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Ex Machina è un film sull'intelligenza artificiale, ma più che di robot parla di noi. Che li creiamo, sfruttiamo, temiamo e a volte amiamo.

In un profilo del regista Alex Garland, Kevin Lincoln riassume Ex Machina in questo modo: “È una storia sull’intelligenza artificiale, sull’intelligenza non artificiale, sulla fiducia, l’amore, la paternità, la sincerità, sul guardare Oscar Isaac che si allena, sull’etica della sorveglianza, sul futuro dell’umanità e sulla birra.” Mi piacerebbe cominciare dall’ultimo punto.

Caleb (Domhnall Gleeson) è un programmatore di medio livello che viene selezionato per trascorrere una settimana nella villa del CEO della compagnia per cui lavora. Nathan (Oscar Isaac) invece è l’inventore e appunto il CEO di Blue Book, un motore di ricerca potentissimo e universale. Da un po’ si è ritirato “in campagna” per lavorare ad alcuni progetti top-secret. Caleb arriva quindi in questa magione cubicolare immersa nella natura dove incontra subito Nathan, enorme e molto basso, che tira pugni al sacco da boxe. Sbrigati i convenevoli, i due si bevono subito una birra per stemperare le tensioni, viatico a una lunga conversazione e, appunto, molte altre birre. Tra il balbettio malcelato alla Hugh Grant di Caleb e lo sguardo “autorevole-attraverso-occhialetto” alla Stringer Bell di Nathan, entriamo così subito nella struttura narrativa del film.

Ex Machina è infatti uno dei film più “conversazionali” che abbia visto di recente. Cosa abbastanza curiosa, se consideriamo che, nella sua prima vita artistica, Garland era uno scrittore di film d’azione. Dal primo The Beach, passando per 28 Giorni Dopo fino a Dredd, le sue sceneggiature non sono mai state avare di colpi di scena, salti, rincorse, cose e personaggi che si muovono.

Le cose sono un po’ rallentate con Non lasciarmi, tratto dal bestseller di Kazu Ishiguro, ma è Sunshine (2007), flop dalle premesse molto incoraggianti di Danny Boyle, il film che più si avvicina per impianto diegetico al nostro Ex Machina. Pur sceneggiatore molto capace, penso che Garland sia affetto dall’ansia dello svolgimento, o forse dal morbo della fine accelerata. Non voglio rovinarvi la visione con spoiler quindi cercherò di spiegare il concetto partendo dal principio.

Birrette

Caleb è stato scelto per uno scopo, e cioè applicare il test di Turing all’ultimissima creazione di Nathan: Ava, un androide dalle aleatorie abilità intellettuali, e, soprattutto, emotive. In questa specie di guscio di design che ricorda la casa di Pierce Brosnan in The Ghost Writer, Caleb è invitato ad esplorare le meraviglie della scienza e a riferire le sue opinioni di uomo comune al capo nonché genio – che lo ospita. Il fatto è che Caleb non è completamente digiuno di informatica e quindi i due possono conversare se non da pari, almeno con la stessa lingua.

Una volta introdotto ad Ava (Alicia Vikander, giovanissima attrice svedese di suprema bravura: vedere The Royal Affair) Caleb però ammutolisce: diversamente da un robot asessuato, l’androide è di una bellezza e di una umanità strabilianti. Ed è così che si innesca l’ingranaggio narrativo del film, rigidamente scandito dalla seguente sequenza temporale: Interno Giorno: colloquio, sempre più personale, di Caleb con Ava; Interno/Esterno Sera: riferimento, sempre più teso, delle impressioni di Caleb a Nathan, e quindi molte birre; Interno Notte: rimescolamento delle carte.

In un crescendo di follia verbosa, dove confessioni, teorie sull’intelligenza artificiale e bugie reciproche imbastiscono lo scheletro psicologico dei personaggi, veniamo catapultati verso l’ultimo quarto d’ora del film. Probabilmente estenuati da tutte quelle birre e quelle chiacchiere, gli inquilini umani e pseudo-umani della casa passano finalmente all’azione.

Ora: come sappiamo, il test di Turing viene superato con successo se un umano non è più in grado di riconoscere l’intelligenza di una macchina come artificiale. In altre parole, il test di Turing verifica l’abilità di una macchina di fregare l’uomo. Ex Machina funziona allo stesso modo: immagini come va a finire almeno mezz’ora prima dei titoli di coda, ma quando già ti senti intelligente perché credi di aver risolto l’enigma anzitempo, Garland fa una virata di pochi ma decisivi gradi.

