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Tommaso Pincio, Dave Eggers, Michel Houellebecq. Tre modi di narrare i social network, la tecnologia, e l'umanità che (forse) ne deriverà.

Mi sono avvicinato con curiosità a Panorama, l’ultimo romanzo di Tommaso Pincio, appena saputo che raccontava di social network e dintorni. Non solo perché Pincio è un ottimo scrittore, ma anche perché è un utente attivo di Facebook, nonché mio “amico” sul medesimo social network, immerso da tempo nella “cosa fluida” di cui parla il protagonista del suo libro, e certo competente delle sue logiche interne.

Ora, Panorama è un bel romanzo, ben scritto e ben costruito, ma al contrario di quello che mi aspettavo – forse sbagliandomi, considerata la poetica di Pincio – si muove a lato del fenomeno social, lo affronta indirettamente, da un punto di vista molto specifico e, diciamo così, marginale. Questo nonostante il titolo (nome del network immaginario di cui parla) e il breve excursus esplicativo sul “proto-Grande Fratello”, il panopticon di Bentham che potrebbe far pensare a un ulteriore approfondimento ma che invece resta solo estemporaneo: quasi un tributo pagato allo scontato retroscena sociologico, come per toglierselo di mezzo una volta per tutte.

Panorama si muove all’interno di un orizzonte libresco e letterario. La trama racconta la vita di Ottavio Tondi, consulente editoriale diventato famoso dopo aver scoperto una misteriosa autrice di successo (difficile non pensare a Elena Ferrante), infine scomparso nei meandri del web da dove il narratore – altro personaggio centrale del romanzo – lo ripesca entrando nel suo account Panorama con una chiave di accesso che chiude la storia in uno spazio autoconclusivo, meticolosamente architettato.

La stessa struttura narrativa, l’espediente classico del manoscritto ritrovato e del romanzo epistolare (sovrapposti nel “carteggio digitale” tra Tondi e una giovane donna), il carattere del protagonista e degli altri personaggi (quasi tutti letterati: scrittori, lettori, critici, editori), la serie interna di rimandi e incastri dal gusto (post)modernista e novecentesco (Borges, Cortazar, Nabokov, Calvino, eccetera), sono tutti elementi molto letterari. Così come il nome della ragazza che Tondi incontra, senza mai vederla, nel social network (Ligeia, dal celebre racconto di Poe). Panorama è un romanzo completamente citazionista, e la citazione è uno degli strumenti essenziali del sapere libresco. Ogni livello del testo ribadisce la sua appartenenza alla forma di organizzazione del pensiero tipica dell’oggetto libro, come un atto di fede.

Pincio accoglie l’elemento tematico dei social network, della rete, dei nuovi media, ma osservandoli dall’interno di uno spazio mentale letterario: un mondo che si approssima alla scomparsa dei libri, e dove la letteratura non avrà più nessuna funzione né riconoscimento sociale.

Panorama sembra raccontare a suo modo, facendo uso di una leggera cornice fantapolitica, quella che il critico George Steiner in un famoso articolo ha chiamato “la fine del mondo libresco” (“The end of bookishness”). Pincio accoglie l’elemento tematico dei social network, della rete, dei nuovi media, ma osservandoli dall’interno di uno spazio mentale letterario nel solco, per così dire, della sua parabola declinante. Questo sguardo conferisce al romanzo una tonalità emotiva peculiare – la malinconia – e dal punto di vista conoscitivo un’interessante parzialità: quella del reduce, del letterato “nonostante tutto”.

Tondi è il simbolo vivente del tramonto della bookishness e allo stesso tempo una sua chiara esaltazione: la figura del lettore totale, assoluto, definitivo. Figura marginale e solitaria come vuole la pratica materiale del leggere e dello scrivere, sempre più squalificata al tramontare dell’autorità libresca. Tondi è insomma «l’epitome, l’incarnazione di una passione già rara in passato e oggi del tutto scomparsa», come dice il narratore. Con una trovata geniale, Pincio celebra attraverso il suo personaggio la morte del libro mettendo in scena la lettura. In un mondo che si approssima alla scomparsa dei libri, dove presto non esisteranno più editori né librerie, dove la letteratura non avrà più nessuna funzione né riconoscimento sociale (ovvero il mondo da cui parla e scrive il narratore di Panorama), Tondi, già lettore di manoscritti presso un “grande editore” diventa un uomo di spettacolo mostrandosi sul palco nell’atto di leggere, semplicemente. Gira di città in città mettendo in scena come una performance silenziosa la sua occupazione principale. L’esibizione della lettura è contestuale alla sua defunzionalizzazione, l’estetizzazione un atto preliminare alla sparizione. È solo al termine della sua carriera di lettore-performer, quando ormai la letteratura sarà diventata fenomeno completamente desueto e disprezzato, che Tondi scoprirà il social network attraverso la mediazione di un altro scrittore, Tommaso Esquilino, già autore di Acque chete, elaborato apocrifo realmente esistente e scritto dallo stesso Pincio (il cui pseudonimo si riflette in quello del finto autore).

