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Dal Dylan Dog di Tiziano Sclavi a quello del «nuovo corso» : il personaggio che ha cambiato il volto del fumetto popolare italiano.

«Potessi, passerei giorni a leggere la Bibbia, Omero e Dylan Dog». Diceva così Umberto Eco in una lunga intervista con Tiziano Sclavi, apparsa come prefazione del libro curato da Alberto Ostini: Dylan Dog, indocili sentimenti, arcane paure (Edizioni Euresis). Era il tramonto degli anni novanta, Tiziano Sclavi lamentava già la propria perplessità e il proprio stupore per il successo di un’opera che, in soli 140 numeri, aveva fatto innamorare milioni di giovani, indignare benpensanti, ma, soprattutto, rivoluzionato il fumetto italiano.

Oggi, nel 2015, sul mio comodino sono appoggiati – o meglio dire sono stati lanciati – un e-book reader, un quaderno con appunti sparsi e due fumetti, gli unici veramente in ordine tra penne, foglietti e scarabocchi. Omero è chiuso dentro un mobile, troppo vicini i tempi del liceo perché le sue opere circolino libere. Accanto all’Odissea e all’Iliade probabilmente dovrebbe esserci anche una Bibbia, con la copertina verde, comprata in un moto d’entusiasmo, desideroso di conoscere ogni aspetto della vita, ma poi abbandonata al suo destino. Tornando al comodino, gli unici fumetti in ordine sono Al Servizio del Caos e Il Cuore Degli Uomini, ovvero i penultimi due numeri di Dylan Dog, usciti rispettivamente a gennaio e febbraio di quest’anno, dopo altri tre numeri (+1) di nuovo corso.

Dal numero 337 di Dylan Dog, l'inizio del «nuovo corso».

Il mio personalissimo rapporto con l’indagatore dell’incubo è molto strano. Nasco nel 1994, quando la creatura di Tiziano Sclavi aveva sul groppone già 94 numeri. Il mio primo contatto è casuale, qualche anno più tardi, praticamente contemporaneo all’intervista citata in apertura: quando consumo qualunque cosa sia costituita da disegni e lettere, sia essa Topolino, Tex o, appunto, Dylan Dog. Con gli anni le mie scelte si fanno però più ponderate, dentro di me cresce l’esigenza  della “collezione completa”: non riesco più a guardare un episodio di una serie TV o di un cartone animato se non so esattamente cosa sia successo in ogni singola puntata che lo ha preceduto. Lo stesso accade per i fumetti. Le mie letture si concentrano principalmente su Ultimate Spiderman, che dai 7 anni fino a quest’estate mi accompagna con costanza.

L’unico a far breccia in questo rigido palinsesto è proprio Dylan Dog. Lo leggo alle elementari, a casa di mio cugino, mi passa sottobanco durante le lezioni alle medie, neanche fosse qualcosa di illegale, inizio a comprarlo, quando capita, al liceo, in attesa dei treni per gli allenamenti. Decido di farlo entrare a pieno regime nella mia vita non appena sento le parole “nuovo corso”. Trovo così la scusa per leggere questo fumetto e sentirmi in pace con me stesso: «È un nuovo inizio», mi dico “è come se lo leggessi dal numero zero”. Siamo a settembre del 2014. Con il senno di poi, mai scelta fu più azzeccata.

Azzeccata perché il vento che tira dalle parti del numero 7 di Craven Road è davvero di cambiamento. Facile dire “nuovo corso”: basta cambiare uno sceneggiatore, un disegnatore, come già molte volte è successo. Spesso i titoli e le etichette possono essere specchietti per le allodole. Non ti soddisfa più un prodotto? Tranquillo, da oggi “nuovo corso”. Che poi sia effettivo o meno, spesso poco importa.

Non sarebbe neanche così difficile far finta di imboccare una nuova strada, per poi semplicemente ritornare alla vecchia: in 28 anni di vita, Dylan è andato incontro a quello che probabilmente non potrebbe accadere in dieci delle nostre, di vite. «In Dylan la ripetitività delle storie non funzionerebbe, il lettore ama essere sorpreso. E le assicuro che è molto difficile, dopo 140 numeri, continuare ancora a sorprenderlo» confessava Sclavi nel novembre del ’98 a Repubblica. Oggi i numeri sono 343 e Dylan rimane comunque in piedi.

