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Nonostante l'austerity e i budget irrisori, Yorgos Lanthimos e Athina Rachel Tsangari hanno inaspettatamente riacceso i riflettori sul cinema greco a suon di premi e nomination. The Lobster, certo, ma non solo.

Sai quanto è bello, vincere a Cannes. Noleggi un frac. Telefoni a tua madre. Scopri che il debito pubblico del tuo paese sfiora i trecento miliardi.

[La cronologia non è esattamente precisa: Yorgos Lanthimos vinceva Un Certain Regard nel maggio del 2009. Il suo film, Kynodontas (per i più: Dogtooth), usciva nei cinema greci in un’atmosfera molto diversa: il mese precedente, il 18 ottobre 2009, il neo-eletto primo ministro greco George Papandreou annunciava pubblicamente i conti truccati dai governi precedenti, presentati a Bruxelles sin dal 1999 per agevolare l’entrata della Grecia nell’Euro. Il falso in bilancio che era stato portato avanti per dieci anni e quattro governi al grido di “Ci sembra proprio un’ottima idea!”, e la chiusura conseguente dei mercati internazionali, lasciavano il paese sull’orlo della bancarotta.]

Una scena di Kynodontas.

Questo il contesto. E ora, un’introduzione al personaggio: il Nuovo Cinema Greco, una creatura che trascina il proprio corpo ferito per un decennio lungo un tunnel alla cui entrata torreggiano le cariatidi di Angelopoulos, Costas Ferris e dell’“internazionalmente acclamato” Costa-Gavras. All’uscita del tunnel si trovano un futuro incerto, pochi fondi stanziati dal governo e, boh, Un tocco di zenzero. Sei un giovane regista greco, e ti trovi, con le tue piaghe suppuranti, a metà del tunnel. Cosa fai?

Athina Rachel Tsangari e Yorgos Lanthimos  hanno entrambi trovato una risposta molto simile. I due vengono accostati per il loro stile, ma la somiglianza più forte è in realtà il fatto che sono due amici e collaboratori che si sono trovati a lavorare nelle stesse condizioni economiche. Durante cinque anni di austerità, hanno portato in giro per i festival tre film a testa, grazie ai quali hanno ricevuto premi e riconoscimenti internazionali. Gli ci è voluto molto tempo, però, prima che la gloria potesse trovare un suo equivalente finanziario. Nel frattempo, hanno saputo adattare il loro modo di fare cinema alla necessità. Ecco una cronologia.

Il Duemilaenove

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Yorgos Lanthimos prima di divenire 'il noto Yorgos Lanthimos'.

Il Giovane Yorgos Lanthimos dissimula la sua passione per il cinema per dimostrare ai genitori di avere la testa sulle spalle. Si interessa di marketing, vuole dirigere gli spot pubblicitari. E ne fa, di spot pubblicitari, oltre a cortometraggi, performance di danza e video musicali più o meno (vedi sopra) riusciti. Esce da una scuola di cinema molto teorica, e si fa le ossa in senso tecnico grazie alla pubblicità.

Kinetta, il primo lungometraggio di Lanthimos (2005), comincia a tracciare solchi in quella che sarà la poetica prevalente di Lanthimos: rarefazione dei contenuti verbali e situazioni surreali. È prodotto dalla Haos Film, casa di produzione fondata da Athina Rachel Tsangari. La situazione, nella Grecia dei primi anni Duemila, ristagna da molto tempo: non ci sono fondi, e il Centro Cinematografico Greco è in grado di offrire fondi soltanto a pochi film di pochi autori noti. Dalla loro, i privati non hanno ragione per investire nel cinema, dato che non vengono offerti benefici fiscali. Del ristagno risentono soprattutto i “giovani cineasti” che, privati di qualsiasi sostegno finanziario, non sono in grado di dimostrare il loro potenziale. Per reazione, cominciano a fare film tra di loro, con l’aiuto degli amici. A budget zero, e con il solo scopo di continuare a fare film. È qui che la relazione tra Lanthimos e Tsangari inizia a definirsi: nel 2005, i due possono entrambi venire definiti “giovani cineasti privi di un futuro concreto”, e iniziano ad aiutarsi a vicenda per garantire la sopravvivenza della specie.
Tsangari produce Kinetta; “Ricambierò,” le risponde Lanthimos. “Vedrai che ricambierò”.

