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"Giovani si diventa" è un film di finzione che parla di un documentarista e del confine tra documentario e reality, come nei casi di "The Jinx" e "Catfish".

Non fa certo giustizia a Noah Baumbach il marketing italiano del suo film. A cominciare dal titolo Giovani si diventa (v. alla voce Duri si diventa, Ladri si diventa, Cuochi si diventa), che ignora uno degli aspetti più importanti del film, quello del non essersi resi conto di essere invecchiati, su cui torniamo in seguito.

Stendiamo un velo omertoso sulla grafica della locandina, direttamente mutuata da La verità è che non gli piaci abbastanza: ci suggerisce che siamo alla presenza di una commedia brillante, con Naomi Watts con la bocca a “O” e Ben Stiller che pattina, a indicare che, hey, «A vivere non si invecchia mai», proprio come dice la tagline italiana del film.

Ma, alt, alt. Un piccolo passo indietro: a vivere non si invecchia mai? Leggi la frase di sfuggita e magari sorvoli. Poi la rileggi. La rileggi ancora una volta. È lì, quella frase, sepolta nel profondo della tua anima, intenta a scavarti dentro con un bisturi minuscolo, un bisturi che solo lei sa impugnare, perché quella frase ha delle mani, era un organismo unicellulare e ora ha imparato a svilupparsi, ha imparato a farlo soltanto per te, per poterti venire a svegliare un giorno, carezzandoti i capelli, e poi gridarti in faccia «A VIVERE NON SI INVECCHIA MAI.»

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A VIVERE NON SI INVECCHIA MAI.

Ed è allora che pensi: a che pubblico cercavi di rivolgerti, titolista italiano? E soprattutto: cosa intendevi? Dobbiamo interpretare la frase in senso letterale, come un paradosso sarcastico perché, naturalmente, è chiaro a tutti che, con il solo atto di vivere all’interno del tempo, di minuto in minuto noi esseri umani invecchiamo, andando incontro all’inarrestabile e inevitabile declino dei nostri corpi e delle nostre menti, mentre osserviamo i più cari affetti scomparire dalle nostre vite, invecchiati loro stessi. È questo che intendevi?

O forse, titolista italiano, avevi un intento più figurato, e volevi che il futuro spettatore, fermo davanti alla locandina di Giovani si diventa e assorto nel fissare Ben Stiller che sfreccia ancora agile nonostante l’età, insomma, volevi che il futuro spettatore interpretasse “vivere” come “godersi la vita”, per un significato complessivo simile a: “Praticare attività giovanilistiche, in altre parole vivere, rallenta l’invecchiamento, o meglio ci mantiene giovani dentro.”

Vorrei che ci ripensassi, titolista italiano; vorrei che qualcuno ti si sedesse di fronte, mentre sei alla tua scrivania assolata, in questa torrida estate, e ti obbligasse a ripetere la frase «Forse non è stata una buona idea», finché «Forse non è stata una buona idea», reiterata all’infinito, perda ogni senso. Proprio come la frase «A vivere non si invecchia mai.» D’altra parte, la locandina originale del film diretto da Baumbach manca l’obiettivo di svariati centimetri. Ben Stiller e Naomi Watts seduti sotto a un portico: sembra un film sui piccoli sentimenti, le crisi di coppia e le riconciliazioni pacate. Se in parte lo è, non è tutto.

In Giovani si diventa, Josh è un documentarista quarantenne e demotivato. È sposato con Cornelia, non hanno figli. Il padre di Cornelia è il Frederick Wiseman della sua generazione, e Josh vive nell’ombra di un uomo brillante ma, soprattutto, vive nell’ombra del suo stesso passato di documentarista promettente, terrorizzato dall’idea di essere giunto di fronte al muro invalicabile del proprio istinto creativo. Il documentario che sta realizzando è una tela di Penelope complessissima, che cuce e scuce ormai da anni, ma non lo è in senso positivo: nessuno vorrebbe vederlo.

