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Sentimenti, amore, e sesso con i robot. Sì, è ora di parlarne. E non è necessariamente una brutta cosa.

Lo scorso 16 novembre doveva tenersi in Malesia una convention dal titolo “Love and Sex with Robots”, un evento dedicato al nostro futuro rapporto con le macchine, dal punto di vista sessuale e sentimentale. Pochi giorni prima dell’inaugurazione però le autorità malesiane hanno annullato la convention definendola “illegale”: il capo della polizia locale, Tan Sri Khalid Abu Bakar, ha dichiarato che non c’è “nulla di scientifico nel fare sesso con le macchine”.

Negli ultimi anni ci siamo abituati, ispirati dalle chiacchiere di Siri e assistenti vocali simili, a immaginare un futuro vicino in cui i gadget non solo parleranno con noi ma saranno anche in grado di apparire interessanti. Her, il film di Spike Jonze del 2014, ha spinto il discorso un po’ più in là, dipingendo uno scenario in cui uomini e macchine possono amarsi, un percorso simile a quello scelto nella puntata “Be Right Back” di Black Mirror in cui le cose prendono una china particolare, “alla Black Mirror”, appunto. Il tema è nell’aria: lo è da decenni nella fantascienza e finalmente sembra pronto a infilarsi nella cronaca quotidiana. Eppure, nonostante tutto questo, la notizia della convention malesiana mi ha colto di sorpresa. Ho pensato: “Un attimo: chi ha davvero intenzione di scoparsi un robot?”

La risposta – ho scoperto – è che sono in molti a volerlo fare. Ancora di più sono gli studiosi che, al di là di pulsioni e desideri inconfessabili, sostengono che la deriva sessuale della robotica sia non solo già in atto ma finirà anche per essere utile. Secondo il futurologo Ian Pearson “entro il 2030 la maggior parte delle persone avrà forme di sesso virtuale con la stessa frequenza con cui visitiamo siti porno oggi”, dove per realtà virtuale si intende una giusta combinazione di robot e dispositivi come gli Oculus Rift per la realtà aumentata.

SoftBank è un’azienda giapponese, produttrice di Pepper, un robot umanoide. Lo scorso settembre SoftBank si è sentita in dovere di comunicare ai propri clienti di “non aver rapporti sessuali” con il suddetto Pepper.

Ian Yeoman e Michelle Mars sono autori di uno studio sul futuro del turismo sessuale, industria miliardaria dalle mille forme – legali e non – che ha in Amsterdam la sua capitale in Nord Europa. I due immaginano un mondo in cui lo sfruttamento della prostituzione e il traffico di esseri umani verrà messo a dura prova da nuovi modelli di robot e la ridefinizione del settore stesso. I rapporti sessuali con queste macchine avranno una serie di indiscutibili effetti benefici nella società umana, come la diminuzione del traffico d’esseri umani e dello sfruttamento della prostituzione; l’impossibilità di contrarre malattie sessualmente trasmissibili; “la perfezione estetica e fisica” garantita dal non umano e altri “pro” pronti a fare da contraltare ai nostri vari contro – tutti riassumibili nella domanda “perché dovrei scoparmi un robot?”.

Matt McMullen ha le idee chiare, non si pone problemi etici. La sua azienda, Real Doll, sta lavorando a una serie di bambole  la prima si chiamerà Harmony  capaci di “fare l’occhiolino, aprire la bocca e addirittura chiacchierare”, come spiega il Mirror. Sta anche pensando di aprire una ditta ad hoc, specializzata in oggetti simili capaci di approfittare delle enormi possibilità offerte dalla realtà virtuale. A questo punto, sospeso tra curiosità e disgusto, ho mandato una mail a Adrian David Cheok, professor della City University di Londra. Cheok è il co-organizzatore del famigerato meeting malesiano, quello cancellato, che mi racconta di come “non ci fossimo resi conto di poter scatenare critiche e polemiche [con la convention]” e di essere stato sorpreso dalla reazione del governo locale, “abbastanza liberale, specie per gli standard musulmani”. Mi spiega anche che la tappa in Malesia è ormai cancellata, ma che spera di portare “Love and Sex with Robots” a Londra, dove peraltro si è svolta la sua prima edizione, nel 2014.

Chi ha davvero intenzione di scoparsi un robot? La risposta – ho scoperto – è che sono in molti a volerlo fare.

