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Da Nilla Pizzi alla coppia Carlo Conti-Maria De Filippi, da Pippo Baudo a Fabio Fazio, storia del rapporto tra gente, gentismo e Festival della Canzone Italiana.

Ho sempre guardato il Festival alla TV. Sono quella che i francesi chiamano una sanremer. Casualmente mi trovavo a Sanremo trentuno anni fa, era la mia prima edizione, e – con un gusto già invidiabile a pochi mesi – apprezzavo i Righeira, Renzo Arbore e Anna Oxa. La cosa per Anna Oxa poi me la sono portata dietro per decenni e non nascondo che questa passione granitica sia stata causa di intimi dubbi su quel gusto di cui sopra. Ancora non riesco a rassegnarmi al fatto che i suoi numerosi stravolgimenti identitari abbiano portato la signora Hoxha verso l’attuale caratterino freak-complottista, ma lo accetto comunque perché Anna è Anna. In ogni caso, su di lei ho smesso da tempo di farmi domande, mentre ancora mi chiedo cos’è che renda Sanremo sempre Sanremo, indipendentemente dalle deviazioni che ne hanno mutato il codice genetico negli anni e soprattutto indipendentemente dal livello di snobismo culturale maturato nei confronti di questa manifestazione.

Probabilmente era necessario venire qui in prima persona per immaginare una qualche risposta. Negli ultimi anni il mio lavoro si è focalizzato per forza di cose su un recinto culturale ben delineato, che in un certo senso alla lunga diventa il confine oltre il quale il mondo non interessa più, o meglio interessa marginalmente, come elemento di colore – la vera arte, i veri problemi e i veri motori culturali stanno qui, nella bolla. Poi ho iniziato a collaborare con la RAI, e mi sono resa conto che varcando la soglia dell’industria dell’intrattenimento su larga scala tutti i miei first world problems venivano immediatamente ridimensionati, idem per tutti i miei riferimenti culturali e soprattutto per la mia persona, di cui quell’industria non conosce neanche l’esistenza. Non ne sono particolarmente turbata, sia chiaro, anzi, credo che le mie esperienze-Boris, tipo questo esilio forzato nella ridente Sanremo in cui oramai soggiorno da settimane, mi abbiano permesso di fare un reset del sistema e di mettere molte cose in prospettiva, il che non è mai un male.

Facce sanremesi.

D’altro canto c’è tutta una parte del mondo che io so, che voi sapete, ma che Sanremo e la RAI ignorano (volontariamente o meno), un netto distacco da un certo tipo di cultura che credo sia la causa per cui molti nasi si arricciano di fronte ai prodotti della TV popolare, incarnata simbolicamente nella sua massima espressione: il Festival. Le domande che mi pongo con più frequenza da quando faccio la spola tra nicchie tanto interessanti quanto limitate (o autoreferenziali) e il pachiderma che parla a milioni di persone è se questa dicotomia possa essere turbata, se l’elefante si possa spostare anche solo di un millimetro e se si possa trovare un modello alternativo di approccio al grande pubblico, da un lato o dall’altro.

Non so se esista un modo per far affluire il rivolo della controcultura (passatemi il termine) nel Gange della produzione di massa, ma di un paio di cose sono certa: che non si possa combattere il nemico senza conoscerlo dall’interno e che per riformare gli strumenti dell’intrattenimento si debba esperire quanto è sbattimento mettere in piedi una super produzione. Stesso discorso vale sulla politica in un momento in cui la gente si fa sentire forte e chiara mentre i cosiddetti liberal si rendono conto di aver progressivamente abbandonato le masse, le piazze, il popolo stesso che non si riconosce più in un  discorso politico che ha perso mordente sulla realtà e ha bisogno di riconfigurarsi se non vuol essere schiacciato dalle nuove forze in campo.

Detto questo, non credo ci sia un modello di intrattenimento di massa più riuscito del Festival di Sanremo, che fino a qualche tempo fa era indubbiamente l’unico evento che, ogni anno, univa un popolo così incasinato come il nostro. Tempo fa Valerio Mattioli aveva escluso immediatamente, a ragione, il lato musicale della faccenda, indicando le fondamenta del rito identitario che Sanremo rappresenta nella valenza politica del Festival. In un certo senso Sanremo funziona perché è la versione pop del suffragio universale, l’illusione che possiamo essere anche noi discografici per un giorno e scegliere su quale campione in gara investire emotivamente. La confezione, poi. Il modo in cui è gestita, presentata e incorniciata la competizione, si è evoluto insieme al suo pubblico, in un rapporto biunivoco per cui in cambio Sanremo ha acquisito una rilevanza tipo Grammy Award.

