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Sulle ali dell’ippogrifo, da Carducci a Tolkien, da Ariosto a Fantaghirò.

E vede l’oste e tutta la famiglia,
E chi a finestre e chi fuor ne la via,
Tener levati al ciel gli occhi e le ciglia,
Come l’ecclisse o la cometa sia.
Vede la donna un’alta maraviglia,
Che di leggier creduta non saria:
Vede passar un gran destriero alato,
Che porta in aria un cavalliero armato.
Ludovico Ariosto, Orlando Furioso

Quel che si può scorgere dal treno
Toscana dell’800. Un treno corre in parallelo al filare dei cipressi. Un signore distinto, dalla gran barba, i cui modi e il vestiario tradiscono l’uomo di mondo, l’accademico e probabilmente il letterato, osserva la processione immobile. Quegli alberi gli parlano silenziosamente, ed egli parla loro. Come in un film, il finestrino inquadra un’altra figura, più piccola, che si staglia scura sulla collina. L’evocazione dei propri morti è antica come Omero, eppure forse essi non ne hanno bisogno. Non se ne vanno mai davvero, e occorre solo aguzzare gli occhi per scorgerli, fare silenzio, parlargli, appunto. L’uomo di lettere affermato, il barone universitario che sa il greco e il latino, è tornato bambino, seduto a terra, accanto allo sgabello della nonna, e mentre le ruote mangiano i binari, il loro rumore viene assorbito da quello di un vecchio camino crepitante, ed egli chiede ancora una volta la fiaba che tanto amava.

O nonna, o nonna! deh com’era bella
Quand’ero bimbo! ditemela ancor,
Ditela a quest’uom savio la novella
Di lei che cerca il suo perduto amor!
— Sette paia di scarpe ho consumate
Di tutto ferro per te ritrovare:
Sette verghe di ferro ho logorate
Per appoggiarmi nel fatale andare:
Sette fiasche di lacrime ho colmate,
Sette lunghi anni, di lacrime amare:
Tu dormi a le mie grida disperate,
E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare.

Qualcuno storcerà il naso, avendo già capito. Davanti San Guido di Giosuè Carducci suscita in molti il ricordo dolciastro delle poesie imparate a memoria in prima media, quella sfilza di bambini malati e moribondi, leziosità, rondini, pastori e patriottismo di latta. Eppure questi versi un tempo stranoti – uno di quei classici sentiti ampollosi e stucchevoli che molti amanti della poesia hanno sentito di doversi strappare di dosso come una rigida camicia da collegio – se riascoltati con orecchio vergine, contengono un segreto sorprendente.

Sì, perché quella fiaba appena rievocata nel toscano scabro della nonna, sarà la stessa che, nella sua versione inglese, un altro professore universitario, il J. R. R. Tolkien autore de Il Signore degli Anelli, citerà a conclusione della sua conferenza Sulle Fiabe, vero e proprio spartiacque della riflessione critica sul fantastico nel ‘900:

“Sette lunghi anni sono stata a tuo servizio,
per te ho scalato il monte di cristallo
e ho strizzato sangue dalla mia camicia
e tu non vuoi svegliarti a volgerti a me?
Ed egli udì e si volse verso lei.”

In quel tanto atteso eppure sorprendente risveglio, dove l’amore vince ogni sortilegio, egli avvertiva quell’eucatastrofe, il ribaltamento gioioso che spezza la catena della necessità e della morte, che per lui costituiva il cuore di ogni grande fiaba.

Già Aristotele nella Poetica notava che “il meraviglioso piace”. E Carducci non sarebbe stato il solo letterato italiano a sottoscrivere.

