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I robot vogliono liberarci dalla schiavitù del lavoro salariato: almeno così recita un appello da loro firmato (!) e diffuso in occasione del World Economic Forum. Siamo pronti ad accettare il loro aiuto, o ci fanno ancora paura?

Non siamo ancora certi che gli androidi sognino pecore elettriche, ma da qualche tempo siamo abbastanza sicuri del fatto che i robot siano in grado di suonare la vecchia musica del diavolo. La band la conoscerete: si chiama Compressorhead, è composta da soli automi, e suona classici punk e hard rock con la precisione di una telescrivente e la potenza di un martello pneumatico. Questi veri e propri rock’n’roll robots  per dirla col vecchio classico di Alberto Camerini  hanno un aspetto vagamente antropomorfo che conferisce loro il fascino vintage di un fumetto del dopoguerra: Stickboy suona la batteria con quattro braccia e due gambe, coadiuvato dal folletto Junior; Fingers, il chitarrista, ha 78 dita; Bones, il bassista, ha invece solo due mani e otto dita in tutto.

Il power trio ha scaldato il pubblico per qualche anno. Un pugno di concerti e qualche milione di click per cover dei classici del genere come “Blitzkrieg Bop” dei Ramones, “Ace of Spades” dei Motorhead, “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin. Ora arriva al passaggio successivo, gestito da uno scienziato pazzo di nome John Wright, il batterista dei NoMeansNo. Dalla band progressive-punk canadese, Wright è approdato a gestire questa nuova mutazione estrema, nelle vesti di compositore ufficiale dell’ammasso di ferraglia e circuiti. Una campagna crowdfounding mira a sostenere l’investimento necessario a creare un nuovo elemento della band: il cantante.

Stickboy dei Compressorhead in azione.

Stavo scrivendo questo articolo attorno ai robot, al loro immaginario e alla tecnologia più o meno antropomorfa che si mescola ai nostri corpi e prende il posto degli uomini persino nelle forme più empatiche e sanguigne della loro espressione. Provavo a tirare un filo e a connettere i vari indizi che indicano il ritorno del robot nelle nostre vite e nella rappresentazione che ne facciamo. Stavo ascoltando i Kraftwerk dell’inno We Are the  Robot, che definirono la loro musica “folk dell’era elettronica”. Mentre cercavo di farlo, ha cominciato a circolare un breve testo, che comincia così:

“Noi – i robot – chiediamo un reddito di base universale per gli esseri umani. Vogliamo lavorare per gli umani e aiutarli nella lotta per il reddito. Siamo veramente bravi a lavorare. Non vogliamo portare via posti di lavoro alle persone per metterle in difficoltà esistenziali. Oggi milioni di persone ci vedono come una minaccia. Ma tutto quello che vogliamo è aiutarvi. Noi non siamo i Bad Boys. Vogliamo liberare le persone dal lavoro di routine, faticoso e noioso, in modo che possano trovare più tempo per agire in modo creativo e utile socialmente. Ci consideriamo parte di una storia che porterà al successo entrambe le parti”.

L’appello, provocatoriamente firmato “i Robot”, prosegue poi: “Gli esseri umani sono creatori. Ci hanno creato. Grazie. Il punto cruciale: noi Robot non abbiamo bisogno di reddito per il nostro lavoro. Ma le persone che ci hanno creato e per le quali lavoriamo hanno bisogno di un reddito (…). La gente ha paura di noi. Abbiamo visto che molte persone hanno paura del futuro. Si preoccupano che perderanno il loro posto di lavoro e quindi lo scopo della loro esistenza (…). Questa non è la nostra intenzione”.

Infine, un auspicio che è anche un invito: “Vogliamo che i giovani siano liberi. Essi non devono più, come i loro antenati, fare un duro lavoro per una vita intera. Sappiamo però che non hanno paura della vita. Non sono pigri come qualcuno dice. Hanno invece paura di non trovare un senso all’esistenza – o sono frustrati, se devono fare qualcosa che invece noi, i Robot, possiamo fare al posto loro. Chiediamo pertanto a tutti coloro che hanno responsabilità in politica, in economia e nel mondo culturale, di introdurre un reddito di base incondizionato per tutti”.

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We are the Robots.

