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La tristezza non è un meme, parola di Melissa Broder, in arte So Sad Today, che ha portato ansia, depressione e dipendenze su Twitter.

“Perché parliamo di cazzate facendo finta che la paura non esiste?” A domandarselo è Melissa Broder, esperta di panico, ansia e terrore di vedersi scomparire dal mondo (suo malgrado).

Poetessa americana con uno spirito eccezionalmente sensibile, una mente che non conosce riposo e un senso dell’umorismo oscuro ed esistenzialista, sa bene che la paura esiste. La prova tutti i giorni. Nelle sue parole “la vita è assurda e terrificante” dunque forse dovremmo tutti esserne spaventati.

Eppure troppo spesso le sembra di essere l’unica a provare questo genere di sensazioni. “Perché anche tu non sei consumato da questi pensieri e questi sentimenti? Il problema sono io?”

Quello di Melissa Broder fino a qualche mese fa era un nome poco conosciuto. I suoi tre libri di poesie (When You Say One Thing But Mean Your Mother, Meat Heart e Scarecrone) certo la certificavano come una delle voci più autentiche, folli e insieme brillanti della poesia contemporanea americana, ma come ha detto Adam Robinson, fondatore di Publishing Genius (la casa editrice del secondo e terzo libro) anche se lo stile di Broder incuriosiva tutti, “tutti” in realtà voleva dire “le circa 500 persone a cui interessa la poesia di piccole realtà editoriali”.

È grazie a Twitter che la sua visibilità è aumentata esponenzialmente, rendendola un Fenomeno dell’epoca di internet.

Sebbene avesse il suo account personale da anni (che, in tempi non sospetti, le era valso una segnalazione su Fast Company tra le 17 Twitter star da tenere d’occhio), nessuno sapeva gestisse anche il seguitissimo account So Sad Today (@sosadtoday, da qui in poi SST) fino a quando non venne rivelato in un’intervista a Rolling Stone nel maggio del 2015. Non lo sapeva nemmeno chi leggeva la sua rubrica (rigorosamente targata SST) su Vice.

Col senno di poi è facile riconoscere Broder in queste “sagge banalità” di 140 caratteri: in SST infatti confluiscono tutti i temi cardine della sua poetica – la morte, i vuoti esistenziali da riempire, l’ossessione per il sesso, il desiderio costante e inestinguibile per qualcosa che non si può ottenere, la scarsa autostima – confezionati con le migliori autoironia e onestà. All’epoca, però, nessuno aveva capito che era lei SST. E lei stessa non l’aveva mai confessato. Il solo pensiero di apparire debole o vulnerabile era tanto insopportabile da spingerla a dissimulare in ogni modo la sua malattia, eccellendo in ogni ambito, provando a sovracompensare. Per una donna che pur di evitare sguardi compassionevoli da parte di colleghi non aveva mai chiesto permessi per malattia sul lavoro, dichiararsi triste non era pensabile. E intanto c’era chi pensava che potesse essere un account gestito da Lana del Rey…

SST è seguito da oltre 360mila persone tra cui Katy Perry e Miley Cyrus, Waxahatchee, Petra Collins e Laura Jane Grace. Il parterre di seguaci non è foltissimo (ricordiamo a titolo di esempio, che Kim Kardashian ha oltre 46 milioni di follower) ma è significativo che si sia formato solo grazie alla qualità dei contenuti e non in base alla notorietà di chi li componeva. Nato nell’anonimato, SST era servito a Melissa Broder per sopravvivere ai frequenti attacchi di panico che aveva nel corso del 2012, mentre lavorava alla Penguin Books, da un ufficio di New York: twittare, o meglio esprimere in modo conciso il suo malessere (“La brevità fa per me”), lanciarlo nell’abisso, aiutò un po’. Era un modo sicuro per esprimere il disturbo di panico di cui soffre da più di vent’anni.

SST nacque così, come esercizio di sopravvivenza (Broder non seguiva nessuno, salvo tre account che ammirava). Nessuna ambizione letteraria, nessuna volontà di far trovare quei messaggi in bottiglia. La dopammina data dall’invio dei messaggi era di conforto. Lo era più che scrivere un diario. Quando qualcuno iniziò a seguirla, l’account iniziò a crescere, divenendo quasi un personaggio.

Più twittava e mostrava i suoi sentimenti, più si rendeva conto che aveva altre cose tristi da dire. Si sentiva quasi una sfigata, a riconoscere che la sua vita fosse tanto ricca di mestizia. Chi vorrebbe essere triste? Con l’aumentare del suo seguito, la sensazione di sfiga iniziò ad essere meno soffocante. “Mi sentivo popolare, e la fonte di questa popolarità era la mia onestà”. Celebrava la sua parte più sensibile, quella che aveva sempre ritenuto più spregevole; più era sincera e più la gente si sentiva legata a lei.

Poco meno di un anno dopo il coming out su Rolling Stone, nel marzo del 2016 la poetessa originaria della Pennsylvania con il piercing all’ombelico pubblica il suo primo libro di saggi personali: il titolo è So Sad Today e finalmente in copertina si legge il nome Melissa Broder.

Pur mantenendo il nome dell’account che l’ha resa celebre, So Sad Today non è una raccolta dei “migliori tweet” della pagina. Nel libro ci sono altresì 18 saggi (i cui titoli potrebbero però costituire dei cinguettii a sé: I Want To Be A Whole Person But Very Thin, Keep Your Friends Close But Your Anxiety Closer, The Terror In My Heart Says Hi) che funzionano come espansione della sua alter-ego di Twitter, e sono stati dettati per il 90% a Siri durante alcuni lunghi viaggi in auto. Broder ha dichiarato che questo inusuale modo di produrre testo via iPhone è stato fondamentale per risultare davvero sincera: “È come se stessi parlando con la mia terapeuta… quando detto non sto a pensare ‘qualcuno leggerà questo’”. Quella della scrittura in movimento è una pratica consolidata: a New York scriveva mentre camminava o mentre era in metro. “Mi piace scrivere quando non dovrei”.

Non si può dire che non siano sincere le duecento pagine in cui si racconta: la narrazione spazia dai tempi in cui lavorava per un’organizzazione no-profit dedicata al sesso tantrico (il suo primo lavoro) agli anni in cui lei e il marito Nicholas Poluhoff vivevano il loro matrimonio apertamente (per poi decidere di tornare monogami); dalla malattia neuroimmune del marito stesso (motivo per cui si sono trasferiti in California), alla relazione con un ragazzo più giovane che andò a compromettere l’equilibrio con cui gestiva la sua poligamia, passando per il rapporto conflittuale che ha col suo corpo (e quello delle altre donne).

Per quanto ci possano mettere a disagio queste confessioni, siamo quanto più distanti da ciò che Laura Bennett definisce sulle pagine di Slate il “Complesso Industriale della Prima Persona”. Nelle parole della critica (il cui pensiero è rivolto all’impulso confessionale delle pubblicazioni online ma è altrettanto valido per riflettere sulla moda dei memoir esplosa nell’ultimo periodo), “una delle caratteristiche principali dei saggi scritti in prima persona oggi è il volersi assicurare che ogni storia, indipendentemente da quanto possa essere circoscritta, trovi un appassionato pubblico di sostenitori (o di detrattori) e un corrispondente numero di click – che camuffi ciò che è personale col linguaggio della politica”. Insomma, che voglia passare per universale, quando è solo una storia che nasce e muore lì. Benett riconosce anche che il boom di questo tipo di narrativa ha avuto almeno un risvolto positivo: molti punti di vista che prima venivano esclusi dalla conversazione, ora trovano spazio. Ed è qui che possiamo inserire Melissa Broder. Anche nei punti più crudi e difficili dei suoi saggi, le sue “rivelazioni sono dispensate con cura. Non solo asseriscono l’universalità dell’esperienza ma ci arrivano tramite un percorso di auto riconoscimento”. Broder non scrive per sconvolgerci, scioccarci o guadagnarsi due minuti di popolarità, lo fa per sopravvivere. E, capiamo alla fine del libro, per connettere con altri esseri umani su questa terra (“Finché ci sono, e magari anche dopo che me ne sarò andata”).

Broder ha sempre sofferto d’ansia, successivamente evoluta in disturbo di panico. Da bambina, attorno ai 12 anni, aveva incubi ricorrenti dove la famiglia moriva in un incendio. Crescendo all’interno di una famiglia ebrea, anche l’Olocausto divenne in seguito una delle sue ossessioni, così come le incursioni della Gestapo e la perdita di tutti i suoi cari. Poco dopo i vent’anni ebbe il suo primo attacco di panico (durante una cena col suo ragazzo e la mamma di lui, dimenticò come si inghiottiva e pochi istanti dopo dimenticò come si respira). L’alcool e le droghe furono uno dei rimedi all’ansia che ricorda con più nostalgia, almeno fino a quando non diventarono dipendenze tanto serie da compromettere ulteriormente la sua salute mentale (“L’alcool e le droghe funzionarono perfettamente [come medicina] fino a quando non smisero di funzionare”). A 25 anni ha smesso. Con tutto. E da allora è sempre rimasta pulita.

Pulita non significa però guarita. La sua è una condizione cronica, e lo sa che ci dovrà convivere tutta la vita. Ma se vedere uno psichiatra una volta al mese e una terapeuta una volta alla settimana non basta, se le medicine riempiono in minima parte il senso di vuoto che ha dentro, è necessaria una nuova ossessione per distarla dalla realtà. Internet è arrivato al momento giusto. “In mezzo agli esseri umani sono solitaria, preferisco essere in compagnia del mio telefono che dedicarmi alla realtà”. L’attenzione, la connessione e l’evasione di cui aveva bisogno, le ha trovate tutte nella Rete.

Come da copione, anche questo rimedio le si è rivoltato contro in breve tempo. “Internet mi distrae, mi delude, mi paralizza e catalizza un falso senso di sé”: è diventata la sua nuova dipendenza, e se ne è resa conto quando ha iniziato a darsi delle regole per non usarlo 24/7. Una di queste cita “Niente social media prima di mezzogiorno” e un’altra “Solo due tweet al giorno e solo dopo le sette di sera”. Fanno sorridere, le infrange costantemente. Twitta dalle cinque alle venti volte al giorno (una volta erano quaranta).

Broder è stata criticata per aver scherzato sulla depressione, per averla resa una cosa “cool”. Eppure questo significherebbe averle conferito più potere di quello che ha realmente, cosa ci sarebbe di male nello smettere di discriminare le malattie non fisiche? (“Se la malattia mentale potesse essere considerata cool, sarebbe una cosa fantastica per le persone che ne soffrono. Ma non credo di avere il potere di cambiare il modo in cui viene percepita in America”). L’hanno definita una personalità internautica da strapazzo, la solita meteora in cerca di attenzione. Eppure non ha mai nascosto il suo bisogno costante di conferme (“Non so cosa sia peggio, sapere che tutti mi giudicano o che nessuno mi pensa affatto”). È stata in grado di dar voce al disagio che moltissime persone provano ma non sanno come esprimere, persone che temono la vita e temono la morte e non trovano pace nel mezzo. Un disagio che era in primis il suo. Gran parte delle persone che sono venute a contatto con la sua scrittura l’hanno amata, e non è raro che le intasino la casella di posta elettronica con richieste di aiuto per il loro stress emotivo: Broder cerca di rispondere a tutte, e a volte incontra queste persone nella vita reale.

Suo marito (il suo miglior editor, cui è dedicato uno dei capitoli più struggenti del libro) una volta le ha detto:Ami essere triste, perché ti dà una sensazione che puoi controllare. Se ti concedessi di essere felice, avresti paura che la sensazione possa esserti portata via”, e lei gli ha risposto che, beh, era vero. La paura è una costante della vita di Melissa Broder (non a caso, se potesse creare ora l’account lo chiamerebbe So Scared Today), e l’unica cosa che la trattiene dall’abbandonarcisi completamente è la scrittura – che per sua e nostra fortuna padroneggia divinamente.

Valeria Righele
Classe 1988, è una delle tre fondatrici di Soft Revolution. Non ha dubbi sul fatto che le Ice Capades fossero super.

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