Un giorno, Josh e Cornelia incontrano una coppia di vent’anni più giovane: sono Jamie e Darby, lui produce video, lei produce gelato, si amano e vanno alle feste. Josh e Cornelia vedono nella nuova coppia la possibilità di salvarsi dalla mezza età. Insieme, i quattro formano un legame che, a lungo andare, ostacola i rapporti della coppia più anziana con i propri coetanei, e agevola l’ingresso di Jamie nel mondo del cinema documentaristico: Jamie, infatti, incappa in una storia sensazionale e chiede aiuto a Josh e Cornelia. Ma potrebbe avere modificato la storia un po’ troppo a suo favore, per i gusti di Josh.

A VIVERE NON SI INVECCHIA MAI. MAI!

Il titolo inglese del film, While we’re young, sembra mettere subito in chiaro il fatto che Josh e Cornelia non stanno cercando di “diventare giovani” e, soprattutto, sono convinti di non essere vecchi. Si trovano a un punto della propria vita in cui non hanno ancora preso consapevolezza del fatto che non sono più giovani. Non hanno grandi responsabilità, possono fare ciò che vogliono, e non devono preoccuparsi che il loro pargolo infili le dita nella presa della corrente, perché il pargolo non c’è. Di tempo ne è passato, da quando erano giovani, ma loro sanno di averne ancora a disposizione. L’incontro con Jamie e Darby sembra dar loro la certezza che l’età adulta è uno stato mentale, una prigione in cui ogni individuo si costringe di propria volontà, e che loro non ne hanno bisogno, non per il momento.

Tuttavia, non appena Josh si scontra con la deontologia professionale del suo giovane alter-ego, comprende che forse la sua visione delle cose è, alla fine, più antiquata di quella dei suoi coetanei coi figli, quelli con cui lui ha poco da spartire, gli stessi che gli dicevano di mettere su famiglia e godersi un giro di valzer nell’annullamento del sé.

Ma il suo atteggiamento è davvero così antiquato? È proprio quando il film si rifugia nella paranoia assoluta del suo personaggio principale che raggiunge una vetta di sublimità solo sfiorata da Noah Baumbach in precedenza (ne Il calamaro e la balena).

Il film sembra prendersela con un certo giro di documentari realistici in cui il confine tra sceneggiato e reale è labile, tipo The Jinx o Catfish.

La paranoia di Ben Stiller si riversa non troppo velatamente su un certo tipo di cinema documentario che è realmente assurto a fenomeno negli ultimi anni. Nello specifico, sembra puntare il dito su film in cui il confine tra ciò che è documentato e ciò che è sceneggiato è un po’ troppo labile, rendendoli un ibrido molto simile a un reality show, in cui uno degli elementi ricorrenti è quello del “documentarista per caso”.

Come Catfish (2010), che segue due fratelli, Nev e Ariel Schulman, alle prese con un profilo Facebook. La ragazza del profilo è innamorata di Nev, Nev è innamorato della ragazza del profilo: non si sono mai incontrati. Non appena la possibilità di un appuntamento in carne e ossa si fa sempre più concreta, l’innamorata si comporta in maniera sempre più strana, e spinge Nev a investigare le incongruenze e andarla a cercare.

Il film è diventato così emblematico che, dalla sua uscita, la parola “catfish” viene impiegata per rappresentare i profili falsi sui social media. Il successo riscosso da Catfish è indiscusso; la sua veridicità lo è un po’ meno. La cronologia del film e le azioni dei suoi protagonisti non reggono, a un attento esame dei verificatori di fatti, e i registi non hanno mai negato né confermato le accuse di chi equiparava Catfish a un mockumentary, un falso documentario, in maniera ironicamente appropriata per un film che indaga il confine tra vero e falso nei rapporti umani.

La notorietà ha permesso ai filmmaker di lanciare un reality show, intitolato Catfish: False Identità, che si occupa proprio di relazioni amorose e alter-ego online. Come ogni reality show che si rispetti, il suo aspetto all’apparenza “più vero del vero” (personaggi realistici! Dialoghi con le pause! Sentimenti veri! Umiliazioni pubbliche!) è sorretto da un impianto quasi militaresco di sceneggiatura. Nulla viene lasciato al caso.

