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Il nostro immaginario si sta “fortificando”? Da L'Attacco dei Giganti a Clash of Clans, passando per film e serie tv, cerchiamo di capire cosa si cela dietro la recente ossessione per i muri.

 Uno spettro si aggira per l’infosfera: lo spettro delle città murate. Sarà per la minaccia invisibile del terrorismo; sarà per quel ritorno alle barriere che la Fortezza Europa pretende di opporre ai flussi migratori; quello che è certo è che il nostro immaginario si è fortificato. Viviamo entro un paradigma dell’assedio le cui propaggini finzionali sono, a ben guardare, ovunque.

Che si tratti di manga, serie tv, videogiochi o film, prodotti in Giappone, America o Finlandia, poco importa: le immagini di mura, fortificazioni e città utopiche che si difendono da terribili invasori esterni, sembra rimbalzare da una parte all’altra degli schermi di mezzo pianeta. Pensateci: che cosa hanno in comune il manga L’attacco dei Giganti, la serie tv Colony il videogioco Clash of Clans e il film Maze Runner? Oltre al fatto di essere produzioni ideologiche della cattivissima industria culturale universale sinarchica, ovviamente, ciò che li accomuna sono proprio loro: le mura.

Una visitina da oltre le mura.

Giganti all’attacco
In L’Attacco dei Giganti, la vita di una simpatica e ridente cittadina dall’aspetto germanico è completamente devastata dall’arrivo di enormi giganti nudi mangiauomini. È inutile dilungarsi in noiosissimi spoiler sull’origine dei giganti, delle mura della città, o sulla presunta natura propagandistica anti-coreana che il manga sembra implicare. Ci basta solo descrivere in modo scarno la trama: una città fortificata di stile medievale, dei nemici esterni giganteschi e cannibali e un gruppo scelto di giovani combattenti bianchissimi e dalla morale cameratesca che sembra quella di un vecchio film fascista tipo La nave bianca.

Non stupisce quindi che qualche burlone abbia pensato di fare dei simpatici remake della sigla iniziale, ricollegandosi a Hitler o a Donald Trump. Al di là delle facili associazioni fra mondo fittizio e realtà sociale, ciò che colpisce di più di questo manga, che sta velocemente scalando le classifiche diventando un oggetto di culto simile a Neon Genesis Evangelion, non è tanto la bellezza dei disegni o la complessità della trama, ma il carattere disperato e la morale militaresca che sembra voler comunicare. Un gruppo di ragazzini dotati di armi rudimentali deve combattere dei nemici giganteschi di cui sa poco o nulla, da un lato per proteggere la popolazione della città, dall’altro per riconquistare le terre perdute negli attacchi precedenti. Ma questo gruppo di ragazzini-militari non è la solita compagnia scanzonata di allegri burloni, quanto piuttosto un insieme di individui soli, depersonalizzati e mossi da tendenze suicide. In questo non è dissimile da Evangelion (e soprattutto dalla sua fine), solo che qui tutto è molto più disperato, gore, e, come dire, nazista!

Anche in Evangelion un gruppetto di adolescenti viene gettato in una lotta impari contro nemici giganteschi, e anche in Evangelion le dinamiche relazionali fra protagonisti evidenziano alterazioni della personalità di tipo autistico o narcisistico. Ma ambientazione e stile de L’attacco dei Giganti sono radicalmente diversi: tutto è molto più oscuro, la tecnologia è rudimentale e vicina all’estetica steampunk, i nemici contro cui i ragazzi combattono non provengono da uno spazio lontanissimo, ma accerchiano costantemente le fortificazioni umane, rendendo di fatto precaria ogni conquista.

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L'ecumenica sigla di L'Attacco dei Giganti.

