Carico...

Prima d’impiccarsi nel 1976, Phil Ochs ha prodotto la musica più disperata che a un artista “impegnato” sia mai stata concesso di scrivere e cantare. Introduzione all’ascolto di un cantautore depresso che ha perso la sfida contro Dylan e ispirato (anche) gli Smiths.

Sono arrivato tardi all’ascolto della musica folk, per via di tutta una serie di pregiudizi che potremmo riassumere con la percezione diffusa che si tratti di un genere “noioso”, legato a istanze ideologiche “noiose”, praticato in contesti “noiosi”. Appartenendo a una generazione il cui canone musicale passa dai Daft Punk ai Joy Division, dai Velvet Underground ai Sonic Youth, mi era difficile a vent’anni trovare qualche interesse per roba come Fabrizio de André e Bob Dylan, per non parlare dei complessi in odore di grandissima sfiga che giravano per le feste dell’Unità, tipo Bandabardò e Mercanti di Liquore (li ho rivalutati nel frattempo).

Sono arrivato tardi all’ascolto della musica folk anche un po’ per moda, assieme a tanti altri, accompagnando la conversione “apocalittica” alla chitarra secca di veterani del post-punk come Michael Gira (Swans) e David Tibet (Current 93), leggendo gli articoli di Stefano Isidoro Bianchi sulla rivista Blow Up, assistendo all’ascesa e rapida caduta di un giovane straordinario (Devendra Banhart) e tornando indietro fino alle origini per scoprire meraviglie come Pearls Before Swine, Incredible String Band e Buffy St. Marie. Ho anche ascoltato l’unico disco di Charles Manson, che è molto bello, e spulciando il catalogo dell’etichetta Smithsonian Folkways sono capitato su gemme inestimabili della tradizione musicale americana. Un disco intero sulla caccia alle streghe di Salem! Una raccolta di canti dei balenieri del tempo di Moby Dick!

E poi ho scoperto Phil Ochs.

carico il video...
The War Is Over.

A differenza dei nomi che ho citato sopra, nella musica di Ochs non c’è traccia di psichedelia, non ci sono influenze orientali o medievaleggianti… Non c’è quella passione “filologica” che ha contraddistinto il dialogo di Pete Seeger o Joan Baez con le fonti musicali. E sicuramente non c’è quella scrittura oracolare che ha reso celebre Dylan. Quello di Phil Ochs è un universo urbano, spesso persino prosaico. E allora perché Phil Ochs? Perché Ochs non aveva bisogno della psichedelia, della filologia, dell’Oriente o del Medioevo per produrre la musica più disperata che a un artista “impegnato” sia mai stata concesso di scrivere e cantare.

Nessuno ascolta più Phil Ochs. Forse perché a un cantautore impegnato non si può perdonare il suicidio. O più esattamente: non gli si può perdonare la depressione, che lo ha accompagnato fin dall’inizio e che ha tinto di disfattismo quelle che dovevano essere delle semplici “canzoni di protesta”. You had one job, Phil Ochs! E niente: l’uomo che per qualche anno aveva rivaleggiato con Bob Dylan per il titolo di principe del folk ha finito per annegare sul fondo di una bottiglia. Comprereste degli ideali da un uomo del genere?

Nessuno ascolta più Phil Ochs. Forse perché a un cantautore impegnato non si può perdonare il suicidio.

Gli ultimi sei anni della sua vita Ochs li passò a misurare l’estensione del suo fallimento: vittima di un blocco creativo, rovinato, senza voce, dimenticato e disoccupato. Ma in meno di un decennio tra il 1964 e il 1970, era riuscito a pubblicare sette dischi di rara bellezza. Dischi che trascendono il “topical songwriting” (ovvero la canzone impegnata) e che hanno ispirato il rock esistenzialista dell’Inghilterra tatcheriana attraverso due figure fondamentali: Billy Bragg e Morrissey, grandissimi estimatori di Ochs. Ascoltare canzoni come New England o Please please significa fare i conti con il suo fantasma.

