Carico...

Si può ridere di politica, di sicurezza nazionale, di religione, e lo possono fare i protagonisti diretti senza paura di perdere autorevolezza. Perché allora non dovrebbero farlo anche gli scienziati con la scienza? Il complicato rapporto tra scienza, divulgazione scientifica, e comicità.

“No! No, no, no, no, no, no, no, no!” urla John Oliver sbattendo le mani sulla scrivania dopo aver mostrato un frammento di un programma TV in cui uno degli ospiti dice che la chiave per un’esistenza felice è trovare la ricerca scientifica che ci piace di più tra le tante di cui si dà notizia ogni giorno, dal caffè che previene il cancro alla cioccolata che aiuta la gravidanza. “Nella scienza non puoi scegliere solo le parti che giustificano quello che avresti fatto in ogni caso. Quella è la religione! Stai pensando alla religione!”.

John Oliver è un comico e presentatore TV britannico che vive e lavora negli Stati Uniti, dove su HBO ha un programma settimanale molto seguito che si chiama Last Week Tonight, uno degli esempi più famosi, oggi, di quello che da qualche anno viene chiamato comedic journalism, un ibrido di intrattenimento, talk show, satira e informazione. Il pezzo forte del programma sono i venti minuti finali che ogni settimana Oliver dedica a un tema di attualità politica o culturale, un monologo che riproposto su YouTube a trasmissione conclusa diventa solitamente virale nel giro di poche ore. Nella puntata dell’8 maggio scorso Oliver ha parlato di scienza, e in particolare di tutto quello che non funziona nel modo in cui vengono raccontati i risultati delle ricerche scientifiche nei mezzi di comunicazione di massa, dai magazine prestigiosi come il TIME fino ai programmi di gossip del mattino della cable TV americana. Sono i classici articoli e servizi che hanno titoli che iniziano con “Secondo un nuovo studio…” o che finiscono con “…lo dice la scienza” e che di solito ci colpiscono proprio perché per il resto sembrano avere davvero molto poco di scientifico.

carico il video...

Nel suo sfogo energetico e enfatico – ma intelligente e imprevedibile quanto basta da non essere ruffiano –  John Oliver riesce a toccare temi estremamente tecnici e molto complicati che riguardano il mondo della ricerca, come il cattivo uso delle statistiche e delle correlazioni spurie, l’eccessivo risalto che negli uffici stampa si dà agli studi preliminari, l’uso acritico e spettacolare dei comunicati stampa che troppo spesso viene fatto da giornali e riviste e la mannaia del publish or perish che pende sulle teste degli scienziati di tutto il mondo. Sono tutte questioni vive e discusse all’interno della comunità scientifica ma che in pochi si sognerebbero di affrontare in un programma generalista in TV, figuriamoci di farlo in maniera rigorosa, in poco meno di venti minuti, e cercando anche nel frattempo di fare ridere. A puntata conclusa le riviste specializzate sono impazzite di gioia, e in queste settimane articoli di commento sui temi della trasmissione sono apparsi un po’ ovunque, da Elsevier a Scientific American, da Physics Today a PLOS.

Non è la prima volta che Last Week Tonight affronta temi di questo tipo: scienza e tecnologia sembrano anzi essere uno degli argomenti preferiti di Oliver (o di qualcuno all’interno della sua redazione). In tre stagioni il comico britannico ha dedicato i propri monologhi alla neutralità della rete, ai cambiamenti climatici, ai problemi di alimentazione, alla matematica delle lotterie, oltre che interviste a scienziati del calibro di Jane Goodall e Stephen Hawking. E il suo non è neanche un caso isolato, in America. “Stephen Colbert è la migliore fonte di scienza in TV”  titolava Slate nel 2014, e in questo caso il riferimento era al programma Colbert Report, un altro show di comedic journalism condotto appunto da Stephen Colbert, comico e presentatore che nel frattempo ha rimpiazzato David Letterman alla conduzione dello storico Late Show della CBS.

Neil deGrasse Tyson, astrofisico e divulgatore di successo, era un ospite di routine al Colbert Report, insieme alla solita manciata di fisici pop, da Michio Kaku a Lawrence Krauss. E poi ci sono stati oceanografi, biologi, genetisti. Come faceva notare l’articolo di Slate all’epoca, gli argomenti scientifici del Colbert Report erano così frequenti che l’elenco dei tag con cui cercare gli ospiti nell’archivio delle puntate sul sito della trasmissione, oltre a politici, attori e musicisti, includeva categorie separate per “academic,” “medical,” e “scientist.”