Su Panorama Tondi inizia per la prima volta nella sua vita a scrivere – non solo sul web, anche opere cartacee minime, elencatorie e pudicamente autobiografiche, tra Georges Perec e Sei Shōnagon. Pubblica online citazioni di vari autori e intrattiene una relazione virtuale con Ligeia, giovane e colta studentessa, dove alle suggestioni del racconto di Poe si intreccia lo stereotipo letterario «dell’attempato sibarita che sbava sulla serica pelle di una fanciulla in fiore» (Humbert Humbert e derivati). La relazione virtuale sconterà il suo carattere astratto, Ligeia svanirà nel nulla e a partire dalla sua sparizione si farà sempre più ingombrante quello che potrebbe riassumersi come “il quesito sull’identità”: l’identità e le sue facce nascoste, i suoi lati oscuri, i suoi segreti, il gioco degli specchi, delle maschere e dei nomi. L’io come enigma e labirinto: grande tema moderno e postmoderno che Pincio recupera in chiave attualizzante e per così dire terminale. Chi era dunque Ligeia? ma anche: chi è Esquilino? Chi è Tondi? Chi il narratore? E in definitiva chi è Pincio, lo scrittore che si nasconde dietro questo ironico pseudonimo letterario?

La nuova sede di Facebook progettata da Frank Gehry.

Agli albori del social e al tempo dei primi programmi di messaggistica istantanea, la frequentazione del web era ancora parecchio “letteraria”, almeno in questo senso: una mascherata, un gioco sperimentale sull’identità, proprio come la scrittura di molti autori del secolo scorso. Non sapevi mai con chi avevi a che fare, chi si celava dietro un nickname. Ogni interazione era attraversata dal brivido del dubbio, dall’eccitazione di una nascondino virtuale. Chattare era un gioco performativo, internet un luogo intrigante, vagamente illecito, dove dare libertà a lati di sé nascosti, repressi, desiderati, non spendibili nella realtà ufficiale. Era l’epoca letteraria del web, prima della sua evoluzione, prima della Grande Trasparenza.

Quando una decina di anni fa si è cominciato a parlare di autofinzione, genere a cui anche il romanzo di Pincio strizza l’occhio (il narratore potrebbe essere Pincio stesso, alcuni personaggi sono realmente esistenti e pubblicamente noti come suoi amici Facebook, oltre che scrittori a loro volta: Teresa Ciabatti, Giuseppe Genna, Francesco Pecoraro), quel tipo di letteratura è subito apparsa molto al passo coi tempi. Ma il termine nasce in Francia negli anni settanta (ho provato a ricostruirne la storia qui, anche se il mio punto di vista, rispetto ad allora, è abbastanza cambiato), e la pratica risale a molto prima: basti pensare all’Henry Broulard di Stendhal, o a Pessoa e ai suoi molti eteronimi.

Insomma giocare con l’identità, simularla e manipolarla, esplorarne i doppi fondi, avvicinarsi pericolosamente ai confini della spersonalizzazione è qualcosa che appartiene al codice genetico della letteratura moderna occidentale e non è forse un caso se l’autofiction è stata “portata” in Italia da un autore già maturo, Walter Siti, professore di letteratura e scrittore che guardava (e guarda) ai mutamenti del presente con straordinaria intelligenza sociologica ma pur sempre con gli occhi di un letterato.

Pincio prosegue il suo gioco letterario sul web, affidandosi a un uso letterario della rete: quello dei fake, dell’identità segreta e misteriosa.

