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Tra spin-off, reunion, e serie tv resuscitate dalla cancellazione; perché non riusciamo più a lasciar stare le cose finite? Qual è la nostra allergia alla fine delle cose?

Fino agli anni Sessanta qualunque film terminava con un messaggio che ne decretava la conclusione: nelle pellicole italiane era “Fine”, in quelle francesi “Fin” e in quelle americane il famoso “The End”. Secondo gli annali, uno degli ultimi film americani a concludersi con il The End fu La notte dell’iguana (1964) di John Huston. Cos’era successo? Il pubblico era cresciuto e il mezzo pure: le persone non avevano più bisogno della fine “dichiarata”, palese retaggio del cinema muto.

Veniamo a noi. Recentemente qualcos’altro è cambiato modificando la nostra percezione del finale e il nostro rapporto con il “The End”. Sono arrivate le serie, un prodotto che declina il finale in modo completamente diverso, organizzandolo per episodi e stagioni (il famoso season finale). Uno stravolgimento che ha ridato vita a un genere un tempo sonnacchioso creando però un tabù: quello della fine. Proprio come con i romanzi d’appendice, gli autori possono modificare in corsa gli archi narrativi, spesso compromettendo la solidità della trama (LOL Lost). Le serie – specie quelle di culto – non finiscono più: si interrompono nell’attesa dell’inevitabile reunion.

Prendiamo Twin Peaks, la “Ur-serie di qualità” firmata David Lynch e Mark Frost: dopo una breve prima stagione di otto episodi, lo show fu costretto ad allungarsi a dismisura con una seconda stagione composta da 22 episodi. Nonostante la parte centrale della seconda serie – la grande pozza di noia – lo show si concluse nel 1991 entrando nella storia della televisione e della cultura pop. E oggi, a 25 anni di distanta, è pronto a ritornare. Ne vale la pena? Chi vivrà vedrà, direte voi – e invece no: non ne vale la pena e sotto sotto lo sappiamo tutti, per moltissimi fattori. Principalmente: l’impatto culturale creato dalla serie e i livelli di culto da essa raggiunta la rendono semplicemente irripetibile. Il “nuovo” Twin Peaks non sarà mai all’altezza dell’originale: il massimo a cui possiamo ambire è essere una serie bella, forse bellissima, ma non Twin-Peaksbellissima. Senza contare che, ovviamente, potrebbe fare semplicemente cagare. È un’eventualità, sappiatelo.

Ciononostante, la guarderemo con gioia e l’aspetteremo con ansia, pur sapendo di gustare una minestra riscaldata, di quelle riscaldate da Lynch, certo: ma comunque riscaldata.

È il trappolone nostalgico su cui si basa l’abolizione del finale, un complesso in cui paura, affetto e nostalgia si fondono mettendo al bando l’idea di conclusione. È il meccanismo che ci ha spinto a tifare per Community quando NBC minacciava di cancellarlo, facendoci gridare al #sixseasonsandamovie e attendere per l’inevitabile film dopo esserci sorbiti la sesta stagione. Le ultime stagioni erano forse all’altezza della nostra idea di Community? Ovviamente no. No. Ma il punto è che non è questo il punto.

È il trappolone nostalgico su cui si basa l’abolizione del finale, un complesso in cui paura, affetto e nostalgia si fondono mettendo al bando l’idea di conclusione.

Per chi non lo sapesse, Community è una serie creata da Dan Harmon su un gruppo eterogeneo di studenti iscritti a un college pubblico statunitense, uno show che nelle prime stagioni ha sconvolto parecchi paradigmi da sit-com generalista finendo inevitabilmente per fare arrabbiare i vertici della NBC, network gigante che vorrebbe tanto il suo The Big Bang Theory e non un incantevole casino meta-narrativo fatto di dialoghi serrati. Il pericolo-cancellazione-imminente ha generato con il tempo una fan base coesa che si è diffusa su Tumblr e altri canali alternativi: un pubblico giovane, svelto, avvezzo agli inside joke che ha festeggiato quando la NBC rinnovava Community per un’altra stagione, ha pianto quando Dan Harmon veniva cacciato e ha raggiunto l’orgasmo al suo glorioso ritorno. Poi la NBC ha mollato il tutto e Yahoo! (che nel frattempo si è buttata sui contenuti originali) ha preso la palla al balzo, concesso totale libertà a Harmon e ottenuto una sesta stagione in grado di generare discussioni come:

– Stai guardando Community?
– Sì!
– L’ultima stagione?
– Sì!!!
– E com’è?
– Mmmmm
– Eh….
– … mmm… È carina, dai.
– Mmm.
– Speriamo facciano anche il film!

