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Da John Waters a Salò, da Nekromantik ai documentari sui mattatoi: i dieci film più estremi di sempre.

È da poco uscita, per l’editore Lindau, la nuova edizione (riveduta e aggiornata) di Sex and Violence – Percorsi nel cinema estremo, saggio firmato dalla coppia Roberto Curti e Tommaso La Selva. Abbiamo quindi chiesto a uno dei due autori un piccolo vademecum di pellicole “oscene, immorali, violente, scioccanti, proibite”, quindi attenzione: la visione di alcuni di questi materiali potrebbe urtare la vostra sensibilità.

La copertina della nuova edizione di Sex and Violence, edita in questi giorni da Lindau.

Premessa. Cercare di definire cosa sia, oggi, il cinema estremo, è un’impresa sfuggente. Cinquant’anni fa, per gli ignari spettatori di drive-in, assistere a Blood Feast fu un’esperienza sconvolgente, visto che nessuno prima aveva mostrato scene come questa. Similmente, con l’uscita del porno dalla clandestinità, negli anni ’70 dello scorso millennio, grazie a fenomeni come Gola profonda il pubblico pagante ebbe accesso alla rappresentazione di pratiche sessuali di ogni tipo. Insomma, grossolanamente, i pilastri dell’estremo sono da sempre legati a due fattori: sesso e violenza.

Ma nel terzo millennio ciò che un tempo era rifiutato, emarginato, rimosso, è ormai a portata di mano, o di click. Ed è inevitabile che le nuove generazioni sghignazzino davanti a pellicole che un tempo erano considerate tabù, abituate come sono alle macropenetrazioni estreme di una Hotkinkijo o agli sgozzamenti di ostaggi diffusi sul web. Di contro, probabilmente molti spettatori sono usciti dalla visione di The Green Inferno (a.k.a. Cannibal Xerox, 2015, Eli Roth) convinti di aver fatto un’esperienza estrema: a obiettare che trentacinque anni prima Cannibal Holocaust osava molto di più, si rischia di fare come quei genitori che rimbrottano i figli brontolando che ai loro tempi eccetera eccetera.

Per cui, ecco una decina di pellicole che, in un modo o nell’altro, possiamo etichettare come “estreme”, cercando di evitare i titoli più prevedibili (anche se inserire Salò non era solo inevitabile, ma necessario), e con qualche provocatorio “intruso”. Per suggerire che, forse, altri estremi sono possibili. Buona (si fa per dire) visione.

Le sang des bêtes (1949, Georges Franju)
Il primo film di questa lista, il più vecchio, il più breve. Per chi scrive, il più insostenibile. È un documentario in bianco e nero di ventidue minuti. Una giornata in un mattatoio parigino. Tutto qua. Guardatelo, e non sarete più gli stessi.

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Forced Entry (1972, Shaun Costello)
Il Vietnam marchia a fondo la cultura americana di un intero decennio, anche al cinema, e anche nel porno. Harry Reems, il giulivo dottore di Gola profonda, è un reduce traumatizzato che stupra e uccide le clienti della sua stazione di servizio: altro che Travis Bickle. Forced Entry inizia e finisce con un suicidio, e mette in scena i momenti hard con una sgradevolezza che lascia sgomenti: come uno stupro orale (con tanto di pistola puntata alla tempia della vittima) alternato a immagini di cinegiornali dal teatro di guerra. C’è chi l’ha definito il porno più repellente, morboso e antieccitante mai fatto, e forse non era lontano dal vero. Dirige Shaun Costello, uno dei pornografi più controversi degli anni ’70, al soldo della famiglia mafiosa dei Gambino e autore di cosine come Water Power, su uno stupratore che, mentre a New York si festeggia il bicentenario, somministra alle vittime clisteri purificatori. Hardcore, ma sul serio.

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Pink Flamingos (1972, John Waters)
Ne è passata di merda sotto i ponti. Veronica Moser, Simon Thaur, la brasiliana MFX, Gabriele Paolini… eppure ancora oggi la scena finale di Pink Flamingos – dopo tutto quello che c’è stato prima: incesti, cannibalismo, sesso orale non simulato, un povero pollo vittima di un amplesso troppo focoso, l’uomo dall’ano elastico, eccetera, eccetera; la trama, a chi interessa, è lo scontro tra due famiglie rivali per vincere il titolo di “filthiest person alive” – porta a casa game, set e match. Divine segue un cagnolino, aspetta che faccia la pupù, raccoglie gli escrementi fumanti e se li mangia. Nessun trucco, nessuno stacco di montaggio: tutto vero. That’s entertainment.