Nilla Pizzi al Festival di Sanremo del 1951.

Negli anni, Sanremo ha contribuito a creare decine di vere e proprie popstar, ha riconosciuto il talento di un duo come Paola e Chiara (che ha successivamente introdotto il concetto di promiscuità tra sorelle nella cultura di massa italiana) e ha regalato alla nostra TV numerosi picchi memorabili. Il Festival rimane comunque il momento di massima esposizione mediatica per un artista, una sorta di fiera della discografia major italiana, anche se la sua rilevanza nel mercato discografico è stata ridimensionata dall’avvento di Internet, che oltre ad aver lavato via un trenta percento di provincialismo agli italiani, ha permesso molte più forme di promozione. Pensare sia soltanto questo il motivo per cui il Festival oggi ha perso il carattere epico che ha avuto in passato, quando teneva il pubblico in una sorta di ipnosi collettiva, sarebbe ingiusto nei confronti del vero motivo per cui Sanremo è Sanremo: la gente.

Il Festival nasceva come prodotto pubblicitario – caratteristica che gli è connaturata, possiamo dire – dalle teste del direttore di marketing del Casinò di Sanremo e di Angelo Nizza, autore radiofonico di successo. Nasceva in un momento storico in cui la radio era ancora bene o male lo strumento di comunicazione ponderante (la RAI esisteva da poco più di dieci anni), alla gente non interessavano le facce ma i suoni, per cui la competizione, durante la prima era geologica del Festival, metteva al centro della scena la canzone, mica i cantanti o i vestiti o i fottuti social network. Dell’umiltà che caratterizzava questa fase è prova il fatto che la prima edizione del Festival vide la partecipazione di appena tre cantanti, Nilla Pizzi, Achille Togliani e il Duo Fasano, a cui era affidato lo sbattimento assurdo di interpretare tutte e venti le canzoni in gara. Immagino che la gioia più grande per la povera Nilla Pizzi a fine serata fosse giocarsi l’intera vincita al Casinò in preda a convulsioni isteriche post-traumatiche da stress. Più o meno la stessa solfa per la seconda edizione, in cui Nilla Pizzi, regina assoluta della scena (facile così però) dominò addirittura più dell’anno prima guadagnandosi primo, secondo e terzo posto con tre canzoni diverse. Chi cazzo è il boss qui.

La protofase successiva del Festival prevedeva che le stesse canzoni in gara venissero interpretate due volte, da due interpreti differenti, così nemmeno avevi la soddisfazione di aver vinto proprio tu, poteva aver vinto l’altro, la merda, o quantomeno ci dovevi dividere il premio a metà. Insomma, l’interprete era mero utensile degli autori e delle etichette e il Festival era uno strumento dell’industria discografica per sondare il mercato e lanciare le hit. Non che ora sia molto diverso, d’altronde. Più o meno ogni brano del Festival è legato a un’uscita discografica per cui la promozione degli artisti in gara lancia costanti link ai lavori in uscita. Alcuni assi hanno appena pubblicato un album e ne fanno uscire una deluxe edition post-festival.

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Paolo Villaggio al Festival di Sanremo del 1972.

Dal 1972 in poi, il Festival ha subito la prima grande riforma: al centro della scena non c’era più la canzone, ma l’interprete. Iniziavano a emergere le personalità dei cantanti in gara e la gente aveva sete di popstar (nel decennio precedente, d’altronde, era esplosa la più grande boyband della storia), di conseguenza a Sanremo si cambia rotta: si affida la direzione artistica a Vittorio Salvetti (già patron del Festivalbar) e persino la conduzione diventa più pop. A Mike Bongiorno viene affiancato un attore comico, Paolo Villaggio, nel ruolo del “disturbatore”, prova che lo show stava iniziando a sbottonarsi la camicia. Il fatto che l’edizione del ’75, disertata dalle etichette e priva di grandi nomi in gara, fosse stata un fallimento su tutti i fronti è la prova del nove che oramai non era più il Festival delle canzoni, ma dei cantanti, con buona pace di Nilla Pizzi che aveva dominato nell’epoca sbagliata. Il disturbatore, figura che poi rimase connaturata al Festival come una sorta di trickster mitologico, rappresentava la prima rappresentazione della “gente” nella cornice formale di Sanremo, la voce della verità sbattuta in faccia alla signora col visone in prima fila. Nelle edizioni successive la comicità apotropaica ebbe quasi sempre un ruolo di rilievo, tanto che dalla fine degli anni Settanta la co-conduzione iniziò ad essere affidata a figure come Beppe Grillo, Roberto Benigni e così via fino alla Virginia Raffaele dello scorso anno.