Non solo i libri di Pincio sono uniti da molteplici rimandi e rilanciano l’un l’altro il quesito sull’identità, come nel caso del già citato Acque chete. Prima ancora della pubblicazione di Panorama, sono apparsi su Facebook alcuni account con il nome dei suoi personaggi principali, come altrettanti spin-off multimediali del libro stesso, verosimilmente gestiti da Pincio. Sulla bacheca di Tondi ad esempio si trovano frammenti dei suoi testi citati nel libro; su quello di Ligeia immagini di donne giovani, spesso senza volto, misteriose, fatali. Alcuni degli amici Facebook di Pincio (Ciabatti, Genna) appaiono nella bacheca dei personaggi, taggati o tagganti, spalleggiano lo scrittore nella sua costruzione finzionale e intermediale. Insomma Pincio prosegue il suo gioco letterario sul web, affidandosi a un uso “letterario” della rete: quello dei fake, dell’identità segreta e misteriosa, riproducendo sui social le vecchie e gustose questioni di legalità letteraria teorizzate da Charles Nodier e praticate da tanti autori del passato.

Qualche tempo fa lo scrittore Francesco Pecoraro ha pubblicato questo status sulla sua pagina Facebook:

Nei vari commenti, tra cui figurano diversi scrittori attivi nel social network, emerge abbastanza chiaramente una concezione auto-creativa e letteraria dei profili Facebook. La studiosa e scrittrice Silvia Bortoli descrive il profilo di Pincio come un “mondo parallelo”:

La mia impressione è che questi commenti siano punti di vista di scrittori che parlano di Facebook da scrittori, senza rendersi pienamente conto di come il modello, diciamo così, “autofinzionale” nelle interazioni online sia ormai qualcosa non solo di sempre meno comune, ma addirittura indesiderato, se non impossibile, comunque antitetico alle nuove forme dell’identità come si sono venute strutturando nella rete in questi ultimi anni.

Oggi non si sta sui social network per sperimentare le molteplici possibilità dell’io, per inventarsi una vita alternativa come al tempo dei primi ambienti virtuali, o elaborare forme di resistenza all’inquadramento identitario come nel caso del progetto Luther Blissett. Oggi si chatta come si parla, semplicemente, continuamente, alla luce del sole, e nel pieno centro della nostra identità anagrafica, biografica, persino esistenziale, sempre più nitida e definita: su Facebook, su WhatsApp, su Google, dove ci pare. Ogni interazione è circondata di informazioni e dati inoppugnabili: sappiamo da dove scrive chi ci scrive, che faccia ha, come si chiama e dove vive e quando compie gli anni, sappiamo cos’ha fatto ieri e nelle settimane passate, sappiamo dove viaggia, chi sono i suoi amici, cosa gli piace e non piace leggere, mangiare, bere, guardare. La vita privata è pubblica, quella pubblica accessibile a chiunque.

Quasi all’opposto di pochi anni fa, internet oggi ci inchioda al nostro profilo, come una dettagliatissima cartella segnaletica, compilata grazie ai contenuti da noi stessi immessi nella rete in maniera più o meno volontaria. Da un punto di vista psicologico, in un certo senso, il fatto di non mentire non è neppure questione di sincerità o insincerità: al limite oggi si può benissimo recitare la parte di se stessi senza che questo comporti nulla di paradossale. Sospetto anzi che sia questo un modo particolarmente calzante d’indossare il proprio profilo, di comportarsi on line. La sincerità stessa è una categoria morale sempre meno pertinente laddove la possibilità di ritirarsi in se stessi si fa meno praticabile. Riuscire a eludere questo meccanismo d’identificazione automatica è dunque sempre più difficile e sempre meno desiderato. L’identità è sovradeterminata, niente di fluido e umbratile, tutto si approssima all’evidenza, tutto si mostra alla luce del sole.

La nuova sede Apple, progettata da Norman Foster.

Nel chiarore accecante della visibilità totale si conclude Il Cerchio di Dave Eggers, probabilmente il romanzo definitivo sui social network di questi ultimi anni: il mondo letterario dei personaggi oscuri, ambigui, abissali, il mondo sotterraneo degli individui in cerca d’identità e d’autore, è qui sostituito da una nuova prospettiva, «da una nuova e gloriosa apertura, un mondo di luce perenne. Il completamento imminente, avrebbe portato pace (…) e tutte le incertezze che avevano accompagnato il mondo prima del Cerchio sarebbero state solo un ricordo», come si legge nelle ultime pagine del romanzo.