«Abbiamo deciso dal numero 337, che è un numero spartiacque, di cambiare alcune cose che erano lo status quo di Dylan. Quindi sì, è giusto parlare di nuovo corso. In questo caso lo è davvero». A parlarmi è Roberto Recchioni, l’attuale curatore di Dylan Dog. Grazie anche alle sue parole, ho cercato di capire in che modo si fosse arrivati alla necessità di un cambio radicale dopo quasi trent’anni di storia.

 

Il mondo di Dylan

«Un indagatore dell’incubo con le fattezze di Rupert Everett». Non c’è modo più semplice e rapido di spiegare chi è Dylan Dog, almeno nella mente di Tiziano Sclavi. Ma la collana di Dylan Dog non è, ovviamente, costituita solo dal suo protagonista. Intorno allʼufficio londinese dalla porta rossa ruota un universo di personaggi (attualmente in evoluzione, come vedremo più avanti). Sono personaggi che abbiamo imparato a conoscere negli anni e che han fatto la fortuna della serie, quasi alla pari di Dylan. Fare una lista sarebbe noioso, nonché praticamente impossibile. Ci sono però i non trascurabili, come Groucho, Bloch o Xabaras.

Dylan, Groucho e Bloch.

Per capire il ruolo di Groucho, bisogna pensare che Dylan Dog altro non è che la trasposizione di Tiziano Sclavi. Non inganni la presenza di conigli rosa assassini, di mostri reietti della società o morti viventi: Dog è uno degli eroi più umani del fumetto nostrano. In quanto tale ha la sua complessità, le sue contraddizioni, i suoi limiti (vegetariano, allergico alla tecnologia, ex alcolizzato, sempre in bolletta, anch’egli scettico riguardo al mondo che lo circonda). Per una narrazione completa, quasi cinematografica, la figura di Groucho è fondamentale: la spalla, nonché unico amico di Dylan, ha le sembianze di Groucho del duo comico dei fratelli Marx. La sua funzione è quella di essere una sorta di valvola ironica dell’autore.

Attorno a Craven Road gira anche l’ispettore Bloch, di cui Dylan fu, per così dire, figlioccio ai tempi di Scotland Yard. Egli è un grillo parlante, semplificando, vista la sua esperienza che gli impedisce di sorprendersi dal ’57, come ripete più e più volte. Per ogni team di buoni che si rispetti, però, esiste una nemesi. Nell’opera di Tiziano Sclavi essa non è rappresentata dal nemico temibile, ma da una sorta di tao, di equilibrio tra il bene e il male. Il suo nome è Xabaras, egli è il lato oscuro del padre di Dylan, come si scopre nel numero 100, ossessionato dalla ricerca della vita eterna.

 

Il Dylan degli inizi

Ventotto anni non sono poi molti per un essere umano ma, per un fumetto, sono invece qualcosa di straordinario. Non tanto per il numero di storie edite (343, appunto, senza considerare speciali, raccolte et similia), ma per quello che è accaduto e ancora accade intorno a un personaggio. Dylan Dog nasce, dunque, nel 1986, ma nasce «già grande»: sin dal primo numero, essendo un adulto, ovviamente, egli è influenzabile da tutto ciò che lo circonda, anche al di fuori delle pagine del fumetto, perché influenzabili sono i suoi creatori (e curatori).

Tornando a considerare il 1986, scopriamo che, per il fumetto mondiale, queste quattro cifre non sono così neutre come appaiono: in America, infatti, contemporaneamente a Dylan, oltre al celebre Watchmen esce nelle librerie Il Ritorno Del Cavaliere Oscuro di Frank Miller. Se da una parte Miller prende Batman e lo stravolge, dall’altra Tiziano Sclavi prende l’esperienza ormai per lui conclusasi del fumetto d’autore e lo inserisce nel meccanismo Bonelli. Sclavi crea una personaggio forte, un personaggio di rottura, e lo fa nella casa editrice che pubblica Mister No, Ken Parker e Martin Mystere. Dylan è però un personaggio completamente diverso dai suoi compagni di casa editrice, tanto che all’inizio non viene capito. Siamo al tramonto degli anni ’80, a cambiare non è solo il fumetto, ma il mondo intero.

«Dylan in mano a Tiziano Sclavi era un personaggio che aveva delle idee precise e non aveva paura di esternarle, in contrapposizione con lo spirito del suo tempo, e quindi con l’edonismo arrembante degli anni ’80»

Il sentire di quel decennio crolla, idealmente e fisicamente, a Berlino, il 9 novembre del 1989 e il testimone del mondo viene passato in consegna alla cosiddetta generazione X. Questa generazione sembra accogliere al meglio Dylan, forse perché poche opere riescono a sintetizzare l’essenza degli anni ’80 come quella di Tiziano Sclavi, forse perché finalmente compare qualcosa di nuovo: un protagonista che non è più un eroe solamente positivo, come potrebbe essere Tex, ma problematico.

