lo sappia. Nino sta sempre così avanti che non riesco a stargli dietro».

«Io non so come faccia», prosegue sempre Vinciguerra, «ma Nino ha il dono di essere bravo sempre, anche quando fa la merda: ai giovani lascerà una grande eredità, e se un giorno non avremo più forfora sarà anche grazie a lui [citazione dall’ultima epica scena de Il Bi e il Ba, ndr]». Le giovani generazioni sembrano non a caso legatissime a Frassica, soprattutto a causa delle leggende metropolitane che riguardano la sua sfera sessuale e le sue imprese più “scandalose”. Per molto tempo girò la notizia che fosse legato sentimentalmente a una pornostar, tale Barbara Exignotis detta Blondie, di 25 anni più giovane di lui: una roba un po’ alla Dave Navarro con Sasha Grey, cosa che confermerebbe le sue tendenze più ruock. Poi la Exignotis finì sotto processo per “furto aggravato di metano” (in piena morosità con l’azienda del gas, si allacciò abusivamente alla centralina), ma questa è un’altra faccenda. Sempre (così piace pensare ai fan) a causa dei suoi eccessi, a Nino è stata anche asportata la cistifellea: d’altronde, in Don Matteo il nome dell’asino è Marsala e quello del cane è Whisky.

«Non mi sorprenderebbe se Nino fosse un vizioso», riflette ancora Vinciguerra. «Tutte le persone più brave lo sono. Le cose di Frassica evidentemente piacciono al grande pubblico, ma per i motivi sbagliati. La gente ride ma non sa perché, vede questo coi baffi che dice cazzate ma non capisce perché cavolo gli piace. Poi c’è  Don Matteo, che è brutto e basta. Però anche lì Frassica fa il suo lavoro in maniera dignitosa. Incredibile che non riesca a fare figure di merda anche se nelle fiction gli fanno fare lo sbirro o roba simile: i suoi colleghi sono sempre barbini, mi ricordo Fassari o Andrea Roncato in divisa, non si potevano vedere, sembravano proprio servi. Invece Frassica sposta tutto sul fatto che il carabiniere in quanto tale è in fondo quello scemo delle barzellette, senza che nessuno si accorga della cosa».

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Nino presenta la sua autobiografia a Le invasioni barbariche: «da questo libro verrà tratto un film, un liquore e un profumo».

Esatto: perché Frassica fa ridere? E perché anche se sbeffeggia simboli intoccabili nessuno fiata? Forse perché in fondo la risata nasce perché quello che Nino dice, nella sua apparente illogicità, è vero. I suoi personaggi mettono a nudo i meccanismi di potere che sempre governano la parola e la realtà, due cose che in effetti non sono conciliabili poiché una è inadatta a descrivere l’altra, e l’altra è inadatta a far vivere la prima. Ma anche questo non basta a spiegare l’autentico mistero-Frassica, un mistero che dopotutto resta tale anche per la sua stessa cerchia di cultori.

È difficile spiegare l’inspiegabile. Nino è senz’altro un maestro, ma come sappiamo il vero maestro non insegna: lascia semmai che siano i suoi allievi a carpirne i segreti. Lui stesso ha recentemente dichiarato che «PROGRAMMONE è l’unico programma che migliora l’ignoranza». E nonostante abbia da tempo raggiunto le famose tre S – che per lui sono «Soldi, Successo e Fama» – ricordiamoci sempre che la sua storia è, come lui stesso ammette, «per il 70% vera, per l’80% falsa». Infine: se pure Frassica non vi piace, tenete comunque a mente che «non è bello ciò che è bello, ma che bello che bello che bello!». E se non è noise questo.

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Demented Burrocacao
Demented Burrocacao vive a Roma, quartiere di Torpignattara. Scrive per VICE e nel frattempo suona, disegna, recita, e tiene lezioni sui messaggi subliminali negli album dei Pooh.

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