Pubblicato l’anno scorso, Il Cerchio non mi sembra avere ricevuto in Italia l’attenzione che meritava. Libro “necessario”, nel senso che leggendolo viene da pensare andasse scritto, che si tratti di un romanzo che certamente prima o poi qualcuno avrebbe scritto perché, come si dice, stava nell’aria, bastava coglierlo: l’ha fatto Dave Eggers, e l’ha fatto bene. Il riferimento immediato è 1984 di Orwell: alla distopia totalitaria novecentesca, edificata sulla base della coercizione e del potere repressivo Il Cerchio sostituisce la distopia soft dell’assoggettamento volontario, del potere amministrativo e della tolleranza repressiva, come la chiamava Marcuse.

Formalmente il libro non presenta alcun interesse specifico, è un romanzo in tutto e per tutto tradizionale, come d’altronde era anche il capolavoro di Orwell. Ma è nella descrizione del suo mondo distopico che Eggers mostra un’impressionante intelligenza dei mutamenti umani iscritti nel corso della tecnologia contemporanea. Quello che appare è un ingrandimento della nostra realtà, un leggero cambio di scala che stupisce per la verosimiglianza e per sua la straniante familiarità; ci si riconosce, volenti o nolenti, nella progressiva adesione al programma del Cerchio da parte di Mae Holland, la protagonista.

Il Cerchio è una colossale società informatica guidata da un triumvirato di giovani dirigenti in jeans e t-shirt che gradualmente guadagna il monopolio del web dopo avere incorporato i diversi concorrenti. Immaginate Google, Facebook, Twitter, Apple, tutti insieme, gestiti e amministrati da un’unica entità. La sede del Cerchio è chiaramente ispirata a quella di Google a Mountain View. Diecimila dipendenti, giovani, dinamici, partecipativi, si muovono in un clima informale, creativo, moderatamente edonistico, dove domina un design tutto vetro e geometrie minimaliste: una via di mezzo tra un campus universitario e un villaggio turistico. I “circlers” rappresentano una élite sociale e un microcosmo sperimentale. Sono loro a testare le diverse innovazioni tecnologiche prima di esportarle nel resto del mondo. Su di loro si perfeziona l’etica aziendale che diventerà il cuore di un modello di governamentalità diffuso in ogni ambito della vita pubblica e privata.

Il Cerchio, nel volgere di pochi anni, si afferma a livello globale come un potentato economico e politico senza concorrenti, capace di influenzare governi e decidere della vita di miliardi di persone. Uno dei primi e più importanti interventi dei dirigenti del Cerchio è volto proprio a impedire l’anonimato degli utenti: sarà obbligatorio avere un solo account, il quale accompagnerà ogni individuo per il resto della sua vita (è d’altronde quello che cerca di fare anche Google nel vasto dominio dei suoi servizi on line). Il social network è il canale principale di comunicazione e coesione comunitaria all’interno e poi all’esterno del Cerchio. Ce ne sono diversi, tutti integrati in un unico sistema, e il loro impiego –  non formalmente ma sostanzialmente obbligatorio – occupa una grande percentuale del tempo di lavoro degli impiegati: tempo plastico, elastico, affidato in gran parte alla loro iniziativa e buona volontà (sempre eccezionalmente reattiva).

Fin dai suoi primi passi nel Cerchio, Mae si sottopone con grande docilità alle richieste pressanti di partecipazione e visibilità da parte del suo ambiente professionale, diventando in breve tempo una specie di stacanovistica dipendente-modello, una delle persone più in vista all’interno della community. “Più in vista” in senso letterale, perché Mae sarà la prima circler a prestarsi a un programma di trasparenza totale: la sua vita diventerà accessibile in una diretta continua attraverso una serie di dispositivi tecnologici che vanno dai chip innestati per monitorare la salute e le sue reazioni fisiologiche alla telecamera indossata a tempio pieno, il tutto naturalmente connesso ai network aziendali.

Eggers non inventa quasi nulla. Nessuna delle innovazioni del Cerchio sembra inverosimile: qualsiasi utilizzatore di Facebook o Twitter, non potrà che ritrovare comportamenti estremizzati ma sinistramente familiari.

L’impressione è che Eggers non inventi quasi nulla. Nessuna delle innovazioni del Cerchio sembra inverosimile: tutto è un passo dalla realtà. Così ad esempio i dispositivi di visione come seeChange – una piccola webcam dalle batterie a durata pressoché illimitata e facilmente applicabile ovunque – fa pensare a una possibile evoluzione social delle GoPro o a Periscope. Il mondo del romanzo si riempie rapidamente di questi oggetti piazzati del tutto volontariamente dagli utenti dei social del Cerchio con un effetto di panopticon decentrato molto più radicale di quello immaginato dal più paranoico dei foucaltiani. L’interfaccia retinico è un’evoluzione scontata dei Google Glass; vari sistemi di controllo (ad esempio quello dedicato ai bambini) non fanno che dare corpo a un fantasma securitario che aleggia in ogni spazio delle società occidentali: se tutto è visibile, se tutto è trasparente, non ci saranno più reati.

