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Il litigio su twitter tra Nicki Minaj e Taylor Swift è una lite tra pop star che dice molto del doppio standard tra bianchi e neri nella cultura pop americana, anche e soprattutto nel femminismo.

Tra le tante cose che gli anni passati a scuola possono insegnarti, una di queste è tra le più difficili da togliersi di dosso, una specie di seconda pelle in cui tutti in misura diversa ci troviamo a vivere. Quando cerchi di affrontarla e sconfiggerla ti rendi conto che liberarsene anche solo di una parte è un processo molto lungo, forse senza fine. È l’abitudine di etichettare le persone. Giudicarle al primo sguardo, giudicarle in base a ciò che indossano o a come emettono la prima frase che gli sentiamo pronunciare, in base alla loro provenienza, alla circonferenza dei loro fianchi o alla loro faccia. È un’abitudine molto radicata in tanti bambini e adolescenti, stimolata e rafforzata da quei tanti insegnanti, quasi tutti, che fanno favoritismi, escludono alcune persone a priori e fanno di tutto pur di far rientrare ogni singolo individuo all’interno dell’etichetta che gli hanno assegnato, come fa il professore di The Breakfast Club, che ben inquadra il concetto del chiudere le persone in piccole scatole e limitarsi a giudicarle in base a pochissimi e superficiali elementi.

La nuova stella
Sono ossessionata da Taylor Swift e questo non ha nulla a che fare con le etichette, le piccole scatole e la scuola. Taylor è la popstar più popolare del momento, il suo ultimo album 1989 è stato il più venduto del 2014. Ciò che cattura la mia attenzione, il mio tempo e il mio sguardo, è la costruzione del suo personaggio, la popstar forte, indipendente e circondata da uno stuolo di amiche donne brillanti e potenti, bella, intelligente e così tremendamente diversa da quella ragazza con i boccoli e la chitarra che immaginavo perfetta per Nashville e così fuori luogo nel resto del mondo. Taylor, con 1989, ha cambiato genere. Ha deciso di non rimanere più nello stravagante limbo tra il country e il pop e ha deciso di optare per quest’ultimo. Il suo cambiamento è stato epocale sotto diversi aspetti, ma uno in particolare è diventato magnetico per me e per tutti quelli che incollano il naso ad Instagram non appena lei pubblica una nuova foto o un nuovo video: la sua immagine. Il suo guardaroba pieno di crop top.

Il suo vestirsi in uniforme come un Paperino qualsiasi (l’accoppiata crop top e gonna/shorts per Taylor è una sorta di divisa), il suo rossetto rosso che sembra ormai stampato sulle sue labbra e che Spencer Kornhaber sull’Atlantic sostiene sia il suo modo di far focalizzare i media più sul suo viso che sul suo corpo. Il modello di bellezza che rappresenta e incarna, così tradizionale, così candido, salvo qualche incursione nel mondo del latex che rimane confinata a una dimensione lievemente trasgressiva da palco o videoclip. Le foto in compagnia delle sue amiche, la sua “girl squad” che vede nuove componenti aggiungersi ogni mese e che comprende cantanti famose e di successo come Selena Gomez, Lorde, le Haim, ma anche tante modelle di Victoria’s Secrets. Le dichiarazioni sul femminismo e le sue prese di posizione sul tema. Tutto ciò che Taylor fa in modo di comunicare di sé, che sia in un’intervista su Rolling Stone, in una foto su Instagram o in un bagno di folla tra i fan, va a finire sempre lì: nell’immaginario collettivo della brava ragazza. O meglio: della brava ragazza bianca.

Taylor è bianca, è magra, ha gli occhi blu, è ricca, è la vincente “dal lato umano”, quella che ama mostrare la versione goffa di sé, che ama mostrarsi vicina alle diversità e all’unicità dei suoi fan, ma che di per sé non incarna niente di diverso dal modello di bellezza caucasico più accettato e mostrato dai media mainstream negli ultimi decenni. La sua presunta innocenza o candore sono strettamente legati al fatto che facciamo davvero poca fatica a vedere purezza, innocenza e serietà nella bionda con la cosiddetta faccia d’angelo, alta e slanciata, che quando va al parco con le Louboutin ai piedi o gira per le strade di New York col suo caffè freddo, sembra una moderna Jean Shrimpton a colori.