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Vase de noces (1974, Thierry Zéno)
Quando, una quindicina d’anni fa, chiesi a Thierry Zéno se era a conoscenza del fatto che il suo unico lungometraggio di fiction era conosciuto tra i collezionisti di VHS col titolo The Pig Fucking Movie, ci fu un lungo, gelido silenzio. In effetti, non era la domanda più adeguata per rompere il ghiaccio. Caso bizzarro ma emblematico, quello dell’antropologo e musicologo belga, divenuto autore cult suo malgrado grazie a questo apologo paradossale ed ermetico che riprende il tema del secondo episodio di Porcile: un uomo si accoppia coi maiali, ingravida una scrofa e ne uccide i porcellini dopo aver tentato di fare loro da padre. Lei si suicida, lui fa altrettanto dopo aver mangiato gli escrementi dell’animale morto. Un unico attore, una sola location, nessun dialogo. A vostro rischio e pericolo.

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Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975, Pier Paolo Pasolini)
Di Salò è stato detto e scritto di tutto, eppure certe intuizioni pasoliniane sono ancora sconvolgenti oggi tanto quanto lo erano quarant’anni fa. Come l’idea di far interpretare le quattro Eccellenze sadiane a uno stimato attore teatrale (Paolo Bonacelli), a uno scrittore (Uberto Paolo Quintavalle, che sull’esperienza scriverà un illuminante quanto discutibile libercolo, Giornate di Sodoma, SugarCo 1975), a un borgataro (Giorgio Cataldi) e a un generico di Cinecittà (l’ex seminarista Aldo Valletti, il più inquietante di tutti, con quello sguardo strabico e lubrico che fuori dal set lasciava il posto a una timidezza quasi autistica, e la voce di Marco Bellocchio), perfetto corollario al tono atrocemente comico del film. Voi, ad esempio, siete capaci di dire “Non posso mangiare il riso” tenendo le dita così?

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Blue Movie (1978, Alberto Cavallone)
L’Italia degli anni ’70 è stata un calderone di immagini estreme, sia nel cinema di genere – grazie a interi filoni quali il nazierotico e il cannibalico – sia in quello d’autore. Con derive spiazzanti come quella di Alberto Cavallone, ex pubblicitario, lettore colto di Bataille, Lautréamont e Frantz Fanon, e artefice di alcune delle pellicole più provocatorie e misconosciute del decennio, da Spell (dolce mattatoio) al perduto, e ormai leggendario, Maldoror. Blue Movie – girato per scommessa in poco più di una settimana – mescola sin dal titolo rimandi a Warhol e a Dušan Makavejev (Sweet Movie, altro notevole oggetto estremo, da cui Cavallone riprende anche l’utilizzo di filmati di orrori bellici come contrappunto al narrato). È un porno sgradevole e mortuario, che parla della mercificazione del corpo e del crollo degli ideali, e che pare quasi sfidare lo spettatore a eccitarsi, tra surrealismo spinto (anche nell’uso spiazzante delle musiche di Bach e Offenbach) e un’insistenza sulla coprofilia che viene dritta da Salò. L’estetica? Chi se ne importa: il “bello” non abita da queste parti. Un suicidio autoriale, né più né meno.

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Nekromantik (1987, Jörg Buttgereit)
Vedere Nekromantik fu, per un’intera generazione di cacciatori di immagini forti, qualcosa di paragonabile al primo ascolto di Scum dei Napalm Death. Certo, ci si aspettava qualcosa di forte (“Oh, c’è ‘sto film che parla di gente che scopa i cadaveri…”) ma non così. Volevate vedere come fa sesso una coppia di necrofili? Eccovi accontentati: sangue, sperma, liquami vari e, nella scena più delirante, un manico di scopa a far da surrogato al membro di un putrescente trapassato, causa ovvi problemi erettili. Come i Napalm Death, Buttgereit ha dato la stura a un’intera generazione di grinders, da Andreas Schnaas (Violent Shit e dintorni) a Olaf Ittenbach, tutti ovviamente impegnati a surclassare il modello a suon di abbuffate di plasma e interiora. Ma senza l’irripetibile e scellerata mistura di grottesco e velleità arty del capostipite. Che raddoppia (anche in pretenziosità) con Nekromantik 2 (1991).

