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Ultra libertarian, demolitore di Gawker, fan di Trump e profeta oscuro della Silicon Valley: tutto in una persona.

Il 22 agosto 2016 Gawker.com ha cessato di esistere. Gli altri blog del gruppo Gawker Media (Jezebel, Gizmodo, Deadspin, Lifehacker tra gli altri) sono stati acquistati lo scorso agosto da Univision Communications Inc. per un totale di 135 milioni di dollari. Il gruppo aveva dichiarato bancarotta a giugno, dopo che un giudice aveva condannato il gruppo a un risarcimento nei confronti di Terry Gene Bollea (noto al pubblico come Hulk Hogan) pari a 140 milioni di dollari. Tutti i siti del gruppo continueranno la loro attività editoriale grazie all’acquisto di Univision, mentre Gawker.com non si è salvato, anche se il sito è ancora visibile e consultabile online. Per capire cos’è successo e chi siano i responsabili, occorre tornare indietro di qualche anno.

Nel 2006 Hulk Hogan passava da casa del suo amico Bubba the Love Sponge Clem (all’anagrafe Todd Alan Clem) “just to say hello”, poco prima di finire a letto con la moglie del suddetto, Heather Clem. Una telecamera stava riprendendo tutto, senza che Hogan sapesse nulla. Nessuno poteva immaginare, dieci anni fa, che la morte di Gawker sarebbe dipesa da un sex tape con Hulk Hogan.

Passiamo all’ottobre 2012, quando Gawker.com pubblicò un post intitolato “Even For a Minute, Watching Hulk Hogan Have Sex in a Canopy Bed is Not Safe For Work but Watch it Anyway”. L’autore del pezzo, A.J. Daulerio, si era costruito negli anni precedenti una discreta fama per aver pubblicato su Deadspin una foto del pene dell’ex giocatore di football americano Brett Favre, fornita da una fonte anonima e pagata 12mila dollari in contanti. Nel 2011 aveva pubblicato un video di una studentessa universitaria americana ubriaca mentre faceva sesso con un ragazzo in un bar di Bloomington, nell’Indiana. La ragazza l’aveva chiamato lamentandosi che si trattava di un video rubato e pubblicato senza il suo consenso, chiedendo di rimuoverlo dal sito. La prima reazione di Daulerio alle richieste della ragazza fu: “Blah blah blah”.

Provare a giustificare la pubblicazione del video spiegando che Bollea aveva reso la sua vita privata e sessuale una “cosa pubblica” non ha portato molta fortuna al gruppo. Un altro dei punti a sfavore di Gawker è dipeso di nuovo da Daulerio e da uno scambio con l’avvocato di Bollea risalente al 2013, riportato recentemente da Advertising Age, dove Daulerio dice che soltanto in un caso non riterrebbe un celebrity sex tape degno di essere pubblicato e condiviso: nel caso in cui la celebrity avesse meno di quattro anni.

Hogan ha vinto il processo e, salvo colpi di scena in appello, riceverà 140 milioni di risarcimento. Ma non ha fatto la guerra a Gawker da solo, anzi. Al di là di chi sostiene moralmente la causa del diritto alla privacy anche per personaggi ricchi e famosi, c’è chi il sostegno a Hogan l’ha dato materialmente. 10 milioni di dollari per la causa Bollea v. Gawker, per l’esattezza. Il suo nome è Peter Thiel.

Ehi, ciao.

Se Peter Thiel fosse un attore, si potrebbe pensare a lui come all’interprete più versatile sul mercato. Il suo “ruolo” più noto è quello di angel investor che investì 500 mila dollari in Facebook nel 2004 e 27,5 milioni nel 2006, la prima volta con un investimento personale e la seconda tramite il Founders Fund di cui è co-fondatore e socio (fa tuttora parte della Board of Directors del social network). Nella prima parte della sua carriera aveva fondato PayPal, nel 1998. Thiel, visto tramite la lente dei suoi più grandi successi, è un miliardario qualunque che ha avuto fiuto nei momenti giusti e con le persone giuste. Perché un uomo di successo come lui ha investito nella distruzione di Gawker?

Nel 2007 Owen Thomas, l’allora managing editor di Valleywag (blog del gruppo Gawker dedicato al gossip su varie personalità di spicco della Silicon Valley), pubblicò un post dal titolo “Peter Thiel is totally gay, people”. Leggere questo pezzo è utile a capire un elemento fondamentale dello stile che ha caratterizzato Gawker negli anni. Si potrebbe riassumere così: si possono dire cose scomode su persone popolari trovando una scusa che giustifichi l’esposizione delle loro vite private e che, espressa in un certo modo, pare possa avere un’utilità pubblica e sociale più ampia. Niente mero gossip, insomma. Nel caso del post di outing su Peter Thiel (che non aveva mai fatto coming out pubblicamente), l’autore racconta l’ipocrisia della Silicon Valley nei confronti dell’orientamento sessuale dei suoi personaggi chiave. Il pettegolezzo, inquadrato sotto questa luce, appare come un banale e pratico strumento utile a puntare il dito contro l’establishment e rappresentarne i controsensi.