“The other girl”
Nicki Minaj è il suo opposto, almeno esteticamente. Bassina, estremamente formosa, tutti i suoi lineamenti sono molto marcati, enfatizzati da un trucco che spesso l’ha trasformata in una specie di bambola, con le ciglia finte lunghissime e quelle faccette che solo lei sa fare. I suoi capelli al naturale sono neri e imponenti, anche se spesso indossa una parrucca o li tinge di colori fluo. Non è bianca, né di fatto né di origine: è nata a Port of Spain, capitale di Trinidad e Tobago, uno stato insulare delle Piccole Antille popolato da poco più di 1.2 milioni di abitanti. Lei ha 32 anni, Taylor ne ha 25. Il suo primo album da solista è uscito quando aveva 28 anni, Taylor ha esordito diciassettenne, 5 anni prima di Nicki. Taylor ha iniziato come cantante country, lei come corista per rapper, scoperta da Lil Wayne. Siamo abituati a scovarla nei video e nelle hit degli altri, diventando una popstar a tutto tondo nonostante uno stile molto più aggressivo di Swift.


L’anno scorso, quando ha pubblicato su Vevo il video del suo singolo Anaconda, Minaj ha ottenuto il record di visualizzazioni nella prima giornata online, superato proprio da Taylor Swift, con il più recente Bad Blood. Anaconda è un video considerato spregiudicato, volgare, troppo esplicito, incentrato sul corpo della protagonista. Ma è anche un video che ha sdoganato l’assoluta centralità delle figure femminili nell’attuale panorama pop americano, dove i personaggi maschili non usano più le donne formose come sfondo per i loro video ma sono diventati poco più che carta da parati. E la narrazione del proprio corpo, delle proprie forme e della propria sensualità è finita in mano alle dirette interessate. Bad Blood, in questo senso, segue la stessa tendenza, ed è costellato di comparse femminili tra il famoso e il famosissimo: basti pensare che ci sono Jessica Alba e Zendaya, Ellen Pompeo e Karlie Kloss, Selena Gomez e Ellie Goulding, solo per nominarne alcune. Il video è incentrato su una lotta tra due faide opposte di sole donne, tutte magre, tutte bellissime, tutte strette in pelle, latex e stivaloni. L’unica donna non conforme a questo modello presente nel video, Lena Dunham, è ritratta seduta e il suo corpo è totalmente inesistente e irrilevante nella sua rappresentazione. Non mi stupirei se non si trattasse di Lena Dunham, autrice e attrice abituata a parlare e far discutere tanto con le battute quanto col suo corpo, spesso nudo, spesso bollato come brutto o inappropriato. Ma Bad Blood non è Girls – e si vede.

Il 21 luglio sono state annunciate le nomination ai VMAs, i Video Music Awards 2015. Nicki Minaj ha ottenuto due nomination, una per Best Female e l’altra per Best Hip Hop Video, mentre Taylor Swift si è portata a casa 9 nomination tra cui Video of the Year, Best Female Video e Best Collaboration (in Bad Blood Taylor Swift canta con Kendrick Lamar). Nicki si è arrabbiata per le poche nomination e soprattutto per non essere stata candidata per il Video of the Year e ha dato vita ad una polemica nei confronti dei VMAs che Taylor Swift ha visto erroneamente rivolta a se stessa. Su Twitter.

La critica di Nicki Minaj era in realtà diretta all’istituzione dei VMAs e al mercato della musica pop statunitense nel suo complesso. È importante ricordare come storicamente i VMAs non premino i video oggettivamente più belli, bensì quelli più di successo, quelli che destano più scalpore e che si imprimono maggiormente nella memoria del grande pubblico. In questo senso, Anaconda rispettava uno standard abbastanza tradizionale, salvo che il corpo seminudo in questione era stavolta percepito come molto più provocatorio e volgare di altri. E più nero degli altri. Come ha sottolineato Corinne Redfern sull’edizione britannica di Marie Claire, “quando Britney Spears si è spogliata e coperta di lustrini in Toxic, fu nominata per il Best Music Video. Quando Emily Ratajkowski si è spogliata al fianco di Robin Thicke in Blurred Lines, lui ha ottenuto la nomination per Best Music Video. Quando Miley Cyrus si è spogliata e ha infranto milioni di norme di sicurezza e sanitarie cavalcando un’attrezzatura da costruzione, non solo è stata nominata per Best Music Video of the Year, ma ha vinto”. Taylor Swift, palesemente confusa e molto probabilmente in buona fede, non riuscendo a inquadrare le critiche di Nicki Minaj in un contesto più ampio della pura sfida tra artiste, ha preso i tweet di Nicki sul personale e anche quando questa l’ha smentita e invitata invece a pronunciarsi sul vero argomento della discussione, Taylor ha continuato a non capire.