«Dylan in mano a Tiziano Sclavi era un personaggio che aveva delle idee precise e non aveva paura di esternare queste idee, in contrapposizione con lo spirito del suo tempo, e quindi con lo yuppismo, il reaganismo, l’edonismo arrembante degli anni ’80 che Tiziano detestava. Idee che anticipavano quelle che poi prenderanno forza negli anni Novanta, quelle del politicamente corretto a tutti i costi, intercettandole perfettamente: così Dylan diventa lo spirito degli anni Novanta, lo spirito della generazione X, lo spirito di un sentire specifico», mi racconta Recchioni. In quegli anni il successo di Dylan Dog è a un livello mai raggiunto prima. Con esso però arrivano anche le prime pressioni.

 

Caccia Alle Streghe

Successo vuol dire più attenzione. Più attenzione vuol semplicemente dire che a te si interessano non solo i fan, ma, di rimando, anche chi non si sarebbe mai imbattuto in te con cognizione di causa. Capita così che nell’agosto 1990, sul numero 34 de L’Espresso, esca un articolo dal titolo banale (ma comunque meno del contenuto): «Che horror!». L’articolo è un’aspra critica al boom delle testate del terrore, che in quegli anni al pari e sulla scia di Dylan, finivano nelle mani di sempre più ragazzini.

La polemica arrivo fino in parlamento, dove vi furono delle interrogazioni (all’interno delle quali Dylan non venne mai citato, è giusto sottolinearlo). Tutta questa polemica, che si sgonfiò in pochi mesi, non toccò direttamente l’opera di Sclavi, il quale rimase però quasi tramortito dalla presa di coscienza che al mondo esistesse ancora qualcuno favorevole a un qualsiasi tipo di censura. Negli anni questa presa di coscienza si fa sempre più acuta fino a sfociare, cinque anni più tardi, in uno degli albi che hanno fatto la storia di Dylan Dog: Caccia Alle Streghe.

Da Caccia alle streghe, giugno 1992

Il numero 69 è uno dei numeri più controversi, criticati, ma al contempo apprezzati della storia del nostro indagatore, e si apre con un Daryl Zed alle prese con degli inquisitori medievali risvegliatisi dal lungo sonno della morte. Questo personaggio, all’interno del fumetto, è la creatura di un disegnatore amico di Dylan, ma al lettore basteranno poche pagine per capire che in realtà l’opera è un esempio di meta-letteratura e che Daryl è semplicemente l’alter ego dell’indagatore dell’incubo.

Nel corso della storia si scopre che un importante giudice, dopo aver scoperto il figlio a leggere un fumetto dell’orrore, ha deciso di investire le sue forze in una crociata contro questo tipo di intrattenimento. La storia è una forte critica alla società, espressa attraverso il personaggio di Justin Moss, disegnatore del fumetto dentro il fumetto nonché alter ego dello stesso Sclavi. Per paura di essere coinvolto nel caso giudiziario, Moss arriva persino ad autocensurarsi, quando si sa, «autocensura… è peggio della censura altrui». I riferimento ai fatti di cronaca immediatamente precedenti sono evidenti e la storia, caratterizzata da un finale molto aperto e controverso, è l’esempio perfetto di come il mondo esterno sia in grado di riflettersi, in tutta la sua problematicità, nella Londra del nostro Dylan.

 

La Fine prima della Fine

Se volessimo citare ogni numero significativo di Dylan Dog, probabilmente non basterebbe un libro. Ogni storia (se non altro prima del naturale declino e conseguente normalizzazione del personaggio), anche quella che a una prima lettura può risultare più “debole”, ha dietro significativi riferimenti a temi dell’attualità, che contribuiscono al clima di “angoscia” che permea il fumetto.

È quindi assai difficile sceglierne una nello specifico, oggettivamente più importante di altre. Potrei basarmi sul gusto personale, andando a pescare numeri come Il Lungo Addio o Johnny Freak, potrei scegliere di trattare delle particolarità di alcuni albi, come il numero 77, il primo diviso in due storie all’interno, esperimento non proprio riuscito, contenente dunque le due storie più brevi apparse sulle pagine di Dylan Dog, o ancora citare i numeri a colori, gli speciali, ma non si riuscirebbe davvero a rendergli giustizia. Farlo per Caccia Alle Streghe era doveroso, un albo che non è solo un albo, ma critica sociale ancora più marcata di quanto Dylan Dog non fosse di solito. Forse è giusto farlo anche con il numero 100.

