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Continua la Star Wars Week di Prismo. Oggi raccontiamo di come la trilogia originale di Star Wars ha influenzato le politiche industriali di Hollywood per i decenni a venire e reso Lucas un modello per due generazioni di registi.

Non sono tanto vecchio da aver visto i film della trilogia originale di Star Wars al cinema ma lo sono abbastanza da averli visti, in VHS, quando ancora erano la cosa più spettacolare mai impressa su una pellicola. A spanne direi che la mia prima visione risale al 1989, ben dodici anni dopo l’uscita di Una nuova speranza ma appena due o tre prima che il T1000 di Terminator 2 e il T-Rex di Jurassic Park aggiornassero – almeno per quelli della mia generazione – il concetto di “cosa più spettacolare mai impressa su una pellicola”. Anche per questo ricordo come fosse ieri la mia reazione alla comparsa di Darth Vader. Fu all’incirca così:

Non riesco a immedesimarmi in un settenne che nel 2015 scopre Star Wars, magari dopo aver visto l’ultimo film della Marvel, ma immagino una risposta più simile al qui presente Kanye:

Questo per dire che dal 1989, e ancora più dal 1977, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, e tutta questa acqua ha avuto l’effetto di spostare sempre più in alto l’asticella di ciò che un kolossal deve mostrare per strapparci un po’ di autentica meraviglia.

Per ironia della sorte, proprio la trilogia originale di Star Wars ha giocato un ruolo fondamentale nella dinamica che ne ha in parte decretato la progressiva obsolescenza. Ha di fatto cambiato il modo in cui l’industria di Hollywood sceglie le storie che vuole raccontare e – complice la tecnologia – il modo in cui le confeziona e presenta, se non gli stessi criteri con cui pensa ai film e al loro potenziale commerciale.

Un nuovo pubblico
Quando uscì, il primo Star Wars era poco più di un azzardo, tentato da una 20th Century Fox in cattive acque, su un regista trentatreenne con due pellicole molto diverse in curriculum: la hit nostalgica American Graffiti (1973) e THX 1138 (1971), un film distopico pesantemente influenzato da 2001: Odissea nello spazio e Alphaville. Nessuno immaginava di trovarsi agli inizi del più grande franchise cinematografico della storia.

La prima locandina di Star Wars.

La riprova è che 20th Century Fox acconsentì a lasciare a George Lucas i diritti di sfruttamento extra-cinematografico della pellicola – in pratica il merchandising – che negli anni si sarebbero rivelati una miniera da 32 miliardi di dollari, rendendo il regista uno degli uomini più facoltosi al mondo. E non è nemmeno da biasimare troppo chi prese questa decisione: nel 1977 l’idea che un grande film fosse un brand monetizzabile oltre la celluloide non era affatto ovvia come oggi (1).

Giocattoli, tazze, vestiti, costumi, libri, fumetti e (in seguito) videogiochi: quando, in quell’estate di 38 anni fa, a sorpresa esplose la febbre di Star Wars, Lucas fu abile a capire in fretta che il suo film aveva creato un nuovo mercato. Accidentalmente, infatti, con Star Wars giungeva a compimento e a definitiva maturazione una specie di mutazione antropologica del concetto di spettatore, avviata dalla sci-fi dell’immediato dopoguerra, alimentata dal successo di Star Trek e infine esplosa con quello della saga (2). La mutazione di ampie fette del pubblico in fandom, una sottocultura con tratti affini al culto. Non si parlava più di semplici consumatori d’intrattenimento, ma di fan tanto devoti e ossessionati dalle possibilità di worldbuilding delle narrazioni pop da essere disposti a comprare letteralmente qualunque cosa legato alla loro saga preferita.

I primi giocattoli a tema Star Wars.

Constatata questa tendenza, da quel momento le grandi major di Hollywood cominciarono sempre più a prendere in considerazione l’appetibilità delle loro produzioni anche e soprattutto a livello di marketing. Nacque così l’high concept blockbuster, film dalle premesse tanto semplici da poter essere riassunte in una breve formula immediatamente vendibile e altamente estensibili ad altri media e categorie merceologiche. Al punto che oggi la più ricca holding dell’intrattenimento al mondo – Disney – fattura la maggior parte (42 miliardi di dollari quest’anno) dei suoi proventi proprio dal merchandising. Dopo Star Wars insomma, i grandi produttori iniziarono a pensare ai film (perlomeno al tipo di film a cui appartiene Star Wars) un po’ meno come a dei fini e un po’ più come a dei mezzi: vetrine con cui promuovere storie e personaggi monetizzabili anche su altri fronti.

Con la trilogia originale di Star Wars si assiste per la prima volta, almeno in un film di quella scala, al dispiegarsi di una stessa storia su più episodi.

Una nuova saga
Molto si è detto e scritto su come, nella mente di Lucas, Star Wars fosse già una saga distribuita su nove film anche prima dell’uscita dell’Episodio IV.  È indubbio però che se Una Nuova Speranza fosse stato un flop, difficilmente Lucas avrebbe trovato qualcuno disposto a produrre anche LImpero Colpisce Ancora e Il Ritorno dello Jedi.

Il roboante successo di Star Wars, ribadito dai suoi due sequel, convinse invece chi muoveva le fila a Hollywood che, una volta capitalizzato un universo narrativo, lo si poteva ricapitalizzare più volte. Si inaugurò così, prima con prudenza e oggi in modo sempre più spudorato, quella che, in un altro articolo, questa estate ho definito l’ “età del sequel”: un fenomeno che nelle dosi massicce attuali rischia di minare la creatività e l’originalità del cinema mainstream. Ma non fraintendiamoci troppo: di sequel Hollywood ne produceva fin dai suoi albori. Laddove però i film di Dracula, 007 e di altre note franchise ante-litteram funzionavano come delle sit-com – episodi indipendenti che semplicemente condividevano uno stesso protagonista, a cui capitavano avventure più o meno sistematicamente ignorate nella puntata successiva – con la trilogia originale di Star Wars si assiste per la prima volta, almeno in un film di quella scala, al dispiegarsi di una stessa storia su più episodi. Constatato come il rispetto della continuity portasse con sé più alti valori di fidelizzazione del pubblico, curioso di sapere come andava a finire la vicenda (o, nel caso, della seconda trilogia di Star Wars, com’era cominciata), gli Studios iniziarono a considerare il film anche in relazione alla loro ripetibilità.

Come ha dichiarato John Dykstra, il responsabile degli effetti visivi del film, all’epoca del primo Star Wars il suo team praticamente 'si dovette inventare dal nulla' il modo di ottenere le sequenze che chiedeva Lucas.

Una nuova visione
Per capire fino a che punto l’impatto di Star Wars fu un vero fulmine a ciel sereno, basterebbe ricordare che il film di Lucas non solo non era uno dei più attesi dell’anno, ma nemmeno dell’estate in cui debuttò. Quell’onore probabilmente spettava a Sorcerer, una pellicola uscita nel giugno 1977 (Star Wars uscì a fine maggio) che riuniva i protagonisti di due grandi successi degli anni ’70: William Friedkin, regista de LEsorcista, e Roy Scheider, il “buono” de Lo Squalo. Tratto dal romanzo Il salario della paura di Georges Arnaud, Sorcerer raccontava la storia di quattro uomini alla deriva che accettano di guidare due camion carichi di esplosivo per un’impervia giungla sudamericana. Travolto dal fenomeno Guerre Stellari, Sorcerer incassò pochissimo e finì per ingrossare le fila dei capolavori sfortunati di cui sono piene le cineteche. Non gli bastarono alcune riprese, come l’attraversamento di un traballante ponte di liane in mezzo a una tempesta, tuttora tra le più azzardate e spettacolari mai realizzate, per fronteggiare l’arsenale di droidi e spade laser, X-Wing e Millenium Falcon, dispiegato dal film di Lucas. Tanto che diversi studiosi di storia del cinema rintracciano nel successo di Star Wars e nel contemporaneo flop di Sorcerer, la sliding door tra il cinema autoriale della New Hollywood della prima metà dei ’70 (Coppola, Polanski, Scorsese, Cimino, Friedkin) e quello, a maggiore trazione industriale, del post-Star-Wars e Lo Squalo (i cui esponenti principali, come Spielberg e Lucas, in parte condividevano lo stesso crogiolo d’influenze e idea di cinema dei suddetti).

Per quanto fosse appunto un capolavoro denso di bellezza e significati, Sorcerer era un film a suo modo molto lineare e semplicemente moderno rispetto all’assoluta post-modernità di Star Wars, che in due ore passava con grande disinvoltura e leggerezza dal western alla fantascienza, dal genere cappa e spada con elementi misticheggianti al film di avventura. Ma fu soprattutto l’uso di effetti speciali, in quantità e di qualità inedite, a decretare il successo e la credibilità dell’universo immaginato dal film. Come ha dichiarato John Dykstra, il responsabile degli effetti visivi sul set, all’epoca del primo Star Wars il suo team praticamente “si dovette inventare dal nulla” il modo di ottenere le sequenze che chiedeva Lucas.

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I segreti degli effetti speciali della Trilogia Originale.

Le competenze acquisite lavorando a Star Wars posero la Industrial Light & Magic (ILM) – la società di effetti speciali fondata da Lucas nel 1975 – anni luce avanti rispetto alla concorrenza.  Anche in questo Lucas – che condivideva con il suo amico Francis Ford Coppola la visione di un futuro in cui sarebbe stato possibile “sintetizzare immagini al computer” (Coppola, 1979) e si considerava in una “crociata per estendere e aumentare gli strumenti creativi dei registi” (Lucas, 1990) – fu molto abile a massimizzare questo vantaggio competitivo, e la lista di film a cui in seguito ha lavorato la ILM è lì a dimostrarlo (3). Praticamente è un sancta sanctorum delle più grandi hit cinematografiche degli ultimi decenni, film che hanno ridefinito il nostro immaginario e appunto quello “che un kolossal deve mostrare per strapparci un po’ di meraviglia”. Persino in occasione dei suoi flop artistici più clamorosi – come la CGI decisamente invasiva della seconda trilogia di Star Wars – tecnicamente parlando, ILM ha comunque fatto compiere passi da gigante all’intero campo della computer grafica applicata al cinema, di fatto inventando da zero processi e tecnologie che oggi sono l’ABC del settore.

Il team dell'Industrial Light & Magic lavora a una scena di Star Wars.

Un nuovo regista
Oggi Industrial Light & Magic non è più di proprietà di Lucas. Insieme alle licenze di Star Wars, Indiana Jones e tutte le altre proprietà Lucasfilm, nel 2012 il regista l’ha ceduta a Disney per 4 miliardi di dollari. Con la ricca vendita delle sue compagnie e delle sue licenze Lucas esce definitivamente dalla scena di Hollywood. In fondo, da personaggio estremamente schivo quale è sempre stato, forse sarà più contento così. In qualche modo, peraltro, Lucas non ha mai davvero fatto parte di Hollywood. E non solo perché ha sempre preferito lavorare nella California del Nord piuttosto che a Los Angeles ma perché il successo di Star Wars lo ha trasformato in qualcosa di meno e di più di un regista. Di meno perché, di fatto, a parte quattro dei sei film della saga, non firma la regia di una pellicola dal 1973; di più perché ha inaugurato una figura di regista/autore/imprenditore abbastanza potente da poter negoziare con gli studios senza farsi imporre i loro diktat. Una figura inedita prima della sua venuta e al cui esempio hanno attinto personaggi come Spielberg, Cameron, Bay e Nolan.

George Lucas nel 1977.

Del resto Lucas non ha mai nascosto il suo disprezzo per Hollywood. Una volta nel 1980 dichiarò: “Lì è dove si fanno gli affari e si cerca di fottere il prossimo per il massimo del profitto. È gente con cui voglio avere il minimo a che fare.” Grazie a Star Wars se lo è a lungo potuto permettere.

NOTE:
(1) In compenso comunque, l’incasso di Star Wars (700 milioni di dollari in totale) contribuì da solo a salvare la Fox dal baratro finanziario,  ponendo il primo mattone per la sua trasformazione nell’impero mediatico che conosciamo (quindi sì: prendendola molto alla lontana si può dire che senza Darth Vader non avremmo avuto Bill O’Reilly e Glenn Beck).
(2) Non è un caso che a lungo, prima della sua rivalutazione nell’ultimo decennio, il termine nerd fosse sovente associato, specialmente nella teen-comedy americna, con la predilezione per la fantascienza e appunto Star Trek e Star Wars.
(3) Persino dagli scarti di ILM sono nate realtà importanti. Acquisendo il Graphic Group di ILM nel suo periodo off-Apple, Steve Jobs creò infatti Pixar.

Cesare Alemanni
Cesare Alemanni è caporedattore di Prismo e direttore creativo di Berlin Quarterly, una rivista di narrativa in lingua inglese che ha co-fondato a Berlino, dove risiede attualmente.

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