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È nato un nuovo genere cinematografico: quello che si ispira alle serie TV. E il risultato, come dimostrano Suburra e Beasts of No Nation, è un fallimento.

Non si può parlare di Cary Fukunaga senza evocare True Detective, così come non si può parlare di Stefano Sollima senza menzionare Romanzo Criminale – La serie e Gomorra. Il primo a saperlo è proprio lo spettatore, che si fida di questi due nomi, ormai “garanzia di qualità”, certo di poter consigliare i loro lavori agli amici senza avere paura di deluderli.

Il chiacchiericcio suscitato dalle loro ultime pellicole, Beasts of No Nation e Suburra, ne è la prova: la prima racconta la storia di Agu, un bambino che subisce la violenza di un paese in guerra civile, costretto a diventare soldato sotto la guida del Comandante; la seconda narra le vicende di un gruppo di personaggi, tutti vittime e carnefici delle logiche del Potere, alla vigilia di una metaforica Apocalisse. Due opere con pregi e difetti, naturalmente molto diverse tra loro, ma con un approccio registico che sembra dire qualcosa su quello che è diventato il rapporto televisione/cinema/pubblico del presente.

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Il trailer di Beasts of No Nation.

Beasts of No Nation, primo lungometraggio di finzione prodotto da Netflix, ha realizzato incassi mediocri nelle sale americane ma ha ottenuto numeri impressionanti sulla piattaforma on demand, dove ha raggiunto oltre tre milioni di visualizzazioni nel mercato domestico. “Nella prima settimana dal rilascio, Beasts of No Nation è stato il film più visto su Netflix, in qualsiasi nazione in cui operiamo”, ha dichiarato Ted Sarandos, Chief content officer del colosso dello streaming: si tratta di un segnale importante, un possibile momento di svolta per le strategie distributive del prodotto cinematografico, in particolar modo se si tiene conto che stiamo parlando di un film indipendente.

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Il trailer di Suburra.

Del resto Suburra ha scelto la stessa strada, distribuzione in contemporanea nelle sale italiane e sul catalogo internazionale della società statunitense, ottenendo buoni incassi al box office e ripagando così la fiducia di Netflix, che ha scelto il film come traino per la genesi di una serie tv ispirata al film. Nel 2017 avremo quindi la possibilità di guardare, insieme al resto del mondo, la prima produzione italiana della piattaforma: un traguardo considerevole per la nostra industria audiovisiva.

Emergono dunque nuove modalità di fruizione e nuovi mercati, vie inedite per raggiungere il pubblico, ma, soprattutto, nuove vite per opere che possono nascere e risorgere con aspetto differente. Non solo film per la tv che arrivano in sala o pellicole trasmesse dal piccolo schermo, come accade da anni, bensì prodotti inclassificabili che possono essere ideati per una piattaforma e approdare allo stesso tempo su un’altra.

Una stagione televisiva viene interrotta e nasce il film, una pellicola va male in sala e ritenta la sorte sotto forma di serie tv: in questo modo cinema e televisione si guardano le spalle a vicenda, trasformandosi in una sorta di moderna Idra di Lerna. Così le voci invece di essere tagliate, sono moltiplicate. E si può solo gioire per questa gara in cui linguaggi differenti si sorpassano a vicenda fissando l’asticella della qualità sempre più in alto; uno scambio proficuo tra cinema e televisione che, nell’ultimo decennio, ha visto i media parlare di tv che guarda allo stile cinematografico e di cinema che si rinnova grazie alla profondità della scrittura seriale.

Gli spettatori del 2015, famelici consumatori di serie tv, hanno assunto un ruolo sempre più attivo che spinge adesso la narrazione audiovisiva a piegarsi a nuove esigenze.