Duecentocinquantamila euro per un lungo sono davvero pochi ma, per un regista abituato a lavorare senza duecentocinquantamila euro, sono un buon inizio.

È con Kinetta che comincia ad arrivare, mitigatamente, l’attenzione internazionale nei confronti di Lanthimos: il film riscuote interesse a Berlino e a Toronto e, come volevasi dimostrare, gli garantisce fondi per il suo prossimo lungometraggio, guarda caso, Kynodontas (per i più: Dogtooth). Duecentocinquantamila euro stanziati per un lungo sono davvero pochi ma, per un regista abituato a lavorare senza duecentocinquantamila euro, sono un buon inizio. Peccato che i soldi non arrivino in tempo per le riprese. Il film viene girato, nuovamente, senza soldi, con la promessa di ripagare tutti i collaboratori una volta ricevuto il finanziamento statale; le riprese avvengono con un’unica lente (una 50mm). Il finanziamento arriverà, ma molto più tardi.

Una vittoria a Cannes e una nomination all’Oscar più tardi, è facile guardare alla vicenda in maniera distaccata, accarezzandosi il ventre e sorseggiando vino fruttato, ridacchiando di “ha ha, i vecchi tempi, quando eravamo tutti più scafati”, ma un piano governativo che stanzia i fondi ad anni di distanza è un piano governativo fallimentare. Non a caso pochi mesi più tardi il nuovo governo verrà scagliato nella vorticosa realtà del debito pubblico. Cineasti, fate Ciao ciao ai finanziamenti futuri!

Dogtooth è un film incredibilmente ambizioso, sia a livello formale, sia nel suo umorismo terribilmente nero. Candidato all'Oscar, perse contro il più istituzionale In un mondo migliore.

Per i più: Dogtooth parte da una premessa quasi fantascientifica, secondo la quale tre adolescenti – forse un po’ troppo cresciuti – non hanno idea del mondo all’infuori della propria casa. Il padre li sottopone a giochi che verrebbero considerati umilianti da chiunque non abbia vissuto tutta la propria vita in un’unica abitazione. Ogni giorno, insegna loro parole nuove cui assegna significati arbitrari (la “figa” è una grossa lampada, e via discorrendo).

L’aspetto più incredibile della filmografia di Yorgos Lanthimos è la raffinatezza delle sue sceneggiature (e del collaboratore Efthymis Filippou). Lungi dal dilungarsi in spiegoni, necessari o no che siano, i due vanno seminando tasselli del mosaico durante tutta la prima metà del film, senza che lo spettatore abbia una chiara idea di quello che sta guardando (a parte buffi quadretti astratti con situazioni parossistiche). In un punto preciso del film, però, bang!, arriva il tassello definitivo, quello dell’epifania, in cui tutti i meccanismi vanno al proprio posto e si guarda dritto negli abissi dell’insensatezza e della crudeltà umana.

Un'altra scena da Kynodontas.

Dogtooth è un film incredibilmente ambizioso, sia a livello formale, sia nel suo umorismo terribilmente nero. Il successo di pubblico garantitogli dal riconoscimento di Cannes è assolutamente legittimo, considerato il senso di rottura a livello recitativo, di scrittura, e di budget (non che quest’ultimo sia sempre un buon segno: la regola, se un produttore ha zero budget e non sa usare Excel, è quella di sparare per uccidere).
Dogtooth non vinse l’Oscar. Anche qui, nessuna sorpresa: vinse il molto più istituzionale In un mondo migliore. Dalla sua, Lanthimos era già ben avviato.

Il Duemilaedieci
Nel frattempo, però, era successa la Grecia.
Quell’inverno del 2009, Athina Rachel Tsangari si accingeva a dirigere il suo primo lungometraggio, una sorta di lettera d’amore a Sir David Attenborough intitolata, non a caso, Attenberg. Yorgos Lanthimos, non dimentico del favore del 2005, lo avrebbe prodotto insieme a lei. Non sapeva da dove cominciare, ma se non altro lo faceva “con affetto”. (Per compensare alla sua inesperienza come produttore, Lanthimos recita nel film tutto nudo.)