Ma è nella fenomenologia dei social network, vera anima del Cerchio, che Eggers risulta efficace, non limitandosi alla configurazione tecnica dei media ma entrando con grande precisione nel merito del loro uso, mostrando nel dettaglio come la mente e la vita degli utenti si modella sulle condizioni materiali imposte dal nuovo ambiente digitale. Qualsiasi utilizzatore di Facebook o di Twitter, anche il più “letterario”, non potrà che ritrovare qualcosa di ben noto, comportamenti estremizzati ma sinistramente familiari.

Mentre il libro di Pincio, nella figura di Ottavio Tondi, sembra osservare l’irruzione del social network all’interno di una vecchia fortezza destinata a crollare, i personaggi di Eggers si muovono in un universo che ha già abbondantemente oltrepassato quel crinale storico. Incalzata dalla continua documentazione della propria vita online, dalla continua connessione alla comunità degli utenti, Mae perderà gradualmente la capacità anche solo di concepire la possibilità di un’esistenza privata. Sottrarsi alla visibilità diventerà sempre più difficile, sempre meno socialmente accettabile.

Mae avrà quindi bisogno di vivere on line, la sua psiche coinciderà con la dimensione espositiva dei social: trasmissione continua di frammenti autobiografici e commenti personali, feedback relativi, interazioni in tempo reale con la folla degli utenti, presenza costante e silenziosa di questi ultimi in ogni movimento del pensiero e del corpo. Tutto ciò che è, sarà tutto ciò che appare nei feed. Ciò che non appare, o non è o verrà spinto a mostrarsi. L’esibizionismo svuotato di ogni connotazione morale. Ogni forma di solitudine e reticenza perseguitata dal disprezzo comune. Il pudore, tranne pochissimi casi particolari, del tutto bandito.

La nuova sede Google, progettata da Thomas Heatherwick.

Qualsiasi forma di conoscenza e psicologia del profondo sarà di conseguenza esclusa dal mondo del Cerchio, salvo il residuo di una ferita psichica che a tratti si apre (in Mae) e di un’ansia che guadagna, fino a diventare impercepita, ogni momento dell’esistenza. Pura dissipazione priva di valore conoscitivo, l’ansia, in questo romanzo, sembra soltanto ciò che resta patologicamente della solitudine, della vita interiore, quando il soggetto abbia dismesso gli strumenti per abitarla, una volta persa l’abitudine secolare a considerarla la parte più “autentica” di sé.

L’eccitazione e il senso di potenza che garantiscono i feedback, i commenti e l’approvazione degli altri; i soliloqui e le proiezioni paranoiche della comunicazione in tempo reale, quando ad esempio qualcuno non reagisce a uno stimolo nel modo previsto; il diffondersi a livello emotivo di una empatia che assume tratti ricattatori, capaci di ribaltarsi in aggressività ingiustificata; la riduzione delle interazioni a una sommatoria di espressioni puramente segnaletiche (like, stelline, emoticon, condivisioni) che corrodono ogni sottile sfumatura di senso, ogni complessità di reazione semantica e psicologica, creando tuttavia, come controparte, uno spazio crescente d’incertezza. Tutto questo è lucidamente riprodotto nel romanzo di Eggers.

Da un lato, la dipendenza totale dello sguardo altrui, la regolazione di ogni scelta sulle oscillazioni del consenso, la smania del consenso stesso (nel darlo e riceverlo); dall’altro, la rimozione di ogni valore positivo attribuito al segreto, alla riservatezza e al conflitto, esemplificata in una serie di notevolissimi dialoghi dove Mae viene indottrinata dai suoi superiori fino a esprimere, da sola, tre massime che si aggiungeranno alle altre dello stesso tenore disseminate in giro per il campus del Cerchio come altrettante regole di vita, sul modello dei ben noti aforismi jobsiani:

I segreti sono bugie.
Condividere è prendersi cura.
La privacy è un furto.