Dagli anni Ottanta entrò ufficialmente in vigore la terza fase del Festival: forse sull’onda del geniale Stryx di Enzo Trapani (una specie di proto-MTV sotto acido) all’edizione del 1980 fu asportata l’orchestra, tanto che cazzo ce ne frega della tradizione quando ci sono le basi preregistrate, e lo show si presentava come una sorta di macro-videoclip pralinato, intervallato dalla conduzione di Claudio Cecchetto spalleggiato da Benigni e dall’attrice Olimpia Carlisi, nella formula triangolare presentatore-disturbatore-bellona che è diventata un leitmotiv della costruzione narrativa del Festival. Certo, Sanremo ci mise un po’ a metabolizzare gli interventi sopra le righe dei suoi comici – pure Benigni ci aveva messo del suo, apostrofando il Papa come “Wojtylaccio” – e tentò di ripristinare la formalità della Kermesse asportando il comico. Nulla poteva fare tuttavia la RAI per arginare la maestosa ondata kitsch, le porcate di cui la gente si cibava in quegli anni, allegorizzate dalla sigla dell’edizione 1981: il “Gioca Jouer”, conosciuto anche come il modo di compromettere per sempre la tradizionale eleganza del Festival.

Senza orchestra, senza musicisti e senza una dignità, quell’edizione fu una delle più fortunate a livello di successi discografici. Finalmente sul palco dell’Ariston aveva fatto il suo ingresso il divertimento, lo scazzo puro, impersonato da una scenografia “discotecara” e da una Jo Chiarello strafottente e stonatissima che, come una ragazza della Terza C pluriripetente dava dello scemo al suo lui nel pezzaccio “Che Brutto Affare.” La cornice scenica e il livello dei contenuti si erano giustamente affidati al giudizio del pubblico, che iniziava a sviluppare una passione per il lato grottesco della manifestazione canora. L’imperfezione, l’errore, la gaffe, erano entrate a gamba tesa sul palco dell’Ariston e gli italiani ne furono rapiti. Il Festival è come noi, il Festival siamo noi. Da quel momento in poi l’istituzione-Sanremo non si liberò più di questa componente umana, troppo umana, e noi sanremers iniziammo a guardare il Festival con l’occhio attento di chi aspetta soltanto che quella macchina infallibile mostri il fianco all’errore, alla stortura. Ci identificavamo.

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Jo Squillo e Sabrina Salerno, ‘Siamo Donne’, Sanremo 1991.

Sanremo è Sanremo per questo, d’altronde, e mi dispiace dirlo adesso che conosco la fatica, le forze impiegate e il tempo necessario per costruire ogni anno una manifestazione impeccabile, ma è quando si mostra difettoso che il Festival funziona, quando sta al limite del WTF. Tra i gloriosi anni Ottanta e gli anni Novanta il Festival ci ha regalato momenti come: due donne con nomi da telefoniste erotiche, seminude, portano sul palco dell’Ariston un pasticcio pseudofemminista che invita a guardare oltre le gambe; un uomo minaccia di suicidarsi in diretta e un empatico Pippo Baudo lo raggiunge, lo salva, lo abbraccia come un padre; un epico catfight Rettore-Marcella Bella; le zinne di Patsy Kensit in diretta nazionale; e potrei andare avanti all’infinito. Se ci pensate, del Festival ci ricordiamo bene quasi soltanto le défaillance, i casi in cui la linearità dello spettacolo viene interrotta. E questo negli anni ruggenti del boom economico e identitario, tra gli Ottanta e i Novanta, accadeva senza nemmeno bisogno di spingere l’acceleratore.

C’è stato un preciso momento, a mio avviso, in cui Sanremo ha preso una nuova svolta, che ci porta fino alla sua forma attuale. Qualcuno nel disgraziato anno 1999 pensò di affidare la direzione artistica del Festival a Fabio Fazio, che introdusse sul palco dell’Ariston uno strano miscuglio cerchiobottista tra cultura alta (la scelta della co-conduzione al Premio Nobel Dulbecco, che ti faceva sentire fin dalla poltrona di casa tua quanto Fazio volesse immediatamente posizionarsi come il bravo ragazzo che uscirà con tua figlia stasera ma tranquillo ha una laurea in ingegneria e un pene molto piccolo, quindi non c’è pericolo) e innocuo populismo, e riportò la kermesse a uno stato di rassicurante tranquillità, dando il benvenuto ai noiosissimi anni Duemila in cui per cercare un istante di brio bisognerà sperare che qualche disturbatore sia lasciato agire indisturbato. Sempre quell’anno, Fazio ebbe la funesta idea di portare sul palco La Gente. Immagino vi ricordiate che in quella edizione erano le “persone comuni” che introducevano i pezzi. La mia professoressa di storia sosteneva bisognasse diffidare di chi utilizzava quell’espressione. Fazio introdusse nel festival una conduzione che potrei definire da Partito Democratico. Faccio entrare la gente a farsi un giro sul palco, ma poi basta, poi via, Dulbecco. La cultura. Guardate gente la cultura.

