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Storia e analisi di Tatort: il giallo televisivo più longevo di Germania che è anche un ottimo bigino per capire la cultura pop tedesca.

La prima volta che ho sentito parlare di Tatort, la mia ignoranza mi ha messo in grande imbarazzo. “Guardi Tatort con noi stasera?” mi chiese la coinquilina della mia prima casa a Berlino. “Tat-che?” La mia domanda seminò scompiglio. Il fatto che non fossi tedesca non venne neanche preso in considerazione. “Cioè, non sai cos’è Tatort.”

Un’affermazione di disprezzo. Nemmeno il beneficio di una domanda, mi meritavo.

Da lì, ho dovuto imparare. Il mio battesimo a Tatort è stato forse il primo passo verso una cultura tedesca che capisco ma anche non capisco; è stato l’ingresso in un senso dell’umorismo che non funzionerà mai al di fuori dei confini geografici; è stata anche la mesta accettazione che integrarsi in Germania è operazione difficilissima, se non impossibile… E supporre che una serie televisiva come Tatort sia conosciuta oltre le barriere linguistiche e nazionali la dice anche lunga sull’umiltà congenita dei tedeschi.

TAT-ORT
Tatort significa letteralmente luogo/scena del crimine. È un poliziesco (quello che in Germania chiamano un Krimi) che viene trasmesso una volta alla settimana sulla rete televisiva ARD, la domenica sera. È così dal 1970. Non è una soap opera: non ci sono saghe familiari, gli episodi raccontano delitti slegati tra di loro, risolti nei 90 minuti di ogni puntata. Unico filo conduttore: varie città della Germania. Dalla nascita della serie sono aumentate sempre più, fino a includere città della Svizzera, dell’Austria e dell’ex Germania Est. La quale, ancora in epoca DDR, aveva la “sua” Tatort nella serie Polizeiruf 110.

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La sigla di Tatort.

Ogni puntata di Tatort è introdotta da una sigla bizzarramente antiquata e chiaramente ispirata a James Bond,  rimasta invariata dal primissimo episodio. Alle percussioni c’è Udo Lindenberg, cantautore rock che è una specie di incrocio tra Vasco Rossi e Ligabue, ma tedesco.

La prima puntata che ho visto, insieme ai coinquilini della mia prima casa a Berlino, si apriva immersa nel buio, volkswagen che sfrecciano silenziose su vie secondarie. Palette scurissime—dov’è il direttore della fotografia?—quasi impossibile identificare un corpo che rotola giù dal ciglio della strada. Una luce in lontananza introduce con affettata sofisticazione un’abitazione: non uno zoom, non una lenta messa a fuoco, semplicemente non si vede niente e devi intuire che si tratta di un villino borghese arredato senza gusto, sperduto nella foresta del Baden-Württemberg. Il caso è quello di un molestatore ermafrodito, un omicidio di molti anni prima.

Capisco la metà dei dialoghi ma il resto lo integro osservando i miei compagni di visione. Le ragazze tremano dalla paura, si coprono gli occhi con le mani. I ragazzi con le mascelle a penzoloni, rapiti dalla suspense. Ma poi—ed è qui che Tatort ha uno dei suoi punti di forza—tutti pronti a rilasciare la tensione, travolti dalle risate e dalle complicità, quando il commissario ne combina una delle sue. Io sono sbigottita. Una puntata di Squadra Antimafia Palermo Oggi mi sembrerebbe più avvincente. Più godibile. Più tutto.

Il commissario Finkel di Tatort Kiel, 1971.

E invece no. Il segreto del successo di Tatort è stato studiato in lungo in largo, anche dall’accademia straniera. La Süddeutsche Zeitung pubblica una rubrica dedicata solo all’analisi di ogni puntata, non diversamente dalle column sulle serie TV di Slate.

Se si dice, non senza controversie ma non erroneamente, che l’italiano l’ha “fatto” Mike Bongiorno, forse un tratto di coerenza e coesione nazionale lo possiamo ritrovare proprio nella longevità di Tatort, che riesce a raccogliere milioni di consensi anche dopo svariate generazioni. Nel biennio 2013-2015 il picco di telespettatori ha raggiunto i 12 milioni (la media annuale—2014—di una prima serata Rai o Mediaset è intorno ai 9 milioni). Certo, sono cifre molto diverse dai primi anni, sottolinea il creatore della serie Gunther Witte: all’epoca, senza le televisioni private, si aveva il 70% di share (battuto, pare, solo dal live stream della visita della Regina d’Inghilterra nel 1978). Bisogna anche dire che l’età dei telespettatori rimane relativamente alta (la metà ha più di quarant’anni), a indicare che chi ha cominciato a seguire il giallo televisivo probabilmente non ha mai smesso. Ma oltre ad esserci un motivo di fidelizzazione abbastanza chiaro—basti pensare al nostro Montalbano—esiste secondo me un dato significativo che ha (ri)avvicinato le giovani generazioni: la fruizione in streaming.