È davvero impressionante questo dialogo a distanza tra due autori, epoche e letterature che non si potrebbero immaginare più distanti: la lirica italiana dell’800 da una parte, e la narrativa fantasy contemporanea dall’altra. Ma si tratta appunto di un contrasto più superficiale di quanto si creda, conseguenza di uno spesso strato di polvere che è possibile soffiare via, scoprendo così un mosaico dai colori ancora sgargianti, che ci racconta una storia molto antica, quella del rapporto tra la nostra narrativa e il fantasy cavalleresco (se prendiamo come vaga ma sicura definizione quella di “narrazione medievaleggiante che comprenda elementi meravigliosi e non semplicemente soprannaturali”).

Un rapporto molto più ricco di quel che si pensi, e che ha visto alcuni dei nostri poeti e narratori non solo offrire alcuni testi decisivi per la successiva storia europea del genere stesso, ma anche alcune delle più importanti e precoci riflessioni critiche sull’argomento. Già Aristotele nella Poetica notava che “il meraviglioso piace”. E Carducci non sarebbe stato il solo letterato italiano a sottoscrivere.

Ma quanto è bello perdersi nel bosco
Nel grande studio fondativo sulla natura e le sfide della letteratura italiana, il De Vulgari Eloquentia, Dante ci restituisce anche una fenomenale panoramica sui generi; e già la prima corona fiorentina ci fornisce, con la concretezza e il fiuto che lo contraddistinguono, un’indicazione che pare buttata lì, e che invece lascia intravedere tutto un mondo di lettori e letture: le avventure dei cavalieri erranti di Artù sono per lui pulcerrime, bellissime.

Al pari dei poemi epici sulle crociate contro gli infedeli, o delle rinarrazioni del mondo classico in salsa cortese, funzionano eccome. È uno dei grandi apporti della letteratura che va dal XI al XV secolo. Per paradossale che possa sembrare, c’è un “medioevo del medioevo”. Già gli autori dei poemi e dei “romanzi” si riferivano a un passato letterario e immaginario, quando la cavalleria aveva conosciuto la sua età dell’oro sotto Carlo Magno da una parte e Artù dall’altra. Ma è la corte bretone quella che, per il sostrato celtico, è maggiormente legata al meraviglioso.

Gustave Doré, La Divina Commedia.

Certo, anche Artù combatte i sassoni pagani, ma i suoi cavalieri devono anche ripulire boschi e castelli dagli orchi, le fate malvagie e i draghi. Certo spesso il lettore di fantasy contemporanei che decida di tornare alle fonti, può restare deluso. In fatto di narrativa e d’avventura, il gusto medievale era molto più realistico di tante produzioni e periodi successivi. Le dame, i feudatari e i monaci – le tre categorie di lettori-uditori principali – erano particolarmente interessati da raffinate schermaglie amorose, agiografie edificanti o duelli che sono dettagliati come telecronache sportive, con ben poco spazio per l’epica e anche il pulp come li intendiamo noi. Ma non solo: come ci ha informati lo stesso Dante, dentro e oltre questi temi e generi, c’era già una grande domanda di fantastico.

La Commedia stessa contiene almeno una scena esplicitamente fantasy e, appunto, arturiana: nella ghiacciaia dei traditori si addita l’usurpatore Mordred “come quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra/ con esso un colpo per la man d’Artù”, con la spada Excalibur che, da brava madrina di tutte le lame di luce, trafigge anche le tenebre.

Nel Milione di Marco Polo c’è invece gran copia di altri topoi fondamentali come il viaggio iniziatico (in Oriente), i prodigi (basti pensare agli incantatori che proteggono la corte del Gran Cane dalle intemperie) e, ovviamente, i mostri. Anche nel Decameron di Boccaccio si raccontano non solo beffe spacciate per miracoli o prodigi (come la geniale cavalcata notturna per raggiungere delle donne meravigliose e lascive, come “la donna de’ barbanicchi, la reina de’ baschi, la moglie del soldano, la ’mperadrice d’Osbech, la ciancianfera di Norrueca, la semistante di Berlinzone e la scalpedera di Narsia”) ma anche un vero incantatore che ottiene per magia l’agognato giardino invernale di un innamorato, o la celebre caccia infernale del cavaliere fantasma, che può anche essere giustamente definita la nostra prima horror novella.