Nulla di celebrativo, nessun festeggiamento. Il numero 100 di Dylan Dog altro non è che la morte del nostro protagonista. Sì, avete letto bene la morte. Sclavi stesso, all’interno sostiene che questo numero, intitolato La Storia di Dylan Dog, vada collocato sempre in fondo a destra della propria collezione (a sinistra per i mancini). Una bella storia che va contemporaneamente a scavare nel passato di Dylan e dei personaggi che lo attorniano (in questo numero si scopre l’identità di Xabaras) e nel futuro, mettendo appunto la parola fine all’indagatore dell’incubo. Questa fu la prima volta in cui Dog morì, da allora non sarà certamente l’ultima. Anzi, lo stesso nuovo corso, parte con una nuova nascita di Dylan.

 

Operazione downgrade

«Scopo di questo nuovo corso è quello di cercare di riportare lo spirito originale. Nel senso: io, Tiziano Sclavi e Cristina Sclavi, condividiamo la stessa idea: il rispetto nell’ereditare un personaggio è dato dal coltivare quell’eredità. Dylan era un personaggio che nel 1986 si presentava come imprevedibile, inquietante, sorprendente per il lettore. Per rispettare quello spirito andava tradito il Dylan che poi era diventato, che ci sembrava in qualche misura un po’ sclerotizzato nei suoi luoghi comuni. Quindi l’idea di questo nuovo corso è sì un cambio importante, ma sempre nel segno di quello che era il personaggio in origine».

Parte da questo pensiero di Roberto Recchioni, ma appunto condiviso da Sclavi, l’esigenza di un nuovo corso di Dylan Dog. Un corso che è più un downgrade che una nuova partenza: «Io ho cercato di combattere la definizione di Dylan 2.0 in tutte le maniere, anzi, io ho sempre parlato di downgrade, un ritorno al sistema operativo precedente. Il problema è che nel momento in cui Tiziano Sclavi se ne va come autore e quella sensibilità non è più viva ma deve essere replicata da autori che magari hanno punti di vista differenti, quel tipo di sensibilità diventa un cliché; e quando diventa tale diventa contemporaneamente poco sentita. Quindi Dylan in certi numeri assume degli aspetti da piccolo moralista, cosa che il personaggio non è mai stato. La nostra idea è riportare Dylan a prendere posizioni forti, posizioni su temi a noi contemporanei. L’idea del Dylan moralizzatore è la cosa contro cui stiamo combattendo di più, anche perché è uno degli elementi che ha reso il personaggio alla lunga noioso».

Dal numero 339 di Dylan Dog, Anarchia in Inghilterra

Fondamentale per questo regresso al sistema operativo precedente, è di certo la personalità di Roberto Recchioni, mai banale sia nelle storie che nella vita “quotidiana”, o almeno per l’aspetto “pubblico” di questo lato della sua vita, ovvero quello condiviso su Facebook. «Guarda, Facebook è come i numeri», mi spiega. «Devi imparare a interpretare quello che ti dicono. Facebook è un posto fantastico per il contatto diretto; è anche però il muro del pianto: chi apprezza qualcosa, di solito tende a mettere un semplice mi piace, chi non apprezza qualcosa arriva persino a fare intere campagne stampa. Per cui una singola opinione negativa viene ribattuta centinaia di volte sulla rete. Quindi è sempre molto relativo il gradimento, in special modo relativo ai commenti».

«L’impressione generale è che l’interesse intorno a Dylan sia cresciuto enormemente nell’ultimo anno», prosegue Recchioni, «cosa che abbiamo visto riflettersi anche nelle vendite, quindi siamo tutti contenti. Che ci sia un certo gruppo di lettori indignati è una cosa che mi rende entusiasta, perché è quello che volevamo, ovvero provocare il lettore. Per dirti: ho appena visto su YouTube un filmato di un presunto lettore che recensiva uno degli ultimi numeri e ha detto che non lo leggerà più perché in questa storia c’è un poliziotto di colore, e lui che si professa apertamente razzista non riesce a tollerare l’idea che ci siano un “negro” e una “musulmana” nel “suo” fumetto, tanto che viene da chiedersi come abbia fatto finora a non accorgersi che Dylan è contro il razzismo a ogni livello. Poi i lettori hanno proiettato, specie su un personaggio dalla vita lunga come Dylan, una propria idea del personaggio che credono sia quella reale, anche perché un personaggio così longevo, se seguito da molti anni, rischia di darti l’impressione di essere tuo. Il personaggio è, però, sempre di chi lo scrive, sempre del creatore o dello sceneggiatore di turno. Noi speriamo di fare storie che verranno amate dai lettori ma non scriviamo le storie che i lettori ci dicono di scrivere».

