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A seconda dell'anno che consideriamo, la figura pubblica di Rihanna cambia completamente significato.

Nel febbraio del 2009 Rihanna cancella la sua esibizione ai Grammy. Inizia a girar voce che il fidanzato Chris Brown l’abbia pestata in seguito a una lite. Brown verrà incriminato un mese dopo; nel frattempo TMZ fa girare, piuttosto impietosamente, un’istantanea della cantante scattata al momento della denuncia. A fine anno si diffondono voci secondo cui Rihanna, per questioni di malagestione da parte del proprio studio di contabili, sia in grossi guai finanziari; al contempo, il tour a supporto del suo nuovo album, Rated R, sembra stia perdendo soldi, nonostante il disco stia andando commercialmente molto bene.

Dal punto di vista artistico Rated R, nonostante sia recensito perlopiù in modo positivo, è una parziale delusione, o almeno il primo disco di Rihanna che non segna un netto progresso rispetto ai precedenti, limitandosi a gestire l’esistente nel modo più professionale possibile (persino Justin Timberlake tra gli autori) e senza un vero singolo che alzi la posta rispetto alle incarnazioni precedenti dell’artista, almeno non quanto “Umbrella” o “SOS”. Il quadro generale, ad essere sinceri, non è dei più allegri: Rihanna ha poco più di vent’anni, il quarto disco nei negozi, e le notizie che arrivano stanno già dipingendo il ritratto di un’artista di cui si aspetta che scoppi come un palloncino da un giorno all’altro. Un po’ come Britney Spears.

Rihanna, 2009.

La corsa di Robyn Rihanna Fenty era iniziata poco più di un lustro prima. Scoperta a 15 anni dal produttore Evan Rogers in gita alle Barbados, viene trascinata a New York durante le vacanze scolastiche per lavorare a un demo. Le viene messo in mano un singolino dancehall facile facile intitolato “Pon de Replay”, che lei non sente troppo nelle sue corde ma accetta comunque di registrare. Il demo arriva a Jay-Z, freschissimo presidente di Def Jam, che dopo l’iniziale ritrosia accetta di provinarla; ne esce un contratto per sei dischi. Il primo si chiama Music of the Sun e arriva nel 2005. Il successo radiofonico di “Pon de Replay” è notevole ma non ancora chiassoso. Quello arriverà col successivo A Girl Like Me, licenziato a strettissimo giro (aprile 2006, otto mesi dopo l’esordio).

A fare da traino all’album è il primo singolo “SOS”: un pezzo arrebì con un gran tiro, costruito sulla spietata ripetizione di uno sfacciatissimo campionamento di “Tainted Love” (la versione dei Soft Cell), con una linea vocale ispiratissima che canta la storia di un crush improvviso. Sull’onda di “SOS”, il suo primo singolo al numero uno, la carriera di Rihanna spicca il volo. La consacrazione definitiva arriva l’anno successivo: l’album Good Girl Gone Bad e il singolo “Umbrella”, vendite da record, videoclip in ultraheavy rotation, decine di parodie uscite in tempo reale. Da qui in poi Rihanna è una delle cose più grosse del music business degli anni 2000.

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Umbrella.

Nel novembre del 2010, un anno e mezzo dopo il pestaggio, esce nei negozi Loud, il quinto disco della cantante. Il sentore leggermente più oscuro che alleggiava su Rated R è già spinto al paradosso. La traccia d’apertura si intitola “S&M” e diventa singolo nel gennaio del 2011. Frammento di testo nel ritornello: “Sticks and stones may break my bones but chains and whips excite me”. Videoclip diretto da Melina Matsoukas, padri putativi David LaChapelle e Lady Gaga. Del primo il video prende l’attitudine al riciclaggio e l’ossessione quasi-politica per le saturazioni cromatiche, la ricontestualizzazione, il pop trasfigurato ad ogni costo. Della seconda – che in quegli anni è inevitabile punto di riferimento – sembra voler mutuare l’estetica generale, un brandello di plot (le mutue infiltrazioni tra pubblico e privato nella vita della popstar) e l’ossessione per una simbologia che ad uno sguardo anche attento sembra ragionevole definire a cazzo di cane. Davanti allo schermo passa un campionario di possibili versioni di Rihanna, anno 2011, senza soluzione di continuità: Rihanna regina glamour, Rihanna crocefissa in sala stampa con un vestito fatto di giornali che parlano di lei, Rihanna dominatrix, Rihanna in lingerie di vinile bianco che molla baci saffici a giornaliste musicali legate a una sedia. Montaggio da attacco epilettico, fish-eye e via andare.