Da Marco Polo, Le Livre des merveilles (Il Milione).

Però. Negli stessi anni di questi testi, che palesano un interesse tanto diffuso, la letteratura italiana esprime anche una grande obiezione al fantastico, che arriverà fino ai nostri giorni. E anche in questo caso, ad obbiettare a qualcosa amato e valorizzato da Dante in fatto di genere e stile, è l’altro grande padre fondatore, Petrarca:

Ecco quei che le carte empion di sogni,
Lancilotto, Tristano e gli altri erranti,
ove conven che ’l vulgo errante agogni.

Questa sprezzante stroncatura nei Trionfi detterà una vera e propria linea della poesia e della critica “alta”: certo, le piazze e le corti continueranno sempre ad ascoltare i cantàri. Lancillotto, Tristano, e anche Guerin Meschino continueranno ad animare i sogni delle dame e dei ragazzi accalcati negli spettacoli da fiera. Ma è indubbio il prestigio maggiore che molto mondo letterario tributerà alla lirica rispetto alla narrativa (Dante stesso, col suo poema narrativo, conoscerà per questo fasi alterne di stima), e di conseguenza anche alla narrativa e poesia fantastica.

Tutto questo se però si eccettua un’intera gloriosa stagione, nella quale il nostro Rinascimento non ha dettato legge in tutta Europa solo in materia di eleganza cavalleresca, erudizione classica e raffineria cortigiana, ma anche per quel che riguarda il poema cavalleresco e fantastico, una vera “primavera arturiana” (come la definì Riccardo Bruscagli) il cui vento si è alzato proprio dalla nostra letteratura. Grazie a Pulci, Boiardo, Ariosto e Tasso. Tutti autori di veri e propri proto-fantasy.

Adolescenti in soffitta, tra arcangeli, orchi e cavalli
Negli stessi anni in cui l’Inghilterra e la Francia arrancavano sulle ruote di un tardo e stanco enciclopedismo, e molto prima del grande revival medievaleggiante del pre-romanticismo (che di fatto segnerà la vera nascita del fantasy come genere propriamente detto) i poeti italiani erano in grado di offrire al mondo la levigata magnificenza di versi come quelli di Ariosto sul castello di Atlante:

“Sei giorni me n’andai matina e sera
per balze e per pendici orride e strane,
dove non via, dove sentier non era,
dove né segno di vestigie umane;
poi giunse in una valle inculta e fiera,
di ripe cinta e spaventose tane,
che nel mezzo s’un sasso avea un castello
forte e ben posto, a maraviglia bello.
Da lungi par che come fiamma lustri,
né sia di terra cotta, né di marmi.
Come più m’avicino ai muri illustri,
l’opra più bella e più mirabil parmi.
E seppi poi, come i demoni industri,
da suffumigi tratti e sacri carmi,
tutto d’acciaio avean cinto il bel loco,
temprato all’onda et allo stigio foco.”

A questa produzione ricchissima – che anche nei suoi rappresentati più scialbi spicca comunque per complessità rispetto agli altri paesi – va aggiunto anche un serrato dibattito critico.

Gli scrittori italiani sono estremamente consapevoli dei problemi sollevati dalla poesia eroica e dall’apporto del meraviglioso. Tasso sintetizza e al tempo stesso completa le riflessioni dei suoi precedenti, quando nota che “poco dilettevole è veramente quel poema, che non ha seco quelle maraviglie, che tanto muovono non solo l’animo de gl’ignoranti, ma de’ giudiziosi ancora: parlo di quelli anelli, di quelli scudi incantati, di que’ corsieri volanti, di quelle navi converse in ninfe, di quelle larve che fra’ combattenti si tramettono, e d’altre cose sí fatte; de le quali, quasi di sapori, deve il giudizioso scrittore condire il suo poema; perché con esse invita ed alletta il gusto de gli uomini vulgari, non solo senza fastidio, ma con sodisfazione ancora de’ piú intendenti”.