Ora Stephen Colbert ha chiuso il suo vecchio programma, ha cambiato rete e ha cambiato registro comico. Nel Colbert Report fingeva di essere un conservatore con il coltello tra i denti, eternamente larger-than-life, mentre nel suo nuovo Late Show è uscito dal personaggio abbracciando uno stile di comedic journalism più simile a quello di Oliver (e soprattutto a quello di Jon Stewart, che non a caso ha scoperto e lanciato entrambi come inviati del suo Daily Show più di dieci anni fa). Nella promozione di carriera dalla relativamente piccola Comedy Central alla storica CBS, l’impronta scientifica di Colbert non si è persa, però, e così in questi primi mesi di The Late Show with Stephen Colbert abbiamo già avuto tra le altre cose una doppia apparizione del fisico Brian Greene che si è messo a spiegare in maniera appassionata la relatività e la scoperta delle onde gravitazionali, e quella del genetista George Church che come al solito ha giocato a giocare a fare Dio parlando di progetti di ingegneria genetica. E come il sito FiveThirthyEight ha dimostrato qualche mese fa in un’analisi statistica degli ospiti delle prime 100 puntate, anche in questo nuovo Late Show di Colbert gli scienziati sono ospiti più presenti – per esempio – di registi, atleti o comici.

carico il video...

US and them
E così, in un paese come gli Stati Uniti in cui la disinformazione scientifica è tale che metà della popolazione è ancora scettica sull’esistenza dei cambianti climatici, possiamo almeno avere la consolazione del fatto che alcuni dei comici più mainstream e più popolari non abbiano paura di affrontare di petto temi scientifici e di farlo in maniera accessibile in programmi TV di attualità rivolti a un grande pubblico.

E in Italia? Nel nostro paese è raro che questioni scientifiche entrino nei monologhi di qualche comico, così come è raro che la scienza entri nei talk show se non per questioni collaterali. Ci limitiamo spesso a quel paio di nomi che a seconda della stagione che viviamo hanno il merito di emergere: gli ultimi sono probabilmente quelli di Fabiola Gianotti e di Samantha Cristoforetti, con le quali però più che di scienza finiamo quasi sempre per parlare di cosa significhi per loro essere donne di successo. Al di là dell’imitazione di Zichichi, per esempio, è difficile immaginare Maurizio Crozza affrontare un tema scientifico alla Oliver durante la sua solita carrellata di commenti alle notizie della settimana a diMartedì o su Il paese delle meraviglie. E forse è anche meglio così perché quando i comici italiani si sono messi a discutere nel merito di questioni scientifiche i risultati sono stati spesso disastrosi. Beppe Grillo, prima e dopo la nascita del Movimento 5 Stelle, è riuscito ad abbracciare bufale e tesi di complotto più disparate, dalla Biowashball a Stamina, e sulla stessa strada sembra essersi incamminata Sabina Guzzanti, che ultimamente ha avuto delle uscite confuse e poco felici sul caso del batterio Xylella fastidiosa che ha attaccato intere coltivazioni di ulivi in Puglia.

I fattori che determinano questa differenza nell’approccio comico alla scienza tra Italia e Stati Uniti, sono tanti, profondi e difficili da rintracciare. C’è, credo, però prima di tutto una questione politica: dando per scontato che – per motivi storici o strutturali – un certo tipo di satira è in entrambi i paesi più vicina alla sinistra che alla destra, democratici e liberal sono però molto più affezionati a una idea di progresso tecnologico e scientifico che a torto o a ragione invece la sinistra italiana da anni rigetta o guarda con sospetto: dagli OGM ai vaccini, da noi, a sinistra, sembra sempre esserci spazio per una scienza “alternativa” alla cosiddetta “scienza ufficiale”.

Beppe Grillo è riuscito ad abbracciare bufale e tesi di complotto più disparate, dalla Biowashball a Stamina, e sulla stessa strada sembra essersi incamminata Sabina Guzzanti, che ultimamente ha avuto delle uscite confuse e poco felici sul caso del batterio Xylella fastidiosa.