Nicki Minaj avrebbe potuto scagliarsi contro Taylor Swift, insultarla, umiliarla, se solo fosse stata lei la causa della sua rabbia. Ma non lo era. (Taylor Swift non ha più proferito parola fino alle scuse ufficiali, affettuosamente accettate da Nicki). Non ce l’aveva contro un singolo individuo, ma contro un sistema che continua a premiare soprattutto un certo canone di bellezza e certi personaggi, anche quando questi fanno man bassa di atteggiamenti, stili e abbigliamenti presi in prestito e talvolta letteralmente rubati alla cultura nera. Tra le nomination dello scorso anno ricorrevano ad esempio i nomi di Miley Cyrus e Iggy Azalea, due personaggi che notoriamente hanno preso elementi della cultura afro-americana (pettinature, balli, modi di parlare, atteggiamenti) e li hanno fatti propri in alcuni loro video e performance. Nel caso di Iggy Azalea, questi elementi sono letteralmente alla base della sua carriera. Kim Kardashian e le sue sorelle, armene-statunitensi, invidiate, belle, osservate ossessivamente dai media e sui social, sono donne non-nere che riassumono nel loro corpo e nei loro atteggiamenti molte caratteristiche comuni alle donne afro-americane: sono quasi tutte molto formose, fanno iniezioni alle labbra dall’età di 17 anni per farle risultare più carnose e appariscenti, fanno twerking appena ne hanno la possibilità, scherzano sul ghetto che non hanno mai dovuto vivere né conoscere. Kylie, la più giovane, qualche tempo fa ha pubblicato su Instagram una foto che la ritrae con i cornrows. È uno stile dal forte valore culturale e identitario e che si traduce in tante treccine sottili e aderenti al cuoio capelluto.

I woke up like disss Una foto pubblicata da King Kylie (@kyliejenner) in data:


Amandla Stenberg, attrice 16enne che interpreta Rue in Hunger Games, ha colto l’occasione per lasciare un commento molto incisivo, che negli USA ha avviato un dibattito culturale molto importante. Non è la prima volta che Amandla Stenberg si pronuncia sull’appropriazione culturale. Ad aprile 2015 aveva pubblicato su YouTube un video, realizzato per un progetto scolastico, che spiegava in modo molto chiaro e comprensibile il significato del concetto di appropriazione culturale: l’appropriazione culturale avviene quando alcuni elementi e caratteri stilistici di una cultura subiscono approssimazioni razziste, stereotipizzazioni e sbeffeggi se indossati dalle persone che appartengono alla cultura che ha creato tali elementi, e al contrario vengono esaltati come alla moda, cool e divertenti quando ad appropriarsene sono individui in posizioni di privilegio (si vedano anche i copricapi dei nativi americani che tanto vanno di moda ai festival musicali). Ancora, l’appropriazione culturale avviene quando le persone che si appropriano dei suddetti elementi lo fanno senza conoscerne la storia, il significato, il valore simbolico.

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I cornrows come simbolo.

Amandla riesce a riassumere il concetto in due frasi micidiali e perfette: “Black features are beautiful. Black women are not”, e ancora: “Come sarebbe l’America se amasse le persone nere quanto amano la cultura nera?”. Anche Nicki Minaj sembra porsi le stesse domande, con le sue critiche ai VMAs e con la sua estrema consapevolezza sul fatto che le donne nere non hanno vita facile nel mondo della musica pop tanto quanto ce l’hanno le donne bianche. Certo, ci sono Rihanna e Beyoncé. Ma la prima ha dalla sua una bellezza folgorante, la seconda ha dalla sua un’immagine molto poco trasgressiva, di una musicista e artista, madre, moglie e imprenditrice, legata a doppio filo all’immagine ormai rassicurante del marito Jay-Z.