Non solo Leopardi, ma anche parecchi nerd dovrebbero recarsi in pellegrinaggio grato sulla tomba di Tasso, che ha tributato loro un tale omaggio anzitempo.

Quello che noi chiameremmo il fantasy è qui già riconosciuto nella sua dignità di genere, ben oltre le concessioni che si possano fare al mero intrattenimento e in netto contrasto con l’accusa di escapismo petrarchesca. Intendenti. Non solo Leopardi, ma anche parecchi nerd dovrebbero recarsi in pellegrinaggio grato sulla tomba del poeta estense, che ha tributato loro un tale omaggio anzitempo.

La riflessione di Tasso è così matura e sottile che egli mette a fuoco anche quale tipo di fantastico funzioni davvero, ossia quello che possa essere creduto come verisimile. Gli Dei antichi sono ormai delegati alle metafore e alla filosofia, per generare la sospensione d’incredulità (come direbbe Coleridge) occorre la “religione tenuta per vera”: “Attribuisca il poeta alcune operazioni, che di gran lunga eccedono il poter degli uomini, a Dio, a gli angioli suoi, a’ demoni, o a coloro a’ quali da Dio o da’ demoni è concessa questa podestà, quali sono i santi, i maghi e le fate”.

Gustave Doré, Orlando Furioso.

Non si può non citare poi l’ironico inciso dove Tasso mette spietatamente a paragone la rigida attinenza del povero Trissino alle regole classiche, col suo noiosissimo poema sui Goti e i Bizantini, e il clamoroso successo di Ariosto, che invece di Aristotele si era beatamente fottuto: certo, tenersi aderenti a Omero per l’unità di luogo e di tempo è encomiabile, ma questi principi “hanno per avversari l’uso de’ presenti secoli, il consenso universale de le donne e cavalieri e de le corti”. Ariosto quindi “ha molte e diverse azioni nel suo poema abbracciate, è letto e riletto da tutte l’età, da tutti i sessi, noto a tutte le lingue, piace a tutti, tutti il lodano”. Al contrario Trissino (che pure “i poemi di Omero religiosamente si propose d’imitare”), si ritrova “mentovato da pochi, letto da pochissimi, prezzato quasi da nissuno, muto nel teatro del mondo, è morto a la luce de gli uomini; sepolto a pena ne le librerie e ne lo studio d’alcun letterato se ne rimane”. Un colpo di rivoltella sarebbe stato più pietoso. Ancora una volta, Tasso ci ha già fornito la recensione perfetta per quei mattoni odiosi che solo certi intellettuali dagli occhi di topo si ostinano a sfogliare.

Come spesso succede, sono gli inglesi a palesare ai nostri stessi occhi le meraviglie del nostro Belpaese, e per cogliere appieno la portata del poema cavalleresco italiano del rinascimento dobbiamo rivolgerci a un altro scrittore che di fantasy se ne intendeva, quel C. S. Lewis sodale di Tolkien e creatore di Narnia che è stato anche tra i critici letterari più fini del ‘900, le cui lezioni sulla civiltà e la letteratura medievale vedevano le aule di Oxford traboccare di uditori anche di Medicina e Ingegneria.

Illustrando il peso della stagione italiana per il revival cavalleresco nell’Inghilterra elisabettiana di Spenser, egli spiegava che “questo ampio corpo poetico, ai giorni nostri, è stranamente caduto in disgrazia, eppure i suoi capolavori erano familiari a lettori così diversi tra loro come Spenser, Milton, Dryden, Hurd, Macaulay e Scott, e le fanciulle del Settecento si sarebbero vergognate di ignorare ciò che oggi spesso ignorano i letterati […]. Tanto varrebbe lasciare da parte Omero o il dramma elisabettiano o il romanzo: giacché anche l’epica romantica italiana è uno dei grandi trofei del genio europeo; un genere genuino, che non si può rimpiazzare con altri, esemplificato da una produzione estremamente copiosa e ricca di talento.