“S&M”, potenzialmente, è un oggetto pericolosissimo. Il tenore delle interviste nel giro promozionale del disco precedente sembra seguire un canovaccio abbastanza classicheggiante, stile “ho superato il trauma e sono qui con il mio disco nuovo”. Il videoclip di “S&M” in fondo potrebbe avere una sorta di valenza politica da fine di un ciclo: un frullato di tutto il cattivo karma che circonda la cantante in quegli anni, rimasticato e reso arte, magari forzatamente kitsch, come una sorta di esorcismo. Ma parallelamente esce un’intervista a Rolling Stone USA nella quale l’artista dichiara candidamente di amare di essere sculacciata frustata e legata.

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S&M.

Non è così difficile capire la differenza tra BDSM e violenza domestica, certo, ma gli Stati Uniti stanno per scoprire il primo nella versione per famiglie di 50 Sfumature di grigio; la classe intellettuale dell’epoca fatica abbastanza a mettere le cose nella prospettiva di un personaggio pubblico, figurarsi di una persona vera e propria. A seconda degli orizzonti temporali che uno considera, la figura pubblica di Rihanna ha significati diametralmente opposti. C’è la popstar-BFF che canta “Umbrella” al Live Earth, la diva che occupa in pianta stabile la colonnina destra di Repubblica, la vittima di violenza domestica sbattuta in prima pagina sui tabloid, o anche la vittima di abusi sessuali che si vendica uccidendo il violentatore in “Man Down” (il singolo successivo a “S&M”, sempre contenuto in Loud, atmosfere reggae osservanti). Il tutto a 23 anni, col sospetto di qualcuno che tiri i fili – e se la stia godendo un mondo, dietro le spalle di una che è poco più che una ragazzina. Piuttosto sensato il ritratto dipinto da Violetta Bellocchio su Studio: “la sua storia pubblica sono i 30/40 minuti che in un telefilm stanno tra il kit stupro in pronto soccorso e la cauta fiducia nel domani, e che qui stanno durando da tre anni. Un montaggio superveloce di lei che scopa e piange, si ubriaca e scopa, si guarda allo specchio e ripete ce la posso fare, è tutto ok”.

Non ho a disposizione gli strumenti necessari per arrivare anche solo a concepire il tipo di forza che serva a rialzarsi, come persona, da un episodio di questo tipo, a maggior ragione se una settimana dopo l’episodio il tuo viso tumefatto è su tutti i giornali del pianeta. Ma la mole di articoli sul caso Rihanna-Brown basta di per sé a dare conto di quanto possa farsi complessa la narrazione intorno ad una storia strapiena di buchi creati ad arte. I protagonisti recitano un canovaccio che vada bene per i tabloid e le aule di tribunale, i cronisti annaspano tra fact-checking e inferenze. La vita delle persone, la dimensione di complessità, rimane quasi sempre fuori dall’equazione. Queste storie vengono raccontate soprattutto per la lezioncina morale alla fine: la storia di Rihanna cerca di scacciarla via aggiungendo un finale dopo l’altro, un altro video, due linee di testo. Alcune, prese singolarmente, pesano una tonnellata. Nel complesso della sua opera l’unico vero senso sembra essere quello della contraddizione fine a se stessa, oppure qualcosa che non sappiamo.

La popstar contemporanea è la vittima consapevole di un artificio letterario, di una specie di gimmick. Ma Rihanna non sembra avere un personaggio a cui aderire.