Negli Stati Uniti ci sono poi molti più scienziati che si prestano al gioco senza troppi problemi mentre in Italia i ricercatori sono forse più affezionati a una idea di serietà e di ufficialità che non lascia spazio allo scherzo. Stephen Hawking non perde occasione di prestare la propria voce e le proprie battute a qualche puntata di Futurama, ma questo non ne indebolisce in alcun modo l’autorevolezza scientifica, per esempio. Una circostanza talmente aliena e incomprensibile per noi che in un trafiletto di Repubblica la relazione di forza tra le attività professionali e le comparsate TV di Hakwing veniva tragicamente invertito e Hawking era definito “lo scienziato noto più che per le sue teorie sulla natura del tempo e i buchi neri, per la sua partecipazione alla serie dei Simpson”.

Allo stesso modo di Hawking, Brian Greene si fa liberamente sbertucciare nella serie TV The Big Bang Theory, dove in una puntata della quarta stagione viene umiliato dal protagonista. E in generale gli scienziati che lavorano negli Stati Uniti sembrano avere meno paura di apparire poco accademici nel cercare di descrivere le proprie ricerche scientifiche. Pescando a caso nell’archivio di National Geographic (una rivista, quindi, che si occupa di scienza in maniera rigorosa ma anche estremamente accessibile) si trovano ricercatori che senza troppi problemi rilasciano dichiarazioni che sembrano uscite da una bromance tipo “Drop a tiny piece of lithium in water, and it goes psshhhh” oppure “We’re all like the guys before Darwin who went out and brought this stuff on the ship and said, Check out this bird that’s totally weird”. D’altra parte si può discutere che sia un bene o un male, ma è un dato di fatto che negli Stati Uniti ci sia una cultura dell’intrattenimento ben più radicata, capace di penetrare anche in campi da noi impensabili. Prendete i monologhi comici delle cene dei corrispondenti alla Casa Bianca a cui si sono prestati nel tempo tutti i presidenti americani, dall’abilissimo Obama a personaggi decisamente più rigidi e meno istrionici o brillanti come George W. Bush.  Si può ridere di politica, di sicurezza nazionale, di religione, e lo possono fare i protagonisti diretti senza paura di perdere autorevolezza. Perché allora non dovrebbero farlo anche gli scienziati con la scienza?

Qualcosa di completamente diverso
Quando si parla di comici in Italia abbiamo questo tic istintivo di iniziare a lamentarci di come stiamo messi male, di quanto siano tristi e usurati i tormentoni di Colorado e di Zelig, di come negli Stati Uniti loro abbiano Louie o Masters of None e noi qui al massimo Camera Cafè. E mi piacerebbe riuscire a dire di no, e poter smontare la mia stessa esterofilia e il catastrofismo, ma forse in questo caso una buona parte delle recriminazioni è tutto sommato abbastanza giustificata. Senza voler sfociare nel vittimismo, comunque, cerchiamo di delineare alcune differenze fondamentali nel diverso approccio comico tra Italia e Stati Uniti.

Gran parte della commedia americana gira attorno alla cosiddetta stand up comedy, che a sua volta ha radici nello humor inglese e nella comicità ebraica. È un tipo di commedia che potremmo definire riflessiva, che punta molto sulla scrittura del materiale comico e molto poco su imitazioni o personaggi. Un discorso che vale anche per i comici di show televisivi come Oliver e Colbert, che spesso hanno debuttato con spettacoli di stand up in piccoli locali prima di finire dietro a una scrivania e davanti a una telecamera. Non è così per la comicità italiana che è legata storicamente, questo almeno è il solito adagio, alla commedia dell’arte ed è quindi ancora appesantita da un canone comico più farsesco e meno sofisticato. Da una parte Mark Twain e dall’altra le maschere regionali, insomma. Che la commedia italiana sia stata storicamente più o meno alta o nobile rispetto a quella anglosassone se ne può discutere. Alla fine senza dover risalire per forza a Goldoni, abbiamo avuto in tempi anche più recenti gente come Gassman, Tognazzi o Monicelli che personalmente non scambierei neanche per un gigante della stand up come George Carlin. Certo è che negli ultimi anni, con poche eccezioni, il genio comico italiano sembra in effetti essersi un po’ smarrito. Sarà anche che è arrivato YouTube e ci siamo accorti di quanto facciano ridere i comici inglesi e americani che fino a dieci anni fa non conoscevamo, e sarà anche che la stand up comedy sembra oggi l’unico modello desiderabile, o almeno quello più potente e più efficace, per poter parlare di tutto, e allora noi ci sentiamo ancora più impotenti perché storicamente estranei alla cultura della stand-up.