Secondo C.S. Lewis, “Stancarsi dell’Ariosto vuol dire stancarsi del mondo intero”.

Lewis ci offre persino una sua personale e bellissima lettura psicologica della nascita del fenomeno: dopo decenni di gestazione, ripetizione, banalizzazione e proliferazione nelle piazze, “i poeti letterati, quando arrivano, s’impadroniscono delle bizzarrie del poema popolare con un sorriso, a metà affettuoso a metà divertito, come chi ritrova qualcosa che ha affascinato la sua infanzia”. A loro volta, Pulci, Boiardo, Ariosto (e con diversa gravitas, Tasso) “scriveranno di giganti e di orchi, di fate e di ippogrifi, di saraceni con la schiuma alla bocca. E lo faranno con gravità di circostanza, facendo riferimento a Turpino ogniqualvolta le avventure sono troppo assurde, e divertendosi molto”.

Ma proprio come i bambini della sua Narnia, che giocano a nascondino e si ritrovano improvvisamente in un altro mondo, anche costoro “scoprono, però, che il loro godimento non consiste sono nella beffa. Perfino mentre lo si deride, l’antico incantesimo è in azione. Bene o male, le fate attirano, i mostri terrorizzano e le labirintiche avventure trascinano ancora. Questa mistura di parodia e di piacere puro è il segreto dell’epica italiana e, al tempo stesso, la cosa più difficile da spiegare a chi non ha letto i poemi”.

E quando si tratta di provare a indicare la specifica qualità della lettura del più grande della compagnia, Lewis si lancia a sua volta in una prova di virtuosismo, una vera e propria Fuga mozartiana: “la dote per cui Ariosto eccelle tra tutti i poeti che io conosco, è condivisa dal Boiardo ed è la capacità inventiva. La sua ricchezza d’immaginazione ‘supera ogni aspettativa, va al di là di ogni speranza’. Tra i suoi attori annovera gli arcangeli come i cavalli, e le scene si spostano dalle Ebridi al Catai. In ogni stanza c’è qualcosa di nuovo: battaglie descritte nei minimi particolari, strani paesi con le loro leggi, usanze, storia e geografia, infuriare di tempeste e splendore di sole, montagne, isole, fiumi, mostri, aneddoti e conversazioni: sembra che non ci debba mai essere una fine. Ci racconta quel che la gente mangia e ci descrive l’architettura dei loro palazzi. È proprio una ‘grazia di Dio’; non lo si può esaurire come non si esaurisce la stessa natura. Stancarsi dell’Ariosto vuol dire stancarsi del mondo intero”.

Gustave Doré, Orlando Furioso.

All’entusiasmo di Lewis c’è ben poco da aggiungere, eccetto che nell’epica italiana si incontrano anche alcuni dei ritratti più convincenti dell’archetipo della donna-guerriero (da Bradamante a Clorinda), le ragioni dell’“altro”, ideologicamente, culturalmente e religiosamente inteso, e persino quelle di ciò che ci affrettiamo a bollare come Male. Basti pensare alla tragica dignità di un assassino seriale come il tiranno Solimano o al discorso di Satana che, nella Gerusalemme Liberata, rievoca la battaglia agli inizi dei tempi e lascia intravedere che la storia e il ruolo di “buoni” se lo attribuiscono sempre i vincitori.

Un’intuizione assolutamente in anticipo sui tempi, visto che è proprio del fantasy di questi nostri anni una tendenza a passare dal “cattivo” all’“antagonista”. Oppure pensiamo al Giardino Incantato di Armida, che Lewis commenta richiamandosi proprio alla conferenza Sulle fiabe del suo amico Tolkien, già ricordata: “Il professor Tolkien […] sottolineò come l’idea di una fata bella e malvagia sia svanita dall’immaginario moderno. Forse nel mondo industriale la bellezza è diventata cosa tanto rara e il male così esplicitamente brutto che non possiamo più continuare a prestar fede in una bellezza cattiva. Nei poemi antichi le cose erano diverse. Si credeva che una cosa potesse essere perfettamente bella, tanto bella da spezzare il cuore, e allo stesso tempo malvagia”.