L’episodio del febbraio 2009 è diventato centrale nella vita di Rihanna perché senza di esso la sua vita privata sarebbe totalmente fuori dal suo profilo pubblico. La popstar contemporanea è la vittima consapevole di un artificio letterario, di una specie di gimmick. Katy Perry e la sua weirdness sbandierata ai quattro venti; lo strategic hot mess di Miley Cyrus, i buoni sentimenti di Taylor Swift, l’individualismo rabbioso di Nicki Minaj, il terzomondismo di MIA, la dedizione materna di Beyoncé, l’aura machiavellica dietro Madonna, i rider allucinati di Mariah Carey, l’eterna adolescenza di Avril Lavigne o Kesha che al primo singolo dichiara di lavarsi i denti col Jack Daniel’s. Succede a prescindere da quali siano le ragioni di un’artista, da quale sia la sua dedizione, l’importanza del proprio lavoro, il suo grado di controllo sul prodotto finale.

Rihanna non sembra avere un personaggio a cui aderire: non fosse per quell’episodio, di lei non sapremmo nulla se non la notizia di qualche flirt con gente tipo Drake o DiCaprio. Un’altra caratteristica: molte di queste popstar possono essere ricondotte a una singola performance pubblica che ha cambiato per sempre il modo di vederle e le ha fatte diventare la cosa del momento: le performance ai Video Music Awards di MTV, ad esempio. Gaga che suona Paparazzi imbrattata di sangue nel 2009, Beyoncé che scopre il pancione nel 2011, Miley Cyrus che twerka con Robin Thicke nel 2013. Ridurre Rihanna a quell’istantanea di TMZ invece è ultra-riduttivo: lei è organizzata in modo più militare. Di lei conosciamo la straordinaria frequenza con cui ha buttato sul mercato dischi dal 2006 al 2012, un pugno di performance artisticamente ineccepibili, tagli di capelli che cambiano ogni tre mesi, i dischi, i video e poco altro. La ragione della sua esistenza sembrava essere data dalla sua capacità di tornare addosso agli ascoltatori prima che questi si abituassero al cambio precedente.

Piccola parentesi.

Il 30 novembre 2012 esce Warrior, il secondo disco di Kesha (che ai tempi si chiama ancora Ke$ha). Il primo singolo tratto dall’album si chiama “Die Young” ed è accompagnato da un videoclip preso di peso dall’immaginario di Rob Zombie – coreografie, pentacoli, simbologie casuali, ambientazioni redneck. Due settimane dopo Adam Lanza entra alla Sandy Hook e uccide una ventina di bambini. Nell’onda lunga del cordoglio e delle polemiche che seguono, il singolo di Kesha inizia a venire falciato dalle programmazioni di radio e TV, mentre la destra americana si mette a fare dichiarazioni e scrivere articoli a tema. Quale sia il tema non è dato saperlo, perché – a parte il titolo non proprio adatto ai fatti di cronaca – la canzone parla di passare una notte brava in discoteca con un fidanzato. L’onda delle polemiche è comunque abbastanza alta da generare un’escalation che rasenta il paradosso, tipo la presa di posizione politica di Fiorella Mannoia su Facebook a decine di migliaia di chilometri di distanza.

Quando ormai è chiaro che tutto il fumo sia dovuto a un’infelice confluenza di circostanze e al bisogno di parlare a caso, si aspetta la chiusura della vicenda secondo un canovaccio fin troppo chiacchierato: qualcuno fa spallucce e qualcun altro inizia a sguinzagliare avvocati a destra e a manca, la bufera passa e tanti saluti. Qualche giorno dopo succede l’impensabile: Kesha scrive sul proprio twitter di comprendere in pieno il disagio creato dalla canzone, di avere espresso riserve sul testo lei stessa ma di essere stata forzata a registrarlo. Il tweet sparisce poco tempo dopo, non abbastanza in fretta per la screenshot-mania dei blogger musicali. Il giorno dopo, finalmente, c’è qualcosa di cui parlare. Inizia qui il lungo calvario di Kesha Sebert, the artist formerly known as Ke$ha: da massima icona del white trash più becero, diventa la popstar-pupazzo usa e getta nelle mani di un burattinaio freddo e malvagio (Dr.Luke, responsabile anche del successo di Katy Perry). Da qui in poi di Kesha si parla solo per fatti di cronaca (ricoveri in clinica, accuse di molestie nei confronti del produttore), nessuno vuole averci più a che fare, la sua carriera sembra essere finita.