Il poster di Attenberg.

Athina Rachel Tsangari era rientrata in Grecia da pochi anni, dopo avere studiato e insegnato (e recitato con Richard Linklater) in Texas. Allo scadere del visto, Tsangari aveva pianto e battuto i piedi per ogni giorno trascorso in Grecia, consapevole della carriera incerta che aveva scelto per se stessa, e delle circostanze sfavorevoli in cui i suoi coetanei cineasti si trovavano. La fiducia nel futuro era giunta insieme all’assemblaggio di un team greco disposto a lavorare a zero budget. E quindi, Attenberg.

Ambientato nel pieno dell’inverno in una new town degli anni Sessanta costruita dai francesi, Attenberg prende molto consapevolmente le distanze dalla Grecia da cartolina che ci immaginiamo. Una ventitreenne vergine, Marina, trascorre le giornate a coreografare camminate assurde, inventare giochi di parole, guardare documentari sulla natura e a prendersi cura del padre, che sta per morire.

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Il trailer di Attenberg.

Per non dare completamente torto a quel signore posato che, alla Mostra di Venezia del 2010 (dove il film veniva mostrato in anteprima), diceva “C’è già stato Dogtooth, non abbiamo bisogno di questo”, per i propri film Lanthimos e Tsangari sono affezionati a un tono simile e a un simile senso dell’umorismo. A entrambi piace l’assurdo, entrambi evitano di dare una vita psicologica troppo complessa ai personaggi e, per dio!, lavorano insieme da molti anni.

Lanthimos presta attenzione a scenari fantascientifici, parte sempre dal presupposto “cosa succederebbe se”, creando scenari realistici che non esistono nella realtà, ma che si pongono in relazione a sentimenti e situazioni esistenti nella realtà. Uno dei suoi punti di interesse più marcati è la crudeltà umana. Athina Rachel Tsangari, con Attenberg, parte da scenari plausibili e reali e li rarefà, prendendo una strada più sperimentale, trasformandoli in fantascienza. Il film si sofferma su argomenti fortemente politici e calati nella Grecia reale (nella fattispecie: l’obbligo di tumulazione e il divieto di cremazione nella Grecia contemporanea), ma lo fa nella maniera più lontana possibile da come potrebbe essere un film neorealista su una figlia che deve trovare il modo di cremare il proprio genitore.

Athina Rachel Tsangari, con Attenberg, parte da scenari plausibili e reali e li rarefà, prendendo una strada più sperimentale, trasformandoli in fantascienza.

Il Duemilaeundici
Ah, il 2011. In cui la Grecia viene declassata da Standard & Poor’s da paese B a CCC. In cui un nuovo prestito dell’Ue e un nuovo pacchetto di salvataggio risparmiano ad Atene un secondo rischio di bancarotta. In cui Papandreou si dimette e l’ex direttore della Banca di Grecia diventa primo ministro.

Neanche sul fronte cinematografico si sta troppo bene. È dal 2009 che il Centro Cinematografico Greco non riceve nuovi fondi dal Ministero dei Beni Culturali. La carenza di finanziamenti si traduce in un calo drastico nel numero dei film prodotti. Nel 2011, i lungometraggi greci prodotti sono venti, un numero pericolosamente basso (nel 2010, in Italia, ne sono stati prodotti 114).

Il successo dei due registi ha ispirato una nuova normativa approvata dal Parlamento greco che offre agevolazioni finanziarie ai privati interessati a investire nel cinema.

Guardandola dal lato positivo, il successo internazionale di Lanthimos e di Panos Koutras spinge alla finalizzazione di una nuova normativa approvata dal Parlamento greco che offre agevolazioni finanziarie ai privati interessati a investire nel cinema. Il polo governativo, in stallo dall’inizio della crisi del debito, apre la strada ai finanziamenti esterni. Vediamo benefici a breve termine? Non vediamo benefici a breve termine, ma vabe’, cosa vi aspettate, il paese è in ginocchio.