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Tras el cristal (1987, Agustí Villaronga)
“I’m too scared to show it to my friends.” Parola di John Waters, uno che se ne intende. Cos’ha di così sconvolgente l’opera prima del catalano Villaronga? Vediamo un po’. Spagna, anni ’50: un transfuga nazista, col vizio di stuprare, torturare e uccidere ragazzini, tenta il suicidio ma finisce in un polmone d’acciaio; un giorno si presenta alla porta un giovane infermiere, che si scopre essere la vittima prediletta del nazista ai tempi del campo di concentramento. Ed è solo l’inizio. Tras el cristal mette insieme pedofilia e nazismo, Bataille e Gilles de Rais, voyeurismo ed estetica del martirio, in un gioco al massacro tra vittima e carnefice in cui i ruoli originari si ribaltano con esiti agghiaccianti. Echi di Un ragazzo sveglio di Stephen King, ma declinati con una spietatezza che non concede catarsi, e una messa in scena di fulgida bellezza. Si capisce perché Waters tentennasse: di rado si è vista al cinema una riflessione così inquietante sull’ambiguità del desiderio e sulla sofferenza altrui come fonte di piacere per chi guarda. Cioè (anche) noi.

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Život i smrt porno bande (2009, Mladen Djordjevic)
Se A Serbian Film è stato la cause celèbre degli ultimi anni, tra sequestri e polemiche a catena per gli eccessi rappresentati, quest’altro film serbo, “vita e morte di una porno gang” percorre gli stessi territori con efficacia assai maggiore. Si parla anche qui di snuff movie, con l’odissea di un regista che, nell’impossibilità di girare il suo film, si adatta prima a girare un porno dalle pretese artistiche, quindi vagabonda per una Serbia apocalittica a capo di una scalcinata combriccola di pornoattori, e finisce per accettare l’offerta di un produttore di snuff. Rispetto al suo omologo, Djordjevic gira in maniera più sporca, alternando picaresco e farsa macabra, frammenti di sesso esplicito, gore sopra le righe e vere atrocità belliche propinate a tradimento. A colpire, al di là delle implicazioni storico-politiche, con i riferimenti al decennale conflitto nell’ex Jugoslavia, è l’agghiacciante visione di un paese dove, come si diceva un tempo propagandando i leggendari snuff sudamericani, life is cheap.

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The Act of Killing (2012, Joshua Oppenheimer)
Per finire, ancora un documentario. Il texano Oppenheimer va in Indonesia, rievoca il genocidio seguito al colpo di stato del 1965 e chiede agli assassini di un tempo (tuttora impuniti, anzi celebrati e riveriti) di ricostruire le proprie “imprese” girando un film-nel-film dove si intrecciano elementi di musical, horror grottesco e noir, e dove essi stessi interpretino vittime e carnefici. The Act of Killing è un film che mette in crisi: il rimpallo tra finzione e realtà è squassante, tra frammenti da film distopico (emblematica la scena del programma TV dove la presentatrice celebra giuliva gli stermini dei “comunisti”), illuminanti cortocircuiti culturali (gli assassini emulano i film di gangster occidentali), squarci di imprevedibile verità che rimettono in discussione quella che un tempo si definiva la morale dell’immagine. Come la sequenza in cui uno sterminatore di massa è scosso da irrefrenabili conati di vomito sul luogo dove aveva garrotato centinaia di vittime indifese, e la cinepresa ne riprende impassibile il disagio fisico e mentale. Improvvisamente quel senso dell’orrore da cui ormai siamo anestetizzati torna a essere fin troppo vicino e reale, senza più filtro né alibi. Anche (e forse soprattutto) questo, oggi, è estremo.

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Roberto Curti
Roberto Curti è redattore del mensile Blow Up, collabora al dizionario Il Mereghetti, e ha contribuito a numerosi volumi editi in Italia e all’estero. Tra gli ultimi libri pubblicati, oltre a "Sex and Violence": "Italian Gothic Horror Films 1957-1969" (2015), "Visioni proibite – I film vietati dalla censura italiana" (2 volumi, 2014-2015, con Alessio Di Rocco) e "Italian Crime Filmography 1968-1980" (2013).

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