È un esempio al negativo, uno dei più recenti. A breve distanza ci sono le cronache dei breakdown di gente tipo Britney (2007) o le versioni old school dello stillicidio della popstar tra gigantismi e miserie umane (Michael Jackson, Whitney Houston). Se questo è il modo di far andar male le cose, la carriera di Rihanna dopo il febbraio del 2009 potrebbe senz’altro essere vista come il tentativo cosciente di cancellare dalla memoria collettiva quella singola istantanea del suo volto tumefatto. Nell’arco di tempo che va dagli esordi a Unapologetic, Rihanna sta al pop come i Black Flag al punk statunitense: dischi a intervalli brevissimi, concerti a rotta di collo, situazioni ultra-stressanti, capacità superumane di sopportazione. Esempio cardine è stato “777″: un mini-tour mondiale in aereo, sette Paesi in sette giorni con decine di giornalisti al seguito (con tanto di articoli critici sulla scarsa disponibilità dell’artista durante i voli).

7 nazioni in 7 giorni: Rihanna ai tempi di 777.

Oltre a questo, poca roba. I suoi flirt sono più o meno noiosi, ci sono stati leak di immagini un po’ sconce, ok, ma per il resto le cose su Rihanna che compaiono con cadenza impressionante sulla homepage di Corriere e quotidiani simili fanno abbastanza sbadigliare. Voglio dire, è abbastanza normale non aspettarsi da Rihanna un’esibizione al SxSW in cui si fa vomitare addosso bidoni di vernice fosforescente da Millie Brown mentre urla “fuck you pop music. Quel che fa più strano è che – nonostante l’occasionale linguaccia su Twitter, e una manciata di singoli che sembrano usciti solo per cercare la controversia – non sia concepibile di vederla davvero schierata al fianco di cause che dividano l’opinione pubblica statunitense. La sua sfera d’azione, parlando di impegno sociale, è quella dei benefit a favore della ricerca contro l’HIV o sostegni ai terremotati.

La cognizione del tempo attorno alle popstar tende a sfuggire, a essere più elastica che per i comuni mortali. Rihanna ha 27 anni e ha appena fatto uscire il suo ottavo disco. A volte sembra che abbia 45 anni e che abbia fatto tutto quel che può fare una persona nella vita, altre volte la guardiamo come una sbarba con un singolo di successo in cantiere e tutto da dimostrare. La sua carriera è un calvario di morti e resurrezioni che avvengono ciclicamente a un ritmo così frenetico da dare l’idea che nel lungo periodo non stia succedendo niente d’interessante. Tra mordi e fuggi, collaborazioni estemporanee (Shakira, Eminem eccetera) e nuove espansioni si riesce ad avvertire la presenza di Rihanna nel quotidiano, in un momento nel quale dall’ultimo disco lungo precedente di Rihanna è passato il triplo del tempo che passa di solito tra un disco di Rihanna e il successivo.

Rihanna ha 27 anni e ha appena fatto uscire il suo ottavo disco. A volte sembra che abbia 45 anni e che abbia fatto tutto quel che può fare una persona nella vita, altre volte la guardiamo come una sbarba con un singolo di successo in cantiere e tutto da dimostrare.