La situazione finanziaria permetteva la realizzazione di film piccoli, ancora più piccoli che in precedenza, e allora ecco Yorgos Lanthimos e la sua produttrice (indovinate chi?) che si allontanano verso l’orizzonte con un fagotto in spalla e novantamila euro nel budget. Novantamila euro. Con il budget di Transformers 4, Lanthimos avrebbe potuto girare Alps 2100 volte. Invece aveva novantamila euro.

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Il trailer di Alps.

Le ristrettezze economiche impongono lo stile di Alpeis (per i più: Alps). Ancora una volta, però, il film le sfrutta in maniera intelligente. Dobbiamo girare in casa degli amici? Utilizziamo gli spazi più angusti immaginabili. Non ci sono soldi da spendere in oggetti di scena? La natura disadorna degli appartamenti ha il suo riscontro esistenziale.

Con le angolazioni più efficaci, ciò che è un ostacolo diventa un punto di forza del film. Lo stile è sporco, privo di colore, anni luce dal formalismo di Dogtooth. La sceneggiatura ha lo stesso meccanismo della precedente, con una serie di rivelazioni incomprensibili che vanno a formare un quadro chiarissimo a metà film. Offrire una sinossi del film, però, è un crimine contro l’umanità, quindi evitiamo.

Il Duemilaedodici

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Il trailer di The Capsule.

The Capsule, forse il film meglio finanziato di quelli qui trattati, è un cortometraggio su commissione che Athina Rachel Tsangari realizza per la DESTE Foundation di Atene, e per Dakis Joannou, fervente collezionista d’arte. Il corto prende il romanzo gotico e lo coniuga con un’ambientazione che, storicamente, non ha mai vissuto il periodo gotico (la Grecia dell’isola di Hydra) e con gente che veste abiti fatti di capelli.

Dopodiché, i due colleghi si preparano al silenzio più lungo del quinquennio. Lanthimos si trasferisce a Londra; Tsangari rimane nella Grecia che l’aveva fatta piangere al ritorno dal Texas. Entrambi, separatamente, preparano il loro prossimo lavoro, che uscirà in contemporanea nel…

DUEMILAQUINDICI!

La Grecia contemporanea è una palla di fuoco di eventi. Dal 2012, i governi tecnici e i governi politici fanno un po’ come d’autunno sugli alberi le foglie; SYRIZA si afferma come seconda forza politica. Chiude la ERT (la RAI Greca); alle elezioni 2015 vince Tsipras! È una nuova era per la Grecia! Non ci abbasseremo ai diktat dell’Unione Europea! Ahi, no! Con questo debito non si può fare niente. Chiudono le banche; parte il controllo dei capitali. Al referendum vince il NO; la Grecia rimane in Europa. A metà ottobre, vengono varate nuove misure di austerità.

Una scena di Chevalier.

Il modus operandi di Athina Rachel Tsangari rimane immutato. Il relativo successo internazionale dei suoi film non ha reso il suo cinema meno povero. I budget greci rimangono quelli che conosciamo. Tsangari attende, ancora una volta, l’arrivo dell’inverno, poi noleggia uno yacht di lusso e ci dirige Chevalier.  Il film, che mi è stato descritto come “Una notte da leoni ma europeo” è il racconto di sei uomini in barca che si sfidano a essere IL MIGLIORE IN GENERALE. Ma cos’è il migliore in generale? È un uomo con l’appropriata suoneria del cellulare; un uomo che dorme composto, il cui pene in erezione è dotato di una certa nobiltà. I sei uomini prendono nota dei propri rivali su un taccuino minuscolo, e si preparano al massacro.

La dinamica della competitività di gruppo era già presente in The Capsule, ed è anche per questo che Tsangari rifiuta la denominazione di Chevalier come film femminista, che si prende gioco dello stereotipo di maschio classico. La regista privilegia un discorso su una competitività da cui nessun essere umano è esente.

Un'altra scena da Chevalier.

I suoi attori si presentano sul set la mattina prestissimo, recitano nel film, si fanno prendere dal mal di mare, e la sera corrono a teatro a fare il loro lavoro. (Praticamente, la routine di Michael J. Fox durante il primo Ritorno al futuro, ma molto peggio stipendiata). Ma, dice Tsangari, quello che non ha in soldi lo guadagna in tempo con gli attori. Attraverso la ripetizione, e un continuo regime di prove, gli attori incorporano i dialoghi del proprio personaggio, lo fanno loro, lo cambiano a piacimento, fino a che l’attore è spinto a usare la propria fisicità e la propria voce come il personaggio.