Sicuro che non interesserà a nessuno, a parte una cerchia ristretta di amici (cit.), proverò a spiegare perché vale la pena ascoltare Phil Ochs oggi, a quarant’anni dalla sua morte. Cercando di essere all’altezza di un dovere della memoria al cui lui stesso richiamava i posteri (in realtà parlando di un soldato della seconda guerra mondiale) in una demo del 1963:

I didn’t want to fight, it was the only thing to do
I was the victim of a world that went insane
Will you show me that I didn’t die in vain

Remember me, when the crosses are a burnin’
Remember me, when the racists come around
Remember me, when the tides of peace are turnin’
Remember me and please don’t let me down

This green and growing land
L’ingresso di Phil Ochs nel mondo della musica sembra confermare tutti i nostri vecchi pregiudizi sul folk e la sfiga: si tratta di un LP del 1962 che raccogliere dodici canzoni tradizionali da cantare attorno a un fuoco di campo, intitolato (appunto) “Camp favourites”, attribuito a un gruppo chiamato (appunto) The Campers, con in copertina (lo avrete intuito) dei giovani che suonano attorno a un fuoco di campo.

Il disco è stato riscoperto soltanto nel Duemila e non appartiene in senso stretto alla discografia ufficiale di Ochs, qui accompagnato da un suonatore di banjo. Tuttavia Camp Favourites è interessante per due ragioni: la prima è che tre anni dopo questa scoperta gli Animal Collective, pioneri del recupero postmoderno della tradizione folk, pubblicano un album intitolato proprio Campfire Songs, segnalando in un certo senso lo sdoganamento di quell’immaginario. Altro che sfiga, il fuoco di campo è il luogo in cui gli elementi del folklore popolare s’incontrano attraverso le epoche, si trasmettono, si attualizzano! Il secondo motivo d’interesse in questo disco è che si tratta di un “anello di congiunzione” tra la tradizione country/bluegrass e il folk revival degli anni Sessanta.

carico il video...
Power And Glory.

Negli stessi anni, Ochs studiava giornalismo all’Università dell’Ohio e giunse alla conclusione che fosse possibile inventare una specie di “giornalismo cantato”. Tentò la fortuna a New York e la trovò, finendo nel 1964 per registrare con Elektra il suo primo LP, All the news that’s fit to sing al quale fece seguito l’anno successivo I ain’t marching anymore. Voce, chitarra, ogni tanto un po’ di armonica, e soprattutto dei gran testi. In questi due dischi, assieme al live In concert, tiene il Phil Ochs “classico”, ancora molto legato al modello di Woody Guthrie. Il periodo con la Elektra è ottimamente riassunto nella compilation There but for Fortune (1989), che si può integrare con la raccolta d’inediti (niente d’imperdibile) A Toast to Those Who Are Gone (1986).

In un paio di anni Ochs compone una serie di pezzi entrati direttamente nel canone del folk americano. Il testo di Power and Glory, potente inno patriottico poi ripreso da Pete Seeger, sembra davvero uscito dalle “Dust Bowl Ballads” di Guthrie:

Walk through the meadows and the mountains and the sand
Walk through the valleys and the rivers and the plains
Walk through the sun and walk through the rain
Here is a land full of power and glory
Beauty that words cannot recall
Oh, her power shall rest on the strength of her freedom
Glory shall rest on us all

In fondo Ochs, con tutta la sua simpatia per il socialismo, era innanzitutto un ragazzo del Texas che andava pazzo per i film di John Wayne — un’altra icona malinconica, tutt’altro che banale. Ma in quattro versi Ochs riesce comunque a piazzare il suo messaggio di protesta:

Yet she’s only as rich as the poorest of the poor
Only as free as the padlocked prison door
Only as strong as our love for this land
Only as tall as we stand

Era retorico, Ochs. Era moralista, senza dubbio. Ma con un fondo di cinismo corrosivo. Quando tentava di risultare epico, come in Power and Glory, Ochs non tratteneva il suo disincanto. E quando nelle ultime canzoni voleva esprimere il disincanto, come in Rehearsals for Retirement, naturalmente lo rendeva in maniera epica. Cosa teneva assieme l’epica e il disincanto, la disperazione e l’impegno? L’ironia: un’ironia malinconica che pervade ogni sua canzone.