Nemmeno Cheok ha molti dubbi sulla questione generale: “Sì, credo che faremo sesso con i robot. I robot, è facile prevederlo, vivranno sempre di più nelle nostre case, saranno più intelligenti e simili a noi umani. “Già oggi –continua – gli umani sono in grado di provare sentimenti per esseri non-umani come i cani e i gatti, i bambini adorano i loro orsacchiotti o bambole. Gli umani possono quindi amare non-umani. Vediamo già oggi persone innamorarsi di personaggi digitali. Possiamo quindi evincere da tutto questo che a volte qualcuno di noi potrà innamorarsi di un robot, specie se intelligente, emotivo e simile a noi umani”. L’approccio di Cheok è ben distante dal lucro su delle bambole gonfiabili 2.0 e la loro immane sfida alla uncanny valley: lo studioso precisa che il fenomeno non riguarderà necessariamente “il 100% delle persone” e si concentra molto sui sentimenti, più che sul desiderio carnale.

Kenneth Harrisson, 50, è stato accusato di possesso di materiale pedopornografico dopo che la polizia canadese ha intercettato una bambola gonfiabile vestita da scolaretta che aveva ordinato in Giappone.

Sesso e robot è stato un tema caldo nel 2015 grazie anche all’uscita di un altro film che ha tentato di indagare questa eventualità: Ex Machina di Alex Garland parla di un miliardario (una sorta di Mark Zuckerberg più ricco e potente che comincia a bere la mattina presto) che si costruisce a casa un’intelligenza artificiale, Ava, un robot incredibilmente realistico e bello. Bella, anzi (ha forme e caratteristiche femminili). Ava – i cui prodigi sono stati per mesi censurati al mondo intero – viene presentata a Domhnall Gleeson – un dipendente di Caleb Smith, il miliardario alcolizzato – che deve fungere da Test di Turing vivente. Ovvero, metterne alla prova le qualità umane.

La monumentale bellezza di Ava (l’attrice Alicia Vikander) rimane l’elefante nella stanza per buona parte del film, finché non viene denunciata dallo stesso Caleb tra una birretta e l’altra. Nella scena, Gleeson, interpellato dal suo boss, esce dal suo personaggio nerdino a disagio esclamando: “I feel that she’s fucking amazing, dude!”. Subito dopo gli chiede se Ava sia stata “programmata per flirtare con lui”. A Caleb la cosa non importa, offre risposte vaghe pur precisando che sì, può fare sesso perché è dotata di un apparato apposito tra le gambe.

Domhnall: Perché le hai dato una sessualità? A una IA non serve un genere. Potevi fare una scatola grigia.
Caleb: Non credo sia così. Sai farmi un esempio di coscienza a qualunque livello che non abbia natura sessuale?
Domhnall: Se hanno una sessualità è per un’esigenza riproduttiva ed evoluzionistica.
Caleb: Quale imperativo ha una scatola grigia a interagire con un’altra scatola grigia? Può esistere sessualità senza interazione? […] A parte che la sessualità è divertente: vuoi escludere la possibilità di innamorarsi e scopare? E per rispondere alla tua domanda: certo che la puoi scopare. In mezzo alle gambe ha fessura e sensori. Meccanicamente puoi farlo e lei godrebbe.

È un dialogo molto sensuale, se siete chiusi in un garage da sette anni. Tra le molte lezioni del film questa è a mio avviso la principale: una persona geniale, ambiziosa e ricchissima crea un’intelligenza artificiale e, rispondendo a un impulso atavico, la modifica per renderla bella. Per citare Caleb, “scopabile”. È una grossa lezione sul tema delle priorità umane.

Come ha scritto Steve Rose sul Guardian il film non esce infatti dalla tradizione macho di fantascienza con cyborg femminili pronte (potremmo dire “programmate”) a sedurre l’umano maschio. Ex Machina ci pone comunque di fronte a uno scenario  assurdo e probabilissimo allo stesso tempo: qualcuno prima o poi costruirà un robot sulla base del proprio desiderio erotico; e poi che succederà?

Non che Ex Machina sia il primo film a porsi il quesito...

Secondo Sinziana M. Gutiu, esperta in Cyber Liability e autrice del paper Sex Robots and Roboticization of Consent, “i robot sessuali possono avere tre applicazioni”. Innanzitutto possono offrire cura e assistenza a pazienti d’ospitali e case di riposo, oppure – è il secondo caso – stimolare il contatto fisico-emotivo con persone qualunque, non ricoverate in strutture sanitarie. Infine “potrebbero essere usati per attività che non si possono o non si vogliono fare con delle persone perché illegali, pericolose o mal viste socialmente”. È questa terza “applicazione” a fare scattare un meccanismo etico-legale-tecnologico-sociale, lo stesso affrontato dal professor Cheok nei suoi studi, le cui conseguenze sono all’orizonte. Vaghe e confuse. “Questi fembot” spiega Gutiu, “non sono in grado di rifiutare, criticare o allontanarsi dall’utente. I robot sessuali, in questa interazione, sono implicitamente consenzienti a qualsiasi azione.”