Altro tratto assolutamente moderno dell’epica italiana è costituita dal codazzo di sequel fiacchi che cercano di emulare il successo di pubblico intercettato dai capolavori. Proprio come per ogni Tolkien o Moorcock ci sono decine di romanzetti scialbi con re in esilio e spade stregate, così per ogni Furioso c’erano decine di Amori di Marfisa. E proprio come i fantasy d’accatto di oggi, anche quei poemi, che variano all’infinito moduli già noti e sicuri, sono sintomatici di un gusto e di una riserva di attesa.

È insomma bene ricordarci che c’è stato un tempo nel quale, per le corti di tutta Europa, Italia era anche sinonimo di raffinate, ironiche e avvincenti avventure fantastiche.

Tuttavia, la qualità delle opere più mature è tale che Lewis stesso, nell’illustrare il debito che La regina delle fate di Spenser deve loro, afferma senza remore che “i suoi amori e le sue guerre risultano insopportabilmente fiacchi se paragonati alla vivacità dell’Italiano. Si capisce subito che Mandricardo o Rolando se la sarebbero sbrigati in fretta con questi cavalieri delle fate, dalle movenze lente e dall’eloquio severo, appesantiti dall’allegoria ancor più che dall’armaturaE in quanto a Bradamante, l’inimitabile Bradamante, al suo confronto Britomarti è solo una tozza ragazzotta di campagna. I suoi discorsi sono melensi e pretenziosi, le sue pene d’amore senza dignità; si tira appresso la governate e spesso ricorda l’anglaise di tradizione continentale.

Vista la strana commistione di snobismo e al tempo stesso complesso di inferiorità per cui molti credono ancora che un “fantasy italiano” sia quasi una contraddizione in termini, destinata a inseguire a distanza il successo naturale delle opere in lingua inglese, è insomma bene ricordarci che c’è stato un tempo nel quale, per le corti di tutta Europa, Italia era anche sinonimo di raffinate, ironiche e avvincenti avventure fantastiche. Il lettore che sbirci gli incompleti Cinque Canti, con cui Ariosto voleva riprendere le fila del suo poema e raccontare la guerra ingaggiata dal Re delle Fate contro Carlo Magno e i paladini, si mangia davvero le mani.

La grotta di cristallo
Tuttavia Lewis accenna perché il fantasy come lo conosciamo sia effettivamente maturato in Inghilterra: “Ma per chi è un romantico e preferisce il Meraviglioso alle meraviglie, per chi richiede alla poesia elevatezze e serietà di tono, la possibilità di penetrare in un mondo di sensazioni, da cui la prosa è esclusa, non è difficile rovesciare le posizioni”.

Pur precedendo quella inglese, l’epica italiana è paradossalmente molto più contemporanea, molto più umoristica e postmoderna, proprio come Pratchett, Gaiman o Abercrombie seguono un Tolkien o un Howard. Spenser, con i suoi austeri cavalieri arturiani, col suo allegorismo spirituale, con la scacchiera rigida di bene e male, è molto più medievale o medievaleggiante (in senso, appunto, già romantico). Ed è questa linea, questa sensibilità, questa atmosfera quella che più attirerà i Romantici e che sarà da essi traghettata nella poesia e narrativa moderna e contemporanea, col revival arturiano dei vittoriani e le fiabe allegoriche alla George MacDonald, fino all’età dell’oro del fantasy classico, alla Tolkien e Lewis stesso.

Carlo Collodi, I racconti delle fate.

