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Che differenza c'è tra ciò che un cartone animato può dire e ciò che un presidente dovrebbe dire?

Le prime immagini di Cartman e soci probabilmente le ho viste apparire a fette, con il sottofondo sgranato di un modem a 33.6kbps che potevo tenere acceso solo un paio d’ore al giorno, siccome ai tempi internet costava un tanto al byte. Tra uno scambio di “how r u” e “wanna play?” sul server di Worms 2 Demo (ho imparato l’inglese più così che a scuola) mi sarò imbattuto non ricordo dove, non ricordo perché, in quell’estetica grezza e punk che nel bene e nel male non ha mai conosciuto eguali. Erano i tardi anni ’90 e i Simpson stavano invecchiando. South Park arrembava, invece, e appena Italia 1 l’ha mandato in onda finalmente il mondo dei quattro sboccacciati ragazzini del Colorado mi si è dischiuso in tutta la sua spigolosa e abrasiva vastità.

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Nel primo episodio Cartman si becca una sonda anale.

Vent’anni dopo, Trey Parker e Matt Stone non solo resistono, ma continuano a rinnovare le proprie ambizioni. Ci sono state stagioni leggendarie, altre un po’ “meh”, c’é stato pure quell’episodio in cui Stan diventa depresso, tutto gli sembra una merda e avevi l’impressione che davvero i creatori si fossero rotti le palle di accudire il proprio enfant terrible troppo cresciuto. Ad ogni modo, una delle ragioni della longevità di South Park è che rimane lo stesso, ma sa quando cambiare. Al contrario dei Simpson, la serie rimane un prodotto autoriale e sembra che la maturazione della sua satira vada di pari passo con quella umana di Stone e Parker. Se prima si trattava di sdoganare un linguaggio infantile e sempre piú estremo, ridicolizzando il politically-correct e sfidando la censura di gruppi religiosi e celebrità (chiesa cattolica, Scientology, Tom Cruise e Islam – unico esempio in cui SP si è autocensurata), la serie si è sempre più sincronizzata con il dibattito pubblico, diventando un commentatore satirico puntuale e inaspettatamente sofisticato. Come mostrato in 6 Days to Air, un documentario che segue il processo di scrittura e realizzazione di un episodio, l’oliatissima macchina di Comedy Central è capace di reagire alle news in tempi record per un cartone animato, cosa che ha contribuito parecchio alla sua rilevanza culturale.

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Il trailer di 6 Days to Air

Uno dei momenti più esemplari di questa sincronia è stato About last night…, episodio della dodicesima stagione uscito appena 24 ore dopo l’elezione di Obama nel 2008 e arrivato a incorporare elementi del discorso appena pronunciato dal neo-presidente. A parte il fatto di essere uscito così a caldo, l’episodio non è niente di che in fatto di comicità, ma è abbastanza rappresentativo dell’ambiguità politica di South Park. In pratica, si scopre che McCain e Obama erano d’accordo e che tutta la tarantella delle elezioni era solo una scusa per distrarre un pubblico americano in visibilio mentre loro, in collaborazione con le rispettive first ladies, portano a termine un elaborato heist per rubare il gigantesco diamante “Hope”, uno dei più famosi gioielli del mondo.

L’equidistanza critica da destra biliosa e sinistra ultra-PC è un costante e riconosciuto tratto distintivo della creatura di Stone e Parker, che sono stati identificati a rotazione come punk hollywoodiani, libertarian convinti e anche come sintomo di un colpo di coda conservatore in reazione allo strapotere liberal nei media (il libro South Park Convervatives accorpava infatti la serie a fenomeni come la talk radio di Rush Limbaugh e la svolta repubblicana di Gavin McInness, un tempo co-fondatore di Vice e ormai troll destrorso fatto e finito).

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Boom, baby!

Anche la stagione in corso fa delle elezioni americane un punto focale, ma questa volta costruendoci attorno quello che è molto probabilmente il più ambizioso arco narrativo mai tentato da un cartone animato occidentale. Giá nella scorsa stagione SP aveva sperimentato un racconto unico che intrecciava fenomeni come la gentrificazione, la dipendenza da social media come Yelp e l’emergenza di un’ideologia PC ipocrita e strabordante. Iniziava anche la trasformazione del signor Garrison – maestro elementare sessualmente e politicamente frustrato che rappresenta l’anima reazionaria e la panza dell’America – in un alfiere del terra terra e avatar trumpiano, che accompagnato da una mostruosa Caitlyn Jenner – allegoria invece dell’eccesso narcisista della società liberal – si apprestava a prendere d’assalto i vertici politici del paese. Arrivati al sesto episodio della 20esima stagione, e in attesa del primo post-elezioni, i semi piantati in quella precedente sono germogliati in un intreccio di tre argomenti diversi ma profondamente connessi tra loro (seguono spoiler).