L’angry black girl
Un’accusa contro cui Amandla Stenberg si è dovuta difendere è quella di essere una “angry black girl”, una ragazza nera incazzata. Come ha sottolineato lei stessa su Twitter, ridurre uno sfogo dettagliato e motivato alla piccola scatola dentro cui si sono rappresentate per tanto tempo le donne nere sui media è un modo per indebolirle, non affrontare il dibattito e continuare a narrare le donne nere all’interno dello stretto stereotipo che i bianchi hanno cucito loro addosso. Un modo per non considerarle mai umane a tutto tondo, su tanti livelli, complesse e sfaccettate, ma solo incazzate, senza indagare sull’argomento ma solo su chi ha proposto di discuterlo. La storia è piena di “angry black women” rappresentate sia nella finzione che nella realtà, da Aretha Franklin nei Blues Brothers fino all’imbarazzante plauso per la “mamma di Baltimora” che ha menato il figlio a favor di fotocamera e non voleva in alcun modo diventare una star per questo: voleva solo proteggere il figlio perché aveva paura che finisse menato o ucciso dalla polizia, come troppi suoi coetanei. Alcuni media hanno provato a far finire anche Nicki Minaj dentro alla stretta etichetta di “angry black woman”, selezionando foto per gli articoli sulla sua discussione con Taylor dove Nicki sembra incazzata e minacciosa e Taylor ha la sua espressione da Bambi innocente.

Le piccole scatole in cui poniamo le persone, in base al loro abbigliamento, al loro modo di parlare, al colore della loro pelle, sono molto comode. Permettono di semplificare la realtà, di dividerla in tanti piccoli pezzetti facilmente trasportabili. Ma hanno un limite di quantità e di spazio, come i liquidi che si possono trasportare in aereo. Quando si stereotipizza in continuazione diventa difficile, se non impossibile, indagare situazioni più complesse, in grado di cambiare il proprio punto di vista.

Una foto pubblicata da Nicki Minaj (@nickiminaj) in data:


Il doppio standard
In più, queste piccole scatole non sono frutto della nostra immaginazione o del nostro istinto. Sono frutto della storia, delle oppressioni presenti e passate, della società che premia sempre alcune persone e ne esclude sempre delle altre. Sono frutto del mondo che favorisce ancora una Taylor Swift con un video bruttissimo ma pieno di dive, una Iggy Azalea che non sa rappare, un Robin Thicke con i suoi testi imbarazzanti, perché ci si ricordi sempre chi ha il potere e chi non ce l’ha. Chi è l’oppresso e chi l’oppressore. Sono frutto del mondo che mi porta a pensare che Taylor Swift rappresenti il candore anche quando indossa giarrettiere o montagne di latex sul palco, mentre Nicki Minaj in intimo non va bene. È troppo. È troppa. Il mondo della musica cerca di beatificare il personaggio Taylor Swift e io e tutti quelli che si incollano al suo mondo perfetto di Instagram ci caschiamo all’istante.

Nicki Minaj conosce alla perfezione questo double standard, come ha dimostrato su Instagram quando ha pubblicato alcune foto di modelle magre e bianche definendole “Acceptable” confrontate con la foto di copertina del suo Anaconda, definito ironicamente “Unacceptable”, per fare il verso a chi la criticava per l’eccessiva volgarità.

Punti di vista.

Il livello di comprensione delle questioni femministe che, almeno fino ad oggi, è stato quasi totalmente assente nella narrazione di Taylor Swift e della sua “girl squad”, è quello relativo alle donne non bianche. Un dilemma che si ripresenta periodicamente per tutte e tutti i femministi, in particolare Oltreoceano, è: “Il femminismo è davvero per tutti?”. Tradotto: le attiviste e le facce del femminismo contemporaneo fanno abbastanza per fare luce sui diversi aspetti dell’essere donna nel 2015 o scadono ancora nel rappresentare solo una fetta delle discriminazioni e delle oppressioni subite, quella relativa alle donne bianche ed eterosessuali? Se il wage gap (la differenza salariale tra le donne e gli uomini, a pari posizione lavorativa) è un problema per tutte le donne, è al tempo stesso vero che negli Stati Uniti una donna bianca guadagna sì meno di un uomo bianco, ma sempre di più di una donna nera o ispanica o nativa americana.