Garland ha un debole per gli spazi verdi e sconfinati e in generale per un paesaggio naturale pacifico e quasi artificiale, ai limiti di un rendering di Second Life.

Il regista cioè arriva esattamente al finale che avevi immaginato, ma in un modo che proprio non ti eri aspettato. È un film che quindi concede parecchio allo spettatore, perché, proprio come Ava con Caleb, da una parte lo lusinga e dall’altra è ancora capace di intrattenerlo confezionando una modalità conclusiva piuttosto inventiva.

Ma torniamo al momento in cui veniamo introdotti ad Ava. Meravigliosa dietro plexiglas rosato, dopo cinque minuti fa saltare il sistema elettrico per ritagliare dei momenti di intimità con l’amico Caleb. Gli incontri tra i due sono infatti rigorosamente documentati da Nathan, che nel suo studio ha organizzato un ambiente tipo workshop di design thinking ma molto tetro, con post-it monocromo. Gli spazi dove sono custoditi gli arti e le cervella di Ava ricordano invece l’area Apple all’interno dell’esposizione merci di un Mediaworld di provincia. Stessa dicotomia per gli interni liscissimi ma claustrofobici dello Juvet Landscape Hotel, l’edificio norvegese dove è stato girato il film, in ovvia opposizione alle ariose vallate del fiordo di Valldal, sempre in Norvegia.

Garland ha un debole per gli spazi verdi e sconfinati e in generale per un paesaggio naturale pacifico e quasi artificiale, ai limiti di un rendering di Second Life. La coesistenza di ambientazioni tanto contrastanti sembra dirla lunga sull’apparente morale di Ex Machina, con l’uomo oscuro e malvagio opposto alla purezza della sua nuova creatura, che ci piace immaginare incontaminata. L’idea di una “nuova” natura post-umana, tanto pura quanto artificiale, ha sedotto pure Harrison Ford in Blade Runner, per cui non facciamo fatica a sospendere il giudizio quando Caleb casca nelle grazie di Ava.

Quando questo avviene, il regista-sceneggiatore mette in chiaro che possiamo legittimamente essere indecisi se tifare per Caleb o Ava, e se preferire l’amore o la libertà. Nessuna pietà invece per Nathan, inventore a cui il film non concede neanche i meriti della creatività e dell’intelligenza: come in Sunshine, sembra che Garland voglia assegnare al cattivo la colpa della conoscenza, o, meglio, che l’ubris di cui si macchia Nathan non sia tanto la superbia, quanto la cattiva gestione dell’informazione.

Uno degli aspetti più apprezzabili di Ex Machina è proprio la drammatizzazione cinematografica della figura del programmatore, finalmente non solo hacker o imprenditore visionario ma anche semplice impiegato come nel caso di Caleb. La nuova serie TV Mr. Robot già propone una sintesi tra Edward Snowden/Assange e i nerd di Silicon Valley,  così come entrambe le stagioni di Black Mirror presentano personaggi attivi nel mondo professionale informatico. Al cinema invece mancava ancora una rappresentazione dello sviluppatore finalmente emancipata dalla retorica del pirata informatico, e che al contrario ne sottolineasse gli aspetti più “istituzionali”. Certo, parliamo pur sempre di geni: Nathan per dire sostiene di aver concepito il Blue Book già a tredici anni.

Dal canto suo, Alex Garland nasce come scrittore ma è anche abile illustratore. A sentire il direttore degli effetti speciali Andrew Whitehurst, lavorare con lui è un’esperienza assai gratificante, proprio perché è un regista visivamente molto preparato. Questo deve aver aiutato non solo nella rappresentazione estetica di Ava, ma anche nella sua concettualizzazione narrativa.

Il cervello di Ava è infatti un software contenente tutte le informazioni del mondo. Letteralmente. Nathan può permettersi di rubare tutte queste informazioni perché Blue Book detiene il monopolio di tutte le ricerche online effettuate ogni giorno: il nostro cattivo diventa insomma una specie di NSA col culto della personalità, che utilizza big data non tanto per spiare multinazionali e privati cittadini, ma per mappare la coscienza umana e, tra le altre cose, utilizzarla a proprio favore una volta sistemata nel cranio metallico di qualche androide top-model.

Nathan è un personaggio estremamente contraddittorio, snervante proprio quanto lo sono certi geni e fastidiosissimo in tutte le sue manifestazioni: dispotico ma amichevole dopo qualche whisky, ossessionato dal controllo ma imprudente, con grandi capolavori dellarte appesi alle pareti ma insensibile alla loro bellezza, indulgente e tormentato allo stesso tempo.

Il film solleva domande importanti sulla tecnologia e le sorti delle umane genti ma, allo stesso tempo, offre allo spettatore maschio un bel po' di immancabili sguardi sul corpo femminile.