Di questo misterioso oggetto non sapevamo molto fino a qualche giorno fa. Ad aprile 2015, poco dopo la conferenza stampa per il lancio di Tidal, è uscito “American Oxygen”, il primo video apertamente politico di Rihanna. Per “politico” s’intende lei che canta dietro una bandiera americana mentre sullo schermo passano immagini d’archivio – il best of della storia americana: Apollo 11, MLK, il pugno alzato alle olimpiadi del ’68, Obama eccetera. Il pezzo è prodotto da Kanye West, informale BFF musicale di Rihanna, ed è stato pure nominato ai VMA (non vincendo) tra i migliori video impegnati socialmente del 2015.

Kanye West compare anche, assieme a Paul McCartney, in un altro pezzo che anticipa il video, la brutta “FourFiveSeconds”. Più interessante il mini-film che accompagna “Bitch Better Have My Money”, l’ultima anticipazione in ordine di tempo: una “Man Down” virata gangsta, con uno sviluppo vagamente più plot-oriented (anche se sempre piuttosto espressionista: nudità, guanti di gomma, dollaroni, sbocchi di sangue casuali). Per certi versi, in questa dimensione wannabe-tarantiniana, sembra di vedere davvero per la prima volta una Rihanna del futuro, un concetto espressivo puro e slegato dal passato. Perdipiù, un concetto che per quanto possibile cerca lo scontro, un video che sembra fatto apposta per venir censurato e non girare sui canali più in vista.

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Un estratto dal diario di Anti.

Di tutto questo, tuttavia, nel suo nuovo disco non c’è traccia. Com’era fin troppo prevedibile, Anti è uscito a sorpresa, su Tidal, il 28 gennaio. Nessuna delle canzoni pubblicate da Rihanna nel 2015 è dentro l’album: la prima anticipazione “vera” è un pezzo medio intitolato “Work”, ospite Drake, messo online appena prima del disco. Anti è un oggetto abbastanza difficile, specie per i canoni di una popstar da soldi grossi come Rihanna: non c’è una “We Found Love”, è il primo disco di cui è difficile individuare ex-ante i possibili singoli, ma è tutt’altro che un brutto album, e tantomeno un disco che si limita a gestire l’esistente. Ci si può trovare la stessa volontà che era in Unapologetic di essere organico e importante ad ogni canzone, ma non necessariamente la stessa musica; siamo in territori più modernisti, volendo: un certo dub geneticamente mutato, un mare di voci pitchate, occasionali spruzzate di Lana Del Rey, tanto hip hop moderno. Probabilmente sarà un disco deludente, ma lo sarà più per quel che non è: giocano a sfavore il relativamente scarso appeal radiofonico e il fatto che Rihanna non usciva con un disco lungo da tre anni, un lasso di tempo che fino al 2012 era inconcepibile e ha fatto montare aspettative probabilmente insensate.

La mia canzone preferita è “Love on the Brain”. Forse è anche il pezzo più fuori asse del disco, un tentativo inedito di invadere territori familiari a una Amy Winehouse: arpeggio di chitarra romanticone un po’ anni 60 un po’ Mike Johnson, Rihanna che spinge sulla voce, coretti quasi gospel. Una dimensione (in parte richiamata anche dalla successiva “Higher”) che francamente le sembra stare incredibilmente bene addosso. Su Genius qualcuno rileva somiglianze tra il titolo della canzone e “Heart Ain’t a Brain”, scritta da Chris Brown quando ancora i due stavano assieme; è ragionevole pensare che sia una forzatura, ma il testo recita “it beats me black and bue but it fucks me so good and I can’t get enough”. D’un tratto veniamo scagliati indietro nel tempo, RiRi ricomincia a giocherellare con quella cosa, la gente ricomincia a pensar male e si torna tutti sul luogo del delitto.

Boh, il pop è ciclico per definizione.

Francesco Farabegoli
Consulente editoriale di PRISMO. Ha fondato Bastonate, scrive per Rumore, Noisey e altre cose in giro. Di tanto in tanto disegna.

PRISMO è una rivista online di cultura contemporanea.
PRISMO è stata fondata ad Aprile 2015 all’interno di Alkemy Content.

 

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