Peter Thiel non ha mai accettato questa giustificazione e si è letteralmente vendicato nei confronti di Gawker. La vittoria di Hulk Hogan è infatti stata favorita dal suo finanziamento dapprima nascosto e poi reso pubblico, commentato dallo stesso Thiel sul New York Times come “una delle cose migliori che io abbia mai fatto”.

Molti giornalisti e molte testate statunitensi (soprattutto newyorchesi) hanno accolto la dipartita di Gawker.com con una certa instant nostalgia nei confronti della sua linea editoriale sfacciata e inconsueta, producendo in alcuni casi vere e proprie raccolte dei migliori articoli pubblicati dal blog nel corso degli anni (l’hanno fatto, tra gli altri, Slate e BuzzFeed).

A dirla tutta, molti autori più o meno vicini al sito fondato da Denton (molti sono ex collaboratori, amici, sposati o legati con qualche grado di parentela agli editor del sito ecc), hanno fiutato il pericolo rappresentato da un miliardario che per motivi personali decide di investire in una causa per distruggere un blog come si potrebbe investire in una startup. Le sue azioni sono state inquadrate da molti come una minaccia nei confronti della libertà di stampa.

Thiel ha difeso le sue scelte e il suo punto di vista in un editoriale pubblicato sul New York Times, dal titolo “The Online Privacy Debate Won’t End with Gawker”. Ripercorrendo la storia dell’outing forzato di Gawker e citando il caso recente del Daily Beast che ha esposto la sessualità di alcuni atleti olimpici senza il loro previo consenso, si è scagliato contro l’attitudine al clickbait di alcune realtà editoriali e alla cattiva fama di cui la professione di giornalista gode anche a causa di questo tipo di contenuti.

Nell’ultimo anno e mezzo, ho svolto diversi corsi come docente di social media per giornalisti. Il clickbait è una delle mie ossessioni: avendo lavorato negli ultimi anni come social media editor/manager per diversi progetti e agenzie e avendo visto da vicino alcune delle meccaniche relative alle linee editoriali e alla comunicazione di alcuni magazine, impallidisco davanti alla facilità con cui molte testate pubblicano spazzatura purché faccia click. Il diritto alla privacy, la lotta contro il clickbait. Fino a qui Peter Thiel sembra quasi una persona ragionevole. Potente, ricca, ma ragionevole. In realtà nel pezzo di Thiel scritto per il New York Times le omissioni sono più importanti delle affermazioni.

Tra i più grandi facilitatori del cosiddetto clickbait possiamo annoverare i social network tanto amati da Thiel, in particolare Facebook. L’algoritmo che determina la visibilità dei contenuti sul News Feed degli utenti di Facebook, detto EdgeRank, mostra sulla home link e post simili a quelli visti in precedenza, in base allo storico delle interazioni di ogni utente (a chi e cosa abbiamo messo like, cosa abbiamo cliccato, cosa guardiamo in altre tab con Facebook aperto, i nostri messaggi diretti, quali account siamo andati a ‘sbirciare’ ecc.). Se tante testate producono contenuti superficiali e uguali a mille altri o elaborano titoli confusi pur di acchiappare montagne di click, dipende soprattutto dalla necessità di aumentare le visite al sito e guadagnare di conseguenza tramite la pubblicità. Un social media come Facebook, da cui proviene spesso una larghissima fetta dei visitatori al sito, è tra le vetrine più esposte, navigate e importanti per i giornali online che vogliano promuovere i loro contenuti. Ma si tratta di una vetrina in cui è difficile mettere i propri prodotti in primo piano, salvo investire in sponsorizzazioni e altri contenuti a pagamento.

Tra le esperienze che il miliardario annovera nel suo curriculum, c’è quella di cofondatore di Palantir Technologies, una compagnia specializzata in analisi di big data i cui principali prodotti (come ad esempio Palantir Gotham) sono stati utilizzati negli anni da analisti antiterroristici del dipartimento della difesa degli Stati Uniti e altri clienti di spicco quali NSA, FBI, Marine Corps ed Air Force. Secondo TechCrunch, Palantir è il software che ha permesso a CIA ed FBI di incrociare i dati di moltissimi database senza doverli consultare individualmente di volta in volta.

Peter Thiel non è un nerd qualunque e la sua biografia ha talvolta delle sfumature che sembrano uscite da un libro sci-fi.

Secondo alcune testate, tra cui Inc.com e Vanity Fair, sarebbe interessato a ricevere trasfusioni di sangue di soggetti giovani e in salute per ritardare l’invecchiamento e riuscire a vivere più a lungo. Gawker segnalava quest’estate che secondo una fonte Thiel sta spendendo 40.000 dollari ogni tre mesi per ricevere infusioni di sangue da un donatore diciottenne. Nel 2014, in un’intervista per Bloomberg TV, aveva confidato l’assunzione di pillole di ormoni per la crescita dei muscoli. Il suo obiettivo era (ed evidentemente è ancora) vivere una vita lunga almeno 120 anni.