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Sanremo + Fazio = Gorbaciov all'Ariston, 1999.

Da quel momento in poi il Festival non fu più il festival della gente, qualcosa si era incrinato. Ed è comprensibile che tra il Festival e la gente iniziò a crearsi una distanza che prima non c’era mai stata. La differenza tra i due stili di conduzione, pre-faziale e post-faziale, salta all’occhio se si guarda il modo in cui vennero trattati i due casi di “aspiranti suicidi” del Festival: nel 1995 da Pippo Baudo e nel 2014 dallo stesso Fazio. Baudo sale in galleria, con qualche foglio stropicciato in mano, non ci pensa due volte. Si dirige verso l’aspirante suicida come un padre preoccupato, passo sicuro, tono assertivo, praticamente Cesar Millan. Arriva a lui. “Qual è il problema? Dammi un bacio” sono le prime parole che gli rivolge. L’aspirante suicida si lascia abbracciare. “Pippo ti voglio bene.” E come un angelo custode Pippo lo fa desistere e lo porta via con sé. Probabilmente la dimostrazione più grande del potere della televisione della storia d’Italia.

Veniamo invece a Sanremo 2014: “Datemi la lettera. Datemi la lettera, lei però vada su. Lei vada su. Lei stia tranquillo. Lei però stia tranquillo. Lei vada su. No. Lei vada su. Sto leggendo la sua lettera. Sto leggendo la sua lettera. Sto leggendo la vostra lettera. Io vi do la mia parola che vi leggo la lettera però voi dovete rientrare. Rientrate. Prima rientrate”. Con l’empatia di un Massimo D’Alema sotto tavor, Fabio Fazio gestisce la protesta di alcuni lavoratori del consorzio del bacino di Napoli e Caserta trattandoli come tratteresti un promotore di Lotta Comunista che ti suona alla porta domenica alle nove, per poi capovolgere la situazione e trasformarla in un momento di puro paternalismo. Ma la gente sta lì, appesa, e ti sta rovinando lo show non tanto perché se ne sta lì appesa, ma perché tu, Fabio Fazio, non sei in grado di capirla e la tratti così, come una matta. E pensa te che quella gente nell’Ariston ce l’avevi portata tu. Per sua natura il gentismo, una volta introdotto, non se ne va, e il gentismo è nemico dello show. Il gentismo non vuole lo sfarzo.

Al momento Carlo Conti sta facendo i conti (scusate non riesco a non farla) con lo stesso gentismo che minacciava il suicidio da Fazio, perché alla gente non sta bene che guadagni dei soldi mentre l’Italia è fresca di tragedia. Alla gente questo festival non va più bene, hai voglia a inventarti il nuovo payoff “Tutti cantano Sanremo”. E qui bisogna riconoscere a Conti la mossa geniale di portare sul palco non più la gente, ma la regina della gente. Maria De Filippi è una che potrebbe candidarsi tranquillamente domani mattina ed essere certa di ricevere un consenso politico più ampio di qualsiasi schieramento in campo ad oggi. Quel filo diretto con la gente che aveva visto in quel “Pippo ti voglio bene” l’apogeo del bonding berlingueriano tra conduttore e popolo ed era stato distrutto dallo snobismo di Fazio ha una sola possibilità di tornare a Sanremo, ed è quest’anno con Maria. Ora, non so dirvi come verrà ricordata la conduzione del Festival della coppia Conti-De Filippi, almeno però bisogna riconoscere che questa edizione ci ha regalato un bell’assaggio di grottesco col promo dei feti. Per ora ci accontentiamo. Insomma se c’è una cosa che vorrei imparare dalla storia di questo giga-evento è se esiste un modo per non farsi fottere dal proprio snobismo.

Probabilmente per un intervento efficace sulla cultura di massa bisognerebbe partire dalla negazione dell’idea stessa di dislivello intellettuale, cosa che ovviamente fatico a mettermi in testa perché la stupidità delle persone può essere abissale. Sono certa che la volontaria miopia delle nicchie, d’altro canto, porti soltanto a un distacco pericoloso e sterile. In poche parole, pure se lo credi un cretino, se non ti fai voler bene dall’aspirante suicida il cretino sei tu.

Virginia W. Ricci
Editor STAIZITTAMAG. Ha scritto cose per VICE, Noisey, Rolling Stone e fatto altre cose per la TV.

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