L’appello è stato diffuso in occasione del World Economic Forum, il meeting globale che ogni anno raduna a Davos l’élite del mondo finanziario, industriale e politico. Per contestualizzare il manifesto robotico, è importante sapere che proprio nei giorni scorsi – e proprio dalla montagna incantata descritta da Thomas Mann – il fondatore e presidente esecutivo del forum, Klaus Schwab, ha presentato il rapporto intitolato The Future of Jobs. Employment, Skills and Workforce Strategy for the Fourth Industrial Revolution.

Secondo Schwab, la terza rivoluzione industriale, quella informatica, negli scorsi decenni ha consacrato il ruolo trainante della conoscenza e dello spazio (virtuale) come nuovi vettori della produzione. Ma nei prossimi anni, l’ibrido tra essere umano e macchina comporterà una drastica riduzione del lavoro manuale, della manodopera industriale e della fatica tradizionale. Analizzando l’andamento dello sviluppo economico (e della relazione di questo con il processo tecnologico di 15 Paesi che coprono circa il 65% della forza lavoro totale del mondo), il testo ipotizza che la quarta rivoluzione industriale farà nascere due nuovi milioni di posti di lavoro. Ma attenzione: contemporaneamente ne renderà obsoleti sette, con un saldo negativo di oltre cinque milioni di occupati. Ci aspettano cambiamenti talmente grandi, sostiene Schwab, che “in una prospettiva storica non c’è mai stato un periodo talmente in bilico tra grandi possibilità e potenziale pericolo”. Tra i tanti rischi, si parla dell’eccessiva disuguaglianza nella divisione del bottino causato dall’avanzamento tecnologico e dell’abuso delle strumentazioni robotiche.

Secondo Klaus Schwab del World Economic Forum, l’ibrido tra essere umano e macchina comporterà una drastica riduzione del lavoro, con un saldo negativo di oltre 5 milioni di occupati.

Il dibattito sulla piena automazione e sulla (invero più volte annunciata) “fine del lavoro” prosegue da anni tra alti, bassi, polemiche sclerotizzate, cuori oltre l’ostacolo e ritirate strategiche. Ma gli abilissimi estensori della Dichiarazione robotica per il reddito di base spostano il discorso oltre ogni semplificazione caricaturale. Ciò non basta, tuttavia, a farci considerare gli automi come nostri alleati.  Perché nell’inconscio collettivo, dietro il superficiale entusiasmo per la tecnologia e le innovazioni che respiriamo con la cultura di massa, fanno capolino i due archetipi che per anni hanno tracciato il sentiero percorso da ogni buona storia di robot. Si scorge il mostro di Frankenstein, che non è propriamente un robot ma costituisce il modello dell’essere artificiale che si ribella al suo creatore. Per evitare la sindrome di Frankenstein basta programmare il cervello positronico dei robot impartendo alcune istruzioni. Sono le leggi della robotica, in base alle quali:

  1. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
  2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.
  3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.

Eccole, le tre leggi, così come riportate nella cinquantaseiesima edizione del Manuale di Robotica, edito nell’anno 2058, e come formulate nel lontano 1942 da Isaac Asimov. Il problema parrebbe risolto. Ma cosa succede quando una delle tre leggi entra in cortocircuito con una delle altre? “Come l’asino di Buridano, il robot non sa scegliere”, riflette Renato Giovannoli nel suo La Scienza della Fantascienza. “Si trova di fronte a quello che Asimov chiama un ‘dilemma insolubile’ e i suoi ‘pensieri’ cominciano a girare a vuoto. La diagnosi e la terapia di queste disfunzioni dei cervelli positronici è competenza di una branca della robotica detta ‘robopsicologia matematica’”.

Pronti per l'automazione totale.

Lo stesso dilemma affligge i progettisti delle auto senza pilota, tecnologie al servizio dell’uomo operanti in ambienti liberi e aperti delle quali si parla da anni e che hanno avuto grande visibilità al Ces 2016, il salone della tecnologia di Las Vegas. Il robot alla guida dell’auto senza pilota posto di fronte a una situazione estrema dovrà tentare di ridurre sempre e comunque le perdite di vite umane, o dovrà preoccuparsi in primo luogo dell’incolumità di chi si trova all’interno del veicolo? Sul Corriere della Sera, Edoardo Segantini ricordava che “il dilemma può porsi nel caso in cui, ad esempio, un passante attraversi improvvisamente la strada e l’auto robotica (che ha riflessi molto più veloci del guidatore umano) debba ‘decidere’, in una frazione di secondo, se investire il passante o schiantarsi contro un muro per evitarlo, con dolorose conseguenze per il suo passeggero”.

