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Arrivano i “panarchici”. Il loro progetto? Un sistema in cui ogni uomo vive sotto il regime politico che preferisce. Il tutto ispirati da un oscuro botanico belga che nel 1860 immaginò, per primo, la Panarchia.

La panarchia sta per tornare di moda: e dire che non lo è mai stata. Le prestigiose edizioni universitarie Routledge hanno da poco pubblicato l’antologia Panarchy. Political Theories of Non-Territorial States che segna di fatto il debutto in società di una dottrina che ha molti padri.

Il primo è Paul Émile de Puydt, un botanico belga che nel 1860 pubblica sulla Revue Trimestrielle di Bruxelles un articolo intitolato appunto “Panarchia“. L’autore, “appassionato di economia politica”, vi presenta la sua curiosa “invenzione” ovvero un ambizioso progetto di riforma sociale che, per sua sfortuna, cadrà direttamente nel dimenticatoio. E ci sarebbe rimasto per sempre se negli anni 50 l’attivista libertario tedesco John Zube non avesse scoperto, tradotto e archiviato il testo, per poi smarrire l’originale nel suo esodo verso l’Australia dove tuttora vive.

De Puydt, Orchidea (1880).

E questo ci porta al secondo padre. Senza nulla conoscere del precedente, Gian Piero de Bellis ha semplicemente reinventato la parola alla fine del suo saggio Poliarchia: un paradigma pubblicato in rete nel 2000. Pochi mesi dopo il vecchio John Zube lo contatta e gli rivela l’esistenza del testo di de Puydt, cosicché de Bellis comincia a indagare la storia del concetto. Dopo lunghe ricerche, riesce a ritrovare un esemplare dell’articolo originale alla Bibliothèque Royale de Belgique e fonda il sito panarchy.org, che raccoglie suoi testi inediti e altro materiale. Così inizia la costruzione retrospettiva di una nuova tradizione intellettuale a metà strada tra anarchismo e libertarianismo, nella quale convergono autori tra loro inconciliabili come il liberale Gustave de Molinari e l’anarchico Max Nettlau. A nutrire la riflessione intervengono anche nomi molto diversi come Marx e Rothbard, Hilferding e von Mises, Marcuse e Stirner, Schumpeter e Illich. Questo spudorato eclettismo è la chiave di tutto, perché secondo de Bellis sarebbero le vecchie categorie politiche a tenerci prigionieri di alternative sterili.

Di panarchia continua a non parlare praticamente nessuno, ma le idee sono nell’aria. Tutto sta nel riuscire ad agglutinarle attorno a quella parola. Rilevando delle affinità nella riflessione di uno studioso dell’università di Harvard, Aviezer Tucker, de Bellis lo contatta e lo istruisce sulla panarchia. Anche in questo caso, il concetto sembra riempire un vuoto e fa scattare qualcosa. È lui il terzo padre che cercavamo: nel corso delle sue ricerche sugli “stati non-territoriali” e sull’ideologia della Silicon Valley, Tucker finisce per fare della panarchia la chiave di volta di una teoria metapolitica che formula in due articoli del 2010. Il titolo del secondo è emblematico: “Sovereignty without Territory, Emigration without Movement: The Panarchist Solution”.

Sovranità senza territorio
È in questo articolo che Tucker avverte: “È possibile svincolare la sovranità dalla territorialità ovvero immaginare stati non-territoriali”. Ovvero stati virtuali. Così facendo, sostiene lo studioso con allegro ottimismo, “i fenomeni migratori cesserebbero di essere un problema politico”. Ma in fin dei conti non è che abbiamo davvero una scelta: secondo Tucker “sono le stesse trasformazioni tecnologiche ed economiche associate alla globalizzazione che di fatto stanno avvicinando la situazione mondiale a uno stato di panarchia”.

L’antologia uscita per Routledge, curata proprio da Tucker e de Bellis, si prefigge l’obiettivo di indagare l’attualità del concetto di panarchia a fronte dell’emergenza di fenomeni disparati: il risveglio dei nazionalismi, la coesistenza di culture negli spazi urbani, lo sviluppo del cloud computing, dei social network e delle cripto-valute come Bitcoin, ma anche la nascita delle cosiddette “micronazioni“. Fenomeni per i quali le categorie politico-giuridiche tradizionali si mostrano inadeguate e per i quali la trasformazione della politica in una “cloud” pare una conseguenza plausibile.

Panarchy, Political theories of Non-Territorial States, Routledge 2015.