Love me, I’m a liberal
I principali temi politici sollevati da Ochs sono la guerra, l’ingiustizia sociale e la pena di morte. One more parade è una marcetta antimilitarista che sembra illustrare un capolavoro cinematografico del 1925, The Big Parade di King Vidor; I ain’t marching anymore fa il bilancio di secoli di guerre per protestare contro l’impegno americano in Vietnam; There but for fortune, resa celebre da Joan Baez, predica la misericordia nei confronti dei meno fortunati; Iron Lady, di cui esiste un’inquietante cover di Diamanda Galàs, fa riferimento alla sedia elettrica (il che getta nuova luce sul soprannome che sarà di Margaret Thatcher); Love me, I’m a liberal ironizza sulle ipocrisie dei progressisti (“I love Puertoricans and Negros/ as long as they don’t move next door”) e merita di essere confrontata con le versioni di Jello Biafra dei Dead Kennedys (in chiave anti-Clinton) e dei Chumbawamba (in chiave dance-anarchica).

carico il video...
I They Might Be Giants rifanno Phil Ochs.

In alcuni pezzi, Ochs si limita a declamare i suoi testi sopra una base di chitarra ripetitiva: si tratta del cosidetto “talking blues” praticato anche da Guthrie. Il risultato è una sorta di “stand up comedy” alla Lenny Bruce, ma in versione musicale. L’accelerazione della musica e le inflessioni della voce segnalano i momenti comici o paradossali della narrazione. Ad esempio in Talking cuban crisisOppure nell’introduzione a Canons of Christianity registrata live per In concert, dove Ochs mostra un vero talento nel ritmo dell’esposizione:

Now most Americans stood behind
The President and his military minds
But me, I stood behind a bar
Dreamin’ of a spaceship getaway car [inflessione della voce, breve assolo]
Head for mars
any other planet that has bars…

The other night, a voice came to me. Turned out it was God.
“Ochs, wake up, this is God here. Over.”
I said: “You’re putting me on, of course, Dylan.”
So he did a few tricks, he moved the bed back and forth.
Trembling, I asked: — What is you want, O Lord?
He said: “Well, frankly Phil… I went downtown the other day, saw The greatest story ever told: couldn’t believe it! It’s gone too far… Something must be done about Christianity.”
Then — woof — in a puff of smoke, he disappeared.
The next morning, I woke up, had a few drinks to realize it was all true…
And decided to do something about Christianity.
But what could I do… Me, a poor, humble boy from the States?
Then I remembered I was a songwriter.
A-ha! So I sat down with pen in hand… over my typewriter…
And ended up writing this next song, which is a hymn about Christianity.
Actually an entire hymn, the first entire hymn, folks…

In questi versi troviamo due elementi che caratterizzeranno il destino infelice di Ochs. Innanzitutto la rivalità con Bob Dylan, del quale deride la proverbiale megalomania. In un’altra canzone dello stesso live, Ochs “interpreta” il ruolo di Dylan. I due rivaleggiarono per un breve periodo: Dylan salutò il talento di Ochs, Ochs salutò il talento di Dylan e persino la sua svolta elettrica, ma non gli perdonò il progressivo abbandono degli ideali del cantautorato folk, la scrittura sempre più fumosa e sostanzialmente quello che considerava un ripiego verso la musica commerciale. Dylan prese così bene le critiche di Ochs che, un giorno del 1965, rilevando un opinione fin troppo tiepida sulle canzoni di quello che sarebbe diventato Blonde on Blonde, lo cacciò dalla sua limousine.

L’alcol rappresenta la proverbiale fuga dalla realtà. Ed è proprio questa continua oscillazione tra impegno e fuga che caratterizzerà la seconda fase della carriera di Ochs.