Nel Cerchio, tutto viene tradotto istantaneamente in un flusso numerico che accompagna ogni individuo connesso. Numeri su numeri, da tenere ossessivamente sotto controllo, da valutare secondo soglie quantitative che decidono del successo e della felicità personale. Un mondo dominato dalla statistica, ultima perentoria manifestazione del bene (e del male) comune. Così, ad esempio, negli schermi della postazione di lavoro di Mae:

«C’era il numero di inviti recenti a eventi promossi dal Cerchio, 41, e il numero di quelli cui aveva aderito, 28. C’era il numero complessivo dei visitatori dei siti del Cerchio per quel giorno, 3,2 miliardi, e il numero di pagine viste, 88,7 miliardi. C’era il numero dei suoi amici in OuterCircle, 762, e le richieste di coloro che volevano diventare suoi amici alle quali non aveva risposto, 27. C’era il numero degli zinger che seguiva, 10.343, ed il numero di quelli che seguivano lei, 18.198. C’era il numero degli zing non letti, 887. C’era il numero di zinger che le ranno stati suggeriti, 12.862. C’era il numero delle canzoni nella sua biblioteca digitale, 6877, il numero degli artisti rappresentati, 921, e, in base ai suoi gusti, il numero di quelli che le erano stati raccomandati: 3408». E così via, fino a «Conosceva il totale dei passi fatti quel giorno, quasi 8200 fino ad allora, e sapeva di poter arrivare a 10000 senza fatica».

Con Il Cerchio, Eggers ha messo in luce come l’individuo contemporaneo, il suo modo di percepirsi e di rapportarsi ai propri simili, è stato modellato dalla connettività elettronica e dalla sovraesposizione mediatica.

Segnalazioni, misurazioni, monitoraggio e condivisione in tempo reale: ogni dato è al servizio di un progetto di soggetivizzazione/assoggettamento “partecipato”, anche se gestito in definitiva da un unico potere privato. Quella di Eggers è una prospettiva schiettamente tecnofobica, un punto di vista decisamente allarmato e allarmante. Alcuni commentatori l’hanno polemicamente affiancato a Franzen ed altri artisti o intellettuali noti per il loro cyberscetticismo radicale. Che si sia o meno d’accordo sull’eventualità di considerare le prospettive politiche dei nuovi media in maniera così negativa, resta che questo romanzo ha messo in luce, iperbolicamente, come l’individuo contemporaneo, il suo modo di percepirsi e di rapportarsi ai propri simili, è stato modellato dalla connettività elettronica e dalla sovraesposizione mediatica.

A confronto di Mae, il personaggio di Pincio, con la sua ritrosia libresca e le sue molte maschere, è un esemplare dell’individualità che abbiamo ereditato dalla tradizione culturale e dalle strutture sociali del passato: il vecchio sgangherato personaggio-uomo di cui parlava Giacomo Debenedetti, o il soggetto desiderante e polimorfo tardonovecentesco incarnato agli albori del web, nell’epoca felice delle identità virtuali ludiche e sperimentali, in tante opere d’arte e di pensiero. Non è un caso se nel romanzo di Eggers l’unico “fake”, l’unico soggetto mascherato e opaco – ma anche il più carnale, il più fisico – è il sabotatore, colui che sembra voler impedire la “chiusura del Cerchio”, la realizzazione del suo ordine sociale totalitario.

Al contrario Mae, perfettamente integrata, si adopera sempre più alacremente a vivere un’esistenza di circler modello, ad aderire completamente al proprio profilo senza rendersi conto di essere interiormente disarmata, fragilissima. La si potrebbe definire, ricalcando la formula di Debenedetti, un personaggio-profilo: bidimensionale, pubblico, vuoto.

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La natura di quel vuoto, ciò che potrebbe diventare, ciò a cui allude, è l’oggetto di un libro che Michel Houellebecq ha scritto qualche anno fa, La possibilità di un’isola, dove ritroviamo i social network trasfigurati dall’immaginazione visionaria dello scrittore francese.

Il romanzo fantascientifico che Michel Houellebecq ha pubblicato nel 2005 si presenta come una serie di commenti, vergati da Daniele 24, alla “storia di vita” di Daniele 1. Daniele 24 è un “neoumano”, un clone derivato dal patrimonio genetico di Daniele 1: l’ordinale sta a indicare il numero di volte in cui il primo Daniele si è reincarnato. Di conseguenza, dato che i neoumani godono di una durata di vita maggiore rispetto ai vecchi umani, le pagine del commento provengono da un futuro distante un paio di millenni dal presente di Daniele 1, che grosso modo corrisponde al nostro tempo.