Il suo saggio “The Education of a Libertarian”, pubblicato su Cato Unbound nel 2009, si apriva così: “Rimango fedele a quello in cui credevo da adolescente: che la vera libertà umana è precondizione per un bene superiore. Rimango contrario alle imposte di confisca, ai collettivi totalitari e all’ideologia dell’inevitabilità della morte per tutte le persone. Per tutte queste ragioni, mi definisco ‘libertario’”. In questo saggio, dopo aver illustrato la sua tesi sull’incompatibilità tra capitalismo e democrazia e aver scritto un ambiguo passaggio sul suffragio universale, propone nuovi spazi dove cercare libertà lontani dalla politica e dal governo: il cyperspazio (una nuova moneta libera dal controllo del governo, Facebook come luogo dove far confluire nuove forme di dissenso e di comunità), lo spazio (altri pianeti) e le seastanding, società autonome e permanenti da costruire in mezzo al mare.

In un altro saggio, pubblicato stavolta dal Wall Street Journal nel 2014, dal titolo “Competition is for Losers”, espone le sue tesi su un modello di monopolio a suo dire migliore della cosiddetta concorrenza perfetta: “Il tipo di azienda che è così brava in quel che fa che nessuna altra azienda è in grado di offrire una valida alternativa”. E ancora: “I monopoli portano progresso perché la promessa di anni o addirittura decenni di profitti monopolistici offre una potente spinta all’innovazione”.

Se c’è una cosa che Thiel sa fare bene, dimostrata in tutti i suoi editoriali sparsi online, è portare acqua al suo mulino. Eliminare le posizioni avverse, non parlarne, citare solo esempi che diano ragione alla sua tesi iniziale. Scritti in questo modo, i suoi pezzi scorrono veloci e chiari e i controsensi si colgono solo nei comportamenti dei suoi rivali o di chi non la pensa come lui. L’urgenza con cui si dimena, di volta in volta, per smascherare l’ipocrisia altrui, incarna probabilmente l’urgenza di far dimenticare la propria.

Il 22 luglio scorso, a dispetto delle posizioni libertarie antigovernative espresse nel corso degli anni, è salito sul palco della convention repubblicana per confermare il suo supporto alla candidatura di Trump. Con una Silicon Valley nettamente schierata con i democratici, Peter Thiel si è distinto come unica grande voce del suo settore ad offrire il suo sostegno a Trump e come unica persona dichiaratamente omosessuale a calcare il palcoscenico del GOP. Una stoccata contro la politically correctness americana, dal retrogusto transfobico e relativa al dibattito sull’utilizzo dei bagni pubblici da parte di persone transgender o gender non-conforming, è stata seguita da un rincuorante e furbo cambio di direzione. “Certo, ogni americano ha un’identità unica. Sono orgoglioso di essere gay. Sono orgoglioso di essere un repubblicano. Ma, più di tutte queste cose, sono orgoglioso di essere americano”.

Se esiste una guerra culturale incarnata alla perfezione dalla candidatura di Donald Trump, è quella contro il cosiddetto “politicamente corretto”. Thiel è da tempo il posterboy perfetto di questa battaglia e probabilmente è questa la ragione che l’ha spinto a sostenere il candidato repubblicano. Nel 1998, pubblicò insieme a David O. Sacks The Diversity Myth, un libro contro l’impatto del multiculturalismo e della politically correctness sulla qualità dell’educazione e sulle istituzioni del mondo accademico statunitense. Le tesi sostenute dai due autori sono spesso supportate da materiali, aneddoti, pubblicazioni che gravitano intorno a Stanford, l’università dove entrambi si sono laureati. Thiel aveva 31 anni.

Tornando al 2016, è lecito domandarsi quali saranno le prossime mosse del quarantanovenne Peter Thiel. Secondo un articolo pubblicato da New York Magazine, il miliardario avrebbe deciso di finanziare altre cause contro Gawker che nulla hanno a che fare con la difesa della privacy. Non è finita qui, ovviamente.

Verso la fine di agosto, al Computer History Museum di Mountain View, si è tenuta la nuova edizione dell’Y Combinator’s Demo Day, un evento dedicato alla presentazione di progetti innovativi da parte di alcune startup di fronte ad una platea composta quasi unicamente di investitori. Eva Shang ha presentato la sua idea: Legalist, una startup che investirà in cause e processi e i cui membri, tramite un algoritmo, individueranno quali sono le cause con la più alta probabilità di vincita. Legalist ha già finanziato una causa (con 75 mila dollari) e prevede di ottenere introiti utili a finanziarne altre in futuro. Eva Shang è una “Thiel Fellow”: per lo sviluppo e il lancio della prima fase di progetto, la co-founder di Legalist ha ottenuto a giugno 100 mila dollari dalla Thiel Foundation.

Miriam Goi
Miriam Goi è nata nel 1990 e più o meno da allora non ha mai smesso di scrivere. Collabora con Soft Revolution Zine e Cafébabel Milano. È la co-fondatrice di Collage Mag, un magazine online per adolescenti che verrà lanciato in autunno.

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