Se si dice, non senza controversie ma non erroneamente, che l'italiano l'ha “fatto” Mike Bongiorno, forse un tratto di coerenza e coesione nazionale tedesca lo possiamo ritrovare proprio nella longevità di Tatort, che riesce a raccogliere milioni di consensi anche dopo svariate generazioni.

Nel 2008 la ARD, che raggruppa le reti pubbliche tedesche, ha lanciato la Mediathek online, dove buona parte delle trasmissioni possono essere riguardate anche dopo un certo periodo e dove i programmi più popolari rimangono sempre accessibili.

In un’altra casa dove ho vissuto a Berlino, la domenica sera la cucina veniva presa d’ostaggio dalle coinquiline che, insieme ai loro fidanzati, si radunavano intorno ad un piccolo Mac Book e guardavano la serie a lume di candela. Nel bar di fronte al mio appartamento—un tipico bar berlinese di recente ristrutturazione: bagliori rossastri, orchidee appassite e birra “bier”—organizzano ogni domenica screening collettivi. Del resto è facile e conveniente: i gestori collegano streaming a proiettore, offrono una scodella di zuppa decorosa e gratis e il pubblico un paio di bevande le acquista per forza. Fuori, molto spesso, imperversa un clima tale che qualsiasi alternativa sembra meno allettante. e spesso di domenica la concorrenza delle altre reti è abbastanza fiacca, aggiunge la produttrice Regina Ziegler.

FEDERALISMO TELEVISIVO
Stiamo quindi dicendo che tutti guardano Tatort perché non c’è niente di meglio da fare o guardare?  Non proprio. Per rinfrescarmi un po’ la memoria sono andata a recuperare la puntata dello scorso aprile, quella di Pasqua. Vi prego di spendere qualche secondo per guardare l’inizio.

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In tre minuti di incipit è condensato tutto un certo immaginario tedesco. Il font dei titoli che ribadiscono la passione ancora dura a morire per l’estetica grunge e crossover. Un panorama industriale desolato e poi quel camioncino targato Amburgo a sconvolgere la quiete da “lager postale”. Escono cinque tizi travestiti, forsennati, machi; si alza la saracinesca di un deposito e vediamo le orecchie da coniglio (citazione: Donnie Darko, poi il cattivo supremo della puntata si chiamerà “Frank”). Stacco. Interno cucina, un uomo si sta sottoponendo ad una pratica insensata ma che ben conosco: con sforzo immane cerca di soffiare fuori da un uovo, attraverso un foro praticato con uno spillo, tutto il liquido. Una volta svuotato, l’uovo verrà decorato e appeso all’Osterstrauß, “il mazzo di Pasqua” (si chiama proprio così). Una tradizione imprescindibile. L’effetto è quello di suonare una tromba otturata: si diventa paonazzi e, sbavando, si producono suoni socialmente inaccettabili. In questi pochi istanti, lo spettatore tedesco ride di gusto, e ben due volte.

Per la ridicolizzazione del personaggio maschio che si dedica alle decorazioni pasquali, occupazione sì frivola e un po’ femminea, ma praticata da tutti—primo ammiccamento allo spettatore. Per il chiaro sfottò hollywoodiano presente nella prima scena, con gli Eastern Bunnies a scimmiottare gangster d’oltreoceano ma chiaramente senza le risorse di Ocean’s Eleven—secondo ammiccamento allo spettatore. Non è Tatort che vuole fare il cinema americano; sono i cattivi che si credono a Miami Vice.

È allora la serie stessa che prende in giro i colpevoli e fin dal primo momento li inquadra come falliti con pretese da grandeur. Eppure non vuole inimicargli il pubblico: cerca piuttosto, dall’inizio della puntata, di ribadire il patto di complicità che sussiste tra spettatore e serie. I polizieschi funzionano esattamente così: è la presenza confortante del meta-testo di genere e della figura dell’investigatore che crea le basi per la sopportazione dell’equivoco narrativo e la curiosità per la risoluzione dell’enigma. Il giallo ha successo perché—salvo sperimentazioni di genere—rappresenta un mondo dove i cattivi vengono puniti e tutto finisce bene.