La storia di vita e i vari commenti redatti dai diversi cloni hanno la funzione di perpetuare la memoria individuale del capostipite e si trovano, materialmente, in una rete digitale in tutto e per tutto simile al nostro web, con indirizzi IP, sequenze numeriche che corrispondono a luoghi virtuali frequentati da diversi utenti – ognuno con il proprio ordinale – i quali saltuariamente comunicano tra loro. Il pianeta Terra ha conosciuto una serie di catastrofi climatiche, sociali e demografiche che ne hanno modificato radicalmente l’aspetto fisico (mari prosciugati, città distrutte ecc). Pochi neoumani vivono isolati dentro piccole “stazioni” sparse sul pianeta e avulse dal territorio, mentre al di fuori si muovono branchi selvaggi di discendenti dei vecchi umani sopravvissuti alle catastrofi e regrediti a uno stadio animale.

I neoumani sono il prodotto non solo della riproduzione in vitro ma anche di una serie di mutazioni artificiali che ne hanno modificato la biologia e la psicologia: modificazioni biochimiche finalizzate a diminuire la sensibilità epidermica e il bisogno di contatto fisico, riduzioni della sensibilità delle fibre nervose ricettrici del dolore, eccetera. La più importante di queste modificazioni è la RGS (Rettifica Genetica Standard), che ha privato i neoumani del bisogno di nutrirsi facendone la prima specie animale autotrofa. A capo dei neoumani è una fantomatica Grande Sorella, il cui sistema di valori è contenuto in una serie di testi dai titoli come Confutazioni dell’umaneismo o Istruzioni per una vita tranquilla, dalla rudimentale matrice buddista.

In La possibilità di un'isola, Houellebecq ci mette di fronte a un paradosso: da una parte i neoumani comunicano perché ne hanno bisogno, dall’altra il loro modo di comunicazione è conseguenza di un’evoluzione che avendo escluso la morte ha eliminato il bisogno dell’altro, e quindi la comunicazione stessa.

La storia del mondo è riassunta nei commenti dei cloni che si sono succeduti nel tempo, ma i neoumani non sono che la penultima tappa dell’evoluzione, conservando ancora un blando legame con la matrice umana: dopo di questi, secondo la Grande Sorella, verrà il tempo dei “futuri”. Loro soltanto avranno tagliato ogni ponte con il passato e saranno perfettamente compiuti e felici.

Ma cosa fanno i neoumani? Praticamente nulla: vivono in una sorta di limbo, un isolamento sospeso al di fuori del tempo e dello spazio, non hanno desideri, non conoscono la noia, non hanno bisogno di quasi niente. Entrano in “intermediazione”, si scambiano immagini enigmatiche (spesso pezzi del loro corpo nudo), ed ermetici frammenti testuali dal sapore vagamente poetico. Ad esempio (Marie 23 a Daniele 24):

Il blocco enumerato
dell’occhio che si richiude
nello spazio schiacciato
racchiude l’ultimo termine

I neoumani sono ancora esseri corporei, ma di una corporeità diminuita. La comunicazione telematica è il punto di contatto tra la trasformazione in pura mente e un’ultima traccia di materialità che si esprime come bisogno di “socialità”, per quanto sublimato in formule apparentemente incomprensibili e in immagini di nudo.

La distopia di Houellebecq ci mette di fronte a una sorta di paradosso: da una parte i neoumani comunicano perché ne hanno bisogno, in quanto esseri ancora parzialmente umani. Dall’altra il loro modo di comunicazione è conseguenza di un’evoluzione che avendo escluso la morte (e con essa tutto l’impianto valoriale del vecchio “umanesimo”) ha eliminato il bisogno dell’altro, e quindi – in prospettiva – la comunicazione stessa. I caratteri individuali di questi uomini modificati tendono a scomparire, livellarsi, comporsi di azioni ripetitive, prive di iniziativa, sempre più prossime alla stasi. Sono atomi, pronti a fondersi in una nuova materia spirituale.

La nuova sede Google, progettata da Thomas Heatherwick.