Tanto ha pescato nel profondo la sindrome della ribellione delle macchine evocata da Frankenstein, che il robot buono arriva soltanto cent’anni più tardi, grazie a Eando Binder e alla serie di racconti Adam Link, Robot. Nella prima storia il protagonista è accusato ingiustamente di aver contratto il morbo di Frankenstein e aver ucciso il proprio creatore. Per questo viene condannato alla sedia elettrica. Il ciclo di Adam Link si chiude tre anni dopo, nel 1942: in Adam Link Saves The World l’eroe-automa combatte coraggiosamente contro un’invasione di siriani (!) e ottiene per questo la cittadinanza  onoraria degli Stati Uniti.

Dalla paranoia al tecno-entusiasmo c’è di mezzo Asimov che prova a ricondurre il dilemma robotico alla dimensione etica dello sviluppo, alla necessità di una sua normazione. Ma capisce lui stesso che ciò non basta, si rende conto di come la faccenda sia più complessa. Come suggeriscono i rock’n’roll robots di Mr. Wright e le previsioni inquiete del patron di Davos, il robot va umanizzandosi e l’essere umano va meccanizzandosi: il che dovrebbe convincerci dell’inutile attesa di uno sviluppo lineare e intrinsecamente liberatorio, quanto dell’impossibilità (portata avanti dai luddisti e dai sostenitori romantici della “decrescita economica”) di dichiarare una specie di moratoria allo sviluppo e persino alla ricerca scientifica. Sarebbe come piantare alberi ma rifiutarsi di farli crescere. O come quella volta che Pol Pot stabilì che gli occhiali da vista venissero messi al bando in quanto “strumento borghese”.

Il robot va umanizzandosi e l’essere umano va meccanizzandosi: il che dovrebbe convincerci dell’inutile attesa di uno sviluppo lineare e intrinsecamente liberatorio, quanto dell’impossibilità di dichiarare una specie di moratoria allo sviluppo e persino alla ricerca scientifica.

“Le vostre macchine vi tengono in vita, i robot hanno decimato gli uomini… Cosa farete quando sarà la fine, con i vostri computer?”, cantavano negli anni 80 i nostrani “Hüsker Dü from the mountains”, i Kina. Il gruppo di Aosta interpretava l’inquietudine di fronte alla grande mutazione: la fusione uomo-macchina è in atto, è già in corso. Questa fusione, la intravide il secondo archetipo della robotica, coevo di Frankenstein (è del 1815): l’amore di Nathaniel per la donna-automa Olimpia in L’uomo della Sabbia, il racconto di E.T.A. Hoffman che anticipa il tema del simulacro totale che fa perdere il senso della realtà.

Sono i temi che avrebbero disturbato la mente florida di Philip K. Dick , per il quale il robot è sempre più un doppio artificiale indistinguibile dalla realtà che viviamo. Accade fin da Impostor, racconto degli esordi che vede il protagonista ossessionato dal dubbio “sono un uomo o un automa?”; il mondo di Dick prefigura l’impossibilità di sganciarsi dall’altro meccanico: “Noi umani dal viso caldo, e morbidi, con occhi pensierosi, noi siamo forse le vere macchine”.

Viene da pensare ai Daft Punk, che raccontarono così il mito delle loro origini: “Stavamo lavorando su alcune tracce e il nostro campionatore è andato in tilt, è esploso lanciando scintille. Abbiamo avuto dei piccoli infortuni, per cui abbiamo dovuto sottoporci a qualche intervento chirurgico. E siamo diventati dei robot”. “I Want to Be a Machine“, cantavano nel 1977 gli Ultravox. E dire che ancora nel 1981, in Rock’n’Roll Robot Alberto Camerini si augurava: “Lui lavora duro, tu libera sarai”.

Giuliano Santoro
Giornalista, il suo ultimo libro è "Al palo della morte – Storia di un omicidio in una periferia meticcia" (Alegre)

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