Ma che cos’è, dunque, la panarchia? Ci sono tante idee di panarchia quanti sono i suoi padri, quindi cominciamo dal primo. Per molti aspetti Paul Émile de Puydt, peraltro notevolissimo acquarellista di orchidee, non è altro che un liberale classico, molto classico. Un seguace di Adam Smith insomma. Ma basta valicare lo scoglio dei suoi peana di circostanza in onore del Laissez-faire per arrivare al cuore della sua originale proposta politica. L’idea è semplice: poiché gli uomini non riescono a mettersi d’accordo su una forma di governo che convenga a tutti, de Puydt propone che ogni uomo scelga per sé il regime che preferisce: “Radunatevi in assemblea, redigete il vostro programma, formulate il vostro bilancio, aprite delle liste di adesione, contatevi, e se voi siete in numero sufficiente per sopportarne i costi, fondate la vostra repubblica”.

Al che logicamente scatta la domanda retorica: “Dove questo? Nelle Pampas?”. De Puydt risponde: “Non proprio, ma qui, dove voi siete, senza alcuno spostamento.” E in pratica come si fa? Semplice, dice lui: “Apriamo, in ogni comune, un nuovo ufficio, l’ufficio dello stato politico. Questo ufficio fa pervenire, ad ogni cittadino maggiorenne, un formulario da riempire, come quello per le imposte o per la tassa sui cani. “Domanda: qual è la forma di governo che voi desiderate?” Voi rispondete in tutta libertà: monarchia, o democrazia, o altro”.

Di panarchia continua a non parlare praticamente nessuno, ma le idee sono nell’aria.

Così formulato il sistema è ingenuo; né risulta immediatamente chiara la sua utilità. Ma l’idea di fondo è suggestiva perché scuote alle fondamenta uno dei capisaldi dello Stato moderno: l’associazione necessaria tra un territorio e un ordinamento giuridico. E se fosse invece possibile immaginare una sovrapposizione di ordinamenti svincolati da ogni organo territoriale? Ammettiamo pure che non sia possibile: al punto cui siamo arrivati, sarebbe comunque necessario.

I panarchici e la società multiculturale
La panarchia, secondo Aviezer Tucker, sarebbe la risposta alla crisi del cosiddetto Stato westfaliano. Nel 1648 la Pace di Westfalia aveva chiuso la stagione delle guerre di religione europee ratificando un principio formulato un secolo prima ad Augusta ed espresso nella massima Cuius regio, eius religio. Vale a dire: alla popolazione stanziata entro ogni territorio corrisponde un sistema di regole da rispettare, protestante oppure cattolico secondo la confessione del sovrano. E a ogni sovrano, inoltre, è dovuto il riconoscimento da parte degli altri sovrani, che devono guardarsi dall’interferire nei reciproci affari.

La frammentazione del Sacro Romano Impero nel 1648.

In Westfalia si era posto il fondamento del moderno Stato-nazione, caratterizzato dalla piena sovranità sulla popolazione che si trova sul territorio controllato. Ma questo presupponeva una certa uniformità dei governati. Così per formare dei cittadini “adatti” alla convivenza, nel corso dell’Ottocento molti Stati europei iniziarono a investire in politiche d’istruzione (pubblica e obbligatoria) dei giovani e di assimilazione (forzata) delle minoranze. Ma ora che il fallimento dei modelli d’integrazione è sotto gli occhi di tutti, chi può ancora credere nell’efficacia di queste politiche? L’articolazione tra regio e religio si è definitivamente spezzata, e sul medesimo territorio coesistono ormai, talvolta con qualche difficoltà, gruppi culturalmente molto diversi che comprensibilmente reclamano di essere riconosciuti.

Se il XX secolo ha segnato la crisi dell’idea westfaliana di Stato –  generalizzando una condizione di “sovranità limitata” determinata da rapporti di forza geopolitici – il XXI sembra annunciare il suo definitivo tracollo. È la “società liquida” di cui parla Zygmunt Bauman e lo “stato di crisi” che dà il titolo al suo recente libro scritto con il sociologo Carlo Bordoni. Un multiculturalismo ipocrita e incapace di darsi un sistema di norme fondamentali. Nelle parole di Bauman: “Un sistema che riconosce la legittimità di culture diverse dalla nostra, ma ignora o rifiuta quanto vi è di sacro e non negoziabile in tali culture. Questa mancanza di autentico rispetto risulta profondamente umiliante”.

È per questo che, secondo i “panarchici”, la riflessione sulla coesistenza tra ordinamenti giuridici diventa urgente. Le differenti culture evidentemente continuano a esistere ma non ci sono più frontiere capaci di separarle. La società umana si dirige verso il suo massimo grado di entropia. Se teniamo alla pace civile dobbiamo dotarci degli strumenti metapolitici adatti a regolare l’inedita articolazione tra territorio e popolazione che caratterizza il nostro secolo. Ed ecco la soluzione: la panarchia, appunto.