Da qualche tempo, fioccano inoltre le dichiarazioni di registi eccellenti che manifestano il proprio amore per la serialità: “Sono anni che mi sono appassionato alle serie. Mi sono chiesto il perché: mio padre mi raccontava le favole, che noi chiamavano ‘seguiti’, e io continuavo a volerne ancora. E poi sono arrivate le serie tv”, ricorda un Bernardo Bertolucci innamorato di True Detective. Altri non nascondono il disappunto per le recenti tendenze di Hollywood: “Il principio dell’80% dei film di Hollywood ormai è questo: volete vedere gente che vola in tuta, mantello e maschera? Bene, eccovi serviti. Oggi la tv è molto meglio del cinema. È più profonda, più complessa ed è per adulti”, secondo un William Friedkin sempre pungente.

Come sappiamo, il cinema è stato l’ideale luogo di elaborazione dell’“identità collettiva spettatoriale” del Novecento; ma gli spettatori del 2015, famelici consumatori di serie tv, hanno assunto un ruolo sempre più attivo che spinge adesso la narrazione audiovisiva a piegarsi a nuove esigenze. Insomma, il giocattolo si è rotto e gli spettatori sanno quel che vogliono e lo reclamano a gran voce. E se è compito della televisione cercare di rispondere a questo richiamo, il cinema è costretto a fare buon viso a cattivo gioco. Pertanto non stupisce che registi come Martin Scorsese, David Fincher, Paolo Sorrentino, M. Night Shyamalan e Woody Allen – solo per citarne alcuni – abbiano deciso di sperimentare le possibilità offerte dal mezzo televisivo.

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Una delle sequenze più famose di True Detective.

Le carriere di Gary Fukunaga e Stefano Sollima coincidono solo in parte: uno nasce come regista cinematografico, mentre l’altro si fa le ossa sui set televisivi; eppure entrambi hanno raggiunto il successo grazie a fiction seriali trasmesse da celebrate pay tv.

Quest’ultimo dato non è di poco conto, perché le produzioni spregiudicate di canali come HBO hanno fatto sì che lo sguardo dello spettatore accettasse sangue e sesso in dosi inaudite per il piccolo schermo fino a quel momento. Così, mentre Hollywood diventava sempre più conservatrice, seguendo la logica del “perché nessuno pensa ai bambini?”, la tv via cavo rompeva qualsiasi limite con un’ondata di mutilazioni, perversioni, fucilate, incesti, orge, morti, battute politicamente scorrette, crimini, ciniche mosse politiche, corpi nudi e droghe di qualsiasi genere. Muri censori che oggi si sono talmente abbassati da far sembrare persino il cinema più scorretto un appuntamento per catechisti birichini.

Da tempo, la percezione di questi due universi da parte del pubblico sembra dunque essersi ribaltata: le produzioni televisive che erano lo spettacolo per eccellenza destinato al pubblico generalista, oggi sono il simbolo della coolness; al contrario, come testimoniato dagli incassi stagionali, il cinema ha scelto un approccio “per famiglie” puntando tutto sul pubblico più giovane. Per capirci: guardare le serie tv è hip, vedere un film in sala è roba da ragazzini.

Più che i war movie degli sporchi anni ‘70 o il poliziottesco italiano, entrambi rimandi comunque pertinenti, Beasts of No Nation e Suburra sono un prodotto della New Era of Television.

Ed è in questo contesto che i nuovi lavori di Sollima e Fukunaga cercano un loro spazio, dando la sensazione che i registi abbiano cercato di portare il nuovo pubblico televisivo in sala con pellicole “per adulti”. Più che i war movie degli sporchi anni ‘70 o il poliziottesco italiano, entrambi rimandi comunque pertinenti, Beasts of No Nation e Suburra sono infatti il prodotto della New Era of Television.

Tra i pochi a poter lavorare alla pari con gli showrunner, Fukunaga e Sollima hanno ottenuto il totale controllo creativo delle serie tv che hanno diretto, firmando la regia di intere stagioni (e non puntate occasionali come solitamente accade), diventando responsabili di quei progetti tanto da ricevere l’etichetta di auteur. E i loro recenti lavori cinematografici, a differenza dei film precedenti, sono marchiati proprio da questo contrassegno autoriale, segno distintivo di quello stile virtuosistico e trasgressivo che caratterizzava messa in scena e scrittura di True Detective e Romanzo Criminale – La serie.