Chevalier vince al London Film Festival, dove viene proiettato gomito a gomito con il film di una vecchia conoscenza.

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Yorgos Lanthimos ora che è 'il noto Yorgos Lanthimos'.

Durante tre anni di abbrutimento britannico trascorsi a guardare reality show, Yorgos Lanthimos ha trovato il tempo di accantonare 4 milioni di euro di budget. A giudicare dalla cifra, sembrerebbe che la vita si sia considerevolmente semplificata. Non è da sottovalutare, però, il numero di cartelli di coproduzioni a inizio film, che dura quasi quanto il film stesso: The Lobster, il film che tutti i vostri amici di un certo tipo hanno detto di essere andati a vedere, è una coproduzione di Irlanda, Regno Unito, Grecia, Francia, Olanda.

The Lobster, il film con “Colin Farrell che interpreta Maurizio Nichetti” ha una premessa un po’ più chiara dei precedenti film di Lanthimos, ma questo è grosso modo l’unico compromesso che il regista ha deciso di concedere al suo tanto temuto “esordio in lingua inglese”.

Una scena di The Lobster.

In The Lobster, le persone sole di una città in cui è sempre nuvolo vengono portate in un hotel isolato sulla costa. Nello spazio di non più di quarantacinque giorni, dovranno trovare una persona cui li unisca qualcosa di veramente speciale. Si può avere in comune il sangue dal naso, il sadismo, o la zoppia, ma l’elemento da condividere con la propria anima gemella dev’essere qualcosa di estremamente triviale che, in maniera assolutamente egotistica, si ritiene caratterizzante della propria persona. Ah: se, allo scadere dei quarantacinque giorni, non si è trovato il proprio compagno, si viene trasformati in un animale a scelta.

The Lobster parte, ancora una volta, da una premessa fantascientifica per parlare di qualcosa di umano, come l’assurdità delle norme prescritte dalla società, l’egoismo umano e (vabbe’, ok) l’amore. Lo stile recitativo privilegiato da Lanthimos (e, in parte, da Tsangari) troneggia indisturbato ancora una volta, senza il timore di un cast internazionale, e con timide intrusioni di presenze greche (Angeliki Papoulia e Ariane Labed, protagoniste di tutti i film elencati sino a ora).

The Lobster è lo zenith della recitazione alienata, dell’allontanamento dal naturalismo, della fisicità pura della recitazione. C’è chi la abbraccia pienamente (il cast greco, Colin Farrell), c’è chi porta il proprio bagaglio emozionale e non raggiunge un distacco semi-robotico (John C. Reilly), ma The Lobster è, dai tempi di Funny Games, uno dei migliori esperimenti che si basino puramente sull’intonazione e sulla fisicità degli attori e che trascenda la lingua di origine.

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Il trailer di The Lobster.

Realizzare film in Regno Unito essendo “la giovane promessa del cinema europeo” può dare adito a una maggior disponibilità economica, ma non per questo equivale a sciare a spazzaneve giù per una montagna di milioni. L’approccio privo di compromessi e intriso del proprio stile che Lanthimos ha dedicato al suo “film in un’altra lingua” è indice del fatto che le limitazioni di cui ha sofferto negli anni della sua formazione hanno permesso al suo stile di evolversi in un linguaggio completo, applicabile ovunque, a prescindere dal tipo di budget stanziato per il progetto.

Come diceva a The A.V. Club tre anni fa, cinque giorni dopo l’elezione di un nuovo governo ad Atene, “Anche prima [della crisi] non c’era una vera struttura per fare film – non c’era un’industria. Per cui, tra chi lavorava nel cinema, bisognava aiutarsi a vicenda, fare film a bassissimo costo. Con la crisi le cose sono peggiorate, ma i cineasti continueranno sempre a fare film.”

Laura Spini
Nata a Bergamo, non è la sua omonima Google vittima del raggiro di una santona. Ha tradotto e collaborato per una serie di case editrici e riviste italiane, sulle quali ha scritto di cinema, videogiochi, e pistoleri memorabili.

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