La commissaria Klara Blum in “Pane amaro”, episodio del 2004 di Tatort Konstanz.

Dal punto di vista della narrazione Tatort è assolutamente un giallo canonico, solo che è diluito in qualcosa come quasi 20 città diverse. La forza della serie, anche la sua potenza “unificante” di pubblico, diciamo, sta paradossalmente nella frammentazione del patto narrativo nel tempo e nello spazio. In un anno vengono prodotti circa 35 episodi; divideteli per le sedici o più città in cui la serie viene girata e avrete una ricorrenza di personaggi e ambienti veramente esigua.

La storia del regionalismo tedesco si rispecchia nella messinscena fedele di abitudini e costumi particolari all’interno del grande contenitore televisivo. I personaggi parlano con l’accento del luogo e si strizzano l’occhio quando scappa qualche espressione dialettale; la ricreazione ambientale è rigorosissima, con i detective che prendono la bockwurst proprio nell’Imbiss dove vanno gli operai di Nürnberg e i piccoli criminali che litigano sulla qualità del Buttermakrele nelle diverse Büden del lungomare di Kiel.

I tedeschi parlano della città preferita di Tatort nello stesso modo in cui discutono della propria squadra di calcio. E in fondo è il format stesso che invita ad esprimere una preferenza.
 

Un vecchio articolo del New York Times sosteneva che i tedeschi parlano della città preferita di Tatort nello stesso modo in cui discutono della propria squadra di calcio. E non è del tutto sbagliato: è il format stesso che in qualche modo invita ad esprimere una preferenza. 

La base dell’affiatato rapporto pubblico-Tatort risiede infatti proprio in questa suddivisione regionale, che permette di indagare vicende locali ma di respiro nazionale: vedi i casi di ecologia spesso perseguiti dalla città di Costanza, la specialissima puntata di Berlino che si ispirò alla cronaca cittadina di kebabbari che vendevano carne avvelenata, o il sostrato multietnico della città di Amburgo, che per un certo periodo ebbe anche il suo primo commissario tutto turco.

L’ambivalenza di Tatort si gioca anche su questo piano “socio-politico”: non è ne una serie conservatrice, ne è una serie particolarmente progressista. Gli appassionati le assegnano un merito pedagogico-sociale, mentre i detrattori l’accusano di affiliazione con i partiti di governo. Negli anni Settanta, il tema della separazione venne trattato più volte (il primissimo episodio si intitola infatti “Un taxi per Leipzig”, all’epoca nella DDR). Dortmund ha ospitato vicende dove i protagonisti erano ultras, o neo-nazi travestiti da ultras.

Il duo di Tatort Münster in uno dei loro tipici siparietti comici.

In questa “passerella” televisiva di città, Münster è da diversi anni la preferitissima nonché quella più “comica”. Dal 2002 il duo Thiel & Boerne incassa record di visione con i suoi gialli leggeri, complice anche un team affiatato dove spicca l’assistente al medico legale, Frau Heller, nana dal carattere ovviamente risolutissimo. Il Kriminalhauptkommissar Frank Thiel (Axel Prahl, attore discreto) con la sua faccia alla Peter Lorre ma senza malignità, è taciturno, scrupoloso anche se dai metodi spesso anticonvenzionali. Il suo collega, il Professor Dr. Karl-Friedrich Boerne è un medico legale ironico e saputello, nonché locatario e dirimpettaio dell’appartamento dove vive Thiel. Praticamente un inferno, dato che i due sono agli antipodi e ovviamente battibeccano in continuazione, e nei contesti meno appropriati (luogo favorito: l’obitorio). Se volete farvi un’idea pensate a McNulty e Bunk di The Wire quando litigano tra di loro.

Qui  c’è uno showreel dei loro momenti migliori, ma se non capite il tedesco non ha molto senso… e anche se lo capiste, non avrebbe senso comunque. L’umorismo tedesco è così: si propone come sottile ma sembra sfacciato, le battute vogliono essere asciutte ma risultano molto complicate, fa un po’ ridere ma non tanto. E dunque no.