Ma non ci troviamo davanti a puntate pilota adattate per il grande schermo o episodi dalla durata estesa, come semplicisticamente qualcuno vorrebbe far credere; semmai l’impressione è quella di una sorta di binge watching accelerato, come se stessimo guardando un’intera stagione di una serie compressa in circa due ore di durata. Da questo consegue una certa rozzezza nella scrittura delle psicologie dei personaggi, che non riescono a essere sviluppate come meriterebbero, e un’approssimazione nella stesura degli intrecci, caratterizzati da salti temporali, personaggi che appaiono e scompaiono bruscamente e soluzioni narrative sin troppo facili, come la cornice apocalittica di Suburra o il racconto in soggettiva di Beasts of No Nation. Ciò che viene riproposto è piuttosto una formula vincente, ossia la narrazione dell’eccesso messa in scena con un coinvolgente tour de force registico.

Se in True Detective era il cinema a fare irruzione nel piccolo schermo, ora sembra essere accaduto l’opposto: Fukunaga, immemore di Sin Nombre, riparte da zero cercando di appagare in ogni modo le attese di chi aveva fatto la sua conoscenza grazie alla serie tv. La nuova forma televisiva si piega così al vecchio mezzo cinematografico e il risultato è un cinema muscolare, che fa dell’inarrestabile violenza degli eventi la chiave per l’utilizzo di una fotografia antinaturalistica e di una recitazione sopra le righe, dove l’esuberanza narrata diventa virtuosismo: vedi l’uso del piano-sequenza per Fukunaga e lo stile opprimente delle riprese per Sollima, entrambi registi classici, ma che con semplici soluzioni di regia, come la scelta di usare la camera a mano per un banale campo-controcampo, dichiarano la propria appartenenza al mondo della nuova serialità, con tutti i suoi cliché registici.

Più che di ritorno al cinema di genere, in particolare per il caso italiano, si dovrebbe quindi parlare dell’introduzione di un paradossale genere cinematografico: quello che trae ispirazione dalla nuova serialità. Ad avvalorare questa supposizione è la scelta di uno sguardo verso la realtà, rappresentata con il linguaggio moderno delle produzioni via cavo, che scandaglia il presente puntando i riflettori su ciò che appare controverso e per questo appetitoso per il gusto del pubblico. La sequenza d’apertura di Beasts of No Nation vede un gruppo di ragazzini africani, affamati a causa della guerra, avvicinarsi a dei soldati, poi estrarre la cornice di un vecchio monitor televisivo e intrattenerli improvvisando lo show di una tv immaginaria, e grazie a questo spettacolino ottenere un po’ di cibo; si tratta di una sequenza quasi programmatica, che illustra bene il rapporto tra desideri del pubblico e modi di rappresentazione del reale.

La visione di Beasts of No Nation e Suburra insinua il dubbio di un latente complesso d’inferiorità patito dai registi nei confronti dell’idea di tornare a narrare per il grande schermo.

Da questo punto di vista assistiamo a uno scarto tra il modello televisivo e l’approdo cinematografico, e non a caso la visione di Beasts of No Nation e Suburra insinua il dubbio di un latente complesso d’inferiorità patito dai registi nei confronti dell’idea di tornare a narrare per il grande schermo. Come se raccontare la realtà giocando con i generi non fosse sufficiente, e stavolta si sia sentita la necessità di alzare il tiro allargando lo sguardo, cercando di fare un discorso politico.