Per tornare al concetto di “documentarista per caso”, nel caso di Catfish (il documentario), i due registi, Ariel Schulman e Henry Joost, si trovavano per caso tra le mani una storia sensazionale. E in quest’ottica, come non citare un esempio recente, che Baumbach non poteva aver visto, ma che di certo avrebbe gettato benzina sul fuoco di frustrazioni del suo protagonista? The Jinx di Andrew Jarecki (già autore de Una storia americana) è una miniserie in sei episodi che ricostruisce i (presunti) crimini di Robert Durst, un multimiliardario sospettato di avere ucciso la propria moglie nel 1982 e un altro paio di persone all’inizio del nuovo millennio.

Ok.

L’ossessione di Jarecki per il caso Robert Durst non è una novità: già nel 2010, il regista aveva diretto un film di finzione sugli eventi precedenti alla scomparsa della signora Durst, con Ryan Gosling nei panni del caro sociopatico. Con The Jinx, Jarecki ha completato il cerchio ed è riuscito a intervistare Robert Durst in persona. A livello televisivo, The Jinx è un successo: avvicina gli spettatori al genere documentario, parla un linguaggio cinematografico, utilizza la “docu-fiction” (ricostruzione degli eventi) in maniera astratta e non preponderante. A livello deontologico, però, finiamo per ripeterci.

L’ultimo episodio della miniserie, alla fine del quale Durst, credendosi inascoltato, sembra confessare tutti i delitti, è andato in onda il 15 marzo 2015.

Il 14 marzo – quasi si trattasse della più sensazionale pubblicità del finale di stagione mai realizzata da un network – Fred Durst è stato arrestato per gli omicidi commessi. Jarecki era in possesso della registrazione della “confessione” da anni, ma sostiene di averla ascoltata solamente “molti mesi più tardi”, e di averla portata poco dopo alle autorità. Le affermazioni del regista sono state messe in dubbio a più riprese, ma il vasto pubblico ha accolto scompostamente in finale di The Jinx (addirittura accostandolo a The Act of Killing) perché ancora una volta, eravamo di fronte alla magia di un documentarista che si “trova” un finale tra le mani. (E non lo comunica alle autorità fino a molti mesi più tardi).

Con chi stare alla fine: con Josh, il 40enne che non è riuscito a combinare niente o con il giovane che ha creato qualcosa?

Se è inevitabile provare solidarietà per Josh, il documentarista fallito di Giovani si diventa, quando si scaglia contro alla barbarie del sensazionalismo fine a se stesso, il risultato più riuscito del film è quello di farci dubitare di quello che pensiamo di avere capito delle nuove generazioni: dopotutto, è il documentarista che non riesce più a raccontare niente che rinfaccia il suo modus operandi e la sua mancanza di trasparenza al documentarista che è riuscito a raccontare qualcosa.

Non è prerogativa del regista di documentari quella di essere un manipolatore del reale, quella di far trapelare – tramite inquadrature, montaggio, la strumentalizzazione di buoni e cattivi; insomma, tramite scelte – il proprio punto di vista sul mondo, piuttosto che il mondo in sé? Se siamo dalla parte di Ben Stiller, forse significa che per lo Zeitgeist siamo insignificanti, passati, non abbiamo più nulla da offrire? Quand’è che, nelle metodologie del cinema documentario, la manipolazione smette di essere manipolazione e diventa un atto moralmente deplorevole? E, come dice un personaggio in Giovani si diventa, quanto può importare, se alla fine è un buon film?

Laura Spini
Nata a Bergamo, non è la sua omonima Google vittima del raggiro di una santona. Ha tradotto e collaborato per una serie di case editrici e riviste italiane, sulle quali ha scritto di cinema, videogiochi, e pistoleri memorabili.

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