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Trolls

Per prima cosa abbiamo un’epidemia di Internet trolling, che vede il padre di Kyle nascondersi dietro allo pseudonimo di Skankhunt42 per seminare terrorismo misogino sulle bacheche delle femministe di tutto il mondo. La Danimarca, nazione nota per il proprio animo progressista, dichiara guerra ai troll da lui capitanati e promette di mettere insieme un impianto di sorveglianza informatica in grado di rivelare l’identità di qualunque utente internet commetta atti impropri. C’é poi ovviamente l’ascesa di Garrison/Trump, rinominato Douche nella propria contrapposizione a Turd/Clinton (il binomio è un riferimento a un altro episodio storico di South Park, in cui il processo elettorale veniva ridotto alla scelta tra un Giant Douche e un Turd Sandwich – potremmo dire tra un pezzo di merda e uno stronzo). Sullo sfondo c’é poi il sinistro avvento delle ‘member berries, un misterioso snack/droga che conquista gli adulti d’America e li stordisce nella reminiscenza degli anni che furono, di quando c’era Star Wars e tutto era migliore.

É facile vedere come questi temi siano attuali, ma l’eleganza satirica di Stone e Parker sta nel modo in cui li intrecciano. Garrison stesso è dipinto come un troll su scala nazionale, un individuo che, cercando l’attenzione e uno sfogo egoistico, si trova a far parte di un gioco e di interessi più grandi di lui, addirittura arrivando a tentare di scoraggiare una folla di supporter invasati (anche se poi, dopo la vittoria, ci riprende gusto). Anche il fatto che la speranza (nella realtà ormai vana) a un certo punto sembrasse arrivare da un improbabile collaborazione tra Skankhunt42 e Clinton è abbastanza appropriato vista la tempesta di leak e teorie cospirative che hanno intrecciato elezioni e retorica da guerra fredda 2.0. Quanto alla nostalgia, l’associazione tra il revival di Star Wars e il richiamo di Trump a una “great America” ormai intaccata dall’immigrazione selvaggia sarà anche un po’ frivolo, ma incapsula bene un aspetto importante della cultura contemporanea.

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'Fuck them all to death!'

A tre episodi dalla fine è forse ancora presto per giudicare la stagione, ma a giudicare dal primo episodio post-elezioni – che prosegue sulla pista apocalittica delle sinistre ‘member berries, Butters alla guida dei beta-males e l’improbabile neo-PC Cartman in cerca di una via di fuga su Marte alla Elon Musk – stiamo sicuramente assistendo a qualcosa di più epico della modesta parodia di genere di About last night… Anche perché,forse per la prima volta, la preferenza elettorale degli autori sembra abbastanza chiara. In un’intervista con Vulture quest’anno, riguardo alla stagione ora in corso, il giornalista ha chiesto a Stone e Parker se avessero potenziali affinitá con Donald Trump, in termini di un comune rifiuto del politicamente corretto. La risposta di Stone è stata: “Politicamente corretto… Penso che stia diventando un termine universale per qualsiasi cosa non ti piaccia. Non penso di essere d’accordo con Donald Trump, anche se abbiamo parlato tanto del politicamente corretto l’anno scorso e ce ne interessiamo da parecchio tempo. Ma non si può dare la colpa di tutto al politically-correct che è fuori controllo. Certe cose non le devi dire e basta. E c’é un’enorme differenza tra quello che si può dire in un cartone o nella fiction e quello che un potenziale presidente dovrebbe dire. Sono due standard diversi.”

Ma se la distopia Trump, oggi materializzatasi sui nostri feed, è ovviamente al centro del pathos che innerva la ventesima stagione di SP, a sostenerla c’é anche un confermato senso dello zeitgeist e in particolare una presa solida sul polso della cosiddetta “Internet culture”. Fin dal suo stato embrionale – un video di Natale fatto in casa diffuso tramite passaparola negli ambienti di Hollywood, prima di approdare a Comedy Central – la serie è sempre stata legata al concetto di viralità e di rete, ben prima che le due cose diventassero mainstream. Nel suo libro Blame Canada: South Park and Contemporary Culture, per esempio, la studiosa di cultura pop australiana Toni Johnson-Woods racconta come il rapporto con i fan sia stato coltivato fin dall’inizio tramite siti e message boards, oltre ovviamente a gadget come i tanti videogiochi del franchise.

Bisogna anche sottolineare che South Park non si è solo servito del mezzo internet in modo strumentale, ma è sempre stato lungimirante nel prendere sul serio la sua cultura. L’episodio Make Love, Not Warcraft, per esempio, è stato “girato” in gran parte all’interno dell’interfaccia del popolare MMORPG (e si è portato a casa un Emmy); in un’altra occasione la collaborazione con la YouTube star svedese PewDiePie ha rappresentato la sua ulteriore consacrazione su un “vecchio” medium, avendo già abbondantemente dominato quello nuovo.

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Make Love, Not Warcraft.

Non stupisce quindi che, sia per il suo ruolo di stagionato troll televisivo che per la sua affinità con la cultura di internet, la serie di Stone e Parker sia particolarmente adatta a cristallizzare i conflitti in atto nella società americana, nei postumi del percorso elettorale più sinistro, ridicolo e fantascientifico della storia. Per vocazione, South Park è l’interprete ideale di una battaglia epica tra la politica dei poteri istituzionali in crisi (rappresentata da una signora che non sa usare le email) e l’avvento di una controversa democrazia dominata dai flussi della rete (incarnata da un supervillain a capo di orde barbariche, ma digitalmente sgamate). Non male, insomma, come anniversario dei vent’anni.

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A Bin Laden non piacciono I Griffin.

L’ultima cosa di cui voglio parlare per spiegare come mai la serie di Comedy Central è rimasta rilevante e in salute fino a oggi è la dedizione dei suoi autori alla satira – intesa non come traguardo espressivo fine a se stesso, ma come strumento di comprensione del mondo. Per capirlo basterebbe guardare Cartoon Wars, capolavoro in due parti nel quale il dibattito su libertà di parola e terrorismo si intrecciano con una critica formale al pigro cinismo de I Griffin, ma provo a riassumere qui sotto.

South Park prende in giro religione e politica, ma senza sminuire cinicamente il loro ruolo nella società. Cosí come prendono sul serio il fattore culturale di internet, Stone e Parker si misurano con la fede senza squalificarla: il loro musical Book of Mormon, per esempio, e’ un’affettuosa presa in giro, ma anche una ragionevolissima analisi del complesso ruolo della religione nell’affrontare i problemi del mondo. Un tema che altri comici come Bill Maher (di cui parlavo in quest’altro pezzo) trattano in modo molto piú semplicistico e condiscendente.

Quanto all’aspetto politico, se pure i creatori non hanno mai manifestato alcun entusiasmo per Clinton e non si sono mai schierati per principio, hanno anche manifestato una certa consapevolezza del vantaggio strumentale costituito dall’appeal comico di Trump – coltivato in anni di reality show e anche in un roast su Comedy Central, che a guardare adesso sembra parecchio sinistro – e della propria responsabilità mediatica. In un’intervista con The Daily Beast i due hanno motivato la propria scelta di presentare l’alter-ego Garrison invece di una caricatura diretta dell’ora neo-presidente perché non volevano fare un servizio al suo personaggio. “Ci siamo detti, ‘fanculo, non vogliamo dargli la soddisfazione,” ha specificato Stone.

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South Park e lo zen

Vedremo come finirá la ventesima stagione di South Park. Personalmente mi aspetto che la serie saprà stupirci ancora, se non altro con un punto di vista un po’ diverso dai toni esultanti o catastrofici che abbondano sui media. Alla fine, per citare di nuovo la loro chiacchierata con The Daily Beast, i suoi creatori sono due persone positive. Educato dal padre secondo i precetti del filosofo esperto di zen Alan Watts (del quale lui e Stone hanno anche animato alcuni discorsi), Parker descrive così la propria concezione di comicità: “La apprezziamo non solo come sfogo, ma come un modo di analizzare qualcosa, di pensare a qualcosa”. Nel 2016 c’è sempre meno da ridere, quello che possiamo augurarci è almeno di farlo bene.

Nicola Bozzi
Nicola Bozzi è nato a Catanzaro, è cresciuto a Milano e vive a Manchester. I suoi interessi principali sono il ruolo dell'arte nella società contemporanea e le identità urbane globalizzate. Ne scrive per varie riviste e siti, italiani e internazionali, tra cui Domus, Frieze ed Elephant.

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