Il secondo elemento sul quale Ochs ironizza spesso, e che ritorna in entrambi i pezzi citati sopra, è la propensione all’alcolismo. Nell’intro di Canons of Christianity, Ochs si sveglia il mattino, beve due bicchieri e soltanto a quel punto “capisce” che la sua visione notturna era veritiera. Naturalmente si tratta di una battuta e lui la sottolinea con una breve pausa, ma nessuno nel pubblico ride. In Talking cuban crisis, la reazione di Ochs alla politica militare statunitense è di sedersi al bar sognando di partire nello spazio, su un pianeta dove ci sono altri bar. L’alcol rappresenta quindi la proverbiale fuga dalla realtà. Ed è proprio questa continua oscillazione tra impegno e fuga che caratterizzerà la seconda fase della carriera di Ochs.

I’m gonna give all that I’ve got to give
Nel 1967 Phil Ochs è sul trampolino di lancio, pronto a tirare fuori il suo grande album, il suo Bringing It All Back Home. E in effetti lo fece: Pleasures of the Harbor è il capolavoro di Phil Ochs. Sfortunatamente, pochi se ne accorsero.

Phil Ochs aveva firmato con una nuova casa discografica, la A&M, ed era pronto a cambiare genere. Il titolo bucolico dell’album annunciava da subito una sorta di riflusso, che in realtà è solo apparente. I tempi della chitarra secca erano finiti, era giunto il momento di provare qualcosa di più ambizioso: una sorta di folk-pop barocco, massicciamente orchestrato, con momenti pastorali, digressioni pianistiche e sperimentazioni elettroniche (in realtà concentrate in un solo, lunghissimo, pezzo). Il pianista di turno, che accompagnerà Ochs fino alla fine, è il versatile Lincoln Mayorga, che lavorerà anche con Frank Zappa e per il cinema con la Disney.

Il disco contiene due pezzi tra i più famosi di Ochs, molto diversi tra loro, ma i loro temi e le loro durate li rendevano inadatti alla diffusione radiofonica. Il primo è Outside of a Small Circle of Friends, che denuncia diversi episodi di egoismo nella società americana, ricorrendo però a una melodia allegra che fa risaltare i paradossi. Un arrangiamento jazzato in stile dixieland fa da sfondo a una partita di monopoli disturbata dalle urla lontane di una donna aggredita e violentata (tratto da una storia vera):

Oh, look outside the window
There’s a woman being grabbed
They’ve dragged her to the bushes
And now she’s being stabbed

Maybe we should call the cops
And try to stop the pain
But Monopoly is so much fun
I’d hate to blow the game

And I’m sure It wouldn’t interest anybody
Outside of a small circle of friends

Parlare di politica per Ochs significa parlare del nostro coinvolgimento nelle cose politiche: della nostra indifferenza, della nostra ipocrisia. In questo senso Pleasures of the Harbor non un disco barocco soltanto nell’arrangiamento, ma anche nel suo punto di vista sulle cose del mondo: come un novello Montaigne folk, Ochs prosegue la sua riflessione sul ruolo dell’uomo impegnato nelle questioni mondane, sulle contraddizioni di questo impegno, sulla tentazione di distogliere lo sguardo. Una tentazione che toccava lui come ogni altro.

Ma il vero capolavoro di questo disco è sicuramente Crucifixion, un pezzo sperimentale di nove minuti arrangiato da un musicista che con il folk non aveva davvero niente a che vedere: Joseph Byrd, eminenza grigia dietro i progetti United States of America e American Metaphysical Circus. Allievo di La Monte Young, Terry Riley e Steve Reich (ovvero la sacra trinità del primo minimalismo americano), Byrd trasformò la litania disperata di Ochs in un campo di battaglia di oscillazioni elettroniche, archi, percussioni sghembe, nastri magnetici, sprezzature dodecafoniche. Il ritornello sepolcrale “dance, dance, dance” sembra preannunciare le parole di Transmission dei Joy Division.

carico il video...
Crucifixion.