In un’intervista rilasciata alla BBC, il creatore del manga, Hajime Isayama, descrive il senso di frustrazione causato dagli effetti della crisi economica in Giappone e i sui difficili rapporti con il mondo dell’editoria. Nell’evoluzione della storia si comincia ad intuire che i giganti non siano semplicemente dei nemici inumani, ma che alcuni esseri umani (come Eren, il protagonista) possiedono la facoltà di trasformarsi loro stessi in titani. Inoltre, allo stato attuale della trama, si può intuire che in realtà tutti i giganti abbiano un’origine umana. Nonostante il mistero principale del manga ruoti attorno alla natura ed all’origine di questi esseri, ciò che costituisce il carattere peculiare dell’opera è in realtà la descrizione delle autorità civili e politiche della città fortificata e lo spirito di gruppo dei protagonisti. Ed è proprio questo punto che segna il carattere germanico o meglio para-nazista della narrazione. Nella sigla introduttiva sono riportarti questi versi:

Anche se avete pregato, non cambierà niente
Solo la volontà di combattere può cambiare il nostro mondo
Ad ogni passo i cadaveri, continuiamo a marciare
Maiali scherniscono la nostra volontà di andare avanti
Vivendo in una falsa prosperità come animali
Dovremmo prendere la libertà dei lupi affamati! 

Questo riassume perfettamente l’idea che la frustrazione dovuta all’impossibilità di immaginare un futuro non precario (cioè una vita che non possa essere messa in pericolo dai giganti) possa solo essere ottenuta mediante un atteggiamento di sacrificio orientato alla guerra. Ciò che spaventa ne L’attacco dei Giganti non sono tanto i nemici inumani, quanto la psicologia disperata e violenta dei giovani protagonisti. Una violenza contro le istituzioni e una volontà di distruzione che assomigliano pericolosamente alla mentalità dei giovani protagonisti del ritratto di una città tedesca ai primi del ‘900 rappresentata da Michael Haneke ne Il nastro bianco.

Maze Runner.

Colonie e labirinti
Nella serie Colony, Los Angeles è trasformata in una città murata dopo l’arrivo di una razza aliena. Gli uomini rimasti all’interno della città – denominata colonia – si dividono in onesti cittadini, collaborazionisti (degli alieni) e ribelli. Al centro, un noioso dramma familiare. Anche in questo caso: mura gigantesche, nemici inumani (per ora – in realtà non si sono ancora visti, piccolo spoiler) e regimi militari.

Nell’universo distopico di Colony, non c’è molta distinzione fra buoni-buoni e cattivi-cattivi, è tutto un po’ mischiato. Ora, è interessante notare come uno degli scopi della serie fosse quello di rendere visivamente e narrativamente la descrizione della vita quotidiana sotto un’occupazione militare. Anche in questo caso, oltre ai muri ed ai nemici esterni, ritroviamo un riferimento a un’estetica del totalitarismo: basti solo dire che chi non segue le regole del governo provvisorio dei collaborazionisti, viene cacciato in una non ben precisata “fabbrica”, che dalle immagini sembra (per ora!) ispirata ad un grande campo di concentramento.

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Come rendere la vita quotidiana sotto occupazione.

Come ne L’attacco dei Giganti, anche in Colony l’incipit della narrazione introduce lo spettatore in un universo dove la chiusura in uno spazio fortificato è già un fait accompli. E anche in questo caso più che i nemici esterni (gli alieni) ciò che spaventa sono invece le relazioni etiche e politiche fra umani. In un certo senso i nemici rappresentano solo un espediente per descrivere il deterioramento delle relazioni familiari e sociali. Anche l’aspetto “rivoluzionario”, ovvero il presunto gruppo partigiano che lotta contro il regime totalitario dei collaborazionisti, si rivela in ultima analisi un’astuta manipolazione pubblicitaria.

Infine, in Maze Runner: Il labirinto, un gruppo di sbarbati adolescenti si risveglia privo di memoria in una bucolica radura racchiusa da enormi mura che ogni tanto si aprono. Il ragazzetto-eroe di turno decide di avventurarsi oltre lo spazio protetto della prigione nella quale è racchiuso assieme ai suoi coetanei per scoprire quanto profonda è la tana del bianconiglio. Il film è il primo episodio di una serie di pellicole tratte dagli omonimi romanzi di James Dashner. Qui viene messo a tema proprio il rapporto fra la situazione di prigionia (con relativa stabilità) che alcuni degli adolescenti protagonisti sembrano apprezzare, e il desiderio di scoperta dell’eroe protagonista. All’esterno delle mura, oltre a un vasto labirinto apparentemente impercorribile, ci sono ovviamente i mostri.