Ultima novità è che i due commissari si sono sposati. Il matrimonio pseudo-gay, però, è solo di facciata: il professor Boerne vuole ingraziarsi un vecchio zio omosessuale che viene a trovarlo dalla Florida e che pare abbia una copiosa eredità. Se da una parte si pensa “che avanti questi tedeschi, a raccontare poliziotti gay sulla TV di Stato!” in realtà veniamo subito smentiti dalle numerosi critiche, che, tra le varie cose, sottolineano come il personaggio omosessuale abbia i panni di una vecchia checca stereotipata e il contesto per parlare di unioni civili omosessuali è quello tritato (se non forse offensivo) della commedia degli equivoci.

Til Schweiger, già Hugo Stiglitz di Inglorious Basterds, è forse il volto internazionalmente più celebre di Tatort.

AM LIEBSTEN SIND MIR DIE MENSCHEN, DIE ICH NICHT KENNENLERNE
Cioè: “La gente che preferisco è quella che non conosco”. Ecco una tipica freddura del professor Boerne di Tatort Münster. Insomma, il tono è questo, dimesso, pacato, forse qualcosa che il signor Flanders dei Simpson direbbe se fosse un personaggio ateo e un po’ cinico.

Siamo lontani da neologismi diventati meme come, chessò, “du fritture”  o “smarmellare”, o anche un semplice e ricorrente “Montalbano, sono”. L’incipit di Camilleri assomiglia in qualche modo alla chiusa di Derrick, “Harry, hol schon mal den Wagen” (“Harry, prendi la macchina”) che segnala il lieto fine alla conclusione di un episodio. Il confronto con il detective tedesco per eccellenza, L’ispettore Derrick, viene naturale, soprattutto per il lungo periodo di trasmissione (che comunque rimane più breve rispetto a Tatort, con 24 anni di messa in onda originale). Ma Tatort rappresenta qualcosa di diverso, e nei suoi tratti più superficiali assomiglia di più a serie come Squadra Speciale Cobra 11 o Il Commissario Rex (che però è austriaca).

Un amico una volta descrisse le serie televisive tedesche riferendosi alle loro tonalità cromatiche: “Sono tutte verdi ma come appannate, grigio moquette, respirano burocratese e segnaletica stradale”. Non posso dargli torto. Per quanto abbia cercato di farmi “emotivamente” coinvolgere da Tatort—vuoi per desiderio di integrazione, vuoi per genuino interesse nei confronti della cultura visiva locale—non sono mai riuscita a vedervi il senso, o per lo meno il segreto della sua longevità.

“È tipico della cultura metropolitana tedesca vivere con distacco la produzione popolare ma poi riappropriarsene con intenti ironici.”

Discutendo delle ragioni del successo di Tatort, un amico tedesco giustamente sottolineava il ruolo dell’ironia nel recente incremento di popolarità della serie anche tra i giovani: “È tipico della cultura berlinese o diciamo metropolitana tedesca vivere con distacco la produzione popolare ma poi riappropriarsene con intenti ironici”. Ma non c’è solo questo. Nella sua frammentazione territoriale, Tatort ha la possibilità di far identificare spettatori di differente estrazione sociale, culturale e regionale, e, allo stesso tempo, giocare la carta dell’”esotico”. Il tutto all’interno dello stesso paese. Aggiungi il format poliziesco e una varietà di personaggi che cambia ogni cinque/sei e mettilo in streaming, gratuitamente. La chiave del successo sembra a portata di mano.

C’è però un ulteriore elemento, secondo me. E cioè l’idea tutta tedesca per cui il prodotto culturale o d’intrattenimento proveniente dall’istituzione pubblica può essere di qualità, nonché meritevole d’attenzione. In Italia questo non accade quasi più. Molti di noi sembrano essere stati “programmati” per deridere e sfuggire qualunque intrattenimento che lo Stato offre al “popolo tutto”, essere animati da pregiudizi, spesso giustificati, nei confronto del prodotto culturale statale e nazionalpopolare. Nessuno si vergogna ad amare le serie SKY, non solo perché di ottima qualità, ma anche perché prodotte da un’emittente che nasce come straniera. Siamo naturalmente diffidenti nei confronti di ciò che è considerato bene pubblico moderno.

Alla fine della giornata—o meglio, all’inizio della prima serata—sembra che Tatort rispecchi una certa tedeschità: fortemente federalista, vive nell’esperienza della frammentazione (geografica) e del distacco (ironico, empatico) un senso di coesione, di comunità. Una comunità strana, è vero, che, anche quando non si prende sul serio, paradossalmente, lo fa con grande serietà.

Clara Miranda Scherffig
Clara Miranda Scherffig si occupa di cultura visiva e cinema documentario. Collabora con VICE, Studio, Doppio Zero e Berlin Film Journal.

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