Abbiamo detto sopra che Ochs non aveva nulla di un visionario: ebbene, sicuramente Crucifixion fa eccezione, perché il testo è una sequenza di visioni cosmiche e profezie apocalittiche degne dei Pink Floyd di Syd Barrett, anzi di più:

And the night comes again to the circle studded sky
The stars settle slowly, in loneliness they lie
‘Til the Universe explodes as a falling star is raised
Planets are paralyzed, mountains are amazed
But they all glow brighter from the brilliance of the blaze
With the speed of insanity then He died

Si tratta tuttavia anche in questo caso di una canzone politica: il Cristo del quale si canta il supplizio non sarebbe altri che John Fitzgerald Kennedy. Anni dopo, Phil Ochs avrebbe dato del pezzo un’interpretazione che non sarebbe dispiaciuta al filosofo René Girard: “L’omicidio di Kennedy è stato una sorta di olocausto rituale nel quale si è distrutto ciò che avevamo di migliore. La gente sostiene di amare il riformatore, il rivoluzionario, e nello stesso tempo vuole vedere la sua morte. Fa parte dell’animo umano, è il lato oscuro dell’animo umano”.

I believe the war is over
Nel 1968 mancavano sette anni alla fine della guerra in Vietnam, ma Phil Ochs non aveva pazienza e incise The war is over. È una delle canzoni più amare di Ochs, che di fronte al “suicidio” del suo paese, di fronte allo spettacolo dei giovani americani che continuavano a morire, di fronte alla rabbia inutile degli artisti impegnati, decide di dichiarare lui stesso la fine del conflitto. Ripete “I declare the war is over” finché alla fine, nell’ultimo ritornello, svela l’inganno nel quale ha scelto di rifugiarsi: “I believe the war is over”. Anche qui, vale il paradosso di una canzone che dovrebbe essere politica (e d’altronde è uno dei più celebri inni pacifisti del Sessantotto) ma rivela soprattutto una potente pulsione escapista.

The war is over è una delle canzoni più amare di Ochs, che di fronte al suicidio del suo paese, di fronte allo spettacolo dei giovani americani che continuavano a morire, decide di dichiarare lui stesso la fine del conflitto.

La canzone inaugura il lato B di Tape from California, che prosegue il discorso musicale del disco precedente e che si segnala anche per un pezzo, White Boots Marching in a Yellow Land, che più di ogni altro sembra prefigurare — a meno che non sia una mia allucinazione? — lo stile di certe ballate degli Smiths. Ma poiché il mondo è bello perché vario, segnalo anche una cover feat. Wycleaf Jean.

I dischi di Phil Ochs, però, non vendono. Mentre tutti i suoi vecchi colleghi arrivano presto o tardi al successo, lui resta all’angolo. La critica, per giunta, non si è lasciata convincere dalla svolta barocca. Colto da oscuri presentimenti, l’anno seguente Phil Ochs mette in scena la propria tomba sulla copertina dell’album Rehearsals for Retirement: come indica la title-track, una delle sue canzoni più commoventi, Ochs si sta esercitando a ritirarsi dalla scene. Kennedy è morto, poi Bobby Kennedy è morto, la guerra in Vietnam continua, Nixon è stato eletto presidente, e intanto il pubblico sembra non avere più molto interesse per questo cantante-attivista che passa il tempo a lamentarsi, inizia a diventare paranoico e minaccia di uccidere il presidente (in Pretty smart on my part, che esiste anche in versione punk hardcore ad opera dei Bastro).

La copertina di Rehearsals for Retirement.

E in effetti mancano solo due anni — e un disco, ironicamente intitolato Greatest Hits, prodotto da Van Dyke Parks — al pre-pensionamento di Ochs. Si narra di un peggioramento delle sue condizioni mentali e dalla sua decisione di andare in giro conciato come Elvis Presley, accompagnato da una rock-band.

Ma era follia, era eccentricità, o una messa in scena ironica rivolta a tutti quei cantautori folk (come Dylan) che si erano svenduti al rock’n’roll? Oppure ancora un goffo tentativo di mitopoiesi ispirato alla convinzione che “Se c’è qualche speranza per l’America, sta in una rivoluzione; e se c’è qualche speranza in una rivoluzione, tiene nella possibilità di trasformare Elvis Presley in Che Guevara”.

Senza dubbio Ochs avrebbe voluto essere quel provvidenziale Elvis Guevara, aprire gli occhi delle folle e guidarle verso un destino migliore. Ma nelle note dell’ultimo album ironizzava sulla propria marginalità annunciando: “50 fans di Phil Ochs non possono sbagliare”. Quelli di Elvis erano 50 milioni. Insomma non sarà l’autore di I ain’t marching anymore a cambiare il mondo, nemmeno indossando un completo di lamé dorato. Un documento di questo ultimo delirio/performance è il live Gunfight at Carnegie Hall registrato nel 1970 e funestato da mille imprevisti.

Quel che è sicuro è che con la sua quadrilogia folk-pop, tra il 1967 e il 1970, Ochs ha prodotto un’opera atipica che merita di essere riscoperta. Un’ottima introduzione al periodo A&M, quello più interessante per l’ascoltatore contemporaneo, è la compilation Cross My Heart: An Introduction to Phil Ochs. Un ritratto del Phil Ochs più oscuro, che alle canzoni già citate ne aggiunge altre che non possono mancare nel canone ochsiano: The Scorpion Departs But Never Returns (“But I’m not dying, no I’m not dying, tell me I’m not dying…”); Chords of fame (“God help the troubadour who tries to be a star…”) sulle conseguenze tragiche dello show-business, coverizzata da Daniel Johnston e Jad Fair; e infine Jim Dean of Indiana, dedicata a James Dean.

carico il video...
Chords of Fame nella versione di Melanie Safka.

Phil Ochs si suicida nell’aprile 1976: impiccandosi. Una morte piuttosto rara nel rock, che Ian Curtis replicherà quattro anni dopo. Non è facile parlare di una “canzone-testamento” per Phil Ochs, perché le sue sono tutte canzoni-testamento almeno da Cross my heart, la prima canzone del lato A di Unknown Pleasures — no, scusate, volevo dire Pleasures of the Harbor — fino alla No more songs che chiude Greatest Hits. Persino i suoi primi pezzi “politici” suonano, col senno di poi, come celebrazioni della morte (Lou Marsh, Too many martyrs…) e ballate suicide (I ain’t marching anymore). Ma se proprio dobbiamo sceglierne una, potrebbe essere proprio Jim Dean, un canto funebre per voce e pianoforte dedicato a un altro americano sacrificato. Ancora un modello di Ochs, ancora una figura cristologica da celebrare:

Here are the young men
The weight on their shoulder…

— no, scusate di nuovo, volevo dire:

They buried him just down the road
A mile from the farm house
That is where I placed a flower
For Jim Dean of Indiana

Raffaele Alberto Ventura
Raffaele Alberto Ventura vive a Parigi dove si occupa di marketing per un grande editore europeo. Editor-at-large di Prismo e fondatore del blog Eschaton, ha scritto per Studio, Internazionale e Minima & Moralia.

PRISMO è una rivista online di cultura contemporanea.
PRISMO è stata fondata ad Aprile 2015 all’interno di Alkemy Content.

 

Direttore/Fondatore: Timothy Small

Caporedattori: Cesare Alemanni, Valerio Mattioli, Pietro Minto, Costanzo Colombo Reiser

Coordinamento: Stella Succi

In redazione: Aligi Comandini, Matteo De Giuli, Francesco Farabegoli, Laura Spini

Assistente di redazione: Alessandra Castellazzi

Design Direction: Nicola Gotti

Art: Mattia Rinaudo

Sviluppatore: Gianmarco Simone

Art editor: Ratigher

Gatto: Prismo

 

Scriveteci a prismomag (at) gmail (dot) com

 

© Alkemy 2015