Ciò che è apprezzabile di Recchioni è proprio il non avere peli sulla lingua, per usare una frase fatta. Per di più è attentissimo a ogni parola, ogni minimo dettaglio. Così quando gli chiedo di «rassicurare i lettori in merito al pensionamento di Bloch», la sua risposta è questa: «Il punto è: premesso che io non voglio rassicurare nessuno, anzi. Io faccio un fumetto dell’orrore, io voglio inquietare tutti. Il punto però è: non abbiamo ucciso Bloch, anche perché Bloch è il nostro personaggio preferito. Noi abbiamo fatto una riflessione profonda sul personaggio e il personaggio era inchiodato nel suo ruolo, nel ruolo meccanico che aveva assunto nel corso degli anni all’interno delle storie. Mandarlo in pensione è una maniera per tirarlo fuori da quel ruolo e renderlo più vitale all’interno della narrazione stessa. In realtà il lavoro è proprio rendere Dylan materia viva, poi che il lettore nostalgico voglia che tutto rimanga uguale perché ha bisogno di avere un punto fermo in una vita che è sempre più difficile da comprendere, quello è un problema suo, non un problema nostro».

«Un personaggio è, però, sempre di chi lo scrive, sempre dello sceneggiatore di turno. Noi speriamo di fare storie che verranno amate dai lettori ma non scriviamo quelle che i lettori ci dicono di scrivere»

A sconvolgere il lettore “nostalgico” sarà anche l’ingresso di un nuovo antagonista: John Ghost. «John Ghost è un personaggio un po’ particolare. La sensibilità di Dylan riflette la sensibilità di Tiziano, e uno degli scopi che mi sono dato inizialmente è di rispettare profondamente e quanto più possibile la caratterizzazione che Tiziano ha dato a Dylan. Mi serviva quindi un veicolo per raccontare il mondo anche da un punto di vista alternativo rispetto a quello di Tiziano. John Ghost è quel punto di vista alternativo. Personaggio molto nelle mie corde, molto derivato da altri personaggi che ho già creato, come John Doe. È un agente del caos e lo conoscerete meglio. Ha una storia quasi interamente dedicata e a poco a poco diventerà una presenza fissa».

 

Al servizio del caos

La storia «interamente dedicata» al nuovo villain di Dylan Dog è la 341: Al Servizio Del Caos. Uscita a gennaio 2015, vanta la collaborazione di Angelo Stano, che ha disegnato prologo ed epilogo, e Daniele Bigliardo, che disegna il cuore della storia. Scritte da Roberto Recchioni, queste 98 pagine sconvolgono il lettore, sì, ma ancor prima il mondo di Dylan.

Una tavola da Al servizio del Caos

È un Dylan che piano piano matura, si rassegna alla tecnologia, addirittura utilizzando uno smartphone, che verrà gestito da Groucho, ma che sarà di proprietà dell’indagatore dell’incubo che, ancora a metà 2014, non aveva praticamente mai neanche battuto poche righe a un computer. «Addio strumento del demonio» sillaba sprezzante Dog mentre lancia il Ghost 9000 all’interno di un bidone, sottolineando, poi, come la storia con la tecnologia sia per lui terminata. «Dannazione! Ma a chi voglio darla a bere? Questa storia è appena iniziata» è la considerazione finale, con smartphone recuperato dai rifiuti e infilato in tasca.

Il nucleo della storia, però, non è solo la tecnologia in senso spicciolo. «Una farfalla batte le ali all’Equatore e scatena un uragano dall’altra parte del mondo. Il mio nome è John Ghost… e sono quello che costringe la farfalla a battere le ali». Dietro Ghost c’è quello che oggi verrebbe definito un impero: la Ghost Enterprise. «Noi siamo il padre che educa il figlio, lo scudo che protegge il nostro stile di vita, siamo la lancia pronta a colpire chiunque minacci i nostri interessi. In poche parole, signor Dog… noi siamo l’Inghilterra».