Cosa c’entra tutto questo con la scienza? Simon Critchley è un filosofo britannico che si è occupato a lungo di commedia e di humor. Ha scritto un libro che si chiama, appunto, Humor, in cui analizza tra le altre cose le radici del comico e le differenti espressioni della risata nelle varie culture europee. Secondo Critchley quello che rende particolare e speciale la stand up comedy è proprio il suo utilizzo dello humor anglosassone, un tipo di comicità grazie al quale si riesce a ridere di se stessi invece di ridere dei difetti degli altri e dove, nel raccontare i propri drammi, ci si guarda da fuori e ci si trova ridicoli.

Sembra esserci un filo comune tra scienza e stand-up comedy e magari è per questo che i comici inglesi e americani riescono a parlare con più facilità di argomenti scientifici.

La stessa cosa la spiegò bene qualche anno fa anche Daniele Luttazzi, di cui tutto si può dire ma non che non conosca alla perfezione la comicità anglosassone. A proposito di Lenny Bruce, uno dei pionieri della stand-up comedy, Luttazzi scrisse che “un autore satirico non è migliore dei suoi bersagli, nessuno è senza macchia. Quando Bruce  attaccava il cardinal Spellman”, l’arcivescovo di New York che cercava in tutti i modi di censurarlo, “gli strali erano un tutt’uno con il racconto della propria miseria umana”.

Con i giusti distinguo e le giuste distanze, insomma, le descrizioni di Luttazzi e Critchley della satira e della commedia anglosassone sembrano però perfettamente applicabili anche alla ricerca scientifica. Cos’altro è la scienza se non un continuo mettersi in discussione? O, banalizzando al massimo il pensiero di Kuhn e Popper, un processo in movimento permanente, in cui impariamo continuamente dai nostri errori?

Sembra esserci un filo comune tra scienza e stand-up comedy, allora, e magari è per questo che i comici inglesi e americani riescono a parlare con più facilità di argomenti scientifici. Siamo nel campo della più pura speculazione, certo, e sarebbe impensabile credere che non esitano eccezioni a questa regola (la prima è lo stesso Luttazzi, stand up comedian italiano per eccellenza, per di più con una preparazione universitaria medica, che era però un sostenitore piuttosto convinto della cura Di Bella)

Eppure nella stand up il comico davvero mette in discussione se stesso in un modo molto simile a quello che fa uno scienziato nel suo lavoro. La filosofia comica della stand up, e più in generale di buona parte della comicità anglosassone che ne deriva, è almeno in questo senso allora una sorta di approccio scientifico alla commedia, che con la scienza condivide la stessa accettazione del dubbio e si nutre della stessa incertezza creativa. “È un’attività di intelligenza che nasce da una mancata soddisfazione, da un’incompletezza”, dice Simon Critchley a proposito dello humor; “è imperfetta per sua natura” dice John Oliver a proposito della scienza, e sembra che in fondo stiano parlando della stessa cosa.

Matteo De Giuli
Matteo De Giuli collabora con Radio3 Rai, in voce e in redazione a Radio3 Scienza. Ha scritto per National Geographic Italia e altre riviste. In redazione a Prismo. Fa parte del comitato di redazione del Tascabile.

PRISMO è una rivista online di cultura contemporanea.
PRISMO è stata fondata ad Aprile 2015 all’interno di Alkemy Content.

 

Direttore/Fondatore: Timothy Small

Caporedattori: Cesare Alemanni, Valerio Mattioli, Pietro Minto, Costanzo Colombo Reiser

Coordinamento: Stella Succi

In redazione: Aligi Comandini, Matteo De Giuli, Francesco Farabegoli, Laura Spini

Assistente di redazione: Alessandra Castellazzi

Design Direction: Nicola Gotti

Art: Mattia Rinaudo

Sviluppatore: Gianmarco Simone

Art editor: Ratigher

Gatto: Prismo

 

Scriveteci a prismomag (at) gmail (dot) com

 

© Alkemy 2015