In tutto questo l’Italia per molto, molto tempo oscillerà tra il richiamo alla propria prestigiosa tradizione – sempre con lo stigma dei petrarcheschi a gravare sul collo – e il sempre più frequente mutuare immagini e modelli dallo schiacciante modello romantico d’oltralpe, che in Germania recupera il Folklore e in Inghilterra apre i battenti del romanzo fantasy vero e proprio.

Certo, ci sono le fiabe di Basile, Gozzi e poi Collodi, e racconti di un medioevo incantato si trovano anche in Carducci, Gozzano e persino D’Annunzio (che, ricordiamolo,  avrebbe dovuto laurearsi proprio in letteratura medievale). Ci sono le importanti riflessioni di Gramsci e un nuovo pesantissimo stigma, quello di Benedetto Croce, che Vanni Santoni ha efficacemente sintetizzato quando, durante una presentazione insieme del suo bel fantasy, spiegò che per il critico di Pescasseroli “le fatine erano tutte cazzate”.

Ma la ripresa esplosiva dell’epica fantastica in Italia avverrà, ed è significativo, soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, come se proprio il turbine delle “donne antiche e cavalieri”, gli schieramenti ideologici, le fughe, gli inseguimenti, i duelli, le crisi di identità e genere, lo scontro e l’assimilazione dell’”altro”, il pathos, il fantastico e l’ironia potessero fornire uno specchio privilegiato per la condizione umana contemporanea, e per la riflessione meta-letteraria, una prospettiva “orizzontale” sull’esistenza e le sue molteplici istanze, in dialettica costante e talvolta in esplicita contrapposizione con la verticalità della Commedia dantesca, non a caso privilegiata da autori con ben diverse sensibilità (basti pensare a Pasolini, o alla rilettura del mito classico intrapresa da Pavese): Celati, Bufalino, Manganelli, e ovviamente Calvino, che ambiva a essere sia il Chesterton laico che il Grimm italiano, che rinarra Ariosto e dà nuova, ironica linfa ai pupi dei paladini.

Italo Calvino, Fiabe italiane.

Tra le sue Fiabe Italiane, “catalogo dei destini possibili”, c’è anche la Fantaghirò da cui sarà tratta quella che resta la serie fantasy più seguita della televisione italiana, diretta da sua tenebrosa maestà Lamberto Bava. Siamo negli anni ’90 e ormai il fantastico internazionale è entrato in circolo: non solo quello erudito di Borges, ma anche l’affaire Tolkien, strattonato dai neofascisti dei Campi Hobbit (la celebre prefazione di Elemire Zolla al Signore degli Anelli costituisce ormai l’emblema datato di un’epoca, con pregi, intuizioni, miopie e limiti interpretativi compresi) e che compare persino nelle postille di Umberto Eco al più importante romanzo sui romanzi del nostro secondo ‘900: tra i modi di raccontare e immaginare il medioevo c’è anche “il romance, dal ciclo bretone alle storie di Tolkien, e ci sta dentro anche la ‘Gothic novel’ che novel non è ma piuttosto romance. Il passato come scenografia, pretesto, costruzione favolistica, per dare libero sfogo alla immaginazione”.

Ma il fantasy, sia italiano che straniero, nonostante il successo di collane come Nord o Mondadori, deve lottare per scrollarsi di dosso le etichette di escapismo adolescenziale, intrattenimento di consumo, se non marchi ben peggiori (irrazionalismo e tradizionalismo nostalgico che strizza l’occhio al fascismo, e magari ci pomicia proprio). Ci sono molte più sfumature e anticipazioni, tuttavia non è troppo riduttivo affermare che è solo dopo il 2000, con i film di Jackson tratti da Tolkien ad aprire una nuova stagione del dibattito internazionale sul valore del fantasy, che si assiste a tentativi sempre più numerosi e diversificati anche a firma italiana. Nuove generazioni di scrittori e scrittrici che sono cresciuti non solo con Tolkien o Terry Brooks, ma anche con Gaiman, Pullmann o la Rowling, così come con i fumetti giapponesi e i videogame. Ma anche con Isabelle Allende, William Vollmann o Thomas Pychon, capaci di superare il complesso del padre persino nei confronti di Calvino, che pareva aver tracciato l’unica strada possibile, quello di un fantastico alto perché raffinatamente cerebrale, che sacrifichi il pathos e l’incanto all’ironia.