Il sottoscritto potrebbe essere uno qualsiasi in questo dialogo, sia chiaro, eppure se mi chiedete se sia contento del ritorno di Community, rispondo con un sì carico di gioia. Se poi mi chiedete se la nuova stagione mi piaccia, rispondo con “Mmm, ma questo che c’entra?”. Community è tornato, tanto mi bastava.

Il punto, come già detto, è che non è questo il punto: l’obiettivo è annientare il concetto di finale sacrificandolo sull’altare della serialità, dei suoi personaggi in corso d’evoluzione e delle nostre assurde pratiche di binge-watching. Così Breaking Bad è finito (PER ORA!!!) ma da una sua costola è sorto Better Call Saul, lo spin-off che assurge a ruolo di metadone. “Ma è un ottimo spin-off!” direte voi che l’avete visto. “Ma non è questo il punto” dico io che sto cercando di disintossicarmi.

https://twitter.com/Seinfeld2000/status/606267165386407936

Seinfeld è un altro caso particolare di serie senza finale. Parliamo di una sit-com rivoluzionaria nata in un’era televisiva lontana ma arrivata ad oggi grazie a infinite repliche negli States e una nuova fan base online. Nel corso degli anni la serie ha avuto diversi quasi-finali sempre piuttosto aperti:

– l’originale (non proprio riuscito);
– quella volta che sono andati da Oprah per vendere i DVD;
– la reunion uber-meta in Curb Your Enthusiasm;
– uno specialino (terribile) di Comedians in cars getting coffee con Jerry e George Costanza ambientato nel nostro presente;
– questa settimana, una mezza reunion da Jimmy Fallon.

E così via. È una tortura.

Il Possibile Ritorno Di Seinfeld è una meravigliosa e antica minaccia televisiva, il prototipo dell’odierno complesso del finale di cui parliamo. Tale complesso si basa su tre coordinate: l’immanenza, il fascino e il pericolo.

Immanenza. Una serie finisce, i fan sono tristi e sotto shock. Passa qualche anno, il tempo necessario per mettere in funzione i motori della nostalgia; il ritorno è nell’aria, discusso o sognato su Reddit e i blog di settore; diventa voce di corridoio, qualche protagonista dello show si dice “disposto a”; un network televisivo dà l’ok; la reunion avviene, il Finale è debellato.

Fascino. La nostra generazione, forse a causa della frenesia in cui vive, sta riuscendo con successo a essere nostalgica del proprio presente. Meglio: nostalgica del dieci minuti fa. La nostalgia facilita il branco quando si assoccia al prodotto di culto, in grado di avvicinare e accomunare. Verrebbe da pensare che tale branco sia presente nell’elaborazione del lutto causato dalla fine. E invece no: ci si ferma al diniego. Il branco non accetta la parola Fine. Vuole altri episodi con cui ricordare e rivivere l’emozione dei dibattiti sulla pizza lanciata da Walter White sul tetto di casa sua, per dirne una. Vogliono altra pizza. Sul serio.

Pericolo. È un elemento essenziale, la consapevolezza che la riproposta potrebbe deludere le aspettative, ed è la stessa emozione che alimenta timorose conversazioni sul futuro di Twin Peaks. Lungi dall’essere un incentivo all’accettazione del finale, il pericolo del fiasco è la vera posta in gioco, l’adrenalina che scorre forte nella fan base.

– “Farà schifo”.
– “No sarà un capolavoro”.
– “Maratona Twin Peaks in attesa del ritorno?”
– “Ovvio.”
– “Farà schifo.”
– “Non me ne parlare, sarà una merda.”
– “Non vedo l’ora.”

Un tempo i prodotti culturali “saltavano lo squalo”, il famoso jumping the shark reso noto dalla serie tv Happy Days, il momento in cui un prodtto va oltre se stesso, il giro di boa, l’anticamera del crollo. Siamo ancora in grado di saltare lo squalo oggi? Non pare. Con gli anni, così come ci siamo abituati a riconoscere la fine di un film senza leggere “The End”, abbiamo preso confidenza anche con quello squalo, la bestiaccia. E ci balliamo, lo corteggiamo e lo abbandoniamo per poi tornare a ballare: l’esperienza è la lotta per il ritorno, l’attesa per la reunion, non lo show in sé. Quello è un dettaglio, il prodotto di scarto del vero spettacolo, la danza sciamanica con cui riportiamo in vita il caro estinto.

Pietro Minto
Caporedattore di Prismo, collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera e Rolling Stone. Ha una newsletter che si chiama Link Molto Belli.

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