Siamo ancora al consenso, quindi, ed è preoccupante perché la cronaca ci ricorda ogni giorno di quanto il problema esista ancora nelle relazioni tra esseri umani. Prendiamo questo paradigma e infiliamoci dentro dei robot sexy: come reagiremo? Questa rivoluzione in fieri si affiancherebbe poi a un altro enorme cambiamento nella cultura sessuale, il porno online. Se approcciare il mondo del sesso con Pornhub equivale a imparare a guidare guardando vecchi video di Schumacher, cosa dovremmo dire di farlo con una “cosa” che “ci sta sempre” – è programmata per farlo – e “non dice mai di no”?  “Durante l’interazione [con una fembot]”, conclude Gutiu, “l’utente non farà alcuna differenza tra il sesso con una donna consenziente e un robot sempre consenziente”.

Si torna sempre sullo stesso punto: il consenso. E la cronaca ci ricorda ogni giorno quanto il problema esista ancora nelle relazioni tra esseri umani. Prendiamo questo paradigma e infiliamoci dentro dei robot sexy: come reagiremo?

Anche per questo Kathleen Richardson della De Montfort University ha fondato la Campaing Against Sex Robots, la campagna contro i robot sessuali, organizzazione che vuole respingere ciò che a taluni sembra inevitabile. Richardson è il contraltare perfetto di Cheok: non azzarda previsioni sul futuro, le intelligenze artificiali e il rischio di creare robot dotati di coscienza pensati per “prostituirsi”. Non serve farlo: il male intriseco del fenomeno è presente già oggi, qui. Basta immaginare plotoni di robot abbastanza umanoidi e programmati per scopare invadere il mercato. E alle conseguenze di tutto questo.

“La tecnologia riflette la cultura, reinforzandola”, spiega a Prismo. “Se non esistessero ‘robot sessuali’ (ovvero umani in grado di spegnere i propri sentimenti per sopravvivere al sesso durante la prostituzione) non ci sarebbero nemmeno sex robot. È di questo che la nostra campagna si occupa, del fatto che il sesso sia ridotto a una cosa a cui è negata qualsiasi umanità. Parliamo del corpo, qui. E nessun essere umano può spegnere il proprio corpo senza avere conseguenze – è per questo che gli studi dimostrano alti tassi di stress traumatico tra le donne che fanno le prostitute. Come pensi cambierà le diseguaglianze di genere tutto questo? E il mondo in cui le donne vengono stereotipizzate? Basta dare un’occhiata ai sex robot esistenti.”

POSTILLA: Ricercando materiale per questo articolo ho dovuto intervistare Adrian Cheok, che gentilmente si offre di chiacchierare usando Zoom, una sorta di Skype che non avevo mai utilizzato. Mi dà un’appuntamento per un giovedì e ci lasciamo. Mercoledì, senza alcun motivo, mi convinco di dover intervistare la mia fonte: scarico e installo Zoom in tutta velocità, clicco un link che Cheok mi aveva mandato via mail per attivare la conversazione. Aspetto. Ora: non so come funzioni Zoom (ottima qualità video però) né perché avessi sbagliato giorno ma a un certo punto la finestra mi mostra un signore. È online. C’è qualche problema con l’audio, per un po’ annaspiamo. Lui ha un bel basco di tweed. Ci presentiamo confusi, finalmente potendoci sentire: io me l’aspettavo più giovane e pure lui sembra sorpreso nel vedermi. Passo subito al dunque ripetendogli ciò che gli avevo già scritto via mail: sono un giornalista italiano e sto scrivendo un articolo sul sesso con i robot, dico in inglese. Lui mi fa parlare ancora un po’ (io ripeto le parole “sex with robots” 3-4 volte in 30 secondi), poi mi dice: “There must be a problem here”.

Era il tizio sbagliato. Il giorno sbagliato. Forse il signore con il basco doveva parlare con un suo collega, chissà. Di sicuro non si aspettava di trovarsi con un tizio con l’accento italiano parlare di trombarsi i robot. Non sembrava felicissimo di avermi incontrato, seppure solo via internet.

Contro ogni previsione, ecco almeno due certezze da tema così vasto e confuso:
1) il sesso con i robot è (ancora) un tabù;
2) io ho fatto una figura di merda.

Pietro Minto
Caporedattore di Prismo, collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera e Rolling Stone. Ha una newsletter che si chiama Link Molto Belli.

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