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Scarfolk è una cittadina inglese i cui abitanti sono costretti a rivivere all'infinito gli anni 70: viaggio in un passato mai esistito, chiamato hauntology.

Il comune di Scarfolk, nel nord-ovest dell’Inghilterra, è una città fantasma. Non del genere sabbia e cespugli che rotolano nell’afa dei western all’italiana: Scarfolk è invisibile, ignota al resto della nazione, non rintracciabile da cartografi e neppure dai satelliti.

I suoi abitanti sono crudelmente intrappolati in un decennio – i Settanta – che vivono e rivivono in un loop infinito di pantaloni a coste marroni, pullover beige e  manifesti di pubblicità sociale a dir poco stranianti: da quello in cui si invitano i cittadini a non bighellonare con bambini simili all’Aphex Twin deforme dei videoclip («non accettate mai dolci, sigarette o alcol da un bambino sconosciuto»), a un altro che ammonisce di non rivolgere la parola ai forestieri (lo slogan: «Non hai sentito nulla. Non hai visto nulla. Non sai nulla»), fino alla campagna terminale «Qualunque cosa tu stia facendo, smetti: dal 12 gennaio 1973 è illegale». Una volta arrivati al capodanno del 1979, si riparte da capo.

Scarfolk, naturalmente, non esiste. È un giocattolone messo in piedi dal grafico britannico Richard Littler per baloccarsi affettuosamente del tono didascalico e un po’ inquietante (il nome è l’unione delle parole scare e folk: «spaventare gente») della comunicazione pubblica degli anni Settanta, ma anche per mettere in mostra le proprie capacità, effettivamente notevoli, nell’imitare gli stereotipi visivi dell’epoca.

Annunci, pubblicazioni e guide Made in Scarfolk, l'inquietante cittadina inglese «intrappolata» negli anni 70.

Partito con un blog, Littler ha consolidato l’idea in un volumetto uscito lo scorso anno per la casa editrice Ebury. Il libro è un diario fittizio che tenta di comporre le usanze locali attraverso ricordi frammentari del narratore e montaggio di materiali d’archivio: la trama è poco più che un’impalcatura per sostenere la selezione d’immagini. Copertine di libri per l’infanzia, pagine di quotidiani, fotografie, referti medici, mappe della metropolitana, poster di film e via dicendo. Questa guida a Scarfolk ha catturato l’attenzione di pubblico e dei media: GQ India ha accolto entusiasticamente il progetto come «uno dei migliori siti satirici in rete».

Il sagace appassionato di musiche indipendenti, però, non avrà faticato a riconoscere nell’operazione un tributo (chiamiamolo così) all’etichetta discografica Ghost Box e a tutti i chiodi fissi dei due fondatori, Julian House (designer dell’agenzia Intro e direttore di video-clip per Primal Scream e Prodigy) e Jim Jupp: i cui progetti musicali si chiamano The Focus Group e Belbury Poly, rispettivamente. In Scarfolk, i riferimenti sono al medesimo passato prossimo e rimaneggiati con gli stessi ingredienti e (quasi) la stessa ricetta. Soprattutto, l’allusione alla geografia segreta di una Gran Bretagna dei tempi andati nascosta in filigrana nel paese reale è una delle intuizioni fondanti dell’etichetta discografica. Recita il sito: «Ghost Box is a record label for a group of artists exploring the musical history of a parallel world».

La Ghost Box, in dieci anni di vita, ha coltivato un pugno di riferimenti – le copertine della Penguin disegnate da Germano Facetti; le avveniristiche sperimentazioni elettroniche del BBC Radiophonic Workshop e della library music (le nostrane «musiche per sonorizzazioni» radio e tv); l’orrore soprannaturale dei racconti di Arthur Machen e di H.P. Lovecraft, folk e psichedelia addomesticate per un pubblico di prima serata  – espandendoli in un mondo auto-contenuto e immediatamente riconoscibile anche a un ascolto fugace o dando una sbirciata alle bellissime copertine.

Alcune amene istantanee da Scarfolk, opera dello scrittore, grafico e illustratore Richard Littler.

La Ghost Box amplifica la concezione del ruolo dell’immagine espressa a suo tempo da Peter Saville con la Factory Records: la coerenza non è una componente supplementare all’intuizione musicale dei discografici, ma ha una vita autonoma producendo, in questo caso, un universo di fiction di cui i singoli LP sono colonna sonora o manifestazioni fisiche che incrociano il nostro, di universo.

Per chi volesse recuperare produzioni della ditta House e Jupp, consiglio We Are All Pan’s People di The Focus Group, che mostra l’amore per i collage costruiti al campionatore (oltre che con forbici e colla) di Julian House e The Howl’s Map di Belbury Poly, più arioso e tradizionalmente cinematografico. Completa la famiglia allargata Ghost Box Advisory Circle, mentre il resto del non popolatissimo catalogo è fatto di ristampe di piccole perle nascoste, camei di artisti sodali come Johnny Trunk – collezionista, erotofilo e proprietario dell’ottima Trunk Records – o collaborazioni dei nostri con John Foxx, il fondatore degli Ultravox.

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Un estratto da Investigate Witch Cults of the Radio Age, disco nato dalla collaborazione di The Focus Group e i Broadcast della compianta Trish Keenan.