L’esempio sicuramente più consistente resta Licia Troisi, con oltre 20 romanzi ambientati in almeno tre mondi diversi; ma gli ultimi dieci anni hanno visto nascere anche la trilogia metaletteraria dello stesso Vanni Santoni (che significativamente fa incendiare ai suoi cavalieri le Città Invisibili di Calvino, e che è capace di fondere il Berserk di Miura con L’eroe dai mille volti di Campbell), il fantasy storico – alla Alan Altieri – del medioevo transilvano di Matteo Strukul, e persino l’Alice steampunk di Francesco Dimitri.

Quel che cercammo mattina e sera, è forse qui. Abbiamo già la mappa che conduce alla grotta di Merlino, visitata da Bradamante in cerca di Ruggiero.

Come nel più vasto panorama internazionale, anche in Italia il genere esplora le sue pieghe, si contamina col noir o la fantascienza, si spinge agli estremi confini di sé stesso, comprende la parodia o il ribaltamento delle sue strutture classiche. C’è chi sostiene che all’Italia manchi ancora un “grande capolavoro fantasy”, un’opera fondativa da cui si possa anche prendere le distanze. A parte il provincialismo inerente a una simile osservazione – come se non si possa sentire intimamente nostra la letteratura di un altro paese – assieme alla profezia tolkieniana, i versi del nostro barbutissimo poeta laureato, riletti in chiave meta-letteraria, rispondevano anche a questa obiezione:

Deh come bella, o nonna, e come vera
È la novella ancor! Proprio cosí.
E quello che cercai mattina e sera
Tanti e tanti anni in vano, è forse qui.

Sarebbe bene accorgerci che, 500 anni fa, avevamo già i nostri Sergio Leone, in prodigioso anticipo rispetto ai John Ford altrui. Quel che cercammo mattina e sera, è forse qui. Abbiamo già la mappa che conduce alla grotta di Merlino, visitata da Bradamante in cerca di Ruggiero.

Questa è l’antiqua e memorabil grotta
Ch’edificò Merlino, il savio mago
Che forse ricordare odi talotta,
Dove ingannollo la Donna del Lago.
Il sepolcro è qui giù, dove corrotta
Giace la carne sua; dove egli, vago
Di sodisfare a lei, che glil suase,
Vivo corcossi, e morto ci rimase.
Col corpo morto il vivo spirto alberga,
Sin ch’oda il suon de l’angelica tromba
Che dal ciel lo bandisca o che ve l’erga,
Secondo che sarà corvo o colomba.
Vive la voce; e come chiara emerga,
Udir potrai dalla marmorea tomba,
Che le passate e le future cose
A chi gli domandò, sempre rispose.

La luce delle fiaccole proietta ancora l’ombra pazza di Orlando, la gran barba di Re Carlo, le forme sinuose di Angelica e Armida, l’elmo a foggia di drago del crudele Solimano, le ali dell’Ippogrifo.

 

Edoardo Rialti
Edoardo Rialti (1982) è traduttore di letteratura angloamericana e letteratura fantasy, sci-fi, horror, per Mondadori, Lindau, Gargoyle, Multiplayer. Tra gli altri ha tradotto e curato opere di C. S. Lewis, J. Abercrombie, P. Brown, O. Wilde, W. Shakespeare. È collaboratore de "Il Foglio" dove si occupa di critica letteraria e ha scritto le biografie a puntate di J. R. R. Tolkien, G. K. Chesterton, C. S. Lewis, C. Hitchens. Ha insegnato in Italia e Canada. Dipendesse da lui, la sua giornata comprenderebbe solo caffè, sport e scrittura.

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