Una critica, dunque, all’epoca moderna e a chi la subisce passivamente, una critica veicolata attraverso un personaggio tanto affascinante quanto ambiguo, che sembra essere l’immagine riflessa allo specchio di Dylan: tanto simile quanto irrimediabilmente agli opposti. Ricco sfondato, sicuro di sé e al servizio del potere, come svela l’ultima (favolosa e indimenticabile) tavola della sua storia d’esordio.

 

Dylan e “Le Ragazzine”

Nel futuro di Dylan, oltre a nuovi collaboratori, nemici e personaggi, ci saranno anche nuove matite e nuovi sceneggiatori. Tra i tanti, uno dei più attesi è Ratigher, autore di Trama e Le ragazzine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra. Lanciato alla grande sul già citato profilo Facebook di Roberto Recchioni non molto tempo fa, Ratigher è già alle prese con le prime storie.

«Scrivere su Dylan Dog vuol dire, prima di tutto, essere letto da centoventimila persone, e se fai bene il tuo dovere, vuol dire divertire e terrorizzarne almeno la metà. Vuol dire poter incidere sulla cultura pop, attraverso uno degli ultimi personaggi di successo dell’intrattenimento italiano non mediato dalla televisione. Vuol dire avere la risposta pronta quando mi chiedono che fumetti faccio» mi dice Ratigher quando gli chiedo cosa significhi per lui questa nuova esperienza, la prima per “terzi”. Che per lui è un po’ come «se accendessi la miccia e mi sedessi comodo a guardare i fuochi d’artificio».

Ma la principale novità del Ratigher in versione Dylan Dog sarà il fatto di non vederlo ai disegni. «Collaboro solo in veste di sceneggiatore perché il mio modo di disegnare è troppo lontano dagli standard della Bonelli, magari in futuro proverò a proporre una storia breve scritta e disegnata da me, per ora non sono pronto. Sceneggiare si sta rivelando un’esperienza entusiasmante perché ho tutti gli strumenti fondamentali e le difficoltà che devo affrontare sono momenti di crescita e sprone. Se dovessi anche disegnare avrei così tanti handicap in partenza che si rivelerebbe un’impresa disperata, e io invece voglio divertirmi, divertirmi a terrorizzare».

Un omaggio di Ratigher a Dylan Dog

Il fatto di sceneggiare senza disegnare le avventure dell’investigatore dell’incubo, però, non farà perdere allo stile di Ratigher quel quid che ha fatto affezionare i lettori a lui: «Per tradizione, Dylan Dog è il personaggio Bonelli più autoriale. Le migliori storie di Dylan sono quelle dove i diversi sceneggiatori hanno messo in scena le loro paure più recondite e personali. Dylan Dog ha sempre guadagnato dall’empatia con i suoi scrittori, magari generando tanti Dylan diversi ma coerenti in qualche modo tra loro. Io questo farò, metterò Dylan in situazioni che mi terrorizzano e le descriverò nei particolari più ripugnanti e inconfessabili».

L’opportunità di lavorare con la Bonelli per Ratigher è arrivata in occasione del più volte annunciato downgrade firmato Recchioni. «Sclavi ha inventato il canone ed è stato anche quello che lo ha tradito e sovvertito più spesso, dentro Sclavi c’era l’intero spettro di situazioni, ambientazioni e orrori che Dylan Dog può esplorare. Tornare a Sclavi credo significhi riportare Dylan ad una dimensione sorprendente, è di nuovo tutto possibile sulle pagine di questo fumetto. Essendo comunque al timone Recchioni, io tenterò di lavorare anche sul terreno che più ci lega, il gusto per i dialoghi serrati e “sbruffoni”. Una sorta di “ultimo old boy scout”».

La collaborazione si spingerà anche oltre il primo episodio («Sto già iniziando a lavorare al secondo albo, di più non dico perché quando verrà annunciato il cast sarà una cosa devastante»), ma per fare una cosa alla volta, ho chiesto, per congedarlo, un piccolo spoiler di quel che sarà il Ratigher #1: «Il finale del primo albo che ho sceneggiato è preso da una storia del Bimbo Fango (l’unico mio personaggio ricorrente) che non ho mai disegnato. Magari nei prossimi numeri farò incontrare Dylan con le mie Ragazzine, indossano gli stessi colori».

Tommaso Naccari
Classe 1994, scrive per VICE e non solo. Dal 2015 è uno dei co-fondatori del magazine di rap e cultura FOUR DOMINO.

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