La possibilità di un’isola si articola su due livelli narrativi: da un lato, nel racconto di vita di Daniele 1, il presente degli elohimiti, la setta religiosa da cui nei secoli nasceranno i neoumani e che tende a stringere i suoi adepti in un “cerchio” claustrofobico e coercitivo. Dall’altra osserviamo l’evoluzione remota di quel programma nella specie di un isolamento progressivo e nell’annientamento del soggetto in quanto tale. È come se Houellebecq avesse separato, collocandoli in una relazione di successione temporale, i due aspetti che in Eggers sono ancora interconnessi e coesistenti: da una parte la progressiva astrazione dell’esistenza, la riduzione dell’individuo a “profilo” privo di qualsiasi scarto di soggettività; dall’altra un bisogno violento di socialità, esacerbato dalla sua stessa dimensione virtuale e definitiva: come se il “social” fosse l’ultima chiassosa manifestazione della vita sociale prima della sua graduale sparizione, prima della atomizzazione “felice” e totale dell’individuo.

Poiché l’obiettivo dei neoumani è una sorta di mistico annullamento e il dissolvimento di qualsiasi attributo individuale, nel futuro di Houellebecq la solitudine non sarà più percepita come tale, e la vita associata – reale o virtuale – diverrà perfettamente inutile. Ma nel futuro neoumano, e nel nostro presente, entrambe avanzano ancora pretese. Gli adepti di Elohim sono l’esempio immaginario di un’appartenenza comunitaria degenerata, tecnologicamente strutturata e oppressiva in un modo simile alle dinamiche social e aziendali del Cerchio di Eggers. Questo immaginario ha senz’altro un rapporto con il tema del neocomuntarismo spesso al centro degli interessi della ricerca sociale e artistica degli ultimi anni: saggi, film, documentari descrivono e raccontano gruppi umani più o meno marginali, più o meno loschi, grotteschi, opprimenti (tra le ultime cose in cui mi sono imbattuto: due film bellissimi su Scientology, Going clear e The master, le pellicole di Roberto Minervini, e il reportage narrativo I figli delle stelle di Ivan Carozzi, che racconta proprio della setta da cui Houellebecq ha tratto ispirazione per i suoi elohimiti, i raeliani).

Ne La possibilità di un isola vediamo individui che smettono i loro panni corporei, tendono all’immaterialità della pura comunicazione simbolica, del tutto integrati in un ambiente numerico capace di eliminare qualsiasi attrito. Tuttavia continuano, questi uomini “intermedi”, a percepire una mancanza, tenace, che attraversa le loro giornate larvali nella forma di una sottile nostalgia.

Forse la domanda implicita nel libro di Houellebecq è questa: continuerà a esistere in qualche modo, a qualche livello delle nostre coscienze, la consapevolezza che «in fondo si nasce soli, si vive soli, e si muore soli» (Daniele 1)? La consapevolezza tragica della separazione radicale che caratterizza le nostre esistenze individuali, potrà mai essere completamente rimossa dalle tecnologie e dalle nuove modalità della vita associata?

Continuerà a esistere in qualche modo, a qualche livello delle nostre coscienze, la consapevolezza che «in fondo si nasce soli, si vive soli, e si muore soli»?

Torniamo allora a Pincio, per concludere: allo scrittore solitario, alla sua malinconia, al quesito identitario che allude al mistero del soggetto e della sua intimità. Ottavio Tondi, alla domanda di cui sopra risponderebbe di no, credo. Un no da letterato, una resistenza umanistica alla Bartelby e compagnia, quella di cui parla Vila-Matas nel suo bel libro sui dropout letterari intesi come quintessenza dell’uomo libresco all’epoca della fine della bookishness.

«Leggere significa chiudersi fino all’eccesso e pertanto non si può essere abbastanza soli, quando si legge, e non si può avere abbastanza silenzio attorno e la notte non è mai abbastanza notte», dice Tondi, come a ribadire il rapporto privilegiato del libro, della lettura e della scrittura, con la solitudine, l’oscurità, la segretezza. Ma si tratta di posizioni marginali, decadenti, da vecchi letterati intestarditi e reticenti, immersi nella magnificazione di una storia sempre più lontana e inattuale, come sembra sapere lo stesso Tondi: «Il minuscolo mondo letterario per il quale aveva vissuto [era] una comunità dalla spropositata considerazione di sé benché ignorata dai più, aveva meritato di soccombere, spazzata via dall’arroganza di credersi testimone del mondo, custode di valori millenari, cuore dell’umanità».

Carlo Mazza Galanti
Carlo Mazza Galanti è critico letterario e traduttore. Ha collaborato con diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, e fa parte della redazione di Nuovi Argomenti.

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