Il lavoro di profilo più alto, però, è stato pubblicato dalla Warp nel 2009: Broadcast and The Focus Group Investigate Witch Cults of the Radio Age. Esperimento di canzonetta neo-pagana a opera di Julian House con la band indie Broadcast, è stato il biglietto da visita del suono per un pubblico più ampio e, più in generale, uno dei dischi migliori di quel genere che alcuni blogger avevano iniziato a chiamare hauntology.

Il termine deriva da un neologismo coniato dal filosofo francese Jacques Derrida nella trascrizione (Spettri di Marx, nell’edizione italiana di Raffaello Cortina) di una conferenza tenuta nel 1993 presso la California University Riverside per un convegno internazionale sulle sorti del marxismo a breve distanza dal crollo del muro di Berlino.

Derrida chiama in causa l’hantologie, gioco di parole tra ontologia e hanter (“infestare”), per parlare dello stato incorporeo del comunismo nel 1848 – «uno spettro si aggira per l’Europa», il famoso incipit del manifesto di Marx ed Engels – e come eventualità, nuovamente come fantasma, dopo il 1989.

Derrida, nel testo, insiste sui parallelismi tra la rivoluzione comunista e Amleto di Shakespeare: l’entrata in scena, o meglio l’attesa per l’entrata in scena, dello spettro – il revenant, in questo caso, è il laconico padre del protagonista – mette in moto la vicenda per ripristinare l’ordine delle cose in un tempo descritto come out of joint (disarticolato: anacronistico, ma anche iniquo).

Le creazioni del grafico Julian House, fondatore dell'etichetta Ghost Box e del progetto musicale The Focus Group.

Mutuato dal filosofo, il termine esplose nei primi anni Duemila come parola d’ordine per blogger con l’ambizione di riportare armonia nell’altalenante matrimonio tra critica pop, impegno politico e teorie accademiche. Un matrimonio già celebrato, ad esempio, alla rivista New Musical Express negli anni ottanta da critici come Ian Penman o Paul Morley che spesso e volentieri si riferivano proprio a Derrida. Tale territorio, sostanzialmente e comprensibilmente desertificato in Italia dopo i Settanta, si  consolidò in Inghilterra. Ed è ancora difficile trattenere un ghigno quando si riascoltano gli idolucci adolescenziali Bros stigmatizzare le derive salottiere del fenomeno nella hit 1987 When Will I Be Famous: «You’ve read Karl Marx /And you’ve taught yourself to dance /You’re the best by far».

L’esponente più importante nel tentativo di sistematizzare l’hauntology come movimento musicale è stato Mark Fisher (dal blog k-punk), anche se non va sottostimata la natura collaborativa nella definizione del genere (i poderosi botta e risposta dell’era dei blog), che ha interessato anche il critico superstar Simon Reynolds: una modalità corale che ha sopperito all’ambiguità dello sfuggente concetto di Derrida.

Ecco come Fisher tenta di circoscriverlo nell’ultimo libro-raccolta Ghosts of my Life: «La forza del concetto di Derrida risiede nella presenza di eventi che non sono realmente successi, di futuri che che non sono riusciti a materializzarsi e sono rimasti spettrali» e ancora «l’hauntology è la modalità temporale propria di una storia fatta di intervalli, nomi cancellati e rapimenti improvvisi» e infine «l’hauntology è l’agente del virtuale, lo spettro non ha nulla di sovrannaturale, ma è qualcosa che agisce nel mondo senza esistere fisicamente».

Non molto meglio, verrebbe da dire, ma ecco che ci si avvicina: l’hauntology è il ritorno in forma vaporosa, manipolato dal ricordo soggettivo e individuale, di potenzialità inespresse, annidate nella insenature della storia, che si desidera evocare come in una seduta spiritica. Si costruisce un presente «come se avessero vinto i buoni»: ed è questa la sottile, ma fondamentale, differenza tra le due Inghilterre fantasma, quella della Ghost Box e quella di Scarfolk.

In Scarfolk, l''insistenza su ingenuità e provincialismo di quegli anni configura un piccolo mondo antico farsesco e bigotto, una versione dark di uno sketch di Benny Hill.

L’Inghilterra vagheggiata dalla Ghost Box ha venature sostanzialmente utopiche : qui ha vinto il modernismo in architettura e nel design, la vita in comunità è appagante, il settore pubblico funziona, il romanticismo naturalistico di fine ottocento ha trionfato, sebbene si paghi lo scotto di fenomeni sovrannaturali; mentre lo sfottò di Scarfolk, l’insistenza su ingenuità, rigidità e provincialismo di quegli anni configura un piccolo mondo antico farsesco e bigotto come una versione dark di un film in costume, o di uno sketch di Benny Hill.

Non esistono, a Scarfolk, futuri possibili da rimettere in gioco o che incombono sul presente: il passato è un tutt’uno, confortante per il solo fatto di essere passato. Che faccia sorridere o susciti tenerezza, è docile – qualsiasi dialettica interna è disinnesacata – pronto per essere condiviso su un profilo social retromaniaco.

L’antifona dell’hauntology è, invece, un’altra: ci sono alcune promesse di futuro, imprigionate nel passato, con cui vale la pena di giocare. Chissà che un giorno non vengano a bussarvi alla porta.

 

Francesco Tenaglia
Nato a Chieti, vive a Milano, lavora per la rivista Mousse e ha scritto di arte e musica per Blow Up, Rivista Letteraria e altri.

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