Patricia Arquette, quando a febbraio 2015 è salita sul palco degli Oscar per ritirare il suo premio per l’interpretazione in Boyhood, ha invocato nel suo discorso la fine del wage gap, chiedendo si lottasse tutti insieme per questa ingiustizia terribile. È solo che ha sbagliato le parole, soprattutto quando ha parlato con i giornalisti nella press room degli Oscar: “It’s time for all the women in America, and all the men that love women and all the gay people and all the people of color that we’ve all fought for — to fight for us now!”. Chiedere ai gay e ai neri di lottare per le donne bianche ed eterosessuali, veicola diversi messaggi sbagliati: innanzitutto che le lotte dei gay e dei neri siano chiuse e risolte. Che non esistono donne gay e/o nere. E cancella il fatto che loro stesse, le donne bianche ed eterosessuali per cui Patricia Arquette parla, sono in una posizione privilegiata rispetto ai colleghi e le colleghe gay, neri/e, trans, ecc.

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È difficile accettare che il femminismo ha dei limiti enormi, soprattutto per chi è femminista o usa questa parola per muoversi nel mondo col piglio di chi ne sa più degli altri. Diverse donne bianche molto famose e molto privilegiate hanno fallito nel capire questo problema: è successo a Lena Dunham quando le hanno fatto notare che la sua serie tv Girls è piena di personaggi bianchi (e i personaggi non bianchi sono stereotipi con le gambe) pur essendo ambientata in un quartiere di New York dove i bianchi sono un terzo della popolazione. È successo a Caitlin Moran quando le hanno chiesto se avrebbe fatto domande in merito a Lena Dunham in occasione di un’intervista e lei ha risposto con un “Nope. I literally couldn’t give a shit about it”. È successo a Amy Schumer quando Monica Heisey l’ha elogiata sul Guardian, pur ammettendo che la comica americana sembra avere un “blind spot” sulla razza, una sorta di punto debole su cui la sua comicità intrisa di femminismo si indebolisce e si carica spesso di stereotipi razziali di livello abbastanza basso. Ma succede quotidianamente anche in tanti circoli, associazioni, case editrici, eventi, speech: la narrazione più comune è relativa ai problemi delle donne privilegiate e spesso taglia fuori le donne non eterosessuali, le donne transgender, le donne nere, le donne disabili.

Cresce sempre più la consapevolezza della necessità di un femminismo più inclusivo, che la smetta di dire che “siamo tutte uguali” e che i problemi delle donne sono sempre gli stessi. Il femminismo intersezionale va in questa direzione.

Non è la prima volta neanche per il mondo della musica. Basti pensare al movimento delle Riot grrl dei primi anni novanta, sviluppatosi soprattutto intorno a Washington. Il loro apporto alla cultura femminista e musicale è stato notevole, con band come le Sleater Kinner e le Bikini Kill,  tra le altre. Nel 2013 è uscito un documentario intitolato “The Punk Singer”, dedicato alla fondatrice delle Bikini Kill, Kathleen Hanna. È uno di quei documentari che ti possono far venire una forte nostalgia per un periodo che non hai neanche vissuto e che mostra anche aspetti controversi e difficili della carriera di una musicista. Per alcuni, la visione di questo documentario è stato un difficile ritorno al passato, ad un periodo in cui essere nere ed essere femministe poteva voler dire rimanere escluse dal giro, sempre relegate al ruolo di comparsa marginale. Le cose sono molto cambiate da allora? In molti ambienti no, ma cresce sempre più la consapevolezza della necessità di un femminismo più inclusivo, che la smetta di dire che “siamo tutte uguali” e che i problemi delle donne sono sempre gli stessi, sempre molto simili tra loro. Il femminismo intersezionale va in questa direzione. Il concetto di intersezionalità in questo senso è molto contemporaneo e molto più attuale di qualsiasi discorso da salotto sul wage gap o sulle pari opportunità.

Tutte le donne affrontano le stesse sfide e oppressioni in quanto donne? No. Le persone fanno esperienza di diverse forme di oppressione su diversi livelli che si intersecano e si mescolano e non possono essere analizzati o affrontati separandoli l’uno dall’altro. Intersezionalità e privilegio si mescolano: si può essere al tempo stesso privilegiati perché bianchi e non privilegiati in quanto disabili e/o transgender.

In questo senso, Nicki Minaj, con i suoi post su Instagram relativi al movimento #BlackLivesMatter e alle sue prese di posizione sulle questioni relative al sesso, alla sessualità, alla razza, alle oppressioni dei neri negli Stati Uniti, è molto più consapevole di molte sue colleghe.

Miriam Goi
Miriam Goi, nata nel 1990, scrive di trend, tv, cultura pop, femminismo e social media, su Soft Revolution Zine, VICE e altre riviste online.

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