Sollima dunque non si limita a usare il gangster movie al fine di mettere in scena una storia di malaffare: a suo modo cerca la forma dell’apologo per raccontare gli intrighi di un Potere tripartito – politica, Chiesa, mafia – talmente incontenibile da esondare simbolicamente dalle fogne; a Fukunaga non basta raccontare la storia di un bambino che cerca la fuga favolistica da una realtà spaventosa, sul modello del quasi omonimo Beasts of Southern Wild, ma ricorre anche lui all’apologo sociale per descrivere un mondo delirante, in guerra perenne, che ci trasforma rendendoci parte dell’orrore.

Che si tratti delle lezioni del Comandante o dei consigli del Samurai, sembrano dirci i due film, la lezione per restare sani e salvi in quest’ambiente orribile è sempre la stessa: l’obbedienza e la violenza come unica via per rimanere a galla. Chi si allontana da questo insegnamento è segnato, oppure gli è concessa una grazia che sa tanto di finale consolatorio. L’ovvio intento è di mostrare senza sconti le atrocità del presente, attraverso lo specchio deformante di una narrazione che fa scomparire i poliziotti dalla città di Roma e mostra un territorio senza nome sconvolto da una guerra civile di cui ignoriamo tutto. Siamo tutti immersi in un unico conflitto senza confini, assolutistico, che non concede margini di salvezza, talmente distruttivo da diventare astratto. Lo sguardo critico sulla vita reale, il materiale scelto per un racconto cinematografico “alto”, si scontra da una parte con le pretese autoriali, e dall’altra col desiderio di soddisfare lo spettatore a un livello viscerale. L’attenzione al vero dei due registi finisce così per rasentare l’improbabile.

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Er Samurai vs. Numero 8.

La stagione all’inferno dei bambini soldati di Beasts of no Nation appare artificiale, troppo distante dai personaggi, con cui è impossibile entrare in contatto sia per l’irrealtà della situazione sia per la focalizzazione soggettiva della narrazione (con la scelta estetizzante di mutare la palette di colori in base allo stato d’animo del protagonista); viceversa le storie di degli uomini bramosi di potere di Suburra, bagnati da una pioggia costante, ritratti con un nero pece che si schiarisce solo con l’idea della vendetta, sfiorano un nichilismo tanto autoritario da risultare ingenuo. Perché nella notte in cui tutte le vacche sono nere, le guerre finiscono per essere indistinguibili tra loro e gli uomini possono coprire il sangue solo con altro sangue. E l’ambiguità morale, tipica della cosiddetta nuova serialità, qui assume contorni differenti: una soluzione di comodo che non scontenta nessuno.

Ma lasciamo da parte l’etica e concentriamoci sulla (discutibile) genuinità di questo tipo di operazioni: sembrano raccogliere lo stile “alla HBO”, grazie all’uso spregiudicato di sesso&violenza e l’alta qualità tecnica della realizzazione; ma scegliendo storie engagé cui sembrano non credere, rimangono in un “mondo di mezzo” dove si attirano gli spettatori, gli si fa la morale e poi, per paura di perderli, si preferisce rasserenarli con un buonismo/cattivismo autoassolutorio che non cerca la conciliazione col reale.

In Suburra, Er Samurai, in un dialogo già di culto, dice: “Sei stato tu? No. È stata Roma.” In Beasts of No Nation, il Comandante, afferma: “Non è stato per volere di Dio. È stato l’uomo.” Entrambi cercano in realtà di schivare le conseguenze dei delitti cui sono responsabili. Ecco, sarebbe bello che il cinema, prendendo a modello la migliore televisione, cercasse di riportare in sala il pubblico “adulto” trattandolo in maniera matura, scegliendo storie importanti, raccontandole con la maestria registica di Fukunaga e Sollima, però assumendosi le sue responsabilità. Altrimenti il rischio, per un maldestro tentativo d’adattare un certo modello televisivo al grande schermo, è che tra qualche anno si possa giurare che “non è stato il cinema. È stata la televisione”.

Rosario Sparti
Rosario Sparti (Catania, 1982) è redattore del mensile Il Mucchio Selvaggio, collabora con Cinema del Silenzio e Taxi Drivers. Quando capita lavora come videomaker freelance.

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