Uno così non può che cedere allo splendore delle carni, soprattutto se da lui create. A tal proposito, a un certo punto c’è pure una svolta machistaa mio parere di stupidità sopraffina, che allontana dalla tematica principale e sporca il personaggio di Nathan con difetti da cattivo standard. Spiace però vedere come la tematica amorosa/sessuale sia di fatto l’unico detonatore narrativo quando si parla di Intelligenza Artificiale, lasciando così sullo sfondo le questioni intellettuali/etiche sollevate dal tema alla base del film.

Esiste una sequenza in cui Avail cui corpo è più rettiliano che eroticooffre alla camera una sorta di strip-tease all’incontrario. Vestendosi finalmente da donna, Alicia Vikander scopre il suo corpo: ma più che mossa da curiosità sessuale sembra indossare con stupore un po’ infantile gli abiti di una studentessa. Nella casa-prigione di Nathan, vive anche un’altra figura femminile, mutissima: è Kyoko, una domestica che in realtà è lì a soddisfare le voglie sessuali del boss di Blue Book. In Ex Machina insomma, le femmine sono sempre in giro con le chiappe al vento mentre gli uomini sono nerd-semidei e sempre vestiti di tutto punto.

Il fatto che queste caratterizzazioni siano funzionali alla trama, e che per inciso preannuncino il ribaltamento delle parti finale, non basta però a giustificarle del tutto. Questo perché, ridotto allosso, nel film succede esattamente quello che scrive Steven Rose nella sua panoramica su robot al cinema & donne. Il film solleva domande importanti sulla tecnologia e le sorti delle umane genti ma, allo stesso tempo, offre allo spettatore maschio un bel po’ di immancabili sguardi sul corpo femminile.

C’è poi un testo seminale di Donna Harawaysenz’altro tenuto in considerazione da Garlandche teorizza la figura del cyborg come identità ibrida capace di superare le divisioni di genere e di mondo animale, umano e artificiale. Nel suo Cyborg Manifesto, la Haraway immagina una creatura del tutto simile ad Ava: Diversamente dal mostro di Frankestein, il cyborg non si aspetta che il padre lo salvi ripristinando il giardino, cioè fabbricandogli un compagno eterosessuale, corredato da un tutto finito, città e cosmo. Il cyborg non riconoscerebbe il giardino dell’Eden: non è nato nel fango e non può pensare di tornare alla polvere”.

A proposito di corpi rettiliani.

Le ultime scene di Ex Machina prospettano in un certo senso proprio la nascita di un mondo amorale, privo di tutte quelle differenze che costituiscono la nostra società. Il finale però, ribadisce il consueto imbarazzo del cinema intorno a figure di donne emancipate. Come sottolinea Natalie Wilson, se le velleità autonomiste di Ava possono essere soddisfatte, ciò avviene ancora sotto il peso della sua identità di genere.

Ma se la critica femminista fa fatica ad accettare Ex Machina, bisogna anche riconoscere il fatto che questo è un film sulla seduzione: che questa sia carnale o intellettuale, in ultima analisi non ha poi così importanza. E intesa come sete dell’altro, la seduzione è comunque parte di un processo conoscitivo: in Her di Spike Jonze, la parabola sullonline dating in un mondo sopraffatto dalla tecnologia non era che un modo per parlare dei meccanismi relazionali, dei rapporti di potere all’interno di una coppia, della miopia sentimentale. Channel 4 ha appena lanciato una nuova serie, Humans, dove gli umani protagonisti non siamo noi, ma gli androidi. In un’Inghilterra dove possedere un synthcome aiuto domestico è tradizione diffusa e anzi amministrata dallo Stato, un gruppo di androidi emotivamente umanicerca di liberarsi dall’oppressorenoie la loro prospettiva diventa un pretesto per osservare la società contemporanea.

Se questo meccanismo narrativo è possibile, ciò avviene perché, alla radice, il contenuto cognitivo/emotivo dei synth di Humans, di Ava, della Scarlett di Her è tratto da algoritmi costruiti a partire dal nostro patrimonio informatico-culturale, a formare una sorta di “distillato di umanità”. E se temiamo che l’universo Google sostituisca l’intelligenza umana in tutto e per tutto, ricordiamoci sempre che gli algoritmi sono alimentati ancora da input analogici. Alla fine siamo sempre (ancora) noi.

Clara Miranda Scherffig
Clara Miranda Scherffig si occupa di cultura visiva e cinema documentario. Collabora con VICE, Studio, Doppio Zero e Berlin Film Journal.

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