Proprio come ha avuto un inizio, lo Stato westfaliano può anche avere una fine. Con la panarchia, il principio del Cuius regio, eius religio verrebbe contemporaneamente superato e pienamente realizzato: superato nella sua dimensione rigidamente spaziale, ma realizzato nella sua sostanza.

Se teniamo alla pace civile dobbiamo dotarci degli strumenti metapolitici adatti a regolare l’inedita articolazione tra territorio e popolazione che caratterizza il nostro secolo. Ed ecco la soluzione: la panarchia, appunto.

La fine dell’assolutismo giuridico
De Puydt già notava che per fare coesistere diversi ordinamenti è necessario accordarsi su un set di meta-regole condivise. Ma perché queste regole comuni siano ritenute legittime e rispettate, è anche necessario che non entrino in conflitto con i valori “sacri e non negoziabili” di cui parla Bauman. Per limitare questo conflitto tra visioni del mondo divergenti, l’ideale panarchico prevede che le meta-regole valide per i differenti gruppi sociali siano in numero limitato e minimamente intrusive; in aperta controtendenza con la propensione dei moderni Stati di diritto a imporre all’intera società una singola idea di bene, di emancipazione e di progresso per mezzo di un colossale sistema di leggi che in gran parte dei casi non verranno nemmeno applicate. “Gli uni opprimono in nome del diritto” scriveva de Puydt, echeggiando Marx che vedeva nell’ordinamento giuridico uno strumento nelle mani di una singola classe sociale.

Schemi enigmatici.

La panarchia potrebbe sembrare una teoria dello Stato “minimo”; ma contrariamente al liberalismo non si tratta di un modello individualista, poiché le ulteriori funzioni politiche necessarie alla vita civile sono delegate a corpi intermedi. Così ogni gruppo potrebbe in realtà scegliersi lo Stato che vuole, minimo o massimo che sia, reazionario oppure libertario. La panarchia è anche una teoria della tolleranza radicale; ma questo non implica necessariamente uno Stato “molle”, bensì eventualmente uno stato tanto più forte quanto si limita a fare un numero limitato di cose che è effettivamente in grado di fare, piuttosto di pronunciare un numero esuberante di promesse che non può mantenere.

La società civile non sarebbe più un sistema eliocentrico composto da individui isolati che gravitano attorno allo Stato, ma una galassia strutturata da “zone temporaneamente autonome” (come direbbe Hakim Bey) in continua trasformazione, interazione e sovrapposizione. Non si tratterebbe in alcun modo di “ghettizzare” le diverse culture, poiché l’articolazione degli ordinamenti non seguirebbe un criterio topografico.

Se lasciamo da parte le scenette di De Puydt all’ufficio del comune, l’idea panarchica non è in sé utopistica. Diversi sistemi di norme positive in qualche modo già coesistono: ad esempio sullo stesso territorio il regolamento dei mezzi pubblici coesiste con il codice di giustizia sportiva che coesiste con il diritto canonico, eccetera. Questa articolazione ha persino un nome: pluralismo giuridico. L’idea non è nemmeno nuova poiché se crediamo al giurista Paolo Grossi un sistema simile era caratteristico dell’ordine giuridico medievale, dal titolo del suo libro del 1995: il diritto all’epoca non era prodotto da una singola entità ma da un insieme disomogeneo di soggetti. Era perciò un diritto vivo, flessibile, plurale, che aderiva ai fatti, contrariamente al nostro che impone un solo modello sociale e alla fine serve più che altro a dare lavoro a poliziotti e avvocati.

Secondo Grossi la storia successiva al Medioevo, dalla pace di Westfalia alla presa della Bastiglia, è stata invece la storia di come lo Stato si è progressivamente arrogato questo monopolio imponendo un vero e proprio assolutismo giuridico. Paolo Grossi, oggi membro della Corte Costituzionale, è senza dubbio un panarchico che non sa di esserlo; uno dei tanti autori che, con poca forzatura, si possono far salire sul carro della panarchia – assieme ai tanti e disparati che Gian Piero de Bellis ha già convocato in questa strana avventura.

Raffaele Alberto Ventura
Raffaele Alberto Ventura vive a Parigi dove si occupa di marketing per un grande editore europeo. Editor-at-large di Prismo e fondatore del blog Eschaton, ha scritto per Studio, Internazionale e Minima & Moralia.

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