Mura antimigranti in Europa.

Dal postmoderno alle micronarrazioni
In Simulacri e Simulazioni, Baudrillard suggeriva che il detto “non ci sono fatti, ma solo interpretazioni” andasse preso alla lettera. Se infatti in epoca premoderna si poteva credere che la realtà fosse composta da un piano materiale e da uno immateriale ed eterno, già in epoca moderna il piano immateriale veniva contestato e negato in quanto falso. Ma nell’epoca postmoderna la realtà diventa una serie infinita di piani, tutti ugualmente falsi (o tutti ugualmente veri), rendendo impossibile l’operazione di stabilire un fondamento ultimo.

Le narrazioni che abbiamo descritto però non descrivono un universo verticale di piani narrativi sovrapposti, quanto una cartografia orizzontale di unità chiuse, fortificate ed in conflitto. Non ci troviamo quindi nella caverna platonica di Matrix o di Dark City, non dobbiamo sfuggire dalla falsa simulazione verso una realtà materiale più vera e alienante. Fuori dalla città murata ci sono solo dei nemici inumani, o ancora altre città murate, e tutte in guerra fra di loro. Ma tutto questo non suona estremamente familiare? Il fatto che l’Unione Europea stia discutendo la temporanea sospensione del trattato di Schengen, e che Donald Trump millanti di costruire un enorme muro fra Messico e Stati Uniti, sembra far completamente saltare la quarta parete: i muri sono tornati per davvero, come ricordava da queste parti un articolo di  Emmanuele Jonathan Pilia.

Secondo Peter Sloterdijk, la crisi delle grandi narrazioni (teologiche, psicanalitiche, marxiste, etc..) non condurrebbe a un mondo ontologicamente instabile e virtualizzato, ma a una guerra fra narrazioni localistiche, identitarie ed eterogenee.

Mentre provavo a trovare una connessione analogica fra questi fatti disparati, mi sono capitati sotto gli occhi altri due articoli di Prismo: uno di Graziano Graziani sulle micronazioni e uno di Raffaele Alberto Ventura sulla panarchia. Quest’ultimo tra le altre cose afferma: “La società civile non sarebbe più un sistema eliocentrico composto da individui isolati che gravitano attorno allo Stato, ma una galassia strutturata da ‘zone temporaneamente autonome’ (come direbbe Hakim Bey) in continua trasformazione, interazione e sovrapposizione. Non si tratterebbe in alcun modo di ‘ghettizzare’ le diverse culture, poiché l’articolazione degli ordinamenti non seguirebbe un criterio topografico”.

Il che sarebbe la versione razionalizzata e pacificata della situazione che vorrei descrivere. Se è vero che il postmoderno raggiunge l’apogeo con l’abbattimento del muro di Berlino (e con le narrazioni gnostiche à la Matrix), la sua fine potrebbe essere determinata da questo nuovo spazio politico e giuridico multi-centrico, perfettamente descritto da Peter Sloterdijk nel terzo volume della sua trilogia delle Sfere, Schiume. Secondo il filosofo tedesco infatti, la crisi delle grandi narrazioni (teologiche, psicanalitiche, marxiste, etc..) non condurrebbe a un mondo ontologicamente instabile e virtualizzato (come invece teorizza Baudrillard), ma a una guerra fra narrazioni localistiche, identitarie ed eterogenee.

Di mura e protezioni si parla anche nel caso della cosiddetta “filter bubble”, ovvero il microcosmo algoritmico che i vari social network e motori di ricerca ci tessono attorno. Sembra insomma che l’idea della globalizzazione come unificazione degli spazi e dei tempi sotto l’insegna del turbocapitalismo, si sia frantumata in un insieme molteplice ed eterogeneo di monadi leibniziane, cieche e mute per ciò che concerne il rapporto con le alterità, ma eminentemente “comunicative” rispetto alla loro identità. Dovessimo trovare un sostantivo per definire questa situazione esplosiva, il termine micronarrazioni potrebbe fare al caso nostro. Se il postmoderno è stato definito da Lyotard come “la fine delle grandi narrazioni”, allora la nuova epoca che stiamo vivendo potrebbe essere qualificata come una proliferazione di micro-narrazioni, siano esse algoritmiche (la filter bubble), religiose, o neo-identitarie.

Clash of Clans.

Clash of Clans come Clash of Civilisations
L’icona di questo “nuovo ordine globale” sarebbero dunque le mura, le barriere, le frontiere, insomma Clash of Clans. Già, perché questo Real-Time-Strategy giocato da milioni di persone ogni giorno, non è altro che l’immagine in scala di quanto avviene a livello politico, giuridico ed economico nella real life. Il gioco presenta una dinamica alla Age of Empires, per dirci, solamente: (a) è 24/7, e (b) a pagamento. Praticamente l’utente costruisce una città murata, allena un esercito ed è obbligato ad attaccare le costruzioni nemiche. L’idea che tutto ciò che ho guadagnato nelle lunghe ore di gameplay possa essere raso al suolo parzialmente o completamente e che pagando io possa velocizzare il processo di costruzione degli attacchi e delle difese, ha molto a che vedere con le dinamiche delle attuali guerre politiche e religiose.

Clash of Clans è un videogioco strategico che rifletterebbe l’ordine politico post-1989 descritto da Samuel Huntington ne Lo scontro delle civiltà. Certo, probabilmente si tratta di un innocente passatempo, ma come ci ricorda ad nauseam Slavoj Zizek, non bisogna sottovalutare il fattore godimento di questi giochi e di queste narrazioni. Perché infatti Clash of clans e L’attacco dei Giganti attirano milioni di utenti e spettatori? Forse perché meglio di altri prodotti sembrano catturare quell’aria da guerra civile di cui molti si sentono partecipi.

Hobbes l'aveva disegnato.

Per concludere: abbiamo detto che la traccia visiva dell’inconscio ottico della post-postmodernità sembrerebbe essere quella delle mura, delle città fortificate. Si tratta della metafora di un mondo pluricentrico e potenzialmente in guerra, dove micro-identità (e micronazioni) si scontrano in quello che sembra essere il campo di una nuova guerra globale. Volendo cercare l’archetipo visivo di questo mondo, potremmo tornale al famosissimo e commentatissimo frontespizio del Leviatano di Thomas Hobbes, recentemente rianalizzato da Horst Bredekamp, Carlo Ginzburg e Giorgio Agamben.

Com’è noto, nel frontespizio è rappresentata l’icona originaria dello Stato Moderno, sotto forma di corpo plurale dei cittadini coronati dalla testa del re. Sotto il torso del Leviatano si trova una città murata, quasi priva di abitanti. A quanto pare, quella parte di piccole figure che restano nella città dopo che l’anima dei cittadini si è fusa nel patto sociale all’interno del Leviatano, è composta da militari e medici. Una raffigurazione non dissimile dalle città utopiche del rinascimento (come la Città del Sole di Campanella, o la Sforzinda di Filarete). Una raffigurazione non dissimile da quella delle serie tv, dei film e dei giochi di cui abbiamo parlato. Quale sia il senso complessivo di questa immagine non si può certamente dire. Potrebbe essere una riflessione sulla dissoluzione degli stati in gated communities, un’immagine dialettica delle paure per le migrazioni, o ancora, un effetto secondario della filter bubble. Quello che è certo che a molti piacciono le mura e che dovremmo fare i conti con questa pericolosa ossessione.

Tommaso Guariento
Tommaso Guariento è nato a Padova (1985). Ha conseguito un dottorato in Studi Culturali all’Università di Palermo. Vive fra Padova e Parigi. Ha collaborato con Effimera e Il Lavoro culturale. Si